Intervento Francesco integrato con saluti dell’università La Sapienza di Roma

Buonasera e benvenuti a tutti.

FOTO_BAGNATOUn benvenuto particolare va ai nostri piccoli e alle loro famiglie: l’anima della nostra Associazione, la forza di noi educatori e animatori, la metafora realista della vita gioiosa.

A chiusura di un percorso estivo questa vuole essere una serata di ringraziamento per ognuno dei bambini che è diventato parte attiva di questa esperienza.

Attraverso la vostra allegria, la vostra ingenuità, i vostri capricci, i vostri sorrisi, avete colorato questo terzo Centro Estivo di mille sfumature, rendendolo un viaggio unico e meraviglioso.

BAGNATOUn percorso durato quattro settimane, e che tuttavia ci sembra di aver intrapreso solo ieri… Le giornate si sono susseguite imperterrite tra momenti di condivisione, percorsi di acquaticità in piscina, giochi di squadra, laboratori creativi, di cui tra l’altro potrete ammirare alcuni dei capolavori che ne sono venuti fuori. Apparentemente ogni giornata uguale all’altra, eppure ognuna diversa dall’altra… Ognuna con una novità, con un suo perché, con un suo insegnamento, con un sorriso in più sul viso dei bambini e sul nostro.

Giocando Si impara è il nome della nostra Associazione, Giocando si impara è stata la regola che ha delineato il Centro Estivo, giocando si impara è il nostro motto che diventa augurio per una prospettiva futura.

Eh già, proprio così, perché l’obiettivo dell’Associazione “Giocando si impara- Makarenko, Per una Nuova Società” non è solamente quello di offrire un’alternativa a una giornata estiva che può diventare monotona, né tanto meno quello di fungere da baby sitter per i genitori… Andiamo ben oltre la routine, insegnando un metodo educativo prettamente pedagogico che trae le sue basi essenziali dal grande pedagogista Makarenko, di cui l’associazione stessa porta il nome.

IMG-20160719-WA0002Educare dunque alla serenità, alla tolleranza e al buon senso attraverso la pazienza, l’autorevolezza e soprattutto il gioco, ecco i nostri obiettivi.

In questa serata colgo l’occasione per ringraziare ognuno di voi per la fiducia accordataci, ognuno degli educatori e degli animatori che hanno dato il contributo alla buona riuscita del centro estivo. Ringrazio in modo particolare Sabina senza la quale probabilmente tutto ciò non sarebbe stato possibile.

Ringrazio infine l’Università “La Sapienza” di Roma e in particolare le figure dei due docenti Maria Serena Veggetti e Nicola Siciliani de Cumis, dall’inizio nostri sostenitori e promotori, nonché tra i soci fondatori dell’Associazione. Chiudo questo intervento proprio con una lettera inviatami ieri dal professor Siciliani De Cumis e indirizzata a tutti noi:

La_Sapienza

La seguente presentazione è stata scritta e “curata” da Rosaria Scarimola, Vice presidente Associazione Giocando Si Impara Makarenko per Una Nuova Società, Assessore al Turismo e Associazionismo Comune di Cancellara (PZ).

LA REPUBBLICA NASCE CON LA GIOVINEZZA di Agostino Bagnato

Settant’anni fa l’Italia, sfiancata dalla guerra con le distruzioni  e la fame che si era portata dietro e poi dal sanguinoso conflitto civile al centro-nord, esattamente il 2 giugno 1946 fu chiamata a scegliere l’ordinamento statuale e il sistema costituzionale. Quella data rimane memorabile nella storia del Paese perché con il referendum istituzionale, gli Italiani dovevano scegliere tra monarchia e repubblica e con il voto per l’Assemblea costituente davano mandato per scrivere la Costituzione che avrebbe dovuto sostituire lo Statuto albertino del 1848, indipendentemente dalla scelta referendaria.

Come è stata vissuta dalla popolazione è storia nota e documentata. La stampa dell’epoca e numerosi cinegiornali fanno rivivere il clima di tensione e di scontro ideale tra le forze politiche e sociali. L’esito è stato netto, nonostante qualche incertezza iniziale: vittoria della Repubblica ed elezione dell’Assemblea costituente che avrebbe dato entro l’anno successivo la nuova Costituzione, «la più bella del mondo» come è stata definita recentemente.
Le donne esercitarono per la prima volta nella storia il diritto di voto e l’emozione fu enorme in ogni angolo d’Italia per quel fondamentale diritto civile conquistato. Anche in quella occasione emersero figure formidabili di dirigenti politici, a cominciare da Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Alcide De Gasperi, Umberto Tupini, Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Luigi Einaudi, Cesare Merzagora, Nilde Iotti, Tina Anselmi, Lidia Ravera, Lina Merlin, Rita Montagnana cui si affiancarono uomini di cultura e giuristi di grande livello come Benedetto Croce, Giuseppe De Nicola, Piero Calamandrei.

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Conferenza internazionale a Poltava (Ucraina) su Anton Makarenko

MAKARENKO, IL LAVORO E IL DIRITTO ALLO STUDIO

NELLE CARCERI ITALIANE

Il lavoro è dignità, come il diritto allo studio. Nelle carceri italiane il lavoro e il diritto allo studio sono strumenti di recupero sociale e civile del detenuto. Non basta il comportamento corretto, quella che si chiama «buona condotta», nel corso della detenzione per sfuggire ai pericoli di incrudimento del carattere individuale rappresentati dalla detenzione. Lavorare e studiare secondo progetti condivisi di formazione professionale, di riqualificazione e di riconversione del proprio essere produttivo, homo faber ac oeconomicus in continua evoluzione, superando la concezione legata all’impiego del tempo carcerario: questa è la base naturale di partenza, questo è lo scenario identificativo.

Per compiere un percorso simile è necessario un progetto che assuma l’organizzazione e il modo di lavorare e di studiare come base pedagogica e non soltanto come occasione per produrre ricchezza e sapere. Il lavoro individuale, solitario, esclusivo non aiuta a superare le ragioni che hanno provocato l’infrazione della legge e il delitto da cui discende la pena. La strada è il lavoro associato, di tipo cooperativistico, condotto con i propri simili, secondo regole di responsabilità collettiva e di autogratificazione.

L’insegnamento di Makarenko è uno di questo strumenti. Il collettivo pedagogico non può essere visto come risultato di un sostrato ideologico, ma come conquista di una scelta libera e volontaria dei detenuti studenti e lavoratori, una volta che ne hanno compreso i vantaggi. Non basta la libera determinazione dei detenuti in carceri affollatissime che ospitano oltre il 40% di stranieri, in maggior parte clandestini extracomunitari provenienti dal mondo arabo, dall’Africa e dall’America Latina. Religioni diverse, sistemi alimentari differenti, costumi e abitudini contrastanti, esigenze sessuali: governare questo complicatissimo mondo è difficilissimo. Pertanto, l’impegno dell’amministrazione penitenziaria e del Ministero di Giustizia è fondamentale, sia per informare e sensibilizzare i detenuti, sia per fornire i supporti necessari per il successo del lavoro associato.

Il ruolo dell’Associazione Italiana Makarenko, tra le sue principali attività, ha proprio quello di stimolare l’impegno delle istituzioni centrali e locali per fare in modo che il diritto al lavoro e allo studio dentro il carcere, nelle sue forme più varie, sia sempre più adottato come strumento pedagogico e riformatore e non soltanto come occasione di impegno del tempo carcerario e dell’opportuno salario. In questo scenario rientra la formazione degli istruttori penitenziari e del personale del volontariato sociale autorizzato a entrare nelle carceri. Le esperienze condotte in Italia sono ancora limitate, ma i risultati sono positivi e confortano l’impegno a procedere su questa strada.

Non si tratta di una missione semplice, perché su Makarenko continuano a esistere pregiudizi e disinformazione; gli uni e l’altra debbono essere combattuti con intelligenza e costanza, in quanto il relativismo pedagogico nelle carceri come nella società rischia di vanificare esperienze e presupposti di grande importanza culturale e scientifica.

Il confronto, gli approfondimenti e le verifiche sugli studi makarenkiani, provenienti da appuntamenti internazionali come quello di Poltava, sono uno stimolo e un sostegno preziosi per proseguire su questa strada, senza perdere di vista i compiti più generali di studio e di ricerca su Anton Makarenko e la sua eredità.

Auguro pieno successo all’incontro di Poltava, con l’augurio che possa dare anche un prezioso contributo per la comprensione e il rafforzamento della fratellanza tra Russia e Ucraina.

Agostino Bagnato

Presidente Associazione Italiana Makarenko

Roma, 23 febbraio 2014

Makarenko: Bibliografia aggiornata

di Emiliano Bettini

Cartolina_Makarenko

Letteratura:

  •  A.S. Makarenko: “Opere complete in 8 tomi” con saggio conclusivo e indice tematico, Mosca, “Pedagogika”, 1983-1986
  •  A.S. Makarenko: “Raccolta di saggi nella collana “Antologia gumanitarnoj pedaogiki” Curatore  V.M. Korotov, Mosca, 1998
  •  A.S. Makarenko: “Sull’educazione” sta nella collana “Zolotoj fond pedagogiki”. Curatore D.I. Latyshina.
  •  A.S. Makarenko: “Poema Pedagogico”. Redazione di S.S. Nevskaja, Mosca, 2003.
  •  Makarenko sconosciuto. 14 tomo. A cura di S.S. Nevskaja e M.B. Zykov.  “Il fenomeno Makarenko: la vittoria del vivo sul morto”. Mosca, 2006.
  •  Frolov A.A.: Organizzazione del processo educativo nella pratica di A.S. Makarenko (colonia Gor’kij), Gor’kij, 1976.
  •  Cinedocumentario sulla colonia Gor’kij. Rivista Narodnoe obrazovanie, 1968, N°2.
  •  L’affermazione delle idee pedagogiche di A.S. Makarenko negli Anni 20, Rivista “Sovetskaja Pedagogika”, 1976, N°9.
  •  Che cos’è l’azione pedagogica parallela”, Rivista “Vospitanie Shkolnikov”, 1984, N°5
  •  A.S. Makarenko e la pedagogia del suo tempo, Gor’kij, 1988
  •  A.S. Makarenko: le basi del suo sistema pedagogico, Gor’kij, 1990
  •  A.S. Makarenko oggi: nuovi materiali, ricerche, esperienze. A cura di A.A. Frolov, Nizhnij Novgorod, 1992.
  •  A.S. Makarenko in patria e all’estero.  Rivista “Svobodnaja mysl”, 1993, N°16
  •  Ricerche Makarenkiane internazionali: Makarenko in Oriente e in Occidente, III. A cura di S. Weitz e Frolov A.A. N.Novgorod, 1995.
  •  La comunità educativa di lavoro di A.S. Makarenko: tratti principali e valori. Rivista “Zhivye pedagogiceskie idei”. Vladimir, 1996.
  • Concetti fondamentali del sistema pedagogico di A.S. Makarenko. Rivista “Ponjatijnyj apparat pedagogiki i obrazovanja”. Terzo tomo, Ekaterinburg 1998
  • Concezioni pedagogiche di A.S. Makarenko. Rivista “Otkrytaja shkola”, 1998, N°4
  • Assimilazione dell’eredità di Makarenko: dalla scuola del sapere alla scuola della vita. Rivista “Magistr”, 1999, N°5
  •  Educazione a scuola: due vie. Rivista “Obrazovanie v sovremennoj shkole”, 2000, N°4
  • Scelta di una strategia educativa: la scuola del sapere o la scuola della vita? Rivista “Alternativy”, 2001, N°1
  • Educazione e vita: il metodo creativo di A.S. Makarenko. Rivista  “Obrazovanie i nauka”. Izvestja uralskogo otdelenja RAO. Ekaterinburg, 2001, N°4
  • Educazione sociale ed eredità di A.S. Makarenko. Rivista  “Pedagogika”, 2002, N°6
  • Prima di tutto un atteggiamento attivo verso la persona. Rivista “Vospitanie shkolnikov”, 2003, N°5
  • Spazio e tempo nell’educazione e nella pedagogica. Rivista “Narodnoe obrazovanie”, 2003, N°5
  • A.S. Makarenko in URSS, in Russia e nel mondo: storiografia dell’assimilazione e dell’elaborazione della sua eredità (1939-2005), N. Novgorod 2006.
  • Kozlova G.N  Problema della specifica dell’educazione nell’istruzione nazionale e nella pedagogia del XX secolo. Fondamenti storico filosofiche dell’istruzione in Russia. Atti della conferenza scientifica (coautore A.A. Frolov).
  • L’eredità di A.S. Makarenko nel contesto dei fondamenti della pedagogia nazionale (testo di studio). (Prefazione di A.A. Frolov). S. Pietroburgo 2004
  • A.S Makarenko e i problemi principali della pedagogia nazionale del XX secolo. Rivista “Shkola zhizni- shkola vospitania. Redattore Bashkatova I.P.” Atti della conferenza di Mosca e Kolomna, 2005.
  • Ilaltdinova E.Ju. Legami della formazione professionale e dell’attività produttiva negli istituti pedagogici di A.S. Makarenko. Sta in “Psikhologo-pedagogiceskoe nasledie  proshlogo v sovremennoj sozialno-pedagogiceskoj dejatelnosti”. Materiali delle II lectio makarenkiane. Ekaterinburg, 2005.
  • Bagreeva E.G. Danilin E.M. “Ritorno a Makarenko”. Mosca, 2006
  • Belov Ju. Potenza impari. Per i 70 anni del Poema pedagogico. Rivista “Sov. Rossja”, 2004, 25 dicembre.
  • Boguslavskij M.B. “Anton Semenovič Makarenko”. Martiri e riformatori dell’educazione russa, Mosca, 2005.
  • Gmurman V.E. L’eredità scientifica di A.S. Makarenko e i compiti dell’istruzione pedagogica. Rivista “Sovietskaja Pedagogika”, 1981, N°3
  • Golovanova N.F. Socializzazione ed educazione. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, 2005, N°6
  • Gordin L.Ju. Dialettica dei valori universali e dei valori socialisti. Sta in “A.S. Makarenko oggi”. Cit.
  • Grizenko L.I. La concezione socio-individuale di A.S. Makarenko nella pedagogia contemporanea (analisi comparativa degli studi makarenkiani in patria e all’estero). Volgograd 1997.
  • Ermolin A. Pedagogia del totalitarismo avanzato: Trionfo e tragedia di A.S. Makarenko. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, 2005, N°6.
  • Sünkel E. (Germania) A Erlangen studiano A.S. Makarenko. Rivista “Sovietskaja Pedagogika”, 1990, N°1.
  •  Ivanov I.P. Metodica dell’educazione dei comunardi, Mosca, 1990.
  • Korableva T.F Il sapere ai forti, il lavoro ai deboli, la prosperità agli eletti?. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, 2006, N°6.
  • Krasovizkij M.Ju. Il non transeunte nell’eredità pedagogica di A.S. Makarenko: uno sguardo dagli USA. Rivista “Pedagogika”, 2001, N°1.
  • Kumarin V.V. Tecnologia di A.S. Makarenko e ricostruzione della scuola. Interazione di collettivo pedagogico e studentesco. Mosca, 1990.
  • Kushnir A.M. È tempo di correggere il tragico errore del PCUS nell’educazione. Rivista “Narodnoe obrazovanie, 2005 N°6.
  • Likhacev B.T. Educazione: necessità e libertà. Rivista “Pedagogika”, 1994, N°2.
  • Malinin V.I. Per una discussione sull’eredità di A.S. Makarenko. Rivista “Pedagogika”, 1994, N°2.
  • Morozov V.V. La pratica viva della vita. Materiali per la biografia di S.A. Kalabalin. Rivista “Mir obrazovania”, 1987, N°6.
  • Mosolov v.A. Priorità dell’educazione: passato e presente. S.Pietroburgo, 1996.
  • Nevskaja S.S. Educazione del cittadino nell’opera di A.S. Makarenko, Mosca, 2006.
  • Nevskaja S.S. Educazione civica della persona nell’opera di A.S. Makarenko. (Riassunto d’autore della tesi di dottorato in scienze pedagogiche), Mosca, 2006.
  •  Nevskaja S.S Interazione di educazione civica e del lavoro nella pedagogia di A.S. Makarenko. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, 2006, N°6.
  •   Nikandrov N. Educazione e socializzazione nella Russia moderna: ricerche e possibilità. Rivista “Nardonoe obrazovanie”, 2006, N°9.
  •  Novikov A.M. La scuola e una nuova  classe di sfruttatori. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, 2004, N°6.
  •  Nosal’ A.L. Il problema dell’educazione e dello sviluppo della persona nella attività pratica e teoretica di A.S. Makarenko (tempo psicologico della persona). (Riassunto d’autore della tesi di dottorato in scienze psicologiche).  Mosca 1999.
  •  Ravkin Z.I. Creatori e innovatori della nuova scuola nata dall’Ottobre. Mosca, 1990.
  •  Sannikova N.G. Idee del management sociale nella teoria e nella pratica di A.S. Makarenko. Rivista “Narodnoe obrazovanie”, 2006, N°6.
  •  Sidelmikovskij V.I. Il problema delle relazioni nella scuola sovietica e l’eredità di Makarenko. Lavori della cattedra di pedagogia e psicologia dell’università pedagogica Karačaevo- Čerkesskij. Stravopol’, 1971.
  •  Slobodčikov V.I. La pedagogia di A.S. Makarenko: la scoperta socio-pedagogica del XX secolo. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, 2006, N°6.
  •  Sluzkij, V.I. “La nostra piccola comunità…”, Rivista “Narodnoe Obrazovanie, 2003, N°7.
  •  Sokolov R.V. Partecipazione della popolazione nell’educazione dei bambini e degli adolescenti a domicilio. 2° Edizione. Mosca, 1993.
  •  Sukhomlinskij V.A. Andare avanti. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, 1989, N°8.
  •  Turbovskoj Ja. S. Come risuonano le nostre parole, ovvero “Metodo dell’azione parallela”. Rivista “Semja i shkola”, 1975, N°3.
  •  Tjugaeva N.A. Le idee di A.S. Makarenko vivono e si sviluppano. Rivista “L’uomo: delitto e castigo”, 2005, N°1.
  •  Filonov G.N.A.S. Makarenko. Prospettive. Questioni dell’educazione. “Bollettino UNESCO”, 1984, N°1.
  •  Fröse L. (Germania)  Patrimonio della scienza sovietica e mondiale. Rivista “Sovietskaja pedagogika”, 1989, N°4.
  •  Hillig G. Laboratori e scene dell’educazione di A.S. Makarenko. Rivista “Narodnoe obrazovanie”, 2003, NN°2 e 6.
  •  Antologia di storia della pedagogia sociale e dell’educazione. Parte prima. Curatori A.A. Frolov, Trushina Ju. Kh., Mosca 2007. Parte seconda. Curatori A.A. Frolov, Trushina Ju. Kh., G.N. Kozlova (per la sezione su A.S. Makarenko), Mosca, 2007.

 Letteratura relativa alla moderna pratica delle “scuole “aziende”.

 Riviste:

  • Narodonoe obrazovanie: 1998, N°2: articoli di N. Butenko, S. Rogačevoj S. Morozov.
  •  Pedagogičeskij vestink: 1998  N°6: Come ha fatto la scuola a guadagnare milioni
  •  Narodnoe obrazovanie: 1999 NN° 7-8: articoli di M. Altukhova e A. Pustokhajlov.
  •  Semja: 1999, N°39 Il capitalista scolastico.
  •  Nardonoe obrazovanie: 2001, N°7 autore B. Kugan.
  •  Nardonoe obrazovanie: 2002, NN° 4-5-7: Disposizione sul concorso internazionale “A.S. Makarenko” per le scuole che utilizzano il lavoro produttivo.
  •  Selevko G.K. E Selevko A.G. Tecnologie socio-educative, Mosca, 2002 (Capitolo “educazione ed istruzione del lavoro e professionale).
  •  Klassnyj rukovoditel, 2002, N°1 (La scuola Lesnikovskaja della regione di Vladimir e scuola internato N°1 con classi liceali).
  • Narodnoe obrazovanie, 2002, N°5 (La scuola Gorodishenskaja della regione di Belgorod), N°10 (La scuola Verkhovskaja N°2 della regione di Orlov, le brigate produttive studentesche della regione di Belgorod, la scuola del villaggio di Serebrjanik della Regione di Novosibirsk, La scuola Shelaevskaja della regione di Belgorod, la scuola Kudinivskaja della regione di Kaluga).
  •  Pedagogika 2002, N°5  (autori E.V. Bondarevskaja e P.P. Pivnenko).
  •  Narodnoe obrazovanie, 2003, N°5. Atti del primo concorso “A.S. Makarenko” per le “scuole-azienda”. Relazioni di Slobodčikov V.I., Slastenin V.A., Frolov A.A., Turbovskoj Ja. S. Kushinir A.M, Morgun V.F, Njun Van Tjan, Emilano Mettini ed altri. Interventi di N. Tzelisheva (scuola Gorodishenskoj), N. Nikopolska (Scuola speciale – internato città di Noginsk).
  •  Narodnoe orbrazovanie, 2003, N°10: A. Černogorov: “L’inizio della rinascita delle brigate agricole studentesche alla fine degli anni Novanta.
  •  Narodnoe obrazovanie, 2004, N°6: Atti del secondo concorso “A.S. Makarenko” e lectio makarenkiane. Articolo redazionale e relazione di Kushinir A.M, Vifleemskij A.B (sui problemi dell’attività finanziaria ed aziendale delle scuole), reportag di N. Tzelisheva, contributi di N. Nikolskaja (sulle brigate studentesche del Primorskij kraj e scuola Serzhantovskaja), N. Tzelisheva (Scuola Kazinskaja dello Stravopolskij Kraj), O. Nikolaeva (Scuola agraria Ivanovskaja della regione di Belgorod), T, Abramtzeva (Scuola Isakovskaja, Repubblica della Chuvashja), S, Morozov (Scuola di Novosibirsk, Orenburg), G. Frolova (Istituto professionale Nazranskoe).
  • Segue in N°7: articoli di N. Tzelisheva (la scuola Shalevskaja della regione di Belgorod), S. Morozov (Scuola Sarinskaja della regione di Orenburg), N. Ivashkina (istituto tecnico-commerciale N° 12, città di Sovetsk), T. Zhukova (La scuola Buturlinskaja della regione di Vladimir).
  •  Narodnoe obrazovanie, 2004, N°8: Le brigate di produzione studentesche compiono 50 anni. Articolo di  N.N Sotnikova e AE. Shabaldas.
  •  Narodnoe obrazovanie: Comunicazione relativa al terzo concorso “A.S. Makarenko”, alle lectio makarenkiane, ai partecipanti e ai premiati. Gli atti stanno nel N°6: Rassegna di N. Tzelisheva, materiali di V. Miroslav (Scuola Kosh-Elginskaja, Baschiria,), S. Morozov (Scuola Isakovskaja, Repubblica della Chuvashja ), N. Tzellisheva (Istituto tecnico professionale speciale “Uralskoe podvore, Perm), O. Nikolaeva (Centro per l’istruzione Maslennikov della regione di Samara), I. Lashugina (Scuola di avviamento professionale, città di Abaj, Kazakhstan), O. Nikolaeva (orfanotrofio Raduga, città di Mias). Vi si trovano altresì materiali relativi alla tavola rotonda sul contenuto e l’organizzazione del lavoro produttivo degli scolari nelle condizioni odierne, e le pubblicazioni di dirigenti di alcune unità amministrative della Federazione russa: V. Bočkarev (Regione di Penza) e V. Toropov (Repubblica di Komi).
  •  Učitelskaja Gazeta, 18 ottobre 2005, N°3: La scuola media N°22, città di Abakan (attività produttiva degli atelier scolastici), N°4-6 (Istituto tecnico professionale- liceo della città di Sibaj, Bashkiria).
  •  Narodnoe obrazovanie, 2005, N°2: Disposizione sul quinto concorso “A.S. Makarenko” e sulle lectio makarenkiane.
  •  Narodnoe obrazovanie 2006, N°4: Vifleemskij, A.B. Fondamenti legali dell’attività finanziario- aziendale delle scuole. Statuto dell’istituto municipale di istruzione: la scuola media come scuola azienda.
  •  Narodnoe obrazovanie, 2006 (s.n): Shakhlismailov R. Nelle scuole del Tatarstan torna il lavoro produttivo. Corrispondenza dal quarto concorso “A.S. Makarenko” e lectio makarenkiane. Contributi di A. Zverev (Scuola N°59 di Izhevsk), S. Morozov (Scuola speciale di tipo chiuso di Perejaslavsk), T. Abramova (Scuola Verkhotorskaja, Bashkiria), O. Nikolaeva (Scuola Rodnodolskaja, regione di Omsk), I. Ivanova (Scuola Buturlinskaja, regione di Vladimir), I. Zotova e N. Tzelisheva (Tavola rotonda con i dirigenti scolastici delle “scuole-azienda”).
  • Narodnoe obrazovanie, 2007, N°5: Risguardo: il quinto concorso “A.S. Makarenko” (informazioni sul concorso e sui suoi vincitori).
  •  Nardonoe obrazovanie, 2007, N°6: sul quinto concorso Makarenko e sulle lectio makarenkiane (S. Abramov), reportage sulle scuole vincitrici del concorso (S. Bestuzheva, N. Kulikova e  E. Svirid, articoli redazionali sul complesso produttivo della città di Soci), le unioni produttive scolastiche nella regione di Stravopol, della regione di Kostroma, della Repubblica di Saka, Jakuzia e di altre (A Černogorov, O Ručko, S, Morozov, N. Tzelisheva, S. Adomenko, articolo redazionale “la geografia delle scuole-azienda in Russia), “Prospettive delle scuole azienda alla luce dei cambiamenti legislativi” (A. Vifleemskij); articoli su Makarenko, atti delle lectio makarenkiane (L. Gritzenko, V. Maksakova, I. Glikman, G. Kozlova, V. Morozov,  T. Korableva, I. Korshunova, E. Mettini, V. Morgun, R. Sokolov, A. Frolov).

Monografie e pubblicazioni (secondo semestre 2007 – primo semestre 2008)

Monografie.

  • A.S. Makarenko. “Scuola della vita del lavoro e dell’educazione”. Libro di testo di storia teoria e pratica dell’educazione. Parte 1°. Lettere d’affari e personali, articoli, 1921 – 1928. Redazione e commenti di Frolov A.A. E Ilaltdinova E.Ju.. N.Novgorod 2007.
  • Evlasheva O.A, Korshunova N.N, Nikolaev I.V. “A.S. Makarenko e noi (A.S. Makarenko come classico della logica dialettica e sistemica)”. S. Pietroburgo, 2008.
  • Karpenčuk S.G. Oksa N.N. “La ricerca makarenkiana in Ucraina: aspetti storici, teorici e pratici”. Rovno, Ucraina, 2008 (in lingua ucraina).
  • Lukov Vl. A., Lukov  Val. A., Kovaleva A.P. “Lezioni di Makarenko”. Mosca 2007.
  • Almanacco Makarenko N°1. Redattore capo Kushir A.M, Mosca 2008.
  • Almanacco Makarenko N°2 Makarenko moderno: metodologia, teoria e pratica della pedagogia. Redattore capo A.M. Kushnir con la collaborazione di A.A. Frolov., Mosca 2008.
  • Simatova T.V. “Idee dell’educazione al lavoro e alla gestione economica di A.S. Makarenko nella pedagogia nazionale della metà del XX secolo”. Mosca, 2007.
  • La pedagogia d A.S. Makarenko (scienza della collaborazione delle generazioni. Programma a scelta del corso di studi di  A.A. Frolov.) N.Novgorod, 2007.

Raccolte di materiali di conferenze.

  • Educazione morale e spirituale nella dimensione dell’educazione contemporanea. Lectio pedagogiche makarenkiane. 5 tomo. Coordinatore scientifico: L.I. Gritzenko. Redattore V.D. Polezhaev, Volgograd 2007. (elenco incompleto).
  • Gritzenko L.I: Principi dell’educazione umanistica di A.S. Makarenko.
  • Gunter Shelcheimer E. (Germania): Makarenko oggi.
  •  Mettini E. (Italia): Motivi hegeliani nell’opera di A.S. Makarenko.
  •  Bogačisnkaja Ju. S.: Il tempo vivo di A.S. Makarenko (sul tempo e lo spazio in pedagogia).
  •  Abasheva A.P., Belikova M.Ju: Educazione morale e spirituale nella scuola media “A.S. Makarenko” di Danilov.
  •  Idee innovative di A.S. Makarenko nella teoria e nella pratica dell’educazione. Materiali per la conferenza. Redattore generare Runkova M.K., Saransk, 2007 (elenco incompleto):
  •  Fomin N.E.: A.S Makarenko sui principi della gestione dell’istruzione pubblica.
  •  Runkova M.K.: A.S, Makarenko: vita ed attività pedagogica.
  •  Gagaev A.A., Gavaev P.A.: Filosofia dell’educazione e dell’istruzione di A.S. Makarenko.
  •  Eremina R.A.: Ruolo delle idee pedagogiche di A.S. Makarenko nella risoluzione dei problemi sociali e professionali della società in corso di globalizzazione.
  •  Meshkov N.I: La concezione dell’educazione di A.S. Makarenko.
  •  Akhmetova A.M: Attività organizzativa, lavorativa ed aziendale degli educandi degli istituti educativi di AS. Makarenko.
  •  Mitjakina L.V.: A.S, Makarenko sull’educazione come fenomeno sociale.
  •  Majskij L.V.: Attività economica di A.S. Makarenko nell’educazione.
  •  Khlevin D.A.: Il lavoro come base dell’attività educativa di A.S. Makarenko.
  •  Shuvalova E.V: Persona e collettivo nel sistema pedagogico di A.S. Makarenko.
  •  Tradizione ed educazione. Materiali della conferenza internazionale teorico pratica. Collegio redazionale: Meshkov N.I ed altri. Sarank, 2007 (elenco incompleto):
  •  Meshkov N.I.: Tradizioni ed educazione.
  •  Frolov A.A: Educazione, istruzione, sviluppo, socializzazione: concetti pedagogici fondamentali, loro struttura nelle varie concezioni pedagogiche.
  •  Kozlova G.N.: Tradizioni educative della scuola sovietica del primo terzo del XX secolo nella valutazione di A.S. Makarenko.
  •  Ilaltdinova E.Ju.: Prime discussioni sull’esperienza e le idee di A.S. Makarenko (1926- 1928).
  •  Starodubova E.A: Specifica dello sviluppo morale della persona nella tradizione pedagogica anglo americana e nella tradizione nazionale.
  •  Letture per i 120 anni dalla nascita di A.S. Makarenko. Raccolta di saggi scientifici. Collegio Redazionale: A.V. Gorzhanin ed altri. Compilatore: L.L. Khokhlova. Samara, 2008. (Elenco incompleto):
  •  Frolov A.A.: A.S. Makarenko e L.I. Petrazhitzkij: corrispondenza di diritto e moralità (aspetti pedagogici).
  •  Zykov M.B.: Comportamento deviante come scarto dal ciclo di vita fondamentale della società.
  •  Zhuravlev S.I.: Ritorno a A.S. Makarenko.
  •  Egumeno Georgij (Shestun): Il ritorno ad un sistema di vita tradizionale è la cosa principale nella lotta con la tossicodipendenza.
  • Kozlova G.N.: L’innovatività di A.S. Makarenko nell’organizzare la collaborazione tra le generazioni.
  • Malikov B.Z.: La lettura di A.S. Makarenko nelle condizioni della Russia postsovietica.
  • Ilaltdinova E.Ju: Particolarità del lavoro di A.S. Makarenko con i delinquenti minorili e con i bambini abbandonati.

Deliberazioni di conferenze:

  •  Le idee della pedagogia nazionale: storia e contemporaneità. Materiali della conferenza internazionale teorico-pratica. Lectio pedagogiche makarenkiane. Sotto la redazione di L.I. Gritzenko, Volgograd, 2008. (Elenco incompleto).
  • Frolov A.A: A.S. Makarenko e V.A. Sukhomlinskij: fatti e realtà di una polemica (1967 – inizio anni Novanta).
  • Gritzenko L.I.: Approccio  funzionale nell’educazione di A.S. Makarenko.
  • Meshol Ali. (Germania): A.S. Makarnko: fonte dimenticata della scuola produttiva.
  • Serikov V.V: La logica pedagogica di A.S. Makarenko come metodologia della fondazione degli apparati pedagogici.
  • Tkačenko A.V (Ucraina): Il dramma pedagogico della colonia di lavoro Gor’kij.
  • Naumov V.N. (Ucraina): A.S. Makarenko e il metodo per una completa azione pedagogica di sviluppo dell’individuo.
  • Korableva T.F.: Studio umanistico dell’eredità di A.S. Makarenko.
  • Golovanova N.F: Educazione sociale: concetti e fatti nella pedagogia di A.S. Makarenko.
  • Kozlova G.N: Approvazione della pedagogia nazionale come scienza dell’educazione e l’eredità di A.S. Makarenko.
  • Bogačinskaja Ju.S.: La funzione del tempo nell’approccio antropocentrico all’educazione.
  • Ilaltdinova E. Ju.: Istruzione generale e professionale: particolarità delle idee e dell’esperienza di A.S. Makarenko.
  • Aksenov S.I.: Polemica sulle idee di A.S. Makarenko sull’educazione negli anni 1926- 1928.
  • Kantomirova A.N.: Il tema del lavoro come fondamento del formarsi della personalità nelle opere liriche di A. Zhigulin (prigioniero del Gulag).
  •  Shelomanova O.I: Esperienza di lavoro dei taglialegna della scuola “Dubrava”.
  •  Fonti della maestria pedagogica. Raccolta di saggi scientifici. 4° uscita. Materiali della conferenza internazionale teorico-pratica “L’eredità di A.S. Makarenko e le priorità pedagogiche della contemporaneità”. Redattore generale: V.A. Paschenko ed altri. Poltava, 2002, lingua russa ed ucraina (elenco incompleto).
  • Korableva T.F (Russia): Ricerca umanistica dell’eredità di A.S. Makarenko.
  • Zjazjun I.A.: La maestria pedagogica è un’attività orientata dalla persona.
  • Paschenko V.A.: L’esperienza di A.S. Makarenko nel contesto delle sfide del XXI secolo.
  • Bybljuk M. (Polonia): A.S. Makarenko e L. Kolberg sul cammino della costruzione di un modello teorico di sviluppo morale dell’uomo.
  • Karpenčuk S.G.: Una pagina oscura della vita di A.S. Makarenko e V.A. Sukhomlinskij (nella rivista “Narodnoe obrazovanie”: il ruolo di A. Bojm di A.E. Aleksandrov).
  • Dorokhovoa T.S (Russia): L’educazione sociale nell’URSS degli anni Venti del XX secolo.
  • Ilaltdinova E.Ju: Le condizioni socio-pedagogiche dell’attività creativa di A.S. Makarenko negli anni Venti e negli anni Trenta del XX secolo.
  • Belikova M.Ju (Russia): Realizzazione delle idee di A.S. Makarenko nella scuola “A.S. Makarenko” di Danilov.
  • Tkačenko A.V.: La colonia di lavoro Gor’kij di Kharkov di A.S. Makarenko e la comunità religiosa di Kurjazh.
  • Dmitrenko T.G, Kramareva O.V: L’eredità di A.S. Makarenko nel sistema educativo scolastico (gruppo “Rostok”, svilupo delle competenze sociali, la scuola come famiglia).
  • Zajatz S.S.: Il problema degli istituti internato infantili alla luce dell’eredità di A.S. Makarenko.
  • Frolov A.A. (Russia): La pedagogia di A.S. Makarenko: scienza della collaborazione tra le generazioni.
  • Gritzenko L.I (Russia): L’educazione orientata alla vita di A.S. Makarenko.
  • Golovanova N.F. (Russia): Il problema della socializzazione della gioventù nel sistema pedagogico di A.S. Makarenko.
  • Korshunova N.N. (Russia): L’umanizzazione dell’educazione produttiva e aziendale nel sistema pedagogico di A.S. Makarenko.
  • Il pensiero pedagogico nel contesto teorico-metodologico di A.S. Makarenko e della pedagogia moderna. Tesi della conferenza teorico-pratica. Responsabile della pubblicazione I.V. Malafik. Rovno, Ucraina. Lingua russa ed ucraina (elenco incompleto):
  • Frolov A.A. (Russia): La riflessione socio-pedagogica di A.S. Makarenko: concetti basilari della pedagogia e loro struttura.
  • Oksa N.N: Il problema della formazione della riflessione pedagogica dei futuri insegnanti nel contesto dell’eredità pedagogica di A.S. Makarenko.
  • Maksimjuk S.P.: Leggi della pedagogia makarenkiana.
  • Tkačenko A.V: Gli istituti – internato all’interno del corpo infantile del lavoro del distretto di Kharkov.
  • Ilaltdinova E.Ju: La pedagogia ufficiale e l’iniziativa pedagogico-sociale come fattori di sviluppo della teoria pedagogica (problematizzazione).
  • Filonenko R.S: I lavori di A.S. Makarenko sono un classico della pedagogia.
  • Il moderno A.S. Makarenko: “metodologia, teoria e pratica della pedagogia. Materiali del simposio internazionale.”  Redattore: Kharisov F.F., M.B. Zykov,  Frolov A.A. Mosca, FIRO, 2008 (in corso di stampa).
  • Autori: M.B. Boguslavskij, M.B. Zykov, A.A. Frolov, V.A. Mosolov, L.A. Stepashko, K.B. Nikolaev, S. Weitz, I. Gashkovez, E. Gunter- Shelheimer, M. Bybljuk, B.N. Naumov, L.I. Gritzenko, N.F. Golovanova, S.S. Nevskaja, T.I. Kuvshinova, I.N. Korshunova, N.G. Sannikova, T.V Simatova, V.v. Nikolina. G.N. Kozlova, E. Ju. Ilaltdinova, V.S. Nikolaeva ed altri.
  • Le conoscenze storico-pedagogiche all’inizio del Terzo millennio. Materiali per la quarta conferenza scientifica nazionale. Redattore e curatore: G.B. Kornetov. Mosca, 2008 (elenco incompleto):
  • Aksenov S.I.: L’esperienza pedagogica di A.S. Makarenko nel momento di rottura dello sviluppo della scuola sovietica (fine degli anni Venti del XX secolo).
  • Astafeva E.N.: Le idee della pedagogia manipolatrice nell’eredità di A.S. Makarenko.
  • Frolov A.A.:  Materiale, ideale e spirituale nella scienza dell’educazione nel materiale ereditato da A.S. Makarenko).
  • La pedagogia del bene comune: storia e contemporaneità: forum pedagogico dedicato agli  85 anni di I.P. Ivanov e alla nascita della Comune studentesca “A.S. Makarenko” (3 novembre 1963). 3-6 novembre 2008. S. Pietroburgo (elenco incompleto).
  • Discussione: Limiti delle possibilità della pedagogica del bene comune (moderatori N.P. Tzareva e E.V. Timova).

Conferenza: Collaborazione creativa delle generazioni nel movimento sociale infantile.

  • Lectio pedagogiche: Ricordi sul futuro (dedicato a I.P. Ivanov. Moderatori L.S. Nagavkina, E.N. Baryshnikov).
  • Assemblea studentesca: Metodica dell’educazione creativa collettiva (Moderatori: S.M. Platonova, K.P. Zakharov). Relazione: scienziati occidentali sulla pedagogia del bene comune.

Articoli:

  • Belov Ju: Il poema della vita. 120 anni dalla nascita del grande pedagogista sovietico A.S. Makarenko. Rivista “Sovietskaja Rossia”, 13 marzo 2008.
  • Boguslavskij M. Il nostro Makarenko. Rivista “Pedagogičeskij vestnik”, 2008,  numero di marzo.
  • Korableva T. L’uomo nuovo di Makarenko. Rivista “Pedagogičeskij vestnik”, 2008,  numero di marzo.
  • Naumov B. L’idea di A.S. Makarenko sulla pedagogia sintetica e la metodologia di un approccio olistico nell’educazione moderna. Rivista “Obraz sovremennogo pedagoga”, Poltava 2008, NN° 1-2.
  • Nurutdinova S.V Il fenomeno del miracolo giapponese: continuità e tradizione. Rivista “Pedagogika”, 2008, N°4  (sull’educazione in un ampio contesto socio-culturale in relazione alle strutture valoriali e di senso).
  • Mjasnikov V., Najdenova N. Competenze e dimensioni pedagogiche. Rivista “Narodnoe Obrazovanie” 2006, N°9.
  • Nikolaeva V.S. Sul cammino di Makarenko. Rivista “Pedagogičeskij vestnik”, 2008,  numero di marzo.
  • Rylskaja E.A. Educazione della capacità di adattamento alle condizioni di vita degli scolari. Rivista “Pedagogika”, N°3.
  • Rjabtzev A. I remigini hanno sputato a Misha col metodo di Makarenko. Settimanale “Komsomolskaja Pravda”. 22 – 29 marzo 2007.
  • Sokolov R.V e Sokolova N.V.  Le radici ortodosse dell’esperienza pedagogica di A.S. Makarenko.  Rivista “Besprizornik”, 2008, N°2.
  • Filonov N.G. Il cuore attivo dell’educazione Rivista “Pedagogika”, 2008, N°2.
  • G. Hillig. Occorre ridare alle stampe Makrenko. Rivista “Pedagogika”, 2008, N°4.
  • G. Hillig. Sulla strada dell’edizione accademica delle opere complete di A.S. Makarenko. Rivista “Pedagogika”, 2008, N°2.
  • G. Hillig. Stupefacente, collega Frolov. Per la pubblicazione delle nuove opere complete di Makarenko. Rivista “Postmetodika”, Poltava, 2008, N°1. (In lingua russa ed ucraina in riferimento all’opera: A.S. Makarenko, Scuola della vita, del lavoro e dell’educazione. Parte 1°, N. Novgorod, 2007).
  • Narodonoe obrazovanie, 2007, N°6: Comunicato stampa sul sesto concorso “A.S. Makarenko e lectio makarenkiane per il 2008. Contributi: O. Ručko per la regione di Kostroma, S. Bestuzheva sulla scuola Mirnenskaja della regione di Čeljabinsk, S. Morozov, il complesso agrario di Men Aldansk, Jakutja. “La scuola impresa educa i cittadini”: geografia di tali scuole in Russia.

Monografie e pubblicazioni  del 2° semestre del 2008 e del 1° semestre 2009.

  • A.S. Makarenko. Scuola della vita, del lavoro e dell’educazione.  Libro di testo di storia, teoria e pratica dell’educazione. Parte seconda. Lettere, progetti, libri e saggi, articoli 1928- 1932. Redazione e commenti A.A. Frolov, E. Ju Ilaltdinova. N. Novgorod 2008.
  • A.A. Frolov, E. Ju Ilaltdinova. L’eredità di Makarenko: elaborazione moderna e prospettive (aspetti metodologici). Analisi critica. Per una discussione. N. Novgorod  2009.
  • Morozov V.V. La pedagogia educativa di A. Makarenko. Un tentativo di continuità. Ricerca pedagogico- documentale. Mosca Egorevsk 2008.
  • Karpenčuk S.G. La riflessione pedagogica nel contesto teorico-metodologico dell’eredità di A.S. Makarenko e della pedagogia moderna. Rovno, Ucraina, 2008 (in lingua ucraina).
  • Levin Ja. N. “Il poema pedagogico continua. Racconto documentario sull’introduzione delle idee di Makarenko, sugli incontri dell’autore donati dal destino. Ekaterinburg (materiale autobiografico sul lavoro a scuola tra il 1950 e il 1955 come direttore della scuola media N°62 di Ufa, Bashkiria).
  • Sannikova N.G. Fondamenti teorici della preparazione professionale del socio-pedagogista come manager socio-pedagogico con il paragrafo “Tecnologia del management sociale nella teoria e nella pratica socio- pedagogica di A.S. Makarenko”. Ekaterinburg 2008.
  • Glikman I.Z. Teoria e metodi dell’educazione. Edu-istruzione. Libro di testo. Mosca, 2008. (Le opere di A.S. Makarenko sono dati nella letteratura consigliata.
  • Shirjaeva K. “Il cristallo della sua anima” (Corrispondenza di A.S. Makarenko con O.P. Rakovič). Poltava 2008.
  • L’eredità psico-pedagogico del passato nell’attiva socio-pedagogica del presente. Atti delle quinte lectio pedagogiche studentesche panrussse. Collegio redazionale: Sannikova N.G e altri. Ekaterinburg 2008 (elenco incompleto):
  • Zykov M.B.: La concezione della “reazione educativa” nella teoria e nella pratica di A.S. Makarenko.
  • Frolov A.A.: A.S. Makarenko e  V.A. Sukhomlinskij: fatti e realtà di una polemica (1967 – inizio anni Novanta).
  • Matveeva I.A. L’influenza del marxismo sulla teoria e sulla pratica dell’educazione al lavoro nell’esperienza di A.S. Makarenko.
  • Čapaev N.K. Vereschagina I.P.: LA realizzazione delle idee della coeducazione di maschi e femmine nel sistema educativo makarenkiano.
  • Bespalov A. Simonov D: L’esperienza dell’attuazione delle idee dirigenziali makarenkiane nel ginnasio “Optimum” (Ekaterinburg).
  • Spitzina N.V.. Vereschagina E.P.: Analisi pedagogiche della personalità degli educandi nell’eredità delle opere di A.S. Makarenko.
  • Simonov D.N, Sannikova N.G.: Seguaci e propagandisti delle idee di A.S. Makarenko a Ekaterinburg.

Anton Makarenko: La colonia di lavoro Gor’kij a Kharkov. Documenti e materiali 1926- 1928. Autori e curatori: I.F. Krivonos, N.N Tarasevič, A.V. Tkačenko e I.A. Zjazjun. Kiev, 2008, in lingua ucraina. Indice:

  1. Introduzione
  2. Sviluppo del sistema educativo umanistico di A.S. Makarenko nella colonia di lavoro Gor’kij a Kharkov (autori  I.F. Krivonos, N.N Tarasevič, A.V. Tkačenko). Pag. 7 – 116: La “conquista” di Kurjazh come problema pedagogico;  educazione al lavoro ed attività produttivo – imprenditoriale delle colonia come fattore pedagogico; attività scolastica nella colonia come condizione di sviluppo degli educandi; dinamica del collettivo educativo della colonia; A.M. Gor’kij – capo della colonia; scoperte pedagogiche di A.S. Makarenko nella colonia; dialettica nei rapporti di A.S. Makarenko come direttore della colonia con gli organi della pubblica istruzione nel periodo di permanenza a Kharkov; attività di A.S. Makarenko per la direzione delle colonie di lavoro del distretto di Kharkov; crisi pedagogica della tappa conclusiva dell’attività della colonia (con Makarenko ancora direttore).
  3. Materiali d’archivio 1925 -1928 sull’attività della Colonia di lavoro Gor’kij di Kharkov. Pag. 117 – 225.
  4. Annotazioni storico pedagogiche ai materiali d’archivio. Pag. 226 –  286.
  5. Indice delle istituzioni e delle organizzazioni. Pag. 286 -315 (con brevi informazioni sugli stessi).
  6. Indice dei nomi. Pag. 315 -343 (con brevi annotazioni bibliografiche).
  7. Elenco dei documenti e dei materiali dal 1925 al 1928 sull’attività della colonia. Pag. 344- 350.
  8. Postfazione (I.A. Zjazjun).

Atti della conferenza internazionale teorico-pratica “L’eredità di A.S. Makarenko e le priorità pedagogiche di oggi” e del seminario teorico pratico panucraino “Le idee di A.S. Makarenko nella direzione degli istituti di istruzione”. Poltava, 2008,(in lingua ucraina) (elenco incompleto):

  • Mjakushko N.S.: L’attualità della pedagogia di A.S. Makarenko per la risoluzione dei problemi dei bambini del circondario di Poltava.
  • Paschenko V.A. Disposizioni concettuali della pedagogia di A.S. Makarenko come chiave alla comprensione e alla soluzione creativa dei problemi dell’istruzione nazionale odierna.
  • Grineva M.V., Gomlja, L.M.: Le idee di A.S: Makarenko nella maestria pedagogica dell’educatore degli istituti penitenziari.
  • Okrhimenko I.V., Zeljuk V.V.: L’eredità di A.S. Makarenko nella teoria e nella pratica della scuola moderna.
  • Fedosov A. Ju: Risorse pedagogiche on line dedicate a A.S. Makarenko come parte di un sistema di educazione nelle condizioni di un unico ambiente informatico scolastico.
  • Frolov A.A.: A.S. Makarenko come riformatore sociale e pedagogista.
  • Basan S.N: Scuola e produzione. La produzione dell’uomo.
  • Bondarenko E.A., Bojko M.M.: Le idee di A.S. Makarenko per garantire un approccio tecnologico nell’educazione.
  • Gerasimenko M.S: L’esperienza di A.S. Makarenko per la creazione di uno spazio di attività vitale nella colonia.
  • Gončarenko I.D.: A.S. Makarenko in Internet.
  • Grineva M.V., Zaika I.V: A.S. Makarenko e la pratica dei moderni istituti educativi.
  • Dorokhova T.S: Educazione sociale come fenomeno socio-pedagogico nell’URSS degli anni Venti.
  • Kičuk Ja. V.: Approccio tecnologico alla competenza giuridica dello specialista (nel contesto della pedagogia di A.S. Makarenko).
  • Klimenko Ju. A, Tikhomirova I.S: Tradizioni della scuola di Poltava nel contesto della teoria makarenkiana della formazione del collettivo.
  • Kozhedub O.V, Mas’ N.M: Aspetti pratici dell’accettazione della teoria del collettivo di Anton Makarenko nel lavoro con le formazioni militari.
  • Kolodočka V.V.: La categoria della felicità nell’opera di A.S. Makarenko come base dello sviluppo armonico della personalità.
  • Kunschina I.V.: Formazione del collettivo scolastico della scuola di campagna sulla base dell’esperienza di A.S. Makarenko.
  • Efremov S.V.: Questioni dell’organizzazione del lavoro scientifico e di ricerca nel lascito dei lavori di A.S. Makarenko.
  • Zhuretzkij Ja. I. . : A.S. Makarenko sull’etica del collettivo pedagogico.
  • Ivasshina S.V.: L’eredità di A.S. Makarenko e il problema dell’educazione familiare moderna negli USA.
  • Ivaschenko I.A: Disciplina: Manganello da poliziotto o bacchetta da direttore d’orchestra.
  • Lukjanenko O.V: Volontà e creatività del genere umano nel processo di razionalizzazione della scelta di cosa si vuole diventare nella vita.
  • Melnikova O.V: Orientamenti dell’educazione economica nell’eredità pedagogica di A.S. Makarenko.
  • Misik T.V: A.S. Makarenko sul ruolo del lavoro nell’educazione della personalità.
  • Čubar I.V., Moroz Ju. M.: Attività dirigenziale di A.S. Makarenko nel processo educativo.
  • Shulkevič O.A.: L’eredità socio- pedagogica di A.S. Makarenko alla luce dei problemi della socializzazione della personalità nel collettivo ai giorni nostri.
  • Javorskij E.B: Logica dei concetti sistemici nell’opera  pedagogica di A.S. Makarenko.
  • Nadeen V.V: Sviluppo della teoria dell’educazione nell’esperienza di A.S. Makarenko.
  • Nikolashina T.I, Denisovetz I.V: L’eredità artistica di A.S. Makarenko come fonte di studio della sua  opera.
  • Pastir Ju. I.: Il problema della socializzazione della personalità nell’eredità pedagogica di A.S. Makarenko.
  • Tkačenko A.V.: La colonia di lavoro Gor’kij di Kharkov e gli organi locali per la lotta con l’infanzia abbandonata.
  • Tzubulko Ju. A.: Le idee di A.S. Makarenko a Cuba.
  • Perunina Ju. A. Onore, dignità , orgoglio: collettivo e personalità.
  • Pikhorovič V.D.: Dialettica e pedagogia: Socrate, Makarenko, Ilenkov.
  • Ponomarenko V.V.: Chi non lavora non solo non mangia, ma neanche diventa un uomo.
  • Rabijčuk S.O: Le idee pedagogiche di A.S. Makarenko nel contesto della pedagogia come scienza dell’educazione nell’ambiente sociale.
  • Rudenko D.V: Per la questione sull’unità di teoria e pratica: filosofia di Spinosa e pedagogia di A.S. Makarenko.
  • Samarskij A.Ju.: Il principio della coincidenza di fini personali, collettivi e sociali nella pedagogia di A.S.Makarenko.
  • Samolejnko S.S.: Le idee pedagogiche di A.S. Makarenko sulla collaborazione come fondamento vitale di un’organizzazione.
  • Sas N.M.: Arricchimento della teoria dell’interazione socio-pedagogica con le scoperte della sociologia e della psicologia sociale.
  • Skorjak A.G: La tecnologia educativa makarenkiana nella dimensione delle moderne teorie e pratiche della pedagogia.
  • Skripnik S.F, Andrushina G.M: Accettazione delle idee di A.S. Makarenko nel processo d’istruzione ed educativo nell’istituto professionale minerario della città di Komsomolsk.
  • Svičenskaja Ja.V.,  Bilyk N.I.: A.S. Makarenko sui fondamenti organizzativi e dirigenziali dell’educazione del collettivo.
  • Materiali della conferenza internazionale teorico- pratica “L’eredità degli influenti pedagogisti della zona di Poltava nella dimensione educativa internazionale e del seminario teorico-pratico panucraino “Esperienza degli eminenti educatori della zona di Poltava nell’attività dirigenziale”. Poltava, 2009, (in lingua ucraina) (elenco incompleto):
  • Zeljuk V.V.: Mezzi della pedagogia popolare ucraina nel sistema educativo di A.S. Makarenko.
  • Vorona P.V.: La pedagogia della gestione del collettivo nel moderno management.
  • Ermakov I.G.: Fondamenti delle competenze vitali della personalità.
  • Gritzka T.S: Competenze professionali del pedagogista nel contesto delle idee di A.S. Makarenko.
  • Krivonos I.F.: L’attività pedagogica di A.S. Makarenko nella colonia di lavoro M. Gor’kij.
  • Kramuschenko L.V: Per la questione della Weltanschaaung proessionale del Makarenko direttore della colonia Gor’kij.
  • Grudina V.M: Attualità delle idee noosferiche di V.I. Vernadskij.
  • Dorosh O.O.: Il sistema educativo di A.S. Makarenko: esempio di educazione comunista della persona oppure modo universale di educazione?
  • Litvinenko V.S.: L’autoanalisi è il presupposto del successo dell’attività dirigenziale di A.S. Makarenko.
  • Muraj O.V.: L’educazione dei besprizornye nell’esperienza di A.S. Makarenko.
  • Nečiporenko O.M.: Teoria e pratica nelle opere di A.S. Makarenko.
  • Rogova P.I: Come V.I Vernadskij divenne un pedagogista.
  • Tkačenko A.V: aspetti cinematografici poco noti della storia della colonia infantile di lavoro M. Gor’kij.
  • Tzimbal N.V: Educazione sociale della gioventù nel lascito di A.S. Makarenko.
  • Appunti scientifici dell’università pedagogica nazionale di Kharkov. 1 (57), parte 2. Per i 120 anni dalla nascita e i 70 anni dalla morte di A.S. Makarenko. Redattore generale: Frizman L.G. Kharkov 2009 (in lingua russa ed ucraina) con i contributi di :
  • Getmanez N.F: A.S. Makarenko: uno scrittore attraverso il prisma del tempo.
  • Silaev A.S.: Il Poema pedagogico nel processo letterario degli anni Trenta.
  • Dotzenko I.I.: A.S. Makarenko sul “Canto della schiera di Igor”.
  • Ilinschkaja O.P  “Ma  che c’era un bambino?” (sulla questione degli insuccessi artistici di A.S. Makarenko autore di Bandiere sulle torri).
  • Getmanez O.I: L’onomastica artistica nell’opera di A.S. Makarenko.
  • Sviluppo dei principali indirizzi della scienza pedagogica del XX secolo. Parte 1°. Sotto la redazione di M.V. Boguslavskij, T.B. Ignat’eva. Mosca – Tver’ (2009) (elenco incompleto):
  • Stepanova I.V.: Comprensione plurale dell’educazione e crisi del paradigma scientifico.
  • Stepanov P.V: Dall’analisi dei sistemi educativi alla caratterizzazione dei modelli innovativi.
  • Suprunkova L.L: Educatori indiani moderni sull’educazione e l’istruzione della personalità..
  • Shevelev A.N: Il potenziale dell’approccio urbanistico nello studio dei fenomeni storico-educativi.
  • Frolov A.A.: Fattori obiettivi e soggettivi nella scienza dell’educazione (secondo il lascito di A.S. Makarenko).
  • Kozlova G.N: Limiti dei successi dei seguaci di A.S. Makarenko nell’affermarne le specifiche nell’educazione.
  • Ilaltdinova E.Ju: L’innovatività di A.S. Makarenko nel contesto dell’affermazione e dello sviluppo della pedagogia ufficiale degli anni 1920 – 1930 in URSS.
  • Conoscenze storico- pedagogiche all’inizio del terzo Millennio: concezioni e tematiche delle ricerche storico-pedagogiche. Atti della quarta conferenza nazionale scientifica. Redattore e curatore: G.B. Kornetov- Mosca, ASOU, 2008 (elenco incompleto):
  • Aksenov S.I: L’esperienza pedagogica di A.S. Makarenko nel momento di rottura dello sviluppo della scuola sovietica (fine anni Venti).
  • Astafeva E.N: Le idee della pedagogia manipolatrice nell’eredità di A.S. Makarenko.
  • Kornetov G.B: Affermazione della storia della pedagogia come ramo del sapere.
  • Savin M.V: Tradiozionologia come base metodologica delle moderne ricerche storico-pedagogiche.
  • Frolov A.A.: Materiale, ideale e spirituale nella scienza dell’educazione.

Articoli:

  • Frolov A.A., Ilaltdinova E.Ju: Dogmi e nuova ampiezza dell’eredità di A.S. Makarenko. Mosca. Rivista “Pedagogika” N°5, 2009.
  • Bykov D: “Bandiere senza torri”. Giornale “Izvestja”, Mosaca, 1 aprile 2009 (per i 70 anni dalla morte di A.S. Makarenko. Sul romanzo Bandiere sulle torri).
  • Morozov V. Per i 120 anni dalla nascita di A.S. Makarenko. Rivista “Vospitanie shkolnikov”, Mosca, N°6, 2008 (sulla mostra “Makarenko ieri ed oggi” presso il museo dell’educazione di Mosca”.
  • Gaev N Attualità – inattualità dello studio dell’opera di A.S. Makarenko  Rivista “Direktor shkoly, litzeja i gimnazii”, Kiev, N° 4 (agosto – settembre) 2008 (in lingua ucraina).
  • Tkačenko A.V. Uno sguardo contemporaneo al dramma pedagogico di A. Makarenko. Rivista “Slavjanskij sbornik”, N°7, Poltava 2008.
  • Tkačenko  A. Autogestione nella pratica educativa di A.S. Makarenko: necessità pedagogica o giocare alla democrazia. Conferenza teorico-pratica studentesca panucraina, Poltava, 2009.
  • Gorshkova V.V., Kostetzkij V.V.: L’educazione degli adulti: cambio di paradigma sulla soglia del nuovo millennio.
  • Glikman I.Z: Un classico della pedagogia mondiale. Rivista “Pedagokika” Mosca, N°5, 2008. Vedi  anche “Diritto ed educazione”, Mosca, N°12, 2009.
  • Glikman I.Z: La pedagogia viva di A.S. Makarenko. Per i 120 anni dalla nascita di A.S. Makarenko.  Rivista “Innovazione nell’educazione”, Mosca, N°3, marzo 2008.
  • Nikolaeva V.: Makarenko ha vissuto, vive e vivrà nella reltà reale dei pedagogisti che ne condividono le idee.
  • Kazaeva N: Parola d’ordine del successo: attenzione per l’uomo.
  • Tumanova N.: Ometto straordinario. Le dispute intorno a Makarenko non si acquietano.
  • Narodnoe Obrazovanie, M. N°10, 2008:
  • VII Concorso “A.S. Makarenko” e lectio makarenkiane. Disposizione sul concorso.
  • Zamostjanov A: Educazione produttiva: un impulso necessario. L’esperienza della scuola Isheevskaja e della impresa studentesca “Impuls”.
  • Bestuzheva S. “ Impegnarsi impegna. Scuola media, scuola agraria di Modut (Repubblica Sakha, Jakutia).
  • Orlova M: Scuola agraria è la via verso la vita. La scuola internato agraria di Krasnogorsk, regione di Pskov.
  • Guskova E. Scuola ed impresa: rapporti, e legami con la pratica.
  • Nikolaev Ju: Il poema sulla rinascita dell’anima. Rivista “Tverskaja 13”, marzo 2008 (Sulla conferenza presso il museo pedagogico di Mosca “A.S. Makarenko”: “ Senso sociale produttivo ed economico nonché spirituale ed antropologico del lavoro produttivo nella pedagogia di A.S. Makarenko.
  • Kaliničenko N. “Con Makarenko per la vita. Rivista “Oblastnaja gazeta, città di Sumy, Ucraina, 21 ottobre 2008 (in lingua ucraina sulla conferenza teorico- pratica  internazionale “La pedagogia educativa di A.S. Makarenko è moderna e necessaria. 20 – 21 ottobre 2008. Università Pedagogica Statale di Sumy “A.S. Makarenko”.
  • Narodnoe obrazovanie, N°3, 2009:
  • Disposizione sul concorso internazionale “A.S. Makarenko”.
  • Vifleemskij A: come preparare i materiali per il concorso internazionale “A.S. Makarenko”.
  • Vifleemskij A: Entrate delle scuole impresa e il pagamento degli studenti.
  • Dmitrieva E: L’estate del nord: integrazione di lavoro e riposo.
  • Paramonov A, Paramonov E, Tuzov D. Sistema d’impresa come mezzo di educazione (L’esperienza del college impresa N° 11 della città di Mosca).
  • Filippov V. Educa solo il lavoro produttivo. Rivista “Narodnoe Obrazovanie”, N°4, 2009.
  • Rivista “Pedagogika” N° 9, 2008. (Il numero è completamente dedicato all’educazione morale e spirituale senza il tema del lavoro e un riferimento a A.S. Makarenko).
  • Narodnoe obrazovanie, N° 6, 2009: Atti del 7° concorso “A.S.Makarenko” delle scuole impresa.

Poema Pedagogico Anton Semënovič Makarenko

2009_Makarenko_CopertinaAnton Semënovič Makarenko (1888-1939) è con Pestalozzi, Rousseau, Tolstoj, Don Milani, tra i pochissimi autori che, nel mondo contemporaneo, siano stati egualmente riconosciuti “grandi”, sia come educatori sia come scrittori.

Le opere di Makarenko, ripubblicate ancora di recente in Russia come “Opere complete”, sono state e continuano ad essere largamente circolanti in tutto il mondo. In particolare il Poema pedagogico è l’opera più tradotta e studiata… Formidabile strumento formativo umano, nutrito di esperienze vitali essenziali e di raffinatezze letterarie, filosofiche, artistiche molteplici, provenienti da Gogol’, Dostoevskij, Gor’kij e, prima, da Platone, Kant, Hegel, Nietzsche. Da Marx-Engels, ma anche da Dante, Goethe, Maeterlink, Bellamy, Mark Twain, Zamjatin e Aleksej Tolstoj, nonché da Raffaello, Vrubel’, Ejzenštejn, ecc.

In Italia – dove i libri di Makarenko sono attualmente pressoché introvabili -, oltre alPoema pedagogico, best seller degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, hanno avuto una discreta circolazione Bandiere sulle torri, La marcia dell’anno’30, Consigli ai genitori, le lettere a Gor’kij. Quel che però è mancato e manca è una lettura del Poema pedagogico non ideologica e davvero corrispondente al dettato dell’autore. Proprio a ciò la presente edizione si propone di contribuire.

Questa edizione del Poema pedagogico di Anton Semënovič Makarenko è, intanto, il frutto di  una concreta attività didattica e di ricerca, in un determinato ambiente universitario (Roma “LaSapienza”).

Ciò che provvisoriamente ne risulta, è il romanzo per eccellenza dei besprizornye (bambini e ragazzi“senza tutela”), nell’URSS degli anni Venti e Trenta del secolo scorso; e il “poema” dell’illimitata fiducia nell’educabilità umana,della responsabilità personale e della formazione del collettivo,della fertilità del nesso studio-lavoro, dell’“uomo nuovo” e della“prospettiva”. I temi, cioè, del Makarenko “antipedagogico” e del“collettivo”: della “pedagogia della lotta” e del “rischio”, del “gioco” e dell’“avventura”, del “senso dell’onore” e di una moralità elementare “altra”, della “libertà” e della “disciplina”, della “tradizione” e dello “stile”. Del“negativo” che si fa “positivo”.Della “gioia del domani” e della“vita piena”, adesso. Del cooperativismo educativo, nel farsi delle sue possibilità d’impresa e virtualità creative. Degli handicap sociali, che possono tramutarsi in eccezionale risorsa per tutti.

Tra pedagogia e antipedagogia

A cura di

Nicola Siciliani de Cumis

Con la collaborazione di

Chiara Coppeto

Roma  –  2009

Composizione grafica a cura di Chiara Coppeto

A Giovanni Mastroianni

Caro Professore,

ecco dunque un esempio concreto, tra gli altri possibili, di ciò che tenevo a dirvi, avanzando l’ipotesi di dare pubblicità ai prodotti della didattica universitaria. Se pubblichiamo cioè i nostri lavori scientifici, perché non pubblicare anche quelli didattici ?

Gli autori di questo Makarenko “didattico” 2002-2009 sono una trentina di laureati della chiacchieratissima “laurea  breve”: alcuni iscritti alla “laurea magistrale”, altri no. E l’opera”, che ora ne risulta, è solo una parte di una produzione a stampa ben più ricca, che s’incentra, da un lato, sul Makarenko “autore” ed “eroe” del Poema pedagogico, e, da un altro lato, sul nostro mondo attuale, estraneo all’educatore e scrittore sovietico. Una pratica culturologica, questa, che ha richiesto e richiede un notevole impegno didattico: e ricerche, ricerche sul piano storico, letterario, psicologico, sociologico, metodologico, ecc.

Non si spiegherebbero, del resto, né la presente antologia, né la ricerca da cui essa risulta, se si prescindesse dal Poema pedagogico, tra l’altro oggetto di una nuova traduzione: la quale avviene con la collaborazione di alcuni studiosi e di parecchi laureati e studenti. Né si capirebbero, nelle loro pieghe, le successive riletture del romanzo makarenkiano, se non si tenesse nel giusto conto l’insieme delle altre attività scientifiche e didattiche, a cura della Cattedra pedagogica della “Sapienza” romana, negli anni dal 1982 al 2009. Spero quindi che vogliate accettare, da parte di chi vi ha lavorato, questa pubblicazione: con i suoi eventuali motivi di interesse e i suoi certo immancabili difetti, eccessi, errori. In segno di stima, gratitudine, affetto, per il vostro ottantottesimo compleanno.

 Nicola Siciliani de Cumis   –  Roma, 15 gennaio 2009

Makarenko “didattico” 2002-2009

 

 

La Marcia dell’anno ‘30

Si parla di Anton Semënovič Makarenko facendo riferimento in modo prevalente al Poema pedagogico (Pedagogičeskaja poema[1]), la sua opera narrativa più famosa che contiene gli elementi basilari della sua esperienza di educatore e di pedagogista. Ma ci sono altre opere che sono ugualmente importanti e che raramente vengono citate e soprattutto difficilmente sono studiate. Mi riferisco ai romanzi autobiografici La marcia dell’anno ’30 (Marš tridcatogo goda) e Bandiere sulle torri (Flagi na bašnjach). Altre opere sono ugualmente significative nella proposizione della pedagogia makarenkiana e nella esplicitazione della sua esperienza di educatore, come Consigli ai genitori, titolo editoriale e non originale, oltre alle conferenze tenute in numerose occasioni, compreso quelle alla radio sovietica, ma non rientrano nel carattere narrativo che maggiormente caratterizza il Makarenko letterario. Uno squarcio molto interessante sulla personalità del maestro è fornita dalla corrispondenza con la moglie Galina Stachievna Sal’ko, anche se prevalgono gli aspetti privati e gli interessi culturali della coppia.

Vediamo di esaminare il carattere e i contenuti della Marcia dell’anno ’30.

Si tratta della prima opera narrativa di Anton Semënovič Makarenko, pubblicata nel 1932, su incoraggiamento di Maksim Gor’kij, amico e sostenitore del maestro. Il 7 dicembre 1932, Gor’kij scriveva da Sorrento, dove risiedeva da alcuni anni, parole entusiaste:

Avete presentato molto bene la comune e i comunardi. In ogni pagina si sente il vostro amore per i ragazzi, la vostra continua preoccupazione per loro e l’acuta comprensione dell’animo infantile. Mi congratulo sinceramente con voi per questo libro. Ne scriverò probabilmente qualcosa. [2]

In quegli stessi anni, Mkarenko stava portando a termine la redazione del Poema pedagogico, ma era pieno di dubbi e di reticenze sul valore letterario dell’opera che andava componendo. Il giudizio positivo di Gor’kij sulla prima fatica e gli incoraggiamenti successivi, lo indussero a concludere rapidamente la stesura di quella che sarebbe stata la sua opera più importante e diventata, com’è noto, un vero e proprio avvenimento letterario, non soltanto in Unione Sovietica.

La marcia dell’anno ’30 si può considerare la prosecuzione del Poema pedagogico, nonostante sia stata scritta in contemporanea con il Poema e sia stata pubblicata prima, in quanto affronta l’esperienza della comune Dzeržinskij, temporalmente successiva alle comuni Gor’kij e Kurjaž descritte nel Poema e anche della colonia Primo maggio, le cui vicende sono narrate in Bandiere sulle torri.

Unico così è il filo dell’azione che lega le tre opere che, pur non assumendo mai carattere sistematico, nascono come descrizione ed esposizione di fatti; come direttive per un’azione concreta. C’è da dire che le tre opere sono tutte una celebrazione del collettivo. Questo nella sua prima fase (colonia Gor’kij) risentì di tutte le incertezze proprie degli inizi e di tutti i pericoli di rovina da cui lo salvarono […] la fede e l’ottimismo di Makarenko. Nella seconda fase (Comune Dzeržinskij) il collettivo è ormai solido nella sua struttura, nelle sue aspirazioni e nelle sue esperienze. Sette anni nono sono passati inutilmente. Inoltre la società sovietica ha superato i suoi momenti di crisi più acuta e gli sforzi per la realizzazione del primo piano quinquennale hanno già dato i loro frutti. Tutte coteste esperienze rivivono, in forma più o meno diretta nel romanzo a carattere autobiografico Bandiere sulle torri, che appunto, mette a fuoco i progressi della comune Dzeržinskij negli anni dal 1931 al 1935. [3]

E’ l’anno dell’assassinio di Sergej Kirov, il segretario del partito di Leningrado, preso a pretesto per scatenare le prime purghe staliniane, vero e proprio prodromo della tragedia del comunismo e dello stalinismo. Si saprà più tardi che fu Stalin a ordinario l’assassinio di Kirov, il più brillante dei dirigenti politici, nel quale temeva un antagonista pericoloso. Lev Davidovič Trockij era già stato esiliato e sarà a sua volta ucciso a Città del Messico  nel 1944.

La marcia dell’anno ’30 riprende i temi del Poema pedagogico, li sviluppa, in forma persuasiva, e direi visiva, attraverso la narrazione dei fatti educativi che il Makarenko svolse, con animo di educatore più che con pretese teoriche, nel magistero vivo della comune Dzeržinskij. Per questo suo aspetto caratteristico di scuola viva nella quale l’esperienza consumava l’ansia della ricerca di metodo, La marcia anticipò le teorie orientative che la pedagogia sovietica attuò nel 1931 con il decreto Sulla scuola elementare e media nelle quali, come è noto istruzione e lavoro, scuola e officina, attività lavorativa e attività intellettuale trovarono una loro prima conciliazione.[4]

Una lettura attenta della Marcia dell’anno ’30, a dire il vero, mette in evidenza i limiti narrativi, rispetto al Poema pedagogico e anche di Bandiere sulle torri. Nonostante i parere entusiasta di Gor’kij, si potrebbe parlare di un’opera non riuscita. Il romanzo è lento, prolisso, enfatico. Si presenta con i caratteri di una relazione pedagogica piuttosto che come opera narrativa. Il carattere autobiografico risulta evidente in ogni pagina, ma si tratta della spiegazione di una esperienza, non di un racconto vero e proprio, come nelle opere successive.

I personaggi sono appena abbozzati, la loro psicologia è presentata in modo approssimativo, molte situazioni appaiono scontate. Ma la zampa del leone è già presente, nella descrizione dei luoghi, nella presentazione delle attività, nella organizzazione e nel funzionamento del collettivo, nella esplicitazione dei contrasti generazionali e di metodo. L’io narrante è lo stesso Anton Semenovic Makarenko, direttore della comune, circondato da personaggi dalla spiccata personalità e distintività. In numerose occasioni emerge la forza narrativa dell’autore, la sua inventiva, la padronanza del linguaggio.

Davanti ad un piccolo bosco di querce, con la facciata rivolta verso Char’kov, sorge una bella casa grigia con aiuole fiorite, un giardino con tanti alberi di frutta, campi di tennis, di palla a volo, di cricket ed un vasto campo aperto. Ovunque odore di fiordalisi e di artemisia.

Questa è la sede della più giovane Comune infantile dell’Ucraina, inaugurata il 29 dicembre 1927, che porta il nome di Feliks Dzeržinskij. Centocinquanta comunardi (centoventi maschi e trenta donne) abitano lo splendido edificio costruito proprio per loro.[5]

L’incipit del romanzo è diretto. Makarenko non vuole disperdee energie, va dritto al cuore del problema. Tuttavia, non perde il gusto del narratore, formatosi sulla vasta opera narrativa di Maksim Gor’kij.

I vecchi monasteri o le case degli ex proprietari terrieri venivano generalmente adoperate come case dei fanciulli o come colonie.

Durante la Rivoluzione, questi vecchi edifici erano ridotti a dei ruderi, e prima di adattarli ad abitazioni per ragazzi, bisognava procedere ai restauri. I falegnami e gli stagnini dei dintorni giravano per le ville con i loro semplici arnesi eseguendo le riparazioni e decorando gli edifici con toppe di pino fresco e con primitive stufe panciute.

Nelle stanze, una volta tanto accoglienti, si sistemavano gli oggetti dell’educazione sociale. Accanto ai fragili lettini di filo di ferro si appendevano come ornamento, ai chiodi delle pareti, sudici asciugamani.

Gli stessi falegnami, nel loro onesto slancio, innestavano zeppe di pino fra le tavole sconnesse del parquet. I balconcini predestinati ai piedini delle donne di Turgenev ed i parapetti su cui poggiavano le loro tenere manine, non potevano sostenere gli esercizi fisici della gioventù disorganizzata, e i loro rottami rendevano d’inverno l’ultimo servizio all’umanità: la fiamma delle stufe divorava con grande avidità codesto legno secco.[6]

L’esperienza pedagogica emerge in tutta la sua positività, avendo alle spalle gli anni delle comuni Gor’kij e Kurjaž. Ma l’enfasi propagandistica di molte pagine fa perdere freschezza e forza alla stessa esplicitazione della pedagogia della prospettiva, basata sulla indicazione di obiettivi concreti da conseguire di volta in volta, in modo da produrre fiducia e certezze nei ragazzi impegnati nella comune.

La comune era nata per iniziativa dei membri della Ceka[7] di Charkov. Poliziotti e agenti segreti decisero di tassarsi per realizzare un monumento al fondatore della polizia segreta, Feliks Edmundovič Dzeržinskij, moro nel 1926. I cekisti[8] volevano erigere un monumento sociale allo stretto collaboratore di Vladimir Il’ič Lenin, piuttosto che incaricare uno scultore di fondere una statua da collocare al centro di una piazza di Char’kov. Nacque così l’idea di finanziare la costruzione di una comune, con uno scopo duplice: da un lato ospitare besprizornye ancora numerosi all’epoca, contribuendo ad alleviare una grave piaga sociale e umanitaria; dall’altro partecipare attivamente alla realizzazione degli obiettivi del primo piano quinquennale nel campo della produzione di beni materiali. L’uomo più indicato per portare al successo il progetto venne individuato nella persona di Anton Semenovič Makarenko, che aveva ottenuto risultati impensabili con le colonie Gor’kij e Kurijaz nell’ex governatorato di Poltava.

Naturalmente, il funzionamento della comune doveva rispondere anche al mutamento dei tempi, al nuovo clima politico, allo sforzo gigantesco dell’industrializzazione, al bisogno di riportare ordine nella società. quindi, la formazione dell’uomo nuovo doveva rispondere a questi caratteri, più accentuati rispetto all’esperienza che sarà raccontata nel Poema pedagogico. Da questa esigenza nasce anche il titolo del romanzo: La marcia dell’anno ’30.  Di cosa si tratta ?

Ogni anno, in occasione di ricorrenze solenni, i dzeržincy, i besprizornye della comune, unitamente ai loro insegnanti e alle maestranze,  partecipavano alle sfilate celebrative. Scendevano in città in perfetta organizzazione militaresca, vestiti con la divisa ufficiale della comune, maschi e femmine. Preceduti dalla bandiera e anche dalla piccola banda costituita all’interno della comune, i ragazzi sfilano incolonnati tra lo stupore e l’ammirazione del pubblico.

Per le grandi ricorrenze della Rivoluzione la comune marcia verso la città. Le marce più importanti sono il sette novembre e il primo maggio. Durante i congressi ed i raduni, nei giorni dei saluti reciproci e delle alleanze, delle visite alla GPU[9] e dei festeggiamenti sportivi, al segnale raduno nazionale, l’organizzazione operaia della comune si considera sciolta ed entra in vigore quella militare. I reparti cessano di esistere per dar luogo ai cinque plotoni con i rispettivi comandanti.[10]

Molto suggestiva è la descrizione della marcia per le vie di Mosca: i ragazzi scoprono la grande città, capitale del Paese dei soviet in piena trasformazione e ne rimangono abbagliati.

Il 7 luglio 1929 alle sei del mattino la colonna dei comunardi si muove dalla piazza della stazione di Kursk verso l’alloggio di Mosca. Nelle strade fresche e deserte echeggiano le note della nostra orchestra. Gli occhi non ancora del tutto aperti guardano con curiosità le strade moscovite.

Eccola la grande Mosca, sogno di tutto un anno e argomento di innumerevoli discussioni! Ci incamminiamo verso il centro. All’angolo di un viale vien dato l’ordine: riposo! Ma non per riposarci piuttosto per raccoglierci. I ragazzi mi circondano, tutti sono eccitati e ansiosi.

«Attenti. Avanti marsc!»

Sull’asfalto della via Mjasnitskaja, i comunardi si chetano. Mosca rivolge a noi il suo grave sguardo di capitale, ci mostra le sue vetrine ben fornite e numerose e la prospettiva delle sue strade… Dinanzi i merli di Kitaj-Gorod (si tratta del quartiere cinese, centro del commercio moscovita ancora oggi. Nda).

«Eh questa sì che è Mosca» borbotta dietro di me il portabandiera.

Karabanov (è uno dei veterani delle colonie di Makarenko, protagonista del Poema pedagogico, giunto alla comune per portare la sua esperienza di uomo nuovo. Nda) dà il comando: «Compagni comunardi! Alla direzione politica statale, saluto!» (L’allusione è alla GPU, erede della Ceca. Nda).

Salutiamo allegramente i nostri superiori e voltiamo verso la grande Lubjanka, ora via Dzeržinskij. In questa strada c’è l’alloggio per noi, la scuola del reparto trasporti della GPU.[11]

Tuttavia, il carattere delle marce, l’organizzazione, il comportamento dei partecipanti, richiama qualcosa di militaresco e di propagandistico, anche se alla base c’è l’orgoglio di essere i ragazzi della comune, i comunardi. Sono aspetti che oggi non sono più accettati e che lasciano perplessi, anche se al tempo di Makarenko avevano un senso e rientravano negli aspetti più rigidi della colonia e della comune.

L’anno 1930 la marcia si svolge in Crimea e sui dorsali delle montagne si conclude l’avventura pedagogica di Makarenko:

Il 31 agosto alle sei del mattino ritorniamo a casa. Le nostre vacanze sono finite. Dinanzi a noi si presenta l’anno nuovo e i piani per le nuove azioni. Nei vari reparti i comandanti sono cambiati, nel primo è ritornato Volcok ed il segretario non è più Vaska Kamardinov, ma Kommuna Charlovna, una persona sostenuta, seria e colta.

Ora Solomon Borisovic godrà ancora di minore libertà nel consiglio dei comandanti. Solomon Borisovic fabbrica. Tutti gli spiazzali del nostro vasto cortile sono ingombri da materiale da costruzione; simultaneamente in vari luoghi si alzano le mura di edifici nuovi: uffici, magazzini ed officine. Tutti i piani, tracciati prima di partire per la Crimea da Solomon Borisovic stanno per effettuarsi e questo lo lega definitivamente ai comunardi.[12]

Figura molto importante nella narrazione è proprio quella dell’ingegner Solomon Borisovič, un tecnico che si ritrova nella comune per insegnare ai ragazzi il lavoro e anche per organizzare la produzione. I suoi metodi sono inizialmente in contrasto con gli obiettivi della comune. Egli fa prevalere le difficoltà alla voglia di fare, per cui si scontrano due metodi nel concepire la produzione: da un lato la tradizione e dall’altro la volontà di conseguire gli obiettivi fissati dal piano quinquennale. Anche in questo risiede la pedagogia della prospettiva di Makarenko. Il rapporto dei ragazzi, del direttore della comune e dello stesso direttore didattico della scuola Timofej Viktorovič, con gli artigiani, gli operai e i tecnici impegnati nella comune sono inizialmente difficile Makarenko si sforza di mettere in evidenza il conflitto generazionale da una parte, ma soprattutto la diversa concezione di metodo rispetto alle esigenze poste dalla pianificazione sovietica e dalla competitività tra le strutture di produzione.

Timefej Viktorovic è un uomo corpulento, coi baffi a spazzola e un naso a patata. Ha fatto la guerra giapponese e quella imperialista (la prima guerra mondiale, Nda); e durante la guerra civile ha visitato quasi tutte le parti del mondo. E’ un uomo intelligente, giocondo, ama raccontare le proprie avventure e le proprie impressioni.[13]

Vi sono aspetti nel romanzo che non convincono, anche se bisogna vederli nel contesto temporale in cui si svolgono. La lezione di ateismo appare forzata e francamente propagandistica

Molto ben tratteggiato è il problema sessuale[14] attraverso esempio positivi. Si tratta di un capitolo molto interessante, i cui contenuti si ritroveranno nel volume noto in Italia come Consigli ai genitori.

Da noi come in una qualsiasi famiglia vivono insieme maschietti e femminucce e questo non dà adito a nessuna complicazione. Ogni sana compagnia di ragazzi può vivere in queste condizioni. Se le cose non stanno così, vuol dire che quel dato gruppo di ragazzi non è sufficientemente sano, cioè non è fuso in una famiglia, non è abbastanza occupato, non ha prospettiva di avvenire, non si sviluppa, non è disciplinato, è nutrito troppo o troppo poco (sic!) ed è guidato da persone che non godono stima.

Da noi i rapporti tra maschi e femmine sono particolarmente amichevoli. Le ragazze sembrano molto più raccolte e più curate dei maschi, ma non formano una società a parte. Circa tre anni fa le ragazze sfuggivano i maschi e cercavano di starne lontane. D’altra parte i ragazzi volevano dimostrare di non interessarsi affatto alle ragazze e di considerare superflua la loro presenza in colonia.[15]

I comunardi non vivono isolati, ma sono indotti a stabilire rapporti con i villaggi circostanti,proprio per favorire l’integrazione e la normalizzazione. Del resto, nessuno parla del proprio passato. Questo approccio era facilitato anche dagli spettacoli che venivano organizzati nella comune e ai quali erano invitati a partecipare la popolazione dei villaggi.

Perskij diede alcuni spettacoli. Assistervi era per i ragazzi un vero godimento. Gli artisti di Šiv-Kovca erano goffi e un po’ comici, ma conoscevano la loro parte a perfezione e il suggeritore era sempre indietro rispetto agli artisti.

La cosa più importante fu ottenuta, i ragazzi si avvicinarono di più alla gioventù del villaggio. Attraverso il divertimento ben presto ebbero in comune altri affari. Così i giovani di Šiv-Kovca non si limitarono alla frequenza del circolo filodrammatico, ma si avvicinarono molto alla vita della comune e divennero assidui frequentatori delle assemblee generali. Ben presto non seppero liberarsi dall’esagerata stima non tanto verso i nostri ragazzi quanto per la severità e per la precisione della nostra vita, per cui i comunardi continuarono a trattarli sempre con l’aria di una leggere protezione.

I rapporti con il villaggio si rafforzarono tanto da indurre i komsomolcy[16]a costituirvi una biblioteca. Le nostre conferenze sulla politica estera, sui congressi del partito, sui piani quinquennali, prima della proiezione cinematografica, avevano una grande importanza. Su questi argomenti avevamo fatto circa venti conferenze illustrando con molta precisione alcune branche tra le più importanti dell’economia nazionale. Si era stabilito un legame di amicizia con le organizzazioni dei lavoratori e soprattutto simpatizzammo con il Club dei metallurgici e con gli operai del Vek (Vserossiskij električeskij komitet, Comitato panrusso degli elettricisti, Nda).[17]

Come si vede, la colonia vive attivamente nella società del proprio tempo, ne è parte attiva, si sente coinvolta nelle vicende politiche ed economiche, si collega con il mondo circostante, proprio per essere parte integrante della Repubblica dei soviet. Si tratta di aspetti molto importanti della pedagogia di Makarenko che non ci si deve mai dimenticare di sottolineare per la loro modernità.

Molto efficace è la descrizione del Consiglio dei comandanti e del suo funzionamento, altro elemento fondamentale della pedagogia makarenkiana, incentrata sull’educazione alla responsabilità e alla disciplina, non imposte  dall’alto ma acquisite di rettamente, nell’essere membro della comune e quindi come conquista doverosa verso se stessi e gli altri.

Il consiglio dei comandanti si riunisce nello studio del direttore. Le sedute regolari hanno luogo il nono giorno di ogni decade, alle cinque e mezzo dopo la prima cena. Di solito il consiglio è annunziato nell’ordine del giorno e i comunardi presentano tempestivamente al segretario le loro richieste: trasferimento da un reparto all’altro, permesso di fumare, tariffe irregolari, licenze, permesso per curare i denti e così via.

Alle volte il consiglio si riunisce d’urgenza. Infatti ci sono delle questioni nella vita del comunardo che non si possono rimandare. E’ molto facile radunare il consiglio, basta solo dire al comandante sorvegliante di turno: «Per piacere, ordina di suonare l’adunata del consiglio dei comandanti».

Dopo un quarto di minuto echeggia un breve segnale e non ricordo un sol caso in cui tra il segnale e l’apertura dell’adunata siano trascorsi più di tre minuti […]

La seduta comincia con l’appello[…]

Dalle particolarità del lavoro del consiglio bisogna indicarne una, la più importante. Malgrado i dissensi in seno al consiglio dei comandanti una volta presa una decisione e messa a verbale nell’ordine del giorno, a nessuno viene in mente di non eseguirla, me compreso. Può avvenire invece che i vecchi komsomolcy possono cercare di ottenere per altre vie l’annullamento, ma non possiamo immaginare affatto che l’ordine non venga eseguito.[18]

Quando giungono delegazioni straniere in visita alla colonia, la sorpresa maggiore riguarda proprio il funzionamento interno, l’autodisciplina, l’orgoglio che si riscontra nei ragazzi di appartenere a una comunità. E se qualcuno chiede qualcosa sul passato dei ragazzi, si sente rispondere che il passato è totalmente dimenticato. Anton Semënovič, in qualità di direttore, precisa che non ci sono besprizonye nella colonia, ma persone normali che sono state sfortunate per circostanze che non dipendono da loro. Questa parte, sul piano narrativo, risulta molto efficace e lascia un segno nel lettore. Del resto è il pezzo forte della pedagogia makarenkiana.

Al contrario, l’elogio della Čeka e della GPU, alla luce della moderna conoscenza dei fatti e della gravissima responsabilità di questi organismi nella repressione staliniana, lasciano perplessi e suonano un po’ falsi e sinistri. Ma bisogna sempre tenere conto del contesto storico in cui i fatti narrati si collocano.

Si potrebbe proseguire a lungo. Ma gli elementi riportati sono sufficienti per comprendere che La marcia dell’anno ’30 costituisce un’opera che non può essere trascurata o ignorata per la piena comprensione dell’esperienza padagogica di Anton Semënovič Makarenko.

 Agostino Bagnato

______________________________________________________

[1] Sugli aspetti generali del Poema pedagogico, vedi Agostino Bagnato, Lezioni su Makarenko, l’albatros, Roma 1994 e Makarenko oggi, l’albatros, Roma 1996. Sugli aspetti pedagogici, vedi Nicola Siciliani de Cumis, I bambini di Makareno, Edizioni ETS, Pisa 2002.

[2] Cfr. A. S. Makarenko, La marcia dell’anno’30, Armando editore,  Roma 1960. Nell’interessante introduzione dovuta ad Anna Sciortino sono riportate le parole di Gor’kij, p.13.

[3] Cfr. A. S. Makarenko, La marcia dell’anno ’30, op. cit., introduzione di Maria Sciortino,  pp. 13-14.

[4] Ibidem. p. 14. Vedi anche di A. Sciortino, Un educatore e pedagogista sovietico, in «Annali della Facoltà di Magistero dell’Università di Palermo», 1959, pp. 49-100.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Ibidem, p. 26. Come si vede, Makarenko non rinuncia alla polemica con la società distrutta dalla Rivoluzione, quella piccola nobiltà terriera e la borghesia che si ritrovano nella produzione letteraria di Ivan Turgenev.

[7] Črezvyčajnaja Komissija  (Vserossiskaja) po bor’be Kontrorevoljuciej i Sabotažem (Commissione centrale panrussa per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio), abbreviata in Čeka, istituita nel 1918 da Feliks Edmundovič Dzeržinskj.

[8] Così venivano chiamati gli appartenenti alla polizia segreta.

[9] Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie (Direzione politica statale), nome dato alla polizia segreta dopo lo scioglimento della Čeka. Negli anni Trenta è stato il braccio operativo della terribile repressione staliniana.

[10] A. S. Makarenko, op. cit., p. 137.

[11] Ibidem, p. 143. Alla caduta del comunismo, nel 1991, piazza Dzeržinskij, a ridosso della Piazza Rossa e del Cremlino, è tornata a chiamarsi Ploščad’ Bol’šaja Lubjanka. Il palazzo della Lubjanka, sede della polizia segreta, evoca gli orrori della persecuzione staliniana prima e dopo la seconda guerra mondiale. La grande poetessa Anna Achmatova ha composto il poema Requiem per rievocare i terribili anni in cui si recava nel carcere per avere notizie del figlio e incontrava madri, mogli e figlie di tanti detenuti innocenti. Si tratta di uno dei vertici della poesia russa del secondo dopoguerra.

[12] Ibidem, p. 169.

[13] Ibidem, p. 117

[14] Ibidem, vedi il capitolo Il problema sessuale, p. 126.

[15] Ibidem, p. 126

[16] Sono i membri della Unione della gioventù comunista leninista, ovvero del Kommunističeskij sojuz molodëži Lenina.

[17] Ibidem, p. 95

[18] Ibidem ,p. 103 e sgg.

Il “Makarenko didattico”

Il “Makarenko didattico” nell’Università «La Sapienza» di Roma[1]

di Nicola Siciliani de Cumis

Nell’accogliere volentieri l’invito trasmessomi dall’amico Emiliano Mettini di partecipare ai lavori di questo convegno su Anton Semënovič Makarenko, con una nota informativa sulle attività didattiche e scientifiche, propriamente makarenkiane, della Prima Cattedra di Pedagogia generale dell’Università «La Sapienza» di Roma, devo subito dichiarare le difficoltà del compito affidatomi. Una difficoltà di tipo storiografico e culturologico, oltre che pedagogica, che tira in ballo un po’ tutta la storia della Cattedra, dal momento della sua costituzione ad oggi; e, quindi, le sue specifiche tradizioni e le sue caratteristiche innovative, le sue peculiarità “antipedagogiche” e le sue potenzialità euristiche, le sue dimensioni dialettiche e il suo senso della prospettiva: tutte dimensioni concettuali queste, che pur con tutti i necessari e spesso radicali distinguo, appartengono tanto, in generale, alla storia ultracentenaria della Cattedra (nelle sue diverse articolazioni disciplinari); quanto, in particolare, alle successive acquisizioni makarenkiane di alcuni dei più illustri pedagogisti romani del secolo scorso, anche in ambiti universitari altri dalla Facoltà di Lettere e Filosofia della «Sapienza»[2].

Si dovrebbe infatti andare via via indietro nel tempo, per dire degli ascendenti accademici più remoti dell’attuale interesse universitario “romano” per Makarenko nell’opera di Aldo Visalberghi[3], Maria Corda Costa[4], Luigi Volpicelli[5], Pietro Braido[6], Bruno Bellerate[7], Mario Alighiero Manacorda[8] e altri[9]. E, ancora prima – pur con tutti i distinguo pedagogici e con ogni cautela storiografica -, occorrerebbe che io accennassi ad una certa cultura per così dire makarenkiana ante litteram, variamente rintracciabile nella storia della mia Università, con Antonio Labriola… Labriola, primo titolare della Cattedra di Filosofia morale e pedagogia alla «Sapienza» dal 1874, marxista dai successivi anni Novanta, sempre attento ai temi delle responsabilità individuale e collettiva e ai problemi della divisione sociale lavoro, del cooperativismo, della giustizia, dei valori, del gioco, delle regole, dell’insegnamento/apprendimento di contenuti specifici, della competenza, della formazione degli insegnanti, di una rivoluzione politica in senso democratico e socialista, ecc.

Non a caso quindi, negli ultimi venticinque anni di attività pedagogiche alla «Sapienza», si è sviluppato attorno al mio lavoro di studioso e di docente uno specifico interesse di ricerca e didattico sulle analogie e sulle differenze rinvenibili per l’appunto tra Makarenko e  Labriola[10]: e dunque, più in generale, tra Makarenko e alcuni classici del marxismo, tra Makarenko e la Rivoluzione d’Ottobre, tra Makarenko e Gor’kij[11], tra Makarenko e le riviste «Sovetskaja Pedagogika» e  «Rassegna Sovietica»[12], tra Makarenko e Maria Montessori[13], tra Makarenko e Antonio Gramsci[14], tra Makarenko e John Dewey[15], tra Makarenko e Don Milani[16], tra Makarenko e Tolstoj[17], tra Makarenko e Charles Dickens[18], tra Makarenko e Nikolaj Vladimirovič Ekk[19], tra Makarenko e le tematiche dell’educazione familiare[20], tra Makarenko e Don Luigi Guanella[21], tra Makarenko e la cultura greca[22], tra Makarenko e il pensiero cooperativistico ieri e oggi[23], tra Makarenko e lo scoutismo di Baden Powell, tra Makarenko e le tematiche dell’intercultura nel rapporto Nord del mondo/Sud del Mondo[24], tra Makarenko e Muhammad Yunus[25], tra Makarenko e Moloud Oukili o Giorgio Spaziani e Emanuela Giovannini[26], tra Makarenko e il tema del gioco[27], tra Makarenko e la didattica nelle scuole elementari[28] ecc. Per arrivare, infine, al tema storico dei besprizorniki[29], ovvero delle sopravvivenze o delle “traduzioni” pedagogiche makarenkiane odierne, in Italia, nell’occidente europeo, in alcuni dei paesi dell’ex Unione Sovietica, a Cuba, in Bangladesch, ecc.

Direi addirittura che da circa quindici anni, l’opera di Makarenko è entrata strutturalmente a fare parte della vita quotidiana della Prima Cattedra di Pedagogia generale, con la stessa naturalezza del respirare, del nutrirsi, della veglia e del sonno, e di quanto altro, al mattino, ci consente di stare in piedi e affrontare una giornata di lavoro. Di qui una notevole messe di ricerche sull’autore Makarenko e i suoi tempi, su Makarenko e noi, sulle traduzioni del Poema pedagogico in lingua italiana[30], sui rapporti tra il Makarenko pedagogista e il Makarenko scrittore, sul Poema pedagogico e gli altri scritti del periodo 1925-1935[31], sui concetti di “collettivo”[32] e di “prospettiva”, di “scoppio” e di “stasi”, di “abbandono” e di “handicap sociale”, di “tradizione” e di “stile”, di “teoria” e di “tecnica”,  di “ uomini vecchi” e di “uomo nuovo”, sul Poema “romanzo di formazione” e sull’idea makarenkiana di “infanzia”, sulla storia della circolazione dell’opera di Makarenko in Italia e sulle traduzioni ed edizioni italiane del Poema (compresa quella attualmente in preparazione, a cura della Cattedra di Pedagogia generale), ecc.

Certamente, sarebbe possibile enumerare e descrivere i momenti tecnici di maggiore concretezza e visibilità euristica e formativa, riguardanti Makarenko, come corsi di lezione, seminari, laboratori, prove scritte e orali d’esame, tesine, elaborati scritti e tesi di laurea, contributi a stampa e interventi pubblici di diverso impegno (traduzioni, recensioni, prefazioni, articoli, saggi, monografie, relazioni a convegni, mostre didattiche, rubriche su periodici, lettere aperte, presentazioni di libri e film d’argomento makarenkiano, ecc.). Meno facile, invece, è rendere criticamente conto dell’incidenza della pedagogia di Makarenko (meglio sarebbe dire dell’“indotto” della sua anti-pedagogia), nell’intero complesso delle attività della Cattedra: perché nonostante le differenze soggettive di personalità e di cultura, e a dispetto delle divergenze oggettive di contesto, gli stessi su accennati parametri logico-pratici makarenkiani – prospettiva e gioia del domani, “individuale” e “collettivo”, senso dell’onore e funzione della disciplina, tradizione e stile, responsabilità e corresponsabilità, scoppio e stasi, studio e lavoro, quantità e qualità, produttività economica e accrescimento pedagogico, rotazione delle mansioni e integrazione delle competenze, ecc.) –  sembrano essere variamente alla base di un po’ tutta l’azione didattica e scientifica del docente, dei collaboratori, degli studenti di Pedagogia generale I e, in larga parte, degli stessi Corsi di laurea in Pedagogia e Scienze dell’educazione e della formazione della «Sapienza» romana.

Un’azione didattica e scientifica makarenkiana che, come accennavo all’inizio, ha una lunga storia di oltre centotrenta anni (da Labriola in giù); e che, aggiungo, ha i suoi classici di riferimento e di confronto in Hegel, Kant, Herbart, Marx, Dewey, Piaget, Montessori, Vygotskij, Gramsci.  E che, per ciò che attiene ai suoi sviluppi più recenti, viene  sorretta metodologicamente dal criterio, che è al centro dall’opera storiografica ed educativa di Eugenio Garin e di Michail Michajlovič Bachtin e che riassumerei con le parole di quest’ultimo (in L’autore e l’eroe):

 

Il primo problema è capire l’opera come la capiva l’autore stesso, senza andare oltre i limiti della sua comprensione. La soluzione di questo problema è molto difficile e richiede di solito l’impiego di un materiale immenso.

Il secondo problema è usare la propria extralocalità temporale e culturale. L’inserimento nel nostro contesto (estraneo all’autore).

 

Di qui, in prospettiva, il senso di tutto l’enorme lavoro che rimane da portare avanti. Giacché, nel caso di Makarenko in Italia, si tratta assai più della storia di un’assenza che della cronaca di una presenza: e ciò, nel senso che tutto quel poco o quel molto che si è potuto fare sul pedagog-pisatel’, come singoli ricercatori e come cattedre universitarie e riviste e libri, siti internet e altre istanze scientifiche, didattiche, comunicative, divulgative, ecc., tutto questo, risulta comunque sproporzionato rispetto al “problema Makarenko” nella sua complessità…

Per restare al Poema pedagogico, il romanzo pone infatti tutta una serie di questioni tuttora niente affatto risolte, a cominciare dalla questione del testo in russo (ricco di ucrainismi) e delle sue traduzioni (per intanto, in lingua italiana)… Traduzioni che nella mia Università, nell’arco di un quindicennio, sono state al centro dell’attenzione, producendo corsi di lezioni, articoli, seminari di approfondimento, materiali didattici di vario tipo, da un lato allo scopo di aderire di più e meglio che non si sia fatto in precedenza all’“autore” Makarenko,in quanto romanziere e al tempo stesso in quanto didatta[33]; da un altro lato, con l’intento di adoperarne criticamente e autocriticamente la lezione nel corso degli stessi compiti educativi e didattici istituzionali.   

A maggiore ragione in tale ottica di fruizione, sembra più che mai legittimo chiedersi, infatti, se e fino a che punto il Poema pedagogico che abbiamo fin qui conosciuto sia in tutto e per tutto il “vero” Poema pedagogico. E chiedersi, in primo luogo, se sia stato e sia chiaro a tutti (in Italia non lo è quasi mai stato preso in considerazione) il fatto che è pur sempre di un romanzo che in primo luogo si tratta; e che, in secondo luogo, la stessa materia narrativo-formativa e poetico-poematica dell’opera a mezzo tra resoconto storico e invenzione, non solo è frutto di un’esperienza letteraria inseparabile da quella educativa di cui è espressione congiunta-autonoma; ma è anche il seme di un’incidenza formativa ulteriore, che “parte” dalPoema pedagogico, arriva a noi, svolge la sua funzione “poematica”, pedagogico-antipedagogica, ben oltre noi stessi[34].

Voglio dire, in altri termini, che il Poema pedagogico come racconto della “prospettiva”, per un verso, si radica nel suo “presente”, giacché i suoi contenuti “prospettici” sono anzitutto quelli di Makarenko e del proprio tempo-spazio di riflessione e d’azione (la Rivoluzione d’Ottobre e le sue conseguenze in Unione Sovietica e nel mondo); per un altro verso, tuttavia, è la stessa dimensione prospettica makarenkiana che, se diventa riconoscibile come tale, si allunga per così dire indefinitamente, introducendo al futuro… Un “futuro” che, per la Prima Cattedra di Pedagogia generale della «Sapienza» romana, viene a costruirsi giorno per giorno nelle ore di lezione e in quelle del ricevimento degli studenti, parlando di Makarenko e leggendolo e rileggendolo; e, dunque, scrivendone il docente e facendone scrivere agli studenti, lì per lì ai fini “pratici” dell’“accreditamento” dell’esame, ma, per ciò che mi risulta, con risultati didattici e soprattutto euristici generalmente molto soddisfacenti ben al di là dell’obiettivo pratico-universitario immediato.

Di qui, probabilmente, il senso della scelta ricorrente, da parte di numerosi laureandi della «Sapienza», negli ultimi anni, a “investire” la propria intelligenza e il proprio impegno su Makaranko e sulla sua opera, affrontando soprattutto il Poema pedagogico (ma non solo) da punti di vista i più diversi; e inserendolo pertanto  costruttivamente nel proprio contesto formativo e combinandone la materia pedagogico-letteraria con i più diversi interessi culturali e professionali. Ragion per cui fornirei intanto il seguente, pur parziale elenco di laureati e di elaborati di laurea in Pedagogia generale I: e, anzitutto di “dottori triennalisti”, cioè, del Corso di laurea in scienze dell’educazione e della formazione, la più parte dei quali già iscritti o pronti ad iscriversi al Corso di laurea “specialistica” in Pedagogia e scienze dell’educazione e della formazione[35].

E dunque:

Makarenko negli elaborati di laurea di Pedagogia generale I

Nuovo ordinamento universitario italiano (Laurea triennale)

dall’Anno accademico 2000-2001 all’Anno accademico 2006-2007

Elaborati completi (Makarenko è nel titolo)

 

  1. A. 2002-2003
  • C. Pinci, Makarenko e Yunus, tra differenze e analogie.

Tematica: Confronto Makarenko-Yunus, la sfida dell’educare. Makarenko e l’educazione dei ragazzi abbandonati (pp. 15-28). Analogie e differenze (pp. 49-69). Riassunto del Poema pedagogico (pp. 73-84). Il Poema pedagogico per immagini (pp. 87-104). Il Poema pedagogicocome romanzo d’infanzia, gli “abbandonati” di oggi (pp. 105-118).

 

  1. A. 2003-2004
  • I. Di Giacinto, Teatro ed educazione. Da Anton S. Makarenko a Giorgio Spaziani.

Tematica: Makarenko e il teatro come educazione (pp. 3-20). Confronto tra Makarenko e Spaziani (pp. 37-51).

 

  • R. Rabbia, Makarenko e l’infanzia abbandonata tra storia e cronaca 1920-2005.

Tematica: I bambini abbandonati nel Poema pedagogico. Analisi di Lezioni su Makarenko di A. Bagnato (pp. V-XXIV). Analisi di I bambini di Makarenko di N. Siciliani de Cumis (pp. 1-23).

 

  1. A. 2004-2005
  • C. Cella, Makarenko domani.

Tematica: L’esperienza makarenkiana del collettivo paragonata ad esperienze “altre” di bambini abbandonati (S. Leucio, i kibbutz, la scuola di Barbiana, il microcredito di Yunus e le bambine di Shanghaj). I bambini di Makarenko e l’organizzazione della colonia “Gor’kij” (pp. 1-35).

 

  • A. D’Ingiullo, Da Makarenko alla Teatroterapia.

      Tematica: Teatro come strumento educativo. Biografia di Makarenko (pp. 9-18). Il teatro    nel Poema pedagogico (pp. 19-32).

 

  1. A. 2005-2006
  • F. Fedele, L’abbandono dell’infanzia. Da Makarenko ai giorni nostri. Temi e problemi.

Tematica: Makarenko e l’infanzia abbandonata come problema di pedagogia familiare (pp. 1-43).

 

  • E. J. Verna, L’infanzia abbandonata di Makarenko nel nuovo millennio.

Tematica: Makarenko e l’infanzia abbandonata. Poema pedagogico e ragazzi abbandonati nell’Urss anni ’20 (pp. 1-32). L’attualità di Makarenko e l’applicabilità del suo metodo (pp. 49-52).

 

  1. A. 2006-2007
  • A. Quattrini, Collettivo/Collettivi in Makarenko. Poema pedagogico – La marcia dell’anno ’30 – Bandiere sulle torri.

Tematica: Analisi comparativa del tema del collettivo nelle tre opere makarenkiane. Indici dei nome e delle tematiche ricorrenti per ogni opera (pp. 1-61).

 

  • I. Segatori, Makarenko e la pedagogia del collettivo.

Tematica: Il collettivo come strumento pedagogico. Principi pedagogici e analisi delle tre opere principali di Makarenko, Poema pedagogico, La marcia dell’anno ’30 e Bandiere sulle torri (pp. 1-61). 

Elaborati parziali

 

  1. A. 2003-2004
  • N. de Gaetano, L’autobiografia. Dimensioni scientifiche ed educative.

Tematica: Makarenko e l’autobiografia. La dimensione autobiografica nel Poema pedagogico, l’educatore autobiografo (pp. 24-26). Makarenko nella Biblioteca Nazionale di Roma (pp. 47-49).

 

  • A. Panardi, Il lavoro come dimensione formativa. L’esperienza di “Quale società” (1981-1994) dopo un decennio.

Tematica: Makarenko e il tema del lavoro. La didattica del collettivo. Il lavoro nel Poema pedagogico (pp. 61-79).

 

  1. A. 2004-2005
  • S. Collepiccolo, Per una “cultura della diversità”.

Tematica: Handicap e Makarenko. Descrizione, ripercorrendo la trama del Poema pedagogico, di “handiccapati” che diventano altro. La normalità non esiste (pp. 34-63). Recensione libro di F. C. Floris, La pedagogia familiare nell’opera di Anton S. Makarenko (pp. 34-38).

 

  • P. Mosetti, Artek. Per un dialogo internazionale tra sistemi di istruzione.

Tematica: Confronto tra la pedagogia di Artek e quella di Makarenko (pp. 5-10). Pedagogia come antipedagogia in Makarenko: discorsi di N. Siciliani de Cumis alla Conferenza Internazionale (pp. 39-41).

 

  • S. Napoleoni, Cooperativismo e educazione. Tra pedagogia e antipedagogia.

Tematica: L’antipedagogia di Makarenko. Yunus e Makarenko (pp. 11-12), Poema pedagogico e sviluppo metodo antipedagogico (pp. 12-16). Recensione libro I bambini di Makarenko (pp. 16-19). Makarenko e il cooperativismo (pp. 26-32).

 

  • F. Ottati, Il sorriso e la cura. Dimensioni pedagogiche della “clownterapia”.

Tematica: Il sorriso e Makarenko. Miloud come nuovo Makarenko: il teatro come strumento educativo. Il sorriso di Zadorov (pp. 74-76).

 

  • T. Pierguidi, La città dei ragazzi. Specificità, confronti, prospettive d’indagine.

Tematica: Makarenko e Monsignor Carroll-Abbing. Il collettivo makarenkiano ed i gruppi alla Città dei Ragazzi di Roma (pp. 44-49). Yunus e Makarenko (pp. 120-122).

 

  • D. Scarpetta, Identità umana identità attoriale nel “sistema” di Stanislavskij.

Tematica: Makarenko e il teatro. Vygotskij e Makarenko tra psicologia, pedagogia e teatro (pp. 33-37).

 

  1. A. 2005-2006
  • E. Di Napoli, I bambini “cattivi”. Il mondo del minore deviante.

Tematica: Makarenko e la devianza minorile. Descrizione del Poema pedagogico con attenzione al tema del collettivo (pp. 73-80).

 

  • E. Figlioli, «Quando i bambini fanno ooh… ». Una canzone e la sua “pedagogia”.

Tematica: Musica come educazione in Makarenko. Musicalità nel Poema pedagogico (pp. 46-49). La meraviglia nel Poema pedagogico (pp. 59-62). Parallelo tra il capitolo del Poema pedagogico “Ai piedi dell’Olimpo” ed il capitolo “Austria” tratto da Statistiche di pedagogia e di politica scolastica di A. Labriola (pp. 81-92).

 

  • S. Gaggioli, L’infanzia e i suoi luoghi “altri”.

Tematica: Gli “altri” luoghi di crescita dei ragazzi abbandonati. Situazione dell’Urss negli anni ’20, descrizione della colonia “Gork’ij” e dell’antipedagogia come luogo e metodo “altro” (pp. 25-37).

 

  • A. Lauria, Detenzione femminile. Madri e figli in carcere.

Tematica: Makarenko e le ragazze in carcere. Felicità, prospettive, collettivo e ragazze nelPoema pedagogico (pp. 68-83). Pedagogia di Makarenko (pp. 133-139).

 

  • M. E. Mainiero, Diversi eppure uguali. Dimensioni pedagogiche dello handicap.

Tematica: Makarenko e l’handicap. L’handicap nel Poema pedagogico, Recensione I bambini di Makarenko (pp. 27-44).

 

  • E. Maiore, Handicap e danza. Un’esperienza di tirocinio.

Tematica: Makarenko e la danza. La danza come strumento educativo, articolo di N. Siciliani de Cumis (pp. 59-65). L’udibilità nel Poema pedagogico di T. Pangrazi (pp. 71-74).

 

  • P. Marinangeli, Uomo-natura e uomo-cultura. La famiglia nella formazione dell’individuo.

Tematica: Makarenko e la pedagogia familiare. Makarenko e la famiglia, il collettivo come famiglia (pp. 20-27).

 

  • D. Qoli, Le cooperative sociali e un nuovo approccio per l’immigrazione.

Tematica: Cooperativismo ed immigrazione. Pedagogia ed antipedagogia di Makarenko nei centri di accoglienza (pp. 35-40).

 

  • S. Savo, C’era una volta un re… nero.

Tematica: Il sogno e Makarenko. Tema del sogno nel Poema pedagogico, articolo di N. Siciliani de Cumis su «Slavia» e postilla (pp. 69-81).

 

  • M. A. Soscia, Ludus, ludi e ludoteca. Gioco come, gioco dove, gioco quando, gioco perché.

Tematica: Makarenko e il gioco. Commento di Consigli ai genitori (pp. 14-17). Makarenko e la scuola sovietica, Makarenko e personalismo sociale di A. Visalberghi (pp. 112-120).

 

  • C. Trucchia, Tra gioco e Teatro. La valorizzazione della creatività nel bambino.

Tematica: G. Rodari tra gioco e teatro. Makarenko e il gioco (pp. 48-51)

 

  1. A. 2006-2007
  • M. Castiglione Humani, Teatro e diverse abilità.

Tematica: Makarenko, il teatro e l’handicap (pp. 69-73).

 

  • D. Catalano, Un cavallo per amico. L’ippoterapia e le sue dimensioni pedagogiche.

Tematica: L’ippoterapia nel Poema pedagogico (pp. 31-36). La figura di Bratčenko (pp. 49-58). La pedagogia di Makarenko (pp. 58-64).

Nicola Siciliani de Cumis

Università degli Studi di Roma “La Sapienza”              5 dicembre 2007

_____________________________________________

[1] Il titolo, da un lato, si rifà alle tesi sostenute nel mio libro N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, Pisa, ETS, 2002 e alla rubrica «Didattica», per mia cura,  presente da  alcuni anni sulla rivista italiana «Slavia»; da un altro lato, rimanda a taluni contributi pubblicati dalla rivista «l’albatros»; a numerose tesi di laurea, tesine ed elaborati didattici di vario tipo, fioriti nell’ambito delle attività scientifico-didattiche della Prima Cattedra di Pedagogia generale dell’Università «La Sapienza» di Roma. Rinvio quindi al volume a cura di E. Condò, in preparazione per i tipi dell’editore «l’albatros», per l’appunto dal titolo Il “Makarenko didattico” in «Slavia» 1995-2006; ai materiali  di un «Laboratorio Makarenko» a cura di V. Carissimi e A Cittarelli,  nel DVD allegato al volume di N. Siciliani de Cumis, Cari studenti, faccio blog… magari insegno, Roma, Nuova Cultura, 2006; e ai materiali didattici periodicamente messi a disposizione degli studenti, sui siti internetwww.cultureducaziine.it, www.slavia.it, www.makarenko.it,www.nextly.org/educational/profsiciliani.html,  ecc. Cfr. quindi, negli anni, oltre a diversi contributi individuali e collettivi sulle riviste «Rassegna Sovietica», «Slavia», «Scuola e Città», «l’albatros»; «Adultità», «Giornale di storia contemporanea», ecc; e in opere collettanee, i seguenti volumi:  N. Siciliani de Cumis, L’educazione di uno storico, Pian di San Bartolo (Firenze), Manzuoli, 1989; Id., Italia-Urss/Russia-Italia. Tra culturologia ed educazione 1984-2004. Con la collaborazione di V. Cannas, E. Medolla, V. Orsomarso, D. Scalzo, T. Tomassetti, Roma, Quaderni di Slavia/1, 2001;  L’università, la didattica, la ricerca.Primi studi in onore di Maria corda Costa, a cura di N. Siciliani de Cumis, Caltanissatta-Roma, Sciascia, 2001; Evaluation. Studi in onore di Aldo Visalberghi, a cura di G. Cives, M. Corda Costa, M. Fattori, N. Siciliani de Cumis, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 2002; “Ciascuno cresce solo se sognato”. La formazione dei valori tra pedagogia e letteratura, a cura di E. Medolla e R. Sandrucci, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 2003; Antonio Labriola e «La Sapienza». Tratesti, contesti, pretesti 2005-2006, a cura di N. Siciliani de Cumis, con la collaborazione di A. Sanzo e D. Scalzo, Roma, Nuova Cultura, 2007.

[2] Anzitutto, nella Facoltà di Magistero; quindi,  in quelle di Roma  Tor Vergata , Roma Tre, Ateneo Salesiano, LUMSA, ecc.

[3] Cfr. Evaluation. Studi in onore di Aldo Visalberghi, cit,, il contributo di N. Sciliani de Cumis, su Makarenko; e, ivi, la Bibliografia degli scritti di Aldo Visalberghi; e da ultimo, in occasione della morte dell’illustre pedagogista e a proposito della sua “eredità”, la riproposta, a cura di N. Siciliani de Cumis, di A. Visalberghi, Antonio Makarenko e la scuola sovietica eMakarenko: personalismo sociale, in «l’albatros», aprile-giugno 2007,  pp. 83-92.

[4] Cfr. il citato L’università, la didattica, la ricerca. Primi studi in onore di Maria Corda Costa, soprattutto la bibliografia e le note.

[5] Cfr., sul tema del rapporto Volpicelli-scuola sovietica  (e, dunque, concernente anche Makarenko), la tesi di laurea in Pedagogia di T. Tomassetti, L’interesse di Luigi Volpicelli per la scuola, la pedagogia, la didattica in URSS dagli anni Trenta agli anni Settanta (Relatore: N. Siciliani de Cumis – Correlatore: F. Pesci), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 1997-1998. Vedi anche T. Tomassetti, Gli “illegittimi” di Volpicelli, in N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., pp. 216-221.

[6] A parte gli specifici, noti contributi  di questo studioso su Makarenko (nei tipi dell’editrice La Scuola e in rivista, per cui rinvio alla tesi di laurea di M. L. Marcucci, di cui alla nota seguente), dal punto di vista degli interessi della Prima Cattedra pedagogica romana, mi sia consentito menzionare qui il mio Sulla prima pedagogia universitaria romana e don Luigi Guanella, Illazioni ed ipotesi, in Antonio Labriola e la sua Università. Mostra documentaria per i settecento anni della “Sapienza” (1303-2003). A cento anni dalla morte di Antonio Labriola (1904-2004). A cura di N. Siciliani de Cumis, Roma, Aracne, 2005 (seconda ristampa 2006), pp. 438-457.

[7] Cfr. la tesi di laurea in Pedagogia di M. L. Marcucci,  Anton  S. Makarenko in  “Orientamenti pedagogici”. Il contributo di Bruno M. Bellerate dal 1960 al 1980  (Relatore: N. Siciliani de Cumis – Correlatore: M. S. Veggetti), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 1997-1998.

[8] A parte i notissimi volumi su Il marxismo e l’educazione e su Gramsci e l’alternativa pedagogica (nei tipi degli editori Armando, Loescher, La Nuova Italia, ecc.), ricordo in particolare alcuni scritti di Manacorda su Makarenko, apparsi sulla rivista «Riforma della scuola» (tra gli anni Cinquanta  e i Settanta); e una tesi di laurea da lui discussa con A. Restivo, Umanesimo socialista di Anton Semenovic Makarenko. Individuo-collettivo nell’esperienza pedagogica makarnkiana (Relatore: M. A. Manacorda – Correlatore: A. Visalberghi), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 1975-1976.

[9] Tra i più recenti studiosi di Makarenko, che hanno prodotto ricerca e didattica coordinate alle attività della Prima Cattedra di Pedagogia generale, segnalo con particolare gratitudine i colleghi Agostino Bagnato e Domenico Scalzo, ai cui preziosi contributi farò riferimento più oltre.

[10] Ricordo, in particolare, che il tema dei miei corsi monografici semestrali di Terminologia pedagogica e di scienze dell’educazione e della formazione e di Pedagogia generale, negli ultimi sei anni, è stato quasi sempre quello del confronto dei lessici e dei modi di vedere labrioliani e makarenkiani; e quindi, al di là delle similitudini e delle analogie tra i due autori, il tema delle diversificazioni concettuali e pratico operative delle distinte posizioni pedagogiche di Labriola e di Makarenko, nei loro differenti contesti  storico-culturali, etico-formativi e politico-sociali.

[11] Cfr. una tesi di laurea dei primi anni 2000, in Pedagogia generale, di M. Cicchetti, suGor’kij a Capri (Relatore chi scrive – Correlatore: M. Fattori): e della stessa Cicchetti,Makarenko, “l’ingegnere di anime” della Colonia Gor’kij, nel cit. I bambini di Makarenko. IlPoema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., 193-199.

[12] Cfr. T. Tomassetti, Indici di “Rassegna della Stampa sovietica” 1946-1949. Indici di “Rassegna Sovietica” 1950-1991, Prefazione di G. Monaco. Postfazione di N. Siciliani de Cumis, Roma, Quaderni di Slavia/3, 2003.

[13] Numerosissimi, su questo tema, soprattutto gli elaborati scritti per l’esame di Terminologia pedagogica e scienze dell’educazione e di Pedagogia generale; gli elaborati scritti per la laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione; e le tesi di laurea, sia del “vecchio ordinamento”, sia “specialistica”, in Pedagogia e scienze dell’educazione e della formazione.

[14] Cfr. un estratto della tesi di laurea di C. Coppeto, Educare l’”uomo nuovo” tra Gramsci e Makarenko, in “l’albatros”, luglio-settembre 2007, pp. 111-129.

[15] Cfr. N. Siciliani de Cumis, Dewey, Makarenko e il “Poema pedagogico” tra analogie e differenze, in id., Italia-Urss/Russia-Italia. Tra culturologia e educazione 1984-2001, cit., pp. 259-267; e id., L’inattualità del Dewey «sovietico», in «Studi sulla formazione», anno VI, n. 1, 2003, pp. 118-126. Ma sono da vedere, di  J. Dewey, i sei articoli dal titolo Leningrad Gives the Clue, A Country in a State of Flux, A New World in the Making, What Are Russians Schools Doing?, New Schools for a New Era e The Great Experiment and the Future, pubblicati via via il 14, 21, 28 novembre e il 5 e 19 dicembre 1928, in «The New Republic»: articoli ripubblicati poi, con altri resoconti di viaggio in Messico, Cina e Turchia, nel volume di id., Impressions of Soviet Russia and the Revolutionary World: Mexico – China – Turkey, New York, New York Republic, 1929 (in seguito con il titolo Impressions of Soviet Russia, in id.,The Later Works, 1925-1953, Carbondale and Edwardsville, Southern Illinois University Press, 1969,  vol. 3: 1927-1928, Edited by J. A. Boydston Textual Editor, P. Baysinger. With an Introduction by D. Sidorsky, pp. 203-250); e, a proposito, G. Szpunar, Dewey in U.R.S.S. Prospettive per l’educazione di una società democratica, Roma, Nuova Cultura, 2006, soprattutto le pp. 11-87 (edizione provvisoria), dove per l’appunto, per la prima volta in Italia,  si viene a rendere storicamente e  criticamente conto dei suddetti articoli di Dewey. A questo riguardo, sono quindi da considerare come  importanti passi avanti  nello “stato dell’arte”, i contributi di G. Szpunar, L’infanzia come risorsa: i bambini di Yunus, Makarenko, Dewey, nel volume N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., pp. 117-135; e Dewey in U.R.S.S. Prospettive per l’educazione di una società democratica, Roma, Nuova Cultura, 2006.

[16] Cfr. infra la nota 24.

[17] Cfr. E. Medolla, Punti di contatto tra Tolstoj e Makarenko, in N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., 190-193.

[18] Cfr. due tesi di laurea in Pedagogia generale del vecchio ordinamento universitario: E. Mariani  (vedine un estratto nel sito internet www.cultureducazione.it; e cfr. E. Mariani, Gli autori e gli eroi: Makarenko e Dickens,  nel mio I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogicocome “romanzo d’infanzia”, cit., pp.187-190); e F. Craba, Charles Dickens e Anton S. Makarenko fra pedagogia, letteratura e impegno sociale (Relatore: C. Gabrielli – Correlatore: N. Siciliani de Cumis), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 2005-2006.

[19] Cfr. D. Scalzo, Il “poema pedagogico” di Makarenko e “Verso la vita” di Ekk, in “Slavia”, luglio-settembre 2006, pp. 5-88.

[20] Cfr. la tesi di laurea in Pedagogia generale, poi libro, di F. C. Floris, La pedagogia familiare nell’opera di Anton Semënovič. Presentazione di L. Pati. Postfazione di B. A. Bellerate, Roma, Aracne (Collana di tesi di laurea, «Diritto di stampa», diretta da G. Boncori, N. Siciliani de Cumis, M. S. Veggetti), 2005.

[21] Cfr. infra, la nota  6.

[22] Cfr. la tesi d laurea in Pedagogia generale di E. Mattia, “Poema” come romanzo di formazione. Indagini su Makarenko e la sua opera (Relatore: N. Siciliani de Cumis –  Correlatore, A. M. Cirio), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 2004-2005.

[23] Cfr. in particolare A. Bagnato, Educazione e cooperativismo, Prefazione di F. Ferrarotti. Presentazioni di G. Poletti e N. Siciliani de Cumis, Roma, l’albatros, 2005; e dello stesso Bagnato, Makarenko oggi. Educazione e lavoro tra collettivo pedagogico comunità e cooperative sociali. Prefazione di N. Siciliani de Cumis, Postfazione di E. Mettini, Intervista a E. Calabria, Roma, l’albatros, 2006 (seconda edizione di un precedente volume di Lezioni su Makarenko, svolte nell’Università di Roma «La Sapienza», nel decennio precedente, e raccolte in volume, Roma, l’albatros, 2005). Vedi quindi E. Mettini, Attualità su Makarenko, in «l’albatros», gennaio-marzo 2007, pp. 85-88.

[24] Cfr. la tesi di laurea in Pedagogia generale di E. Pezzola, I bambini di Makarenko nelle strade del 2000 (Relatore: N. Siciliani de Cumis – Correlatore: F. Pesci), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 2000-2001; e cfr., della stessa Pezzola, i contributi al cit. I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”,  pp  125-130 e 257-284.

[25] Cfr. N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., pp. 225-254 (con contributi di M. D’Alessandro, F. Feliciani, P. Franzò, C. Ludovisi, R. Maiuri.  Ricordo ancora, attorno al tema del “microcredito” in rapporto a Makarenko, un importante “Laboratorio autogestito” dagli studenti, a cura di F. Festa,  C. Ludovisi, R. Maiuri, C. Pinci, F. Saraceni,  G. Szpunar, ecc.; e  significativi paragrafi e/o capitoli di tesi  di laurea in Pedagogia (vecchio ordinamento universitario) di L. Castiglia (sul cinema di Gianni Amelio), di R. Maiuri (sul Pico della Mirandola di Eugenio Garin), di C. Ludovisi (su Don Milani), ecc.

[26] Cfr. N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., pp. 179 sgg., 274 sgg. e passim.

[27] Cfr. M. P. Musso, Il “gioco” in Makarenko, tra analogie e differenze: Italia-URSS-USA, in N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., pp. 199-202.

[28] Cfr. R. Sandrucci, Le sassate e le ali. Il “Poema pedagogico” letto da un maestro elementare, in N. Siciliani de Cumis, I bambini di Makarenko. Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, cit., pp. 221-223.

[29] Cfr. a questo riguardo, in Italia, gli studi di D. Caroli, fino al saggio recente Ideali, ideologie e modelli formativi. Il movilemto dei Pionieri in Urss (1922-1939). Prefazione di N. Siciliani de Cumis, Milano, Unicopli, 2006.

[30] A parte le numerose attività universitarie individuali e collettive (di cui si ho reso conto a più riprese in rivista e che convergeranno presto in una nuova edizione italiana del Poema pedagogico, dopo quelle degli anni Cinquanta e Ottanta),  cfr. la tesi di laurea in Pedagogia generale di O. Liskova, Il traduttore come mediatore fra le culture. A proposito del Poema pedagogico di A. S. Makarenko (Relatore: N. Siciliani de Cumis – Correlatori: P. Ferretti e M. S. Veggetti), Università degli Studi «La Sapienza » di Roma, Anno accademico 2003-2004..

[31] Cfr. la tesi di laurea in Pedagogia generale di E. Konovalenko, L’altro Makarenko. Poema pedagogico e dintorni 1925-1935 (Correlatore: N. Siciliani de Cumis – Correlatori: N. Malinin e M. S. Veggetti), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 2003-2004.

[32] Cfr. in particolare la tesi di laurea in Pedagogia generale di E. Ceravolo, Il Collettivo in A. S. Makarenko (Relatore: N. Siciliani de Cumis – Correlatore: G. Boncori), Università degli Studi di Roma «La Sapienza», Anno accademico 2005-2006.

[33] Cfr. i miei Questo Makarenko, in «Slavia», 3/4, 1995, pp. 3-16 (con il contributo di B. Paternò) e Per una nuova edizione del Poema pedagogico di Makarenko, in «Scuola e Città», 4, 1997; i circa cinquecento elaborati scritti d’esame degl studenti circa quindici anni di lezioni (e di non frequentanti); e, ora, i Materiali didattici predisposti per il presente anno accademico 2007-2008, in funzione dell’allestimento di una una nuova edizione del Poema pedagogico in lingua italiana.

[34] Cfr. G. Consoli, Romanzo e rivoluzione. Il Poema pedagogico di A. S, Makarenko come nuovo paradigma del racconto, Pisa, ETS (in corso di stampa).

[35] Elenco redatto in occasione della presene nota informativa per il convegno su Makarenko, dalla dottoressa Chiara Coppeto, che qui ringrazio; e della quale ricordo la brillante tesi di laurea in Filosofia (Pedagogia generale I), Educare l’‘uomo nuovo’. Tra Gramsci e Makarenko 1920-1937 (discussa alla «Sapienza», nell’ultima sessione estiva).

Bandiere sulle Torri

Questa storia ha inizio verso la fine del primo piano quinquennale.

L’inverno era passato lasciando qua e là croste di ghiaccio, celate al sole da detriti d’ogni specie, polvere di paglia, sedimenti di fango e di concime.

Nella piazza davanti alla stazione i ciottoli si scaldavano al sole e piccoli nugoli di polvere s’alzavano dietro le ruote dalla terra asciutta.

Nel giardinetto incolto in mezzo alla piazza, dove d’estate gli arbusti si riempiono di foglie fino a formare quasi un paesaggio di campagna, c’era ancora un’aria d’abbandono e i rami nudi tremavano quasi fosse autunno e non primavera. Dalla piazza si allungava verso il paese una via lastricata, un paese piccolo piccolo, che si trova per caso sulla carta geografica, e che molti non conoscerebbero neppure di nome se non dovessero cambiar treno alla sua stazione.

Sulla piazza si levavano delle baracche costruite nel primo periodo della Nep. In un angolo, appartato, l’ufficio postale, con sull’ingresso un’insegna gialla sgargiante. C’era poco movimento: in gran parte ferrovieri con lanterne, rotoli di corda in spalla e il fagotto delle banderuole. Una fila di viaggiatori in attesa, per lo più contadini, sedeva per terra, appoggiata al muro della stazione, dove batteva il sole.[1]

Così inizia il romanzo Bandiere sulle torri (Flagi na bašnjach), prosecuzione dell’esperiza pedagogica, educativa e organizzativa delle precedenti colonie Gor’kij e Kurjaž, governatorato di Poltava. La collocazione della colonia Primo maggio è a Char’kov, importante città industriale dell’Ucraina. Makarenko allarga il proprio orizzonte operativo, assumendo la fabbrica come sede in cui costruire e praticare il collettivo pedagogico. Si tratta quindi di un sostanziale passo in avanti e superamento dell’esperienza precedente. L’intento non è più il recupero, la rieducazione e l’inserimento sociale dei besprizornye, ma l’attività pedagogica s’intreccia con la situazione politica, con la collettivizzazione, con i piani quinquennali, con la lotta spietata alla controrivoluzione. Anche nel Poema pedagogico vi sono continui richiami alla realtà politico-economica dell’Unione Sovietica, ma i besprizornye guardano più all’orizzonte umano e personale che a quello strettamente politico. Bandiere sulle torri, in questo senso, contiene tutti gli elementi della narrativa propagandistica, tipica dell’epoca. Tacevano le voci di Boris Pasternak, Anna Achmatova, Boris Pilnjak, Isaak Babel’, Michail Bulgakov, Iosip Mandel’štam. Si alzavano le voci di Michail Šolochov, Alksej Tolstoj, Vera Panova, Konstantin Paustovskij, Il’ja Erenburg. La narrativa sovietica era interamente piegata alle esigenze del regime staliniano e partecipava alla lotta politica spietata che Iosip Vissarionovič Giugažvilij, per tutti Stalin, aveva imposto con pugno di ferro e subdoli inganni. Era iniziata la tragedia del comunismo. Ma questo aspetto Anton Semenovič Makarenko non poteva saperlo, anche se probabilmente si rendeva conto che qualcosa cominciava a non andare nella società sovietica alla fine degli anni Trenta.

Il segno narrativo è quello del Poema pedagogico, ma predominano i personaggi che affolleranno il volume fin dalle prime pagine.

E’ una delle caratteristiche ideologiche e artistiche più importanti di Makarenko che nella sua opera non si trovi traccia di stati d’animo o di mezzi espressivi romantici. Tutta la sua impresa, nel senso corrente del termine, è quanto di più romantico vi sia; ed è certo che scrittori minori tratterebbero la maggior parte dei personaggi e delle vicende con stile romantico. La grandezza di Makarenko consiste, non da ultimo, nel fatto che egli esamina sobriamente ogni fatto della vita, e sa in esso riconoscere con sguardo penetrante, sottolineare ed esaltare quei momenti che guardano effettivamente al futuro, nella direzione della costruzione socialista, del sorgere dell’uomo nuovo socialista, o quei fatti che ostacolano invece tale sviluppo. Il sobrio, ma attivo e incrollabile, ottimismo di Makarenko, che poggia sulle reali linee di sviluppo dell’umanità e non su vacui sogni utopistici, è assai significativo per delineare la fisionomia della sua opera, sotto l’aspetto pedagogico e letterario. Ma Makarenko tratta con ragazzi cosiddetti anormali, con vagabondi e delinquenti, e vuole farne normali uomini sovietici.[2]

Sono queste parole di György Lukács a precisare il valore letterario dell’opera di Makarenko. Anche se riferite al Poema pedagogico, nel corso della sua analisi, il critico ungherese fa riferimento anche a Bandiere sulle torri:

Nel suo secondo romanzo, Bandiere sulle torri, Makarenko descrive una festa in un’epoca a noi più vicina, quando la colonia si è ormai compiutamente sviluppata. Egli accompagna questa descrizione con le seguenti parole: «In una festa simile la gioia maggiore che si prova consiste in un trionfo della logica: appare evidente che non poteva essere altrimenti, che tutte le previsioni erano giuste, fondate sulla conoscenza, sull’intuizione dei veri valori e che non si trattava affatto di ottimismo, ma di una convinzione realistica, che era stata chiamato ottimismo per timidezza».[3]

Ma è ancora una volta Maksim Gor’kij a lasciare la sua traccia di maestro e di punto di riferimento letterario per questa seconda opera narrativa di Makarenko.

In disparte, tutto solo, Vanja Galčenko, un ragazzo sui dodici anni, se ne stava triste accanto alla sua cassetta di lustrascarpe socchiudendo gli occhi per via del sole. La cassetta era piuttosto fragile, ricavata da ritagli di tavole: si vedeva che Vanja l’aveva messa su con le proprie mani, e dentro c’era poca roba.[4]

Vanja Galčenko è il primo protagonista che entra in campo nella narrazione. Si tratta di un bambino che per vivere fa il lustrascarpe. La sua avventura inizia sul piazzale della stazione ferrovia e si conclude nella comune, naturale approdo per dare una dimensione nuova alla propria esistenza, dopo frustrazioni e truffe subite da parte di coetanei che si ritroveranno ugualmente alla colonia. Makarenko privilegia quindi i ragazzi, affronta di petto il mondo da cui provengono, descrive la realtà di degrado e di insicurezza in cui vivono. Si tratta di pagine molto belle dal punto di vista letterario che dimostrano l’abilità e la maestria narrativa dell’autore. Nello stesso tempo dimostrano la profonda conoscenza della realtà sociale, la sensibilità nel cogliere aspetti particolari nel paesaggio urbano e rurale, nella presentazione dei personaggi la cui psicologia è tratteggiata attraverso brevi cenni comportamentali, evitando descrizioni specifiche o dettagliate, divagazioni di varia natura.

Ecco entrare in scena il secondo protagonista, con atteggiamento tipico del bulletto, come si direbbe oggi, guligančik in russo. Sul piano narrativo si tratta di un procedimento originale e di notevole impatto sul lettore. La scena si svolge come se si trattasse di una sceneggiatura cinematografica, per cui l’effetto scenico è notevolissimo. Ancora una volta Makarenko privilegia i suoi piccoli eroi rispetto alla narrazione dell’esperienza pedagogica.

Altro colpo di teatro, si direbbe in gergo, riguarda il camuffamento del giovane, che si fa chiamare Černogorskij, rispetto alla propria identità: Igor’ Černjavin.

Era un ragazzo sui sedici anni, magro, lungo, con una bocca larga d’espressione tra beffarda e maligna e gli occhi allegri. Il vestito, per quanto vecchio, riusciva ancora a coprirlo ma, non avendo camicia, portava la giacca abbottonata fino all’ultimo occhiello, col bavero alzato. Sulla testa aveva un berrettino chiaro a scacchi.[5]

Igor’ Černjavin, giovane che ha lasciato la famiglia nella lontana Leningrado e girovaga per la Russia e l’Ucraina in cerca di un tozzo di pane e di un angolo dove trascorrere la notte. Vanja gli lustra le scarpe e, nonostante ciò, Igor’ lo aggredisce.

– Milord! Non mi fate perdere la pazienza! Forse non sapete che io sono Igor’ Černogorskij! – In realtà può darsi che il giovanotto non lo sapesse. Fatto sta che indietreggiò bruscamente e, una volta lontano, guardò con una certa paura Černogorskij.[6]

Nel secondo capitolo entra in scena la protagonista donna, Vanda Stadnitskaja, figura cruciale dell’intera narrazione ed esempio positivo di colonista e di comunarda.

Tra gli arbusti del giardinetto, sulla piazza della stazione, c’è una panchina traballante intorno alla quale è pieno di carta straccia, cicche, bucce di semi. Qui erano approdati da chissà dove il giovanotto di prima (Igor’ Černjavin, ovvero  Černogorskij, Nda) e Vanda Stadnitskaja. Forse erano venuti dalla strada del paese o anche dal treno, ma è più probabile che fossero sbucati proprio dalle folte siepi del giardinetto. Vanda aveva le galosce ai piedi nudi, una vecchia gonna a quadretti e una giacca nera qua e là stinta che mostrava il fondo giallo. Era una ragazza molto carina, ma si capiva che nella sua vita dovevano esserci già state gravi sconfitte. I suoi capelli biondi non conoscevano da tempo il pettine e il sapone, anzi era anche difficile dire se fossero davvero biondi. Vanda si era abbandonata di peso sulla panchina e diceva con voce cupa, assonnata:

– Va’ al diavolo! Mi hai seccato. [7]

Subito dopo entra in scena Griška Ryžikov. Si tratta di una figura centrale nell’intera narrazione e attesta le difficoltà del processo rieducativo quando la personalità di un ragazzo è gravemente compromessa e gli istinti negativi prendono il sopravvento, sia attraverso azioni dirette sia mediante dissimulazioni.

Con una mano sulla spalliera della panchina e la testa china sul braccio, Vanda contemplava con lo sguardo tra sognante e disperato le bianche nuvole lontane. Poi, sistematasi più comodamente con la guancia sul panno della manica, si mise a guardare fissamente il groviglio degli arbusti nudi del giardinetto. In questa posizione rimase molto a lungo, finché non venne a sedersi accanto a lei Griška Ryžikov, un ragazzo dall’aria cupa, alquanto brutto, con la guancia segnata da una cicatrice ancora fresca. Era senza berretto, ma i capelli erano pettinati; portava inoltre calzoni nuovi di panno e una camicia logora, mezzo fradicia d’acqua. Allungate le gambe e come assorto nella contemplazione delle sue scarpine, le chiese: – Ti va di masticare qualcosa ?

Senza cambiare posizione, Vanda disse lentamente:

– Levati dai piedi.

Lui non replicò, ma non parve neanche offeso stettero seduti e in silenzio ancora per qualche istante, finché Ryžikov non si stancarono le gambe. Si girò allora bruscamente sulla panchina e una moneta da venti copechi e due da cinque caddero a terra. Senza fretta Ryžikov le raccolse e le dispose sul palmo.

– Sono tue ?

Fece rimbalzare a più riprese le monete sulla mano, poi disse pensieroso:

– Tre polpette di carne…

E continuando a far saltare le monete sul palmo della mano si avviò a passi lenti verso la stazione.[8]

A questo punto della narrazione, i quattro ragazzi si riuniscono e cominciano le prime avventure del vagabondare per sopravvivere. Ma il carattere di Ryžikov si manifesta in tutta la sua negatività, riuscendo a derubare i compagni di viaggio e a fuggire, senza provare il minimo rimorso. Nel racconto, oltre ai richiami stilistici e letterari riferiti a Gor’kij, viene in mente la tecnica narrativa e alcuni personaggi di Mark Twain, autore che Makarenko apprezzava e di cui avevo letto le opere disponibili nella Russia del tempo. Il vagabondaggio porta i quattro ragazzi a compiere azioni di mera sopravvivenza, tra espedienti, furti, truffe. Quella che attua Igor’ Černjavin all’ufficio postale ha qualcosa di ingegnoso, per riscuote cento rubli inviatigli da una falsa babuška, improbabile nonnina del fantasioso ragazzo truffatore. Soltanto che i cento rubli saranno rubati da Griška Ryžikov. I ragazzi si dividono. A questo punto, la chiave di volta della narrazione è Vanja Galčenko, che, avendo sentito parlare della vicina colonia per besprizornye, cerca disperatamente di  farsi inviare dalle strutture pubbliche. Makarenko affronta ancora una volta le disfunzioni burocratiche e l’arroganza della pedagogia ufficiale e lo fa con acume narrativo gradevolissimo, superando di gran lunga gli analoghi attacchi all’Olimpo pedagogico. Vanja decide autonomamente di trovare soccorso nella colonia e fa il diavolo a quattro per esservi inviato dalle strutture preposte. Lo stesso aveva fatto Igor’ Černjavin. Ma non ci riesce. Il suo arrivo alla colonia è legato a un fatto fortuito.

Fu qui, alla stazione, che Vanja si addormentò seduto sul divano. L’agente non lo disturbò finché sul divano di fronte ci furono due soldati. Ma al mattino, quando alla fine si svegliò, i soldati non c’erano più. L’agente lo guardava in silenzio, e Vanja, senza parlare, capì che bisognava andar via. Si trascinò verso la via principale, voleva vedere che cosa succedeva ora davanti agli uffici dell’Istruzione Poplare e, inoltre, aveva deciso di riandare al Prosogim per la questione della colonia Primo maggio.

Vanja camminava con passo svelto e di cattivo umore. L’uomo del Prosogin[9], dal suo tavolo in fondo alla stanza, gettava sulla sua vita un’ombra abbastanza cupa.

Da un negozio uscì un ragazzo che aveva in testa un berretto fregiato in oro: era Volodja Begunok. Il berretto con i fregi, il monogramma applicato alla manica ed i vivaci occhi scuri attrassero talmente l’attenzione di Vanja che egli si fermò, appoggiandosi alla gabbia di legno che cingeva un alberello.[10]

Il dialogo che si avvia tra i due ragazzi è banale, ma apre le porte al futuro.

Vanja fece un sorriso di cortesia. In fin dei conti aveva da pensare a cose molto più serie.

– Sei chilometri ?

– Laggiù… – e Volodja indicò lontano, – alla colonia Primo maggio.

Vanja esclamò sbalordito.

– Primo maggio ?  Sei della colonia Primo maggio ? Aah! – Vanja non stava più in sé dalla gioia e rideva. Volodja sorrise, fiero di appartenere a una istituzione così rinomata.

– Sì, sono della colonia. C’è anche sulla divisa, vedi ?

Volodja sollevò il gomito. Sulla manica, sopra un piccolo rombo di velluto era ricamato in oro il numero 1 e in argento, scritta attraverso il numero la parola Maggio.

– E dire che io…

– Sei un ragazzo abbandonato ?

– No. E’ tanto che cerco… Ma niente, nessuno mi manda alla colonia.[11]

Si entra così nel pieno della colonia Primo maggio, senza enfasi e soprattutto con sincero sentimento. La struttura narrativa è un passo avanti rispetto allo stesso Poema pedagogico. Si presenta come una efficace sceneggiatura cinematografica. Si entra stando dalla parte di ragazzi. Come si è visto, la voce narrante è quella di Makarenko, tanto che nel romanzo adotta uno pseudonimo per descrivere il direttore della colonia, quello di Aleksej Stepanovič Zacharov. S’incontrano i ragazzi dalla più svariata origine e provenienza, ma di ciascuno si tratteggia il carattere, non si parla mai del passato. Quello che conta è la prospettiva. Se Vanja Galčenko è un modello che richiama alla mente la figura dello sciuscià napoletano nell’omonimo film di Roberto Rossellini, Igor’ Černjavin è uno sberleffo ai metodi burocratici per comprendere attitudini. Il capitolo Caproni dovrebbe essere letto oggi da molti psicologi e pedagogisti per la modernità del metodo. Il contrasto tra le generazioni emerge anche in Bandiere sulle torri e la figura di Solomon Davidovič Blum ne è l’emblema. Celebre la sua frase: «Vale più un cane vivo che dieci leoni morti».[12]C’è una dettagliata descrizione dell’apprendistato dei colonisti, la spiegazione pratica e letterariamente vivace di come si affrontano e si superano le difficoltà e le resistenze dei ragazzi nei confronti del lavoro. La disciplina necessaria per affrontare una prova, lo spirito di emulazione, il trovarsi insieme nei reparti sulla base delle indicazioni e delle scelte del Consiglio dei Comandanti, fa superare ostacoli altrimenti insormontabili, soprattutto di natura psicologica.

La riunione del Consiglio dei Comandanti per decidere la sorte di Igor’ Cernjavin e l’ammissione di Vanja Galčenko è un ottima prova narrativa, degna delle pagine più intense e poetiche del Poema pedagogico.

Tutto concorre alla formazione dell’uomo nuovo, come esplicitato splendidamente nell’apposito capitolo.[13] Vi concorrono la lettura dei classici, il teatro, la musica, il cinema. Le letture preferite riguardano I partigiani, Otello di William Shakespeare, L’isola misteriosa. Le musiche eseguite dalla banda della colonia vanno dalla Vesnjanka di Lysenko, alla marcia di Carmen di Georges Bizet, a molti canti popolari, unitamente agli squilli di tromba suonati di volta in volta per scandire gli orari della colonia. I ragazzi sono impegnati a preparare rappresentazioni teatrali, a cui partecipano anche gli abitanti dei villaggi vicini, privilegiando I partigiani e Boris Godunov di Aleksandr Puškin, di cui si recita il monologo dello zar. Anche le riviste non sono trascurate, per cui si apprende che la biblioteca è dotata di Ogonëk e Pionerskaja pravda. La Marcia ungherese dell’opera Faust di Charles Gounod, la Rapsodia n. 2 di Férénc Liszt, Schizzi caucasici di Michail Ippolitov-Ivanov, la danza popolare Gopak di Modest Musorgskij sono composizioni musicali molto famose che  vengono eseguite dalla banda nella casa dell’Armata Rossa, riscuotendo l’ammirazione del pubblico.[14] Non c’è soltanto la rigida disciplina nella colonia, ma anche spazio per il divertimento e la creatività artistica.

La strada verso il successo non è sempre piana. Griska Ryzikov è l’esempio più illuminante. Lo stesso Lukacs rileva con acume che l’opera pedagogica e rieducativa «non avviene senza crisi e ricadute: educare ragazzi inselvatichiti, e anormali allo stile della colonia Gor’kij significa ricorrere spesso a vecchi sistemi» Il riferimento è alle maniere forti impiegate da Makarenko, che, dato uno schiaffo a un ragazzo, subito si pente. «Tuttavia, prosegue Lukács, più le tradizioni della colonia si consolidano in una costante e vivace operosità, tanto meno questo ricorso diviene necessario  (Il tono del secondo romanzo di Makarenko, Bandiere sulle torri, è caratterizzato da questo mutamento qualitativo)».[15]

Molto efficace, poetica e intimamente delicata è la descrizione dell’amicizia tra due ragazze, quella Vanda che è apparsa all’inizio del romanzo e Oksana, una bracciante che sarà ammessa successivamente nella colonia, di cui è innamorato Igor’.

Vanda si sposa con Pëtr, un bravo colonista che la porta a vivere in città a casa della madre. Il ritorno alla colonia per salutare i ragazzi, dopo il matrimonio, è uno dei passaggi più riusciti del romanzo. Non a caso è intitolato Grazie per tutta la vita.[16]

Vi sono situazioni, soprattutto nel secondo volume, che presentano i caratteri del romanzo poliziesco, come l’episodio raccontato nel capitolo La sconfitta della colonia.[17]

Ci si avvia rapidamente verso la conclusione della narrazione. I successi nella produzione, il conseguimento degli obiettivi del piano, il loro raddoppio, un ricavato economico consistente, l’aiuto del Soviet locale portano all’elaborazione del progetto di ampliamento della fabbrica, con lo scopo di ospitare nella colonia fino a duecento ragazzi. Quando la nuova fabbrica è ultimata, nonostante difficoltà, incomprensioni con i tecnici e le maestranze, sul tetto vengono alzate le bandiere. Ma giunge la terribile notizia dell’assassinio di Sergej Kirov che Oksana comunica durante la riunione del Consiglio dei comandanti. Si tratta di una pagina a dire il vero molto enfatica e che oggi suona falsa. Ma è rivelatrice del clima che esisteva all’interno della colonia, in cui gli aspetti politici si intrecciavano a quelli pedagogici e strettamente produttivi. Le bandiere non sono soltanto quelle issate sul tetto della nuova fabbrica, emblema di conquista e di entusiasmo, di impegno e di passione, ma anche quelle che idealmente vengono issate sulle città dell’URSS per combattere i nemici interni ed esterni del socialismo. Siamo all’inizio della repressione staliniana che provocherà milioni di morti e decimerà lo stesso Partito Comunista dell’Unione Sovietica di molti dei suoi quadri migliori. Ma questo Aleksej Stepanovič Zacharov, ovvero Anton Semenovič Makarenko, non poteva saperlo. Il comunicato della colonia è una testimonianza terribile del clima che si andava instaurando:

Il nemico ha abbandonato le mura della città nuova. I nostri reparti sono entrati nella città su tutta la linea del fronte. Le nostre bandiere rosse sventolano su tutte le torri. Le ultime forze nemiche cercano di barricarsi nella zona delle costruzioni, si nascondono tra le botti e le casse, sotto le impalcature e tra il calcinaccio. Una parte cerca di difendersi nel vecchio stadio. Il Consiglio dei comandanti ha deciso che vengano snidati dal loro ultimo rifugio durante il mese di settembre, affinché per la festa del sette novembre non rimanga nella colonia un solo nemico.[18]

Chi sono i nemici che bisogna snidare e annientare e che si nascondono nel vecchio stadio ? Sono tecnici e maestranze che non comprendono l’entusiasmo al fare, che pongono difficoltà nel realizzare una cosa, molto spesso giuste perché nascono dall’esperienza, alcuni abitanti dei villaggi vicini che guardano con sospetto ai successi della produzione economica nelle fabbriche della colonia. Ed ecco il finale di tutta la narrazione, vero e proprio riepilogo programmatico e ideologico dell’esperienza della colonia Primo maggio.

La nostra fabbrica significa armi, significa lotta, significa uomini nuovi, uomini che non cederanno e non perdoneranno. Nesterenko si trova ora in una fabbrica di aeroplani, Kolos all’università, Miša al volante di un’automobile: nessuno vorrà più essere uno schiavo. E noi ricorderemo questa giornata. Non ho altro da dirvi; solo voglio che questo giorno sia come un allarme e che questo segnale rimanga per sempre nelle nostre orecchie. Propongo che fino al momento del funerale del compagno Kirov, la nostra bandiera rimanga qui vicino al busto di Stalin (che risulterà al XX congresso del Pcus nel 1956 essere stato l’organizzatore e il mandante dell’assassinio di Kirov, Nda), così chinata, e che noi pure le rimaniamo accanto, con il fucile. Ogni colonista ricorderà la guardia fatta accanto alla bandiera.

Per due giorni la bandiera della colonia Primo maggio rimase nella sala, e giorno e notte due sentinelle si davano il cambio ogni quindici minuti davanti ad essa. Rimanevano immobili, con il fucile alto, nella loro divisa di parata, senza il colletto bianco, in segno di lutto. E fino a notte inoltrata restavano i colonisti sul divano interminabile, nel club della quiete, mentre i ragazzini sedevano sui gradini sotto il busto di Stalin e parlavano sottovoce.

Quando la bandiera venne portata via dal club della quiete, quando tornarono a sventolare, alte, le bandiere in cima alle torri, i colonisti si lanciarono con rinnovata passione, e con nuova tenacia e intelligenza verso le macchine e i banchi della scuola, nella severa disciplina del loro collettivo. Continuavano ad avanzare, guardandosi attorno, a destra e a sinistra, e il loro sguardo giungeva lontano, dove, tra orizzonti nebbiosi di terre e paesi, avanzava insieme con loro il grande fronte del progresso socialista.

La vita continua e continua la lotta. Anche la gioia continua, frutto di una conquista, e continua l’amore. Igor’ Černjagin, la cui bocca non esprime ormai solo ironia, ma anche forza, Igor’ Černjagin cammina e nella sua mano tiene quella di Oxana. E lo stesso è di Vanda Stadnitskaja, moglie e madre, operaia d’assalto della fabbrica, che ormai sorride al ricordo dei guai passati. Vanja Galčenko e tutta la quarta brigata, la gloriosa e invincibile quarta brigata, fanno risuonare la terra col loro passo vivace. E a lato marciano gli altri reparti, i potenti reparti dei lavoratori dell’URSS, gli storici reparti degli anni Trenta.[19]

Come si vede, è un documento di perfetta retorica da realismo socialista, come chiedeva il teorico e l’ideologo Andrej Ždanov. La scena descritta fa venire in mente la pittura di Pëtr Končalovskij, Sergej Gerassimov, Isaak Brodskij, Robert Fal’k, Aleksandr Dejneka, Jurij Pimenov e tantissimi altri, la scultura Rabočij i cholkosjanka (Operaio e contadina) di Vera Muchina, uno dei simboli di quella corrente del linguaggio artistico che, tra tanta paccottiglia propagandistica e trionfalistica, è riuscita a produrre alcune opere di sicura validità, a cominciare dal grande cinema di Sergej Ejzenštejn e di Aleksandr Rodčenko.

A dispetto della grande tragedia del comunismo staliniano, «Bandiere sulle torri è un ottimo romanzo e a questo riguardo non pone alcun problema», conclude György Lukács.[20]

Oggi queste pagine si leggono con un miscuglio di tristezza e di nostalgia per una fase storica ricca di speranze e di illusioni, che si era aperta con la Rivoluzione d’ottobre, e che la follia di uomini come Stalin ha tradotto nella tragedia delle terribili persecuzioni e dei gulag.[21] Nonostante ciò Makarenko continua ad esercitare il suo fascino, legato all’esperienza del collettivo pedagogico, come strumento positivo per contribuire a combattere la violenza degli uomini e l’ingiuria del tempo sui più deboli: i bambini e i ragazzi di ieri e di oggi.

Agostino Bagnato

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[1] Cfr. Anton Semenovič Makarenko, Bandiere sulle torri, traduzione di Leonardo Laghezza, II voll., Editori Riuniti, Roma 1955. La citazione si riferisce al vol. I, pp. 15-16. In copertina sono riprodotti due disegni di Renzo Vespignani,. L’introduzione è dello stesso Makarenko.

[2] Cfr. György Lukács, La letteratura sovietica, Editori Riuniti, Roma 1956, pp. 182-183.

[3] Cfr. G. Lukács, op. cit., p. 187.

[4] Cfr. A. S. Makarenko, op. cit., p. 16.

[5] Ibidem, vol. I, pp. 17-18.

[6] Ibidem, vol. I, p. 19

[7] Ibidem, vol. I, p. 23

[8] Ibidem, vol. I, pp. 24-25.

[9] Struttura per l’assistenza all’infanzia.

[10] Ibidem, vol. I, pp. 117-118.

[11] Ibidem, vol. I, pp. 118-119

[12] Ibidem, vol- I, p. 178

[13] Ibidem, vol. I, pp. 243 e sgg.

[14] Ibidem, vol. I, pp. 229 e sgg.

[15] Cfr. G. Lukács, op. cit. p. 217.

[16] Ibidem, vol. II, pp. 359 e sgg.

[17] Ibidem, vol. II, p. 305

[18] Ibidem, vol. II, p. 380

[19] Ibidem, vol. II, pp. 437-438.

[20] Cfr. G. Lukács, op. cit., p. 218.

[21] Abbreviazione di Gosudarstvennoe upravlenie lagerej (Direzione statale dei campi di concentramento), divenuta universalmente nota dopo la pubblicazione nel 1974 del romanzo Arkipelag Gulag (Arcipelago Gulag) di Aleksandr Solzenicyn.

Testimonianze: Intervista al Pittore Ennio CALABRIA

Ennio Calabria[1] è uno dei maggiori pittori italiani che negli ultimi cinquant’anni si sono imposti all’attenzione della critica e del pubblico per l’originalità del linguaggio, la ricerca continua e la prepotente personalità. Nel 1966 ha disegnato la copertina per l’edizione del Poema pedagogico di Anton Semënovic Makarenko, pubblicata dagli Editori Riuniti. Il risultato è un intenso apparato pittorico tra impalcature di cantiere edile, attrezzature di fabbrica industriale, tubazioni tecnologiche per la conduzione di liquidi e gas probabilmente combustibili, il tutto finalizzato all’esaltazione creativa e umanizzatrice del lavoro.

Erano tempi, quelli, dell’impegno sindacale e politico di Ennio Calabria come di tanti altri artisti, in cui il lavoro prodotto dalla classe operaia assumeva  valore di riscatto e di emancipazione sociali nonché di crescita della consapevolezza del ruolo politico dei lavoratori e della loro partecipazione alla costruzione di una società nuova, più giusta e storicamente avanzata. Era l’umanesimo proletario, di cui parlavano György Lukács, i filosofi e i sociologi di scuola marxista. Ennio Calabria non ha mai avuto ambizioni mercantili; ancorato a una solida concezione etica dell’agire umano, ha sempre rifiutato e combattuto la banalizzazione dell’arte, costruendo una rigorosa dimensione morale dell’artista nella società contemporanea, da intellettuale portatore di doveri e di valori politico-sociali, secondo la concezione gramsciana della cultura, alla quale è stato sempre esemplarmente coerente. Il suo schierarsi a fianco delle lotte operaie è stata la scelta naturale della sua coscienza umanistica acquisita e del sentire come necessario partecipare alla vita sociale da protagonista e non da spettatore che coglie le opportunità mercantili e della moda. In questa sua scelta coerente risiede la grandezza della sua personalità, a dispetto di alcune difficoltà vissute con rigorosa dignità e forte senso della responsabilità dell’artista di fronte alla società.

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[1] Ennio Calabria è nato a Tripoli nel 1937. Compiuti gli studi a Roma, dove ha lavorato con il pittore Gigotti, ha iniziato una intensa produzione grafica e pittorica, distinguendosi per l’originalità dell’espressione figurativa nel predominio dell’informale e dell’astrattismo. Il lungo cammino inizia con la prima mostra alla galleria La Feluca nel 1958; con Ugo Attardi, Renzo Vespignani, Piero Guccione e i critici Dario Micacchi, Antonio Del Guercio e Duilio Morosini dà vita al gruppo Il pro e il contro. I successi di critica e di pubblico si susseguono. L’impegno politico e sociale fanno di Ennio Calabria una figura insostituibile nel panorama romano degli anni Sessanta e Settanta con la partecipazioni alle grandi manifestazioni sindacali e di massa e il contributo alla direzione di istituzioni culturali, a cominciare dalla Biennale di Venezia. La costante polemica contro la mercificazione della cultura e dell’arte, nonché sul ruolo servile della critica, creano un diaframma tra Calabria e le istituzioni culturali pubbliche, mentre cresce l’apprezzamento dei collezionisti privati e dei galleristi. Il pittore prosegue la propria ricerca espressiva con risultati sempre più complessi e profondi, legati alla sua concezione della vita e della società, frutto di una sofferta ricerca esistenziale dove nulla è lasciato al caso. La sua introspezione filosofica si trasforma in una concezione della realtà di fronte ai fenomeni della comunicazione di massa e all’impiego della tecnologia. Perno di questa sua concezione è la figura che appare nella mente e si traduce in opera pittorica, capace di racchiudere la memoria del passato e di anticipare il futuro, facendo del presente la risultante di questo complesso processo mentale.

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Gli ho chiesto la disponibilità di tornare, a distanza di quaranta anni, sulle ragioni che lo hanno condotto a produrre la copertina per quella edizione del Poema pedagogico e sulle impressioni che l’esperienza di Makarenko ha lasciato sulla sua persona, in vista della pubblicazione della mia ricerca sull’attualità pedagogica makarenkiana. Il suo punto di osservazione privilegiato avrebbe costituito una sorta di completamento dell’eredità culturale dello stesso Anton Semënovic, proprio nell’ottica del rapporto tra Makarenko e l’arte. Ennio Calabria ha accettato di rispondere ad alcune domande, con la generosità e la disponibilità degli uomini veramente esemplari.

  • Com’è nata l’idea segnica della copertina per la nuova edizione del Poema pedagogico nel 1966 ?

Io sono rimasto affascinato dalla lettura del romanzo di Makarenko, per cui quando mi è stato chiesto di disegnare la copertina per la nuova edizione, ho risposto affermativamente. Makarenko è un artista, un soggetto capace di grande invenzione, di grande fantasia. Cerco di spiegare il perché di questo mio giudizio rifacendomi a una poesia di Vladimir Majakovskij. Il poeta dice che nella Russia rivoluzionaria, dopo aver risolto la questione del lavoro e degli alloggi, resta il grande problema della primavera. Che cosa intendeva con il richiamo alla primavera? Si tratta di quel problema invisibile che in realtà riguarda il riuscire a garantire la vitalità della società. In poche parole, come sosteneva Karl Marx, si tratta di garantire che la dimensione delle sovrastrutture ovvero dell’interiorità, della vitalità, della fantasia vada a braccetto con la dimensione delle strutture, in poche parole che la vitalità della società riesca ad accogliere la vitalità dell’immaginazione.

  • Quello che stai affermando è molto interessante, in quanto esiste da tempo una discussione sul carattere del Poema pedagogico, ovvero se si tratta di opera autobiografica pur riuscita sul piano narrativo, oppure se Makarenko, partendo da elementi biografici legati alla sua esperienza nella colonia Gor’kij, abbia scritto un romanzo vero e proprio, creando un’opera letteraria autonoma. Nicola Siciliani de Cumis parla giustamente di un “romanzo d’infanzia” a proposito del Poema pedagogico, rifacendosi alla teoria letteraria di Michail Michajlovic Bachtin riguardante la dimensione identificativa dell’autore con l’eroe dell’opera narrativa. Sono contento di sentirti affermare questi concetti, perché hai pienamente colto il senso dell’invenzione letteraria di Makarenko.

Ritornare a quella esperienza pittorica, mi induce ad alcune riflessioni. La prima riguarda il punto che mi ha particolarmente sollecitato, ovvero porre il problema dell’invisibile necessità dello sviluppo della fantasia e dell’immaginazione che è poi la dimensione simbolica di tutta la vita sociale. Nel caso dell’esperienza di Makarenko, quello che mi ha colpito maggiormente è stato il fatto che il pedagogista Makarenko si fosse posto il problema di come entrare in comunicazione con quanti hanno codici differenti rispetto a quelli propri e prevalenti. Ho fatto questa riflessione tanti anni fa quando ero impegnato, come tanti altri intellettuali, nella vita politica e sociale.

Avviare un dialogo con chi ha i tuoi stessi codici è facile, anche se li trasgredisce spesso. Quello che è difficile è avviare un dialogo con chi non ha i tuoi stessi codici.

Faccio un esempio: la classe operaia pone il lavoro al centro della propria vita e vede il lavoro come la propria identità e come sviluppo ed esercizio della propria idealità e personalità. Se ci si rivolge al sottoproletariato, la condizione di disperazione comincia per la semplice ragione che si tratta di persone che non hanno posto il lavoro al centro della propria esistenza, anche perché non hanno proprio dimestichezza con il lavoro. Ho avuto modo d’incontrarne parecchie nella mia vita, ma la cosa che mi ha colpito è che quelle persone pensavano di trovare un lavoro di tre o quattro giorni per poter stare bene quattro anni, il che vuol dire la rapina, l’attività delinquenziale. Non hanno proprio il senso dell’accumulo della formica, momento per momento, giorno per giorno…

  • Manca il senso di una qualsiasi cultura del lavoro e anche della responsabilità, in queste persone…

La seconda riflessione riguarda il fatto che si tratta di persone che non hanno valori, anche perché nessuno ha saputo loro inculcarli, per cui esiste una strana ambiguità che si traduce nella predisposizione a farsi comprare, a correre dietro al piccolo guadagno. La cosa affascinante di Makarenko, di fronte a una condizione analoga pur in un contesto storico profondamente differente, non è lo sforzo pedagogico nella norma, ovvero di quando ci si rivolge a ragazzi di estrazione media ai quali si vogliono inculcare sani principi morali e valori etici validi per tutta la vita, ma egli ha dovuto sostanzialmente inventare e costruire gli strumenti fondamentali per stabilire una qualche relazione con dei soggetti che erano completamente fuori da qualsiasi codice che potesse essere verbalizzato. In questo senso Makarenko è un grande artista.

  • Hai colto pienamente nel segno. Makarenko è in effetti il teorico della pedagogia della prospettiva. Di conseguenza, la strumentazione che egli ha cercato di costruire per entrare in relazione con i besprizornye, i ragazzi senza tutela, orfani e abbandonati a se stessi, ha dimostrato la validità della sua teoria ma soprattutto la possibilità di ottenere risultati straordinari sotto il profilo strettamente pedagogico e della formazione dell’uomo nuovo. Tu confermi, sulla base della tua sensibilità e capacità di artista di leggere in profondità quello che accade nella realtà, che il lavoro resta il valore fondamentale nella vita dell’uomo, nell’agire umano. Di conseguenza, il lavoro resta ancora oggi lo strumento fondamentale per il recupero delle persone disagiate o sfortunate nel loro essere nella società.

Il terzo punto di questa mia riflessione è il seguente: Makarenko ha capito che un soggetto che utilizza un linguaggio pre-verbale, vale a dire un linguaggio fatto più di sintomi che di verbalizzazioni, che per la sua regressione ha in qualche modo rapporti con una condizione magmatica della potenzialità. Non si tratta di potenzialità già espresse, in quanto quelle espresse sono determinate dalla corruzione, indotte anche da un ambiente malsano. Egli ha capito e letto le potenzialità nascoste nella condizione delinquenziale di quei ragazzi. Da questo punto di vista egli ha capito una cosa che molto tempo dopo ha sostenuto, sul piano politico, lo stesso Enrico Berlinguer: spesso dai luoghi più emarginati nascono indicazioni utili per fondare una nuova qualità della vita. Makarenko ha intuito tutto questo e lo ha trasformato in un metodo didattico.

  • Da qui nasce anche la prospettiva dell’uomo nuovo, responsabile delle proprie azioni, impegnato nella costruzione di una società futura basata su valori di uguaglianza e di solidarietà.

Come giustamente tu dici a proposito dell’uomo nuovo, c’è una strana possibilità di traslazione di questa condizione che noi riteniamo emarginata in quanto pre-verbale, di natura primitiva, che appare regressiva rispetto al piano che la società ha definito nei ruoli e in tutta la sua organizzazione. Si tratta di una regressione che porta all’indietro rispetto alla mappa sociale, all’articolazione dell’organizzazione sociale e da questo punto di vista, questa fase è come una postazione che può guardare oltre. Per questo faccio riferimento alla condizione magmatica.

  • Lo stato di potenza deve trovare il modo di esprimersi rispetto all’essere, mi pare di capire…

Esattamente. Questo è il quarto punto che voglio toccare. Io non posso pensare che agitando dei puri principi, dalla cui crisi è nata quella condizione, si riesca a recuperare quei soggetti. In poche parole, io non posso immaginare di recuperare il tossicodipendente agitando i principi che per la loro crisi lo hanno portato alla droga. Il punto di fondo è un altro: ascoltare attentamente quello che il tossicodipendente dice, perché, pur nel suo linguaggio afasico, che testimonia il suo tranquillo ruolo di tipo delirante e asociale a volte, c’è in qualche modo la percezione e l’indicazione di un diverso assetto sociale. Sostanzialmente, è nella sua stessa natura che bisogna trovare il linguaggio per comunicare.

  • Puoi fare un esempio ?

Molti anni fa ho conosciuto un giovane pittore lungamente ricoverato nell’ospedale psichiatrico S. Maria della Pietà di Roma. La sua fidanzata elogiava e applaudiva acriticamente le opere che il giovane dipingeva, non le offrivano nessuno stimolo valutativo perché essa identificava quella banalità con la normalità. Infatti dipingeva cose banali, senza qualità, semplici alberelli e paesaggi privi di significato. Egli era considerato clinicamente guarito e la pittura era un elemento dimostrativo della guarigione. Mi ha invitato a visitare la sua abitazione e mi ha mostrato i suoi quadri. Di fronte ad alcune opere di grande potenza espressiva che io apprezzavo, come un crocifisso nero che incuteva una profonda paura, il suo commento era il seguente: «No, no, quello l’ho dipinto quando stavo male». Tutte le volte che trovavo un quadro bello, m’interrompeva sostenendo di averlo dipinto quando stava male. Io ho cercato di spiegargli che doveva essere fiero dell’intera sua esperienza, capendo che quell’abisso in cui era piombato non riguardava soltanto lui, ma probabilmente attraverso se stesso interpretava un rischio che riguardava l’intera società, per cui la sua esperienza era quella di tutti. Di conseguenza, attraverso quell’esperienza definiva la sua nuova personalità e quindi doveva accettarla e quindi esporre tutti i quadri dipinti.

Alla fine gli ho detto: «Se la guarigione vuol significare l’amputazione di pezzi della personalità, allora esponi quello che ti pare, sapendo che è soltanto una parte di sé.

Se accetti la condizione complessiva della tua esistenza, devi esporre tutte le opere che dipingi».

  • Trovarsi in una condizione difficile, in un momento di sbandamento, può succedere a ciascuno di noi, prima o poi…

Appunto! Quel giovane mi ha guardato con interesse e mi ha risposto che era tutto vero quello che io sostenevo, perché i medici sostenevano che fosse guarito, ma sentiva come se gli avessero amputato una parte della propria personalità. Da quella volta ha continuato a dipingere e ad esporre tutto.

  • Questo rientra nella concezione unitaria dell’essere.

Bravo! Makarenko, nella sua concezione, dimostra che ha osservato lo stato delle cose e da quello ha positivizzato una prospettiva. Sostanzialmente, non ha contraddetto o censurato quei soggetti, non ha tentato di amputare l’identità di quei soggetti asociali, ma partendo da quelli, in qualche modo, li ha aiutati a ricostruire una loro identità futura.

  • Intanto, li ha aiutati ad esprimersi, facendoli sentire accettati. Nello stesso tempo li ha fatti sentire utili attraverso il lavoro.

Esatto. In questo risultato risiede la grandezza dell’esperienza pedagogica di Makarenko.

  • Nel  Poema pedagogico vi è un altro aspetto educativo e formativo molto importante che riguarda il ricorso alle rappresentazioni teatrali, alla lettura di testi fondamentali della narrativa russa. Makarenko descrive l’impegno e l’entusiasmo con i quali i ragazzi studiano la messa in scena e la recitazione delle opere di Puškin, Gogol’, Cechov, Gor’kij, dedicando pagine di alta qualità narrativa. I besprizornye sono consapevoli di potersi esprimere e di sentirsi realizzati attraverso i risultati dell’attività artistica. E’ una gratificazione che accresce l’autostima. Inoltre, l’arte visiva è considerata da Makarenko uno strumento per stimolare la curiosità e la fantasia dei ragazzi. Si può porre proprio l’interrogativo di quale rapporto abbia avuto Makarenko con l’arte in generale e con la pittura in particolare. Bisognerebbe compiere degli studi approfonditi al riguardo. Ma la domanda che vorrei porti in questa sede è la seguente: pittura, scultura, fotografia, cinema, video, ma anche poesia, narrativa e teatro possono aiutare a recuperare le persone in difficoltà. Non faccio tanto riferimento all’arttherapy, quanto alla pratica creativa come strumento terapeutico per curare l’anima, ricostruire la personalità…

Io sono convinto che l’arte, in quanto memoria dell’oblio, può realizzare il miracolo di strappare ciò che si era separato dalla coscienza al suo destino metastorico, a-temporale, in quanto ciò che viene strappato dalla coscienza diventa a-storico e a-temporale. L’arte può riuscire a recuperare nella storia l’a-temporalità. In poche parole, questi ragazzi quando entrano nel vortice asociale per la scomparsa di parametri o per l’incapacità di percepire pratiche che sono poi valori e relazioni, in quanto una parte della loro coscienza è stata spinta verso l’oblio, rischiano che su questo vuoto si innestino facili codici predatori. Makarenko, attraverso il metodo educativo adottato, non ha fatto altro che risvegliare quello che in qualche modo si era addormentato, anche per le condizioni tragiche della guerra civile.

  • Tu sei dunque convinto che c’è ancora un’attualità nell’esperienza di Makarenko nel contesto attuale, nella realtà contemporanea. Non si tratta di ripetere, a distanza di ottanta anni, l’esempio delle colonie Gor ’kij e Kurjaž o della comune Dzeržinskij, ma di considerare il lavoro svolto collegialmente, come la base del progetto di recupero, del risveglio della coscienza dall’oblio, come tu stesso affermi con questa bellissima espressione.

Io penso che Makarenko sarà sempre attuale. Se lo si guarda in senso lato, superando la dimensione quasi tecnica della colonia o della comune, ci si accorge che quella esperienza non è soltanto una lezione importante ma è veramente l’esempio che oggi dovrebbe prendere in mano la politica e i suoi rappresentanti più autorevoli, se vogliono togliere dall’oblio incalzante l’uomo contemporaneo.

  • Makarenko ha avuto un destino strano. Nell’Unione Sovietica di Stalin è stato avversato perché i suoi metodi educativi non erano considerati ortodossi, rispondenti cioè al dettato dell’Olimpo pedagogico che egli tanto avversava; in Occidente non era sufficientemente conosciuto. Oggi, in Russia è guardato con sospetto perché rappresenta il passato comunista, anche se una nutrita schiera di studiosi, tra cui alcuni discendenti dei ragazzi rieducati come “uomini nuovi” nei centri makarenkiani, si sforzano di mantenere viva la sua esperienza; in Europa e più in generale nel mondo occidentale, nonostante molte diffidenze, il contributo di Makarenko allo sviluppo della pedagogia nel Novecento è oggetto di studi e ricerche, dall’Università di Marburgo in Germania all’Università di Roma “La Sapienza”, dalla Spagna al Messico, agli stessi Stati Uniti.
  • Le tue parole sono di conforto e costituiscono un grande stimolo a proseguire su questa strada, in quanto l’attualità di Makarenko risponde alle esigenze della società odierna, in quanto contestualizzandola, quell’esperienza acquista un valore enorme.

E’ vero. Voglio fare un esempio: se si parla con un sordo, sia che ci si esprima con voce flautata o aumentandone di un’ottava l’estensione, non c’è possibilità di essere ascoltati. Questa è la situazione che si presenta oggi di fronte a noi, in rapporto a una serie di valori persi e di condizioni negative nella società contemporanea. Non si pone allora una questione più generale rispetto a quello che Makarenko ha dovuto affrontare al termine della guerra civile, le cui conseguenze erano state devastanti? Egli aveva allora a che fare con dei sordi, sostanzialmente. Pertanto, egli ha dovuto ricostruire dei codici capaci di consentire che le sue parole giungessero a quei ragazzi.

Ricordo che a un certo punto, per attrarne l’attenzione, ha preso una fionda e ha colpito un moscone che svolazzava nella stanza, mettendosi così allo stesso livello dei ragazzi, dimostrando di essere uno di loro. Egli ha rifondato il corridoio che gli consentiva di entrare in relazione con quei ragazzi. Non era un problema di qualità della relazione, ma la relazione stessa, la base che consentiva di esercitare una relazione.

  • Oggi siamo nella stessa condizione, secondo te?

Sì, ci troviamo in una condizione analoga, sul piano generale, come ho detto prima. Per questo Makarenko è importante, avendo dimostrato che si possono rifondare i codici della relazione.

  • Egli è riuscito a ottenere questi risultati senza esercitare metodi autoritari, coercitivi, violenti. Tuttavia, Makarenko racconta nel Poema pedagogico di essere stato costretto a usare comportamenti brutali, come quando dà uno schiaffo a un ragazzo, oppure quando scaglia uno sgabello contro i più riottosi, sentendo subito dopo il rimorso per avere violato i codici della pedagogia. Ma il suo merito maggiore, come tu stesso affermi, è di essere riuscito a comunicare con quei ragazzi, ad attrarli verso la realtà, a trasmettere loro quei valori positivi attraverso lo strumento del “collettivo pedagogico”, inculcando il senso della responsabilità e della disciplina e quindi a costruire l’uomo nuovo che contribuisce alla realizzazione della società socialista. Oggi il problema si pone nella stessa identica maniera: si tratta di offrire le condizioni per rafforzare il senso della responsabilità nell’uomo che agisce nella società complessa al tempo della globalizzazione, con la conseguente perdita di valori identitari.

Ci sono dei momenti storici in cui esiste una sorta di continuità, i codici sono comuni, si parla la stessa lingua, anche se esistono variazioni e diversità di posizioni. Ci sono, al contrario, dei momenti di rottura come quello che stiamo attraversando, a causa della velocità degli scambi. Chi nasce tra vent’anni avrà codici radicalmente diversi rispetto a quelli attuali. Di conseguenza, ogni volta c’è un problema di rifondazione dei codici della relazione, non della qualità della relazione stessa, come ho detto prima. Un tempo si diceva che la comunicazione era destinata alla dimensione complessa, a comunicare ciò che era complesso. Era una comunicazione diacronica che aveva bisogno di grandi parentesi, aggiunte, riflessioni, deduzioni. La comunicazione pratica, pragmatica era sbrigativa. Oggi ci si trova di fronte a una situazione paradossale: se si vuole comunicare una lunga storia di semplici fatti quotidiani a un interlocutore che non è una persona ostile o indifferente, anche se si annoia, riesce a seguire. Se si vuole comunicare qualcosa di più complesso, che richiede riflessione, anche se quella persona è affettivamente legata a chi parla, dopo un po’ non segue più.

  • Perché questo accade?

E’ semplicissimo. C’è stato un capovolgimento della realtà. La dimensione complessa non giunge più attraverso la comunicazione verbale, mediante la parola. Se si ascolta la comunicazione di qualcosa di complesso attraverso la verbalizzazione, viene ritenuta noiosa e non viene più seguita. Per esemplificare ancora una volta, se in televisione c’è un personaggio dell’Isola dei famosi, egli parla con disinvoltura dei suoi pettorali e di quello che farà tra qualche tempo e così via, ma se poi volesse comunicare, all’improvviso, qualcosa che lo ha coinvolto emozionalmente, entra in uno stato di afasia, cerca a fatica le parole per esprimere quello che prova dentro, in definitiva si viene a trovare in difficoltà. La casalinga che ascolta le sue esternazioni, se lo divora, proprio perché anche lei trova le stesse difficoltà a esprimersi.

  • Avviene un processo d’identificazione…

Proprio così. Se a parlare dovesse trovarsi un docente universitario, un intellettuale, qualcuno che comunica la propria dimensione complessa, la casalinga cessa di ascoltarlo e si dedica alla cucina o a pulire la casa. Oggi, nella realtà, tutto ciò che è complesso giunge a noi sotto forma di sintomo. Vuol dire che sono inviati soltanto dei sintomi che vengono percepiti come tali. Recentemente ne ho parlato con Fausto Bertinotti che conveniva con il mio ragionamento. A riprova mi ha raccontato di essere stato a Londra e di avere ricevuto l’invito da parte di un gruppo di giovani a partecipare a una festa fuori città, in un luogo irraggiungibile, dove si sarebbero radunati migliaia di ragazzi per fare musica e divertirsi.

  • Un rave, credo, di quelli che si fanno anche in Italia in località nascoste.

Probabilmente. Se si trattava di una località irraggiungibile, vuol dire che per partecipare vi era una motivazione fortissima. Ebbene, mi ha raccontato che quelle migliaia di giovani non parlavano tra di loro, si toccavano, sembrava che si annusassero. A riflettere bene erano come i ragazzi di Makarenko, protesi in una nuova postazione, alla ricerca di un nuovo punto di osservazione. Si trovano come dopo l’uso ampio dei codici diacronici, come trovandosi in un’altra dimensione, perché non possono che percepire attraverso una comunicazione di sintomi. Quando gli psicanalisti sostengono che molte persone cominciano a utilizzare un linguaggio preconscio negli scambi, in pratica sostengono che il linguaggio preconscio lo usano perché è il primo tramite per giungere a una futura verbalizzazione di quanto giunge per via sintomatica.

  • Qual è la relazione di tutto ciò con Makarenko?

L’enorme importanza della sua esperienza risiede nel fatto che egli si è posto di fronte a quei ragazzi come se si trattasse di realizzare un rinascimento della pedagogia, inventando dei codici originali di comunicazione. Makarenko si è dovuto porre la questione, se così si può dire, di rifondare la base che consente l’esercizio della pedagogia. Vale a dire, costruire il primario piano di comunicazione con i ragazzi, riaprendo la comunicazione là dove era ostruita. In questo senso egli è attuale.

  • Ci vorrebbero, dunque, tanti Makarenko, nella società complessa, nelle scuole, nei centri sociali, nelle carceri, nei luoghi dove ci sono problemi. Ma è la nostra società che è piena di problemi. Per questo occorrerebbero persone in grado di comunicare valori positivi, non di tipo propagandistico. Ma dove si trovano?

Non si tratta soltanto di questa grave carenza. C’è anche di peggio. Abbiamo visto il valore educativo e formativo dell’arte, del teatro, della poesia e della narrativa nell’esperienza makarenkiana. Ebbene, a me risulta che la proprietà di molti grandi quotidiani comunica ai comitati di redazione di non occuparsi di arte. Perché lo fanno?

Oggi tutto è diventato mercato per seguire quello che il pubblico chiede, mentre le cose importanti si trattano di straforo, come la cultura in televisione che viene fatta di notte, più o meno bene, perché non ha audience. Tutto ciò accade perché è cambiato qualcosa di profondo nella società. Quelli che per Makarenko erano un gruppo di giovani disadattati, oggi è l’intera società a trovarsi in quella condizione. Se l’ordine è di non parlare di arte perché non fa audience, è come se dicessero di eliminare il parlare perché la società è sorda.

  • Ritorna il concetto che hai espresso precedentemente. Quindi, ci vorrebbe una classe dirigente capace di parlare alla società, una sorta di gruppo di saggi o di filosofi, per dirla con Platone, capace di governare la società per ritrovarne e garantirne valori e voce.

In sostanza, ci vuole una grande capacità creativa. Makarenko, nel suo campo, è riuscito a trovare e ad esprimere questa grande capacità creativa. Bisogna ricostruire nuove possibilità relazionali che ci consentano di ristabilire una relazione con il mondo, nel mondo e tra il mondo, sapendo che ogni individuo si fa autoreferente. Questa è la condizione fondamentale, oggi. La comunicazione si è ridotta nella qualità, è aumentata nella quantità perché moltiplica se stessa senza avere la capacità di uscire da un limite lineare del pensiero, da un sistema abbecedario della mente. Bisogna ricostruire questa strada che ormai è sepolta sotto detriti nell’oblio. E sembrerebbe quasi che la società non ne abbia più bisogno. Per cui, l’arte e la cultura possono contribuire a ristabilire questa primaria esigenza. In questo senso, Makarenko ha indicato e insegnato una strada. Così l’ho percepito, quaranta anni fa, il suo messaggio. Proprio per queste ragioni, l’esperienza pedagogica delle colonie Gor’kij e Kurjaž e della comune Dzeržinskij è ancora attuale. Mi auguro che l’attenzione degli artisti e degli  uomini di cultura a me contemporanei percepiscano questo valore e ne sappiano trarre le giuste conseguenze.

Grazie della disponibilità e della collaborazione.

Roma, 4 gennaio 2007

Makarenko di E. Mettini

Bollo_MakarenkoDi seguito è pubblicata la relazione/saluto del Dott. Emiliano Mettini dell’Associazione Makarenkiana Internazionale (Mosca) in occasione della presentazione del libro di “Makarenko oggi” di Agostino Bagnato fatta a Roma il 14 dicembre 2006.

Cari amici e carissimi ospiti,

mi chiamo Emiliano Mettini e sono il rappresentante dell’Associazione Makarenkiana Internazionale di Mosca, della cui presidentessa Tatjana Federovna Korableva mi faccio latore presso questo gentilissimo auditorio di una lettera di saluto e di augurio della quale vi do breve lettura. [Lettura lettera].

Oggi, poi, oltre a rappresentare la Korableva, faccio le veci anche di Vladimir Vasilevic Morozov, direttore del Museo Makarenko di Mosca. Egli si rammarica moltissimo di non poter essere presente stasera, ma inderogabili motivi di lavoro, come l’apertura della nuova sede del Museo e l’organizzazione di un simposio dedicato alla figura di Kalabalin, il Karabanov del Poema Pedagogico, nonché il montaggio di un film inedito sulla figura di Makarenko, di cui non posso presentare una copia per motivi tecnici (deve essere restaurata tutta la parte audio) non gli hanno proprio permesso di svincolarsi. Morozov mi ha però chiesto di ricordare durante il presente incontro, che le porte e soprattutto gli archivi del Museo sono aperte a tutti i ricercatori che hanno messo al centro dei propri studi A.S. Makarenko. Fatte le presentazioni e le comunicazioni di rito, entrerei adesso nella parte precipua del mio odierno intervento.

Come avrete già potuto notare da soli, in queste poche righe ho già fatto tre volte il nome di Makarenko, ed è estremamente significativo che ad unire persone così diverse per formazione e per estrazione culturale ci siano proprio il nome e cognome del grande pedagogista, a cui fa riferimento nel titolo anche Agostino Bagnato, autore del  bel libro che viene presentato stasera. E sarà soprattutto l’attualità dell’eredità pedagogica di Makarenko che costituirà il fil rouge della nostra breve relazione. A detta di molti, però, rifarsi all’opera di A.S. ha l’aspetto di un nostalgico amarcord ideologico che va ad appiattarsi su forme di pedagogia da Unione Sovietica, di pedagogia del Gulag, come si è ripetutamente detto da più parti, dove per rieducare i cosiddetti devianti sociali (ivi compresi i detenuti), non si deve esitare a ridurli ad automi, ad animali decorticati privi di volontà, per usare la forte definizione degli educandi di Makarenko data da Giuseppe Negri nel suo articolo del 1954 “Makarenko ingegnere delle anime umane”.

Attualizzare Makarenko non significa neppure che dobbiamo prendere di peso tutto il lascito pedagogico di quest’ultimo e riportarlo nelle condizioni di oggi. Tale operazione si trasformerebbe in un inaccettabile letto di Procruste che svuoterebbe di senso e di significato la trentennale opera teorica e pratica del pedagogista – novatore e riformatore sociale. Il che vuol dire che educare non significa solo appagare l’hic et nunc della contingenza pedagogica del momento e che quando non si sa più a quale santo votarsi, e la situazione è disperata, ci votiamo a Santo Makarenko (l’espressione non è mia, ma è la felice definizione di un altro guru della ricerca makarenkiana mondiale, quale Goetz Hillig). Bisogna invece guardare al lascito pedagogico del Nostro dal punto di vista prospettico, dato che le linee di prospettiva, le  “перспективные линии” sono uno dei principali ingredienti del sistema educativo makarenkiano.

Detto altrimenti, se vogliamo affrontare i difficilissimi problemi che la contemporaneità ci pone e, al contempo, ci impone, e a tal fine intendiamo avvalerci di Makarenko dobbiamo cercare di applicare il suo sistema adattandolo alle condizioni socio – politiche odierne.  Dobbiamo desumere i concetti e trasformali in parola viva che non si riduca alla sterilità e all’apoditicittà dell’ ipse dixit teorico e pratico.

Ed è in questa direzione che lavora a tutt’oggi l’Associazione Makarenkiana Internazionale che oggi mi trovo, forse indegnamente, a rappresentare. È opinione comune e consolidata dei membri della stessa che l’eredità pedagogico – educativa di Makarenko costituisca un sistema aperto teso all’educazione del senso di responsabilità e del dovere individuali nei confronti della società, in cui il feed back educativo agisce e re – agisce con quest’ultima. Come giustamente scrive Larissa Gritzenko in un recente libro А.С. Макаренко: воспитание трудного детства (A.S. Makarenko: l’educazione dell’infanzia difficile) il grande merito del sistema  educativo makarenkiano è non tanto quello di creare dei cittadini obbedienti cioè cherispondano passivamente agli stimoli provenienti dalla società, quanto educare altresì degli opponenti della società, ovvero soggetti sociali attivi che sappiano cambiare la società, o perlomeno abbiano gli strumenti teorici e pratici per farlo, nel momento in cui gli ordinamenti sociali non siano eticamente più validi od accettabili a livello dell’etica individuale.

Un’interessante trasposizione pratica di tali fondamentali concetti makarenkiani nel mondo della scuola russa ci viene da Anatolij Arkadevic Frolov il quale propone di sostituire la scuola moderna, da lui definita школа учебы  (scuola nozionistica) con laшкола жизни (la scuola della vita), che dia orientamenti non solo didattici e didascalici, ma anche forme di educazione in senso sociale – partecipativo alle nuove generazioni.

La scuola, cioè, non deve perdere la funzione di conservare e ritrasmettere il sistema valoriale di una società ma, contemporaneamente, deve dare agli studenti i mezzi interpretativi per far sviluppare la società in un momento storico dato. Che è poi la funzione che  veniva data alla scuola da Emile Durkheim. Per contro vorremmo ricordare l’odierna politica ministeriale russa che soffre, permette questa espressione, di un certo strabismo. Se infatti, da una parte, il ministero guarda all’Europa, cercando forme sempre più attive di adesione ai progetti e ai valori comunitari (per esempio la forte accentuazione del processo di Bologna  sulla mobilità studentesca intereuropea), dall’altra propaganda un forte sdoganamento da quelle che vengono ritenute sopravvivenze sovietiche, se non veri e propri “scheletri nell’armadio”, tra i quali possiamo annoverare la pedagogia di Makarenko con il suo grande afflato umanista.

L’attuale processo di restyling sta infatti privilegiando un certo tipo di formazione elitaria per la quale quanto più pago, tanto più so, il che comporta anche stridenti contraddizioni e contrasti tra gli studenti. E in quanto insegnante sul campo, posso dirvi che la situazione è realmente così. Ciò facendo, infatti, si stanno togliendo alla scuola alcuni tratti di democrazia e di libertà, che sono alcuni dei fondamenti della  pedagogia makarenkiana. La libertà, come dice Makarenko, non è potersi permettere tutto, la libertà è un istituto sociale che deve orientarsi sul bene comune e soprattutto su identiche possibilità di sviluppo e di successo per tutti. L’esito fondamentale di quanto sopraddetto è che prima di tutto occorre dare un’identità al ragazzo o allo studente, una identità personale che non si fondi con il censo o con lo status del genitore. I makarenkiani insistono molto su tali tematiche, ed è per cercare di dare risposta a questi fenomeni che l’Associazione Makarenkiana internazionale organizza dal 2001 il Concorso Makarenko, che è teso a portare sulla ribalta panrussa ed internazionale i migliori esempi di pedagogia ed educazione che hanno a fondamento, per la maggior parte, le teorie del grandissimo riformatore sociale e che si pongono come alternativi all’attuale sistema. I partecipanti al concorso, cui ho presieduto per due edizioni, non sono persone che si baloccano a misurare i salti delle pulci, come i protagonisti delle commedie di Aristofane.

Come aveva già avvertito Makarenko illo tempore, essi hanno capito che nella pedagogia e nell’educazione non può esistere un mezzo unitario e che non si può ridurre tutto ad un’unica misura, soprattutto quando si tratta di rieducare, cosa ben più difficile che educare. Chi ha preso parte al concorso, infatti, rappresenta, per così dire, il lato oscuro della luna pedagogica russa, in quanto è stata posta all’attenzione generale l’educazione e la formazione di soggetti marginali della società, quali gli orfani e i delinquenti minorili, che hanno bisogno di percorsi educativi e pedagogici differenziati. Si badi bene, però, che differenziare non significa segregare.

Se poi seguiamo le ipotesi di lavoro del grande assente di oggi, Morozov, e riportiamo quanto detto a livello della pedagogia riabilitativa, tesa alla reintegrazione dei soggetti devianti nella società, e purtroppo negli ultimi tempi i casi di devianza si sono gravemente moltiplicati, possiamo capire quanto siano importanti i succitati concetti makarenkiani. Si dica poi per i inciso che i casi di abbandono sociale anche dei cosiddetti ragazzi di famiglia, date le condizioni attuali della nostra società è un altro tema che viene oggi particolarmente sviluppato dai makarenkiani.

La ripresa del lascito pedagogico di Anton Semenovic, però, non si limita solo alla Russia, ma è si è allargato a molti  Paesi europei ed extraeuropei. Per non annoiare il nostro gentilissimo pubblico, faremo solo due esempi: il primo riguarda la Finlandia  e il secondo il Messico.

Nella città finlandese di Yväskulää, nel locale riformatorio, il pedagogista Murto ha applicato il concetto di collettivo – società di Makarenko alla vita dei detenuti ottenendo dei notevolissimi risultati, in quanto sono di gran lunga migliorati non soltanto il grado di socialità e socializzazione dei detenuti, ma anche il loro rendimento scolastico e lavorativo, in quanto sono stati responsabilizzati ed educati ad agire. Lo stesso pedagogista Makarenko sottolineava che bisogna puntare sul lato costruttivo, sulla ipotesi ottimista, come la chiama lui, piuttosto che sulla semplice punizione o sul divieto – diktat.

Pure in Messico è stata creata una scuola speciale che porta il nome del grande pedagogista e svolge anch’essa una profonda azione pedagogica – risocializzatrice all’interno del contesto degradato della provincia messicana.

Nei contesti dati un grande impulso alla socializzazione è dato dal fatto che i ragazzi sono educati attraverso il lavoro, che non ha minimamente un valore coercitivo, anzi. Dando, infatti, possibilità all’individuo di esprimere la propria creatività e la propria abilità anche imprenditoriale se vogliamo, quest’ultimo riesce ad emanciparsi dal proprio passato e cercare di riabilitarsi sul piano sociale. In tal senso è importantissima la lezione di Makarenko che riprende la propria concezione del lavoronon da Marx come sostenuto da molti, bensì, come pensa il sottoscritto, da Hegel, il quale nella Filosofia dello spirito di Jena afferma che il lavoro di ognuno è, riguardo al suo contenuto, un lavoro universale per i bisogni di tutti.

Il lavoro ha un “valore”  solo come attività universale: tale valore è determinato dal fatto che il lavoro è per tutti, non dal fatto che è per l’individuo. Tutti i membri della comunità, secondo Makarenko, debbono impegnarsi per l’esclusivo benessere economico della comunità, così il lavoro si trasforma in lavoro – sollecitudine [работа –забота], che è la base logica del comportamento del singolo nel collettivo. Tu devi essere attivo, ci dice Makarenko e “l’attività di uno non può impedire, l’attività di un altro […] Ciò significa che l’attività da noi è una qualità morale e l’esigenza di attività è un’esigenza morale. E dobbiamo educare l’attività in ogni uomo”.

Vediamo, quindi, che Makarenko è ancora attuale anche dal punto di vista, verrebbe da dire ideologico anche oggidì, quando molto spesso ci lasciamo trasportare da un certo situazionismo pedagogico, e difettiamo di una progettualità educativa di ampio respiro, il che è un importantissimo tema di discussione che deve essere analizzato anche nei suoi più recenti sviluppi.

Spostandoci poi in Germania, e così concludiamo la nostra breve carrellata sul “movimento” makarenkiano internazionale, possiamo notare che un altro fortissimo impulso allo studio del Nostro ci viene pure da Marburgo, dove da quasi quaranta anni, lavora il laboratorio Makarenko – Referat, che prima sotto la guida di Leonard Froese e poi di Goetz Hillig raccoglie ed elabora, riconducendoli a versioni filologiche esatte, senza le lacune volute dai critici sovietici, gli enormi archivi makarenkiani che non sono stati ancora studiati. Su questo grande e fronzuto albero makarenkiano, poi, è nato da poco un nuovo pollone che, mi auguro, possa portare ancora interessanti contributi alla ricerca makarenkiana.

Questo pollone è la associazione italiana Makarenko, che si è recentissimamente costituita e che è intenzionata a collaborare fattivamente con la associazione makarenkiana internazionale, nella quale potrebbe essere cooptata già a partire dall’aprile 2007, durante il congresso di Soci.

Momento ancor più importante, però, sarà la prima conferenza internazionale makarenkiana in Italia che dovrebbe aver luogo nell’ottobre del prossimo anno, e che sarà incentrata sulla valutazione delle condizioni delle carceri e sulle attività lavorative svolte dai detenuti, sempre nell’ambito di pratiche e tecniche riabilitative e rieducative che superino il concetto di carcere in quanto tale.

Questo argomento è di scottante attualità in Russia, dove la situazione delle carceri è disastrosa sia a livello sanitario che a livello umano e pedagogico, e vorremmo svilupparlo con i nostri colleghi italiani, in quanto sappiamo, come peraltro risulta anche dal libro di Agostino Bagnato, che il garante per i diritti dei detenuti della Regione Lazio, onorevole Angiolo Marroni, è particolarmente impegnato su questo fronte e l’Associazione Makarenkiana Internazionale intenderebbe averlo come proprio competente ed interessato interlocutore nelle proprie iniziative italiane.

Vorrei concludere il mio intervento dicendo che sono serate come queste che permettono di guardare positivamente al futuro della ricerca makarenkiana e che danno l’idea di come l’educazione, e soprattutto l’educazione alla responsabilità, di cui uno dei principali rappresentanti a livello mondiale, secondo chi scrive, è il neo premio Nobel, Mohammad Yunus, non sia ancora diventata lettera morta.

Grazie per la vostra attenzione e pazienza.

 Dott. Emiliano Mettini

Associazione Makarenkiana Internazionale (Mosca)

MAKARENKO: LA COLONIA GOR’KIJ

Makarenko e le due dimensioni della sua “antipedagogia”, tra economia ed educazione, formazione umana “onnilaterale” e letteratura.

MAKARENKO: LA COLONIA GOR’KIJ

Claudio Cella

INTRODUZIONE

L’esperienza di Anton Semënovič   Makarenko  rientra nel lavoro di costruzione di un mondo nuovo in cui vennero coinvolti milioni di persone nello sforzo di trasformazione della società, attraverso la formazione dell’uomo che si emancipa e si sviluppa collettivamente, partecipe dello sforzo collettivo di edificare la nuova società.

La sua risposta all’emergenza dei besprizornye è coraggiosa, ricca di emotività e di improvvisazione, ma condotta con lucidità e chiarezza; si avverte lo slancio rivoluzionario della partecipazione alla costruzione della nuova società socialista, dell’«uomo nuovo», educando  ragazzi vagabondi, sbandati, orfani e delinquenti minorili alla «vita nuova», alla costruzione del socialismo, all’ottimismo e alla fiducia nelle loro possibilità, nella forza del «collettivo».

Makarenko  è antiburocratico e impone la disciplina e l’ordine attraverso la sua autorevolezza e il prestigio conquistato sul campo assieme ai suoi besprizornye: a tale proposito è significativa la gratitudine espressa dal Comitato provinciale per aver catturato un noto bandito come lo è altrettanto  l’incarico di sorvegliare il bosco dato dall’ispettore forestale alla colonia.

Con il Poema pedagogico¹ Makarenko descrive la sua esperienza, l’impegno profuso in quello che ritiene una missione sociale. Anche se dà l’impressione di inventare, di creare una storia, i suoi personaggi sono reali, come reali risultano le circostanze e i luoghi. Reale è il lavoro, la sua organizzazione, i laboratori, i reparti, i reparti misti, il «consiglio dei comandanti» (in definitiva il collettivo della «colonia Gor’kij») come reali sono le esperienze.

L’autore del Poema pedagogico descrive le azioni, i comportamenti e i fatti; giudica sulla base di quanto accade, tenendo sempre presente la sua missione:  trasformare i besprizornye in «uomini nuovi» sul piano sociale, culturale, politico, con un impegno educativo incentrato sulla pedagogia del collettivo, sulla certezza del socialismo.

Nella sua attività Makarenko affronta problemi organizzativi, problemi creati dalla carestia, furti all’interno della colonia, difficoltà di rapporti con i vicini kulaki e con la burocrazia. Tuttavia egli non ha dubbi, tutte le difficoltà vengono messe in secondo piano, anche le fughe dei giovani che abbandonano la colonia per mancanza di adattamento  alla disciplina e allo spirito del collettivo. Nei confronti di questi irriducibili, i non recuperabili, Makarenko non esprime giudizi, anche se esprime disappunto per quello che ritiene in parte un suo fallimento.

TEMATICHE ECONOMICO-FINANZIARIE

Le colonie Kuriaže Char’kovsono espressioni di una stagione storica che produsse fenomeni straordinari in campo economico e sociale. L’involuzione e la degenerazione del totalitarismo staliniano che ne seguì nulla tolgono a quell’esperienza innovativa.

È opportuno ricordare che la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 ha potuto avere successo perché ha ottenuto il consenso di gran parte della popolazione russa nelle città e nelle campagne.

La creazione dei «consigli» (soviet) formati da operai, soldati e contadini ha consentito a Vladimir Il’ič Lenin  e ai bolscevichi di prendere il potere e di consolidarlo con azioni immediate quali la fine della partecipazione russa alla guerra, l’esproprio della terra ai grandi proprietari e la distribuzione immediata ai contadini, i programmi di alfabetizzazione nelle campagne, per citare alcune misure che fecero aumentare il consenso delle sterminate masse di diseredati nei confronti dei bolscevichi.

Senza questa adesione estesa e convinta l’esperienza narrata da Makarenko  nel Poema pedagogico non avrebbe potuto verificarsi. Senza il consenso politico, economico e sociale che caratterizzò il primi anni della rivoluzione, le colonie di rieducazione attraverso il lavoro e l’esercizio delle responsabilità individuale e collettiva non sarebbero state possibili.

È la concessione della terra ai giovani da parte del Comitato locale, la possibilità di accesso ai mezzi di produzione e di coltivazione e l’alleanza con i contadini dei villaggi vicini che rende possibile l‘esperienza di Makarenko  sotto il profilo economico/educativo.

L’economia della colonia, appunto. Che assume un ruolo strategico, fondamentale, per la sopravvivenza stessa della colonia, un’economia non soltanto materiale, ma anche morale, un’economia della responsabilità, del dovere e della disciplina.

È opportuno richiamare quanto scrive a proposito Makarenko  nelle prime pagine del suo Poema:

Nel settembre del 1920 il direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare mi convocò e mi disse:

– […] Io cerco, cerco… La questione è troppo importante: c’è un’infinità di ragazzi sbandati in giro: non si può andare per le strade, ripuliscono gli appartamenti. Mi dicono: è un problema di vostra competenza, di istruzione popolare … E allora ?

– E allora cosa ?

– […] significa che ora bisogna formare l’uomo nuovo con metodi nuovi.

– […] E se io combinassi davvero un bel pasticcio ?

Il direttore diede un pugno sul tavolo:

– Ah se io, se io ! E pasticcia come ti pare. Cosa vuoi da me? Credi che non capisca? Pasticcia, qualcosa bisogna pur fare. Poi si vedrà. L’importante, come dire… non è una qualche colonia di minorenni, cerca di capire, è l’educazione sociale… Abbiamo bisogno di formare un  uomo … il nostro uomo! E tu lo formerai. Tutti devono studiare. E studierai anche tu. Hai fatto bene a dirmi chiaro e tondo: io non lo so. Va bene così².

Le parole del Direttore: «significa che ora bisogna formare l’uomo nuovo con metodi nuovi», esprimono la consapevolezza di un «debito» nei confronti dei ragazzi «senza tutela»; allo stesso modo, con la frase: «Abbiamo bisogno di formare un  uomo… il nostro uomo ! E tu lo formerai», il Direttore esprime la fiducia (il «credito») che egli ripone in Makarenko .

L’ECONOMIA DELLA COLONIA

Tornando all’economia «materiale» della colonia, la situazione si presentava così:

La colonia non aveva bisogno di economi, eravamo assolutamente poveri.

A parte alcuni appartamenti nei quali alloggiava il personale, di tutti i locali ci riuscì di riattare solo un grande dormitorio con due stufe. In quella camerata c’erano trenta brande e tre grandi tavole, sulle quali i ragazzi mangiavano e scrivevano. Un’altra grande camerata mensa-dormitori, due aule scolastiche e un ufficio le avremmo riattate in seguito.

Di biancheria da letto avevamo la metà di quella che sarebbe stato necessaria per un cambio regolare, e di altra biancheria non ne avevamo affatto.

[…] nell’inverno del 1921 la colonia assomigliava ben poco ad una istituzione educativa. Giacche sbrindellate, cui meglio si addiceva la denominazione gergale della mala di «klift», coprivano alla meno peggio l’epidermide umana; solo raramente sotto i «klift» s’indovinavano i resti di una camicia ormai putrida. I nostri primi ospiti, quelli che erano arrivati ben vestiti, non si distinsero a lungo dalla massa generale: il taglio della legna, il lavoro in cucina e in lavanderia se avevano avuto un buon effetto pedagogico si erano rivelati rovinosi per l’abbigliamento.

[…] Pochissimi  dei ragazzi avevano scarpe, la maggioranza aveva i piedi fasciati in pezze legate con lo spago. Ma anche con questo tipo di calzature eravamo costantemente in crisi.

I nostro cibo si chiamava kondër (una specie di brodaglia) e altri cibi erano occasionali³.

E più oltre aggiunge:

Intanto la nostra colonia cominciava a sviluppare a poco a poco la sua storia materiale. La povertà, che toccava limiti estremi, i pidocchi ed i piedi semicongelati non ci impedivano di sognare un futuro migliore. Benché il nostro trentenne Piccolo e la vetusta seminatrice lasciassero poco sperare nel campo dell’agricoltura, i nostri sogni avevano invece proprio un indirizzo agricolo. Ma restavano sogni. […] Infine nemmeno il terreno della colonia si prestava all’agricoltura. Era sabbia che al minimo accenno di vento si sollevava in dune.

[…] Improvvisamente la fortuna ci sorrise: ci venne fatta un’assegnazione di legna di quercia. Ma bisognava andarsela a prendere direttamente sul luogo del taglio. Era un luogo entro i confini del nostro Soviet rurale, ma fino ad allora non ci era mai capitato di spingerci da quelle parti.

[…] Dopo essere passati sul ghiaccio, risaliti un sentiero che portava ad un’altura, ci ritrovammo in un paese morto. Una decina di case fra grandi e piccole, rimesse e capanne, depositi e altri edifici tutti in rovina. La distruzione era comune a tutte le costruzioni: al posto delle stufe rimanevano cumuli di mattoni e di argilla, sepolti dalla neve; pavimenti, porte, finestre e scale erano scomparsi. Molte pareti interne e soffitti erano sfondati.. In molti punti si era già iniziato ad asportare le pareti di mattoni e le fondamenta. Dell’enorme scuderia restavano solo due muri longitudinali di mattoni, sui quali dominava, triste e grottesca sullo sfondo del cielo, una splendida cisterna di ferro che sembrava appena verniciata. Era l’unica cosa in tutto il podere che avesse ancora un aspetto vivo, il resto sembrava tutto un cadavere.

Ma il cadavere era ricco: da una parte si ergeva una casa nuova, a due piani, non ancora intonacata ma con pretese di stile. Nelle sue stanze alte e spaziose si scorgevano ancora stucchi sui soffitti e marmi ai davanzali delle finestre. Sull’altro lato del cortile sorgeva una scuderia nuova nuova, in mattoni forati di cemento. Persino gli edifici in rovina, esaminati da vicino stupivano per la solidità delle strutture, per la robustezza degli impiantiti di quercia, per la sicurezza muscolosa della costruzione, per la snellezza delle travi, per la precisione delle linee verticali. Quel possente organismo non era morto di vecchiaia o malattia, era stato distrutto con la forza, nel fiore della salute e del vigore.

[…] Nel secondo cortile funzionava un altro mulino a cinque piani. Dal lavoratori del mulino venimmo a sapere che il potere apparteneva ai fratelli Trepke .

Kalina Ivanovič  si lasciò andare e tenne un intero discorso:

– Selvaggi! Capisci? Masnadieri, idioti! Tutta questa po’ po’ di ricchezza, case, stalle! Vivici, no ? Figlio di un cane! […] Carogne! Bastardi! Maledetti! E tu che ne dici ?… – Poi rivolgendosi a uno dei mugnai chiese: – Mi dica, per favore, compagno: a chi bisogna chiedere per prendersi il serbatoio ? Quello là, sopra la scuderia. Tanto qui non serve a niente…

– Il serbatoio ? Lo sa il diavolo. Qui comanda il Soviet rurale…

–  Ah, va bene, – fece Kalina Ivanovič , e tornammo verso casa.

Il mattino dopo […] Kalina Ivanovič  mi afferrò per un bottone:

– […] Su, bello scrivi un biglietto a a questo benedetto Soviet rurale.

Per farlo contento scrissi il biglietto. Ma a sera Kalina Ivanovič  tornò infuriato:

– Guarda che parassiti! Vedono le cose dal lato teorico, e non capiscono la pratica. Dicono che il serbatoio, che gli venga un accidente, è di proprietà dello Stato. Hai mai visto simili idioti ? Scrivi, andrò al comitato esecutivo !

[…] Dal comitato esecutivo Kalina Ivanovič  tornò ancora più infuriato e senza saper più dire una parola che non fosse una bestemmia.

Per tutta la settimana, fra le risate dei ragazzi, mi girò intorno supplicando:

– Scrivi un biglietto per il comitato esecutivo distrettuale.

– Piantala,  Kalina Ivanovič , ci sono cose ben più importanti del tuo serbatoio.

– Scrivi, cosa ti costa ? Ti dispiace per la carta o perché ? Scrivi, vedrai che porterò il serbatoio.

[…] Dal comitato esecutivo distrettuale Kalina Ivanovič  tornò la sera tardi e non passò né da me né nel dormitorio. Solo la mattina dopo venne nella mia camera.

– […] Non se ne caverà niente, – mi disse asciutto porgendomi il biglietto.

Su di esso, trasversalmente sul nostro testo dettagliato, era stato vergato con inchiostro rosso, in modo deciso e netto, un offensivamente inappellabile:

«Negare».

Kalina Ivanovič  soffrì a lungo e terribilmente. Per due settimane scomparve la sua amabile vivacità di anziano.

La domenica dopo, […] invitai alcuni dei ragazzi a fare una passeggiata nei dintorni.

– […] E se sistemassimo qui la nostra colonia ? – pensai ad alta voce.

– Dove, «qui» ?

– In queste case.

– E come ? Qui non si può vivere.

– Le ripareremo.

– […]  Oh, questa si che sarebbe una colonia! Il fiume, il frutteto, il mulino…

Ci aggiravamo tra quelle rovine sognando: qui il dormitorio, là la mensa, qui un bel circolo, lì le aule…

Tornammo a casa stanchi, ma sovreccitati. Nel dormitorio ci mettemmo a discutere animatamente i particolari della futura colonia. Prima di separarci, Ekaterina Grigor’evna  disse:

– Ma ragazzi, lo sapete che non è bello abbandonarsi a sogni irrealizzabili ? Non è da bolscevichi.

Nel dormitorio scese un silenzio deluso.

Guardai Ekaterina  Grigor’evna  in faccia esasperato, battei il pugno sul tavolo e dissi:

– E io vi dico: tra un mese quella tenuta sarà nostra ! Questa non è una cosa da bolscevichi ?

I ragazzi scoppiarono a ridere e a gridare evviva. Ridevo anch’io e rideva Ekaterina  Grigor’evna.

Per tutta la notte lavorai a una relazione per il comitato esecutivo provinciale.

Una settimana dopo mi fece chiamare il direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare.

– Avete avuto una buona idea. Andremo a dare un’occhiata

Dopo un’altra settimana il progetto era all’esame del comitato esecutivo provinciale .

[…] Il presidente del comitato esecutivo disse:

– Là serve un padrone e qui ci sono padroni che vanno a spasso. Se lo prendano.

Così mi trovai in mano l’autorizzazione a prendere possesso dell’ex proprietà dei Trepke, con sessantadesjatine di terreno coltivabile e un preventivo di ricostruzione approvato. Me ne stavo in piedi in mezzo al dormitorio e ancora stentavo a credere che non fosse un sogno. Attorno a me la folla entusiasta dei ragazzi, una girandola di eccitazione e di mani tese.

– Ci faccia vedere !

Entrò Ekaterina  Grigor’evna , la assalirono con gaia irruenza e Šelaputin  squillò con la sua vocetta:

– È da bolscevichi o no ? Su, cosa ne dice ora ?

– Che c’è ? Che succede ?

– È da bolscevichi ? Guardi, guardi!⁴

L’autore paragona  il podere a un «cadavere», l’unica cosa ancora viva è costituita da «una splendida cisterna di ferro che sembrava appena verniciata». E afferma: «Era l’unica cosa in tutto il podere che avesse ancora un aspetto vivo. […] Ma il cadavere era ricco […].. Quel possente organismo non era morto di vecchiaia o malattia, era stato distrutto con la forza, nel fiore della salute e del vigore».

Si coglie, in questa come in altre descrizioni fatte da Makarenko, una doppia valenza, come un Giano bifronte: da un lato è evidente il riferimento ad un «fatto» materiale, dall’altro lato emerge l’analogia con i ragazzi «moralmente deficienti», che rappresentano la negazione dell’«uomo nuovo».

E, di nuovo, troviamo un’«apertura di credito» da parte del direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare, una fiducia nella possibilità di formare quell’«uomo nuovo» che Makarenko pone al centro del suo programma educativo, come descrive egli stesso in una pagina molto significativa:

Per noi era ben poca cosa “redimere” semplicemente un uomo, ci toccava invece di educarlo in modo nuovo, perché si trasformasse non soltanto in un membro inoffensivo per la società, ma perché fosse in condizione di partecipare attivamente alla costruzione della nostra nuova epoca⁵.

Nel corso della storia del Poema  troviamo  non soltanto la vita materiale, economico-commerciale, culturale e artigianal-industriale della colonia, vi troviamo anche una vita culturale, morale, giuridica, etica, con crisi di crescenza, arretramenti, stasi, ma anche con novità, sviluppo, con un processo continuo di formazione delle singole personalità.

È questa formazione che costituisce l’«interesse» che rende il «capitale» investito da Makarenko  nella sua azione formativa, caratterizzata da una serie di iniziative «sperimentali» attuate nella colonia: per esempio l’allevamento di autentici maialini inglesi, o l’adozione della «rotazione delle culture» introdotta da Šere.

Scrive Makarenko:

L’agricoltura ricevette un valido rinforzo. Facemmo venire un agronomo e fu così che per i campi della colonia cominciò a girare Eduard Nicolaevič  Šere , un essere che risultava del tutto incomprensibile agli occhi stupiti dei ragazzi. Era chiaro a tutti che Šere era il prodotto di una qualche semente selezionata e che non era stato annaffiato durante la crescita da pioggie propizie, ma da qualche essenza artificiale appositamente studiata per tipi come lui.

Al contrario di Kalina Ivanovič , Šere  non si arrabbiava e non si emozionava mai per nessun motivo, era sempre dello stesso umore, leggermente allegro. Dava sempre del lei a tutti i ragazzi, […] e non alzava mai la voce, ma non faceva mai amicizia con nessuno. […] Šere era relativamente giovane, ma stupiva i ragazzi per la sua perenne sicurezza e per la sua sovrumana capacità di lavorare. I ragazzi erano convinti che non dormisse mai. Quando la colonia si svegliava Eduard Nicolaevič  già misurava i campi con le sue lunghe gambe un po’ sgraziate, da giovane cane di razza. Quando suonava il segnale di riposo Šere era ancora nel porcile a discutere di qualcosa con il falegname. Durante il giorno lo si poteva vedere contemporaneamente nella stalla, nella serra in costruzione, sulla strada che portava in città, sui campi a spargere il letame o, per lo meno, a tutti sembrava che quelle cose avvenissero contemporaneamente, tanto veloce Šere si muoveva sulle sue strane gambe⁶.

E, a proposito della «rotazione delle culture»,  scrive:

Šere  faceva sul serio. Attuò la semina primaverile sulla rotazione di sei campi e seppe fare di quel piano un avvenimento sentito nella vita della colonia. Sui campi, nella stalla, nel porcile, nel dormitorio, semplicemente per strada o al traghetto, nel mio studio o alla mensa, intorno a lui si radunava sempre un gruppo di neofiti dell’agricoltura. Ma i ragazzi non sempre accettavano le sue disposizioni senza discuterle e Šere, da parte sua, non rifiutava mai di ascoltare le loro osservazioni, a volte replicava con poche parole secche, ma cortesi, per concludere inappellabilmente:

– Fate come ho detto⁷.

La «rotazione delle culture», ossia un’applicazione strumentale dettata dal bisogno, è certamente una teoria elementare, che risulta però propedeutica alla filosofia della rotazione delle mansioni adottata da Makarenko  con l’adozione del «reparto» e più in particolare del« reparto misto», chiavi di volta originali della sua impresa.

L’ORGANIZZAZIONE

A proposito dell’organizzazione della colonia l’autore del Poema aggiunge:

L’inverno del ventitré ci portò molte novità sul piano organizzativo, che determinarono per molto tempo le forme del nostro collettivo. La più importante fu l’istituzione dei reparti e dei relativi comandanti.

[…] La cosa ebbe inizio da un nonnulla.

Come sempre, pensando che fossimo in grado di cavarcela da soli, quell’anno non ci assegnarono legna per l’inverno. E come sempre ci toccò raccogliere legna secca e sterpaglie nel bosco.

[…] Raccoglierla non era difficile, ma per mettere insieme cento pud di quella specie di legna bisognava rastrellare qualche desjatina di bosco infilandosi tra il folto della vegetazione, per poi disperdere una grande quantità di energia per trasportare alla colonia tutta quella minutaglia.

In quella difficile situazione riuscimmo però a convincere Sere a ridurre temporaneamente le operazioni di trasporto del letame e a distaccare i ragazzi più robusti e meglio calzati alla raccolta della legna. Si formò un gruppo di una ventina di persone, di cui faceva parte tutto il nostro attivo: Burun , Beluchin , Veršnev , Volochov , Osadčij , Čobot  e altri. Partivano la mattina presto con le tasche piene di pane e passavano tutto il giorno nel bosco.

[…] I ragazzi rientravano affamati ed entusiasti. Spesso sulla via del ritorno organizzavano un loro gioco non privo di certi ricordi del banditismo di un tempo.

[…] Ora i ragazzi si scambiano le impressioni sul lavoro svolto. Burun  racconta:

– Oggi il nostro reparto ha caricato non meno di dodici carri.

[…] La parola «reparto» era un termine del periodo rivoluzionario, dell’epoca in cui le forze rivoluzionarie non avevano ancora avuto il tempo di organizzarsi nelle ordinate colonne dei reggimenti e delle divisioni  La guerra partigiana in Ucraina  era condotta solo da reparti. Un reparto poteva inquadrare migliaia di persone o meno di cento, ma in ogni caso si distingueva per imprese ardite e per repentine ritirate nella boscaglia.

[…] Il nostro reparto di legnaioli, armato di sole scuri e seghe, rievocava l’immagine di un altro antico reparto che, quando non era viva per ricordi personali, lo era comunque per infiniti racconti e leggende.

Non volevo ostacolare questo gioco seminconscio degli istinti rivoluzionari dei ragazzi.  […] la colonia cominciò proprio dai reparti.

Nel reparto legnaioli Burun  era sempre stato il capo riconosciuto e nessuno gli contendeva questo onore.

[…] Terminarono la raccolta della legna e, per il primo di gennaio, avevano già superato i mille pud di legna. Ma il reparto di di Burun  non fu sciolto e gli fu affidata la costruzione delle serre nella seconda colonia.

[…] Un giorno Zadorov mi affrontò:

– Ma perché abbiamo solo il reparto di Burun ? E gli altri ragazzi chi sono?

Detto e fatto. A quell’epoca avevamo già un nostro ordine del giorno e ci mettemmo subito che nella colonia si organizzava un secondo reparto al comando di Zadorov .

[…] L’ulteriore sviluppo dei reparti avvenne molto rapidamente, Nella seconda colonia nacquero un terzo e un quarto reparto con rispettivi comandanti. Le ragazze formarono il quinto reparto al comando di Nastia Nočevnaja .

Il sistema dei reparti fu definitivamente strutturato in primavera. Nei reparti vennero inclusi meno ragazzi e un reparto riuniva di norma tutti i lavoratori di un laboratorio […]. I comandanti li nominavo io, ma sempre più spesso presi a convocarli in riunione e i ragazzi diedero presto a quelle riunioni il nome nuovo e bello di «consiglio dei comandanti». Mi abituai presto a non intraprendere niente di importante senza il consiglio dei comandanti. Poi, anche la nomina dei comandanti stessi passò al consiglio, che s’integrava per cooptazione […]. Grazie alla cooptazione ottenevamo sempre direttamente degli ottimi comandanti e avevamo un consiglio sempre in carica che non cessava mai la sua attività.

Una regola importantissima, in vigore ancora oggi, era l’esclusione di qualsiasi privilegio per il comandante: non riceveva mai razioni supplementari e non veniva mai esentato dal lavoro⁸.

L’introduzione dei reparti nell’organizzazione della colonia «Gor’kij », iniziata quasi per gioco, segna una nuova svolta nella ricerca del metodo, anche se l’innovazione fondamentale avverrà con l’introduzione dei reparti misti.

E prosegue:

Nella primavera del 1923 introducemmo un’innovazione fondamentale nel sistema dei reparti. Quell’innovazione, a dire il vero, fu la più importante scoperta del nostro collettivo in tutti i suoi tredici anni di vita. Fu essa che permise ai nostri reparti di fondersi in un unico collettivo saldo e omogeneo che assumeva differenziazioni lavorative e organizzative, si basava sul sistema democratico dell’assemblea generale e vedeva ordini dati ed eseguiti fra compagni senza che si formasse mai un’aristocrazia, una casta di comandanti […].

Il reparto misto ebbe origine dal fatto che allora il nostro lavoro principale era l’agricoltura.

[…] Il reparto misto era un reparto temporaneo, che veniva costituito per una settimana al massimo per lo svolgimento di un determinato compito di breve durata: sarchiare le patate in un certo campo, arare un certo appezzamento, ripulire il materiale per la semina, trasportare e spargere il letame, seminare, ecc.

Diversi lavori richiedevano un diverso numero di ragazzi: per alcuni reparti misti bisognava distaccare due ragazzi, per altri cinque, per altri venti. Il lavoro dei reparti misti si differenziava anche per il tempo […].

Questa differenziazione del lavoro per tipo e per durata generò una grande varietà di reparti misti. Nacque così un sistema che sembrava proprio un orario dei treni.

[…] Il reparto misto era sempre un reparto esclusivamente di lavoro. Appena aveva terminato il suo lavoro e i ragazzi rientravano alla base il reparto cessava di esistere.

Ognuno dei ragazzi sapeva qual’era il suo reparto di appartenenza fissa, con il suo comandante fisso, il suo posto prefissato in un dato laboratorio artigiano, nel dormitorio e nella mensa. Il reparto fisso era il collettivo di base dei ragazzi e il suo comandante era membro di diritto del consiglio dei comandanti […]. Capitava che un reparto misto fosse composto in tutto da due ragazzi, ma anche in quel caso uno dei due veniva nominato comandante del reparto misto. Era lui che organizzava il lavoro e che ne rispondeva. Ma appena terminata la giornata di lavoro il reparto si scioglieva.

[…] Il consiglio dei comandanti si sforzava di fare in modo che prima o poi tutti i ragazzi, tranne i più incapaci, ricoprissero la carica di comandante di un misto […]. Grazie a quel sistema la maggior parte dei ragazzi partecipava non solo all’esecuzione del lavoro, ma anche alla sua organizzazione. E questo era importante , anzi necessario, ai fini di un’educazione comunista. Era proprio per questo che  nel 1926 la nostra colonia si distingueva per la sua capacità di affrontare ogni lavoro e disponeva per l’esecuzione dei dettagli persino di un eccesso di quadri organizzativi capaci e dotati di’iniziativa, gente su cui si poteva davvero fare affidamento.

[…] I comandanti dei reparti fissi non assumevano quasi mai il comando di reparti misti […]. E quando lavorava in un reparto misto un comandante di reparto fisso era un semplice gregario e dipendeva dal suo comandante temporaneo, che spesso era proprio un suo gregario del suo reparto fisso. Questo creava una interdipendenza nella colonia, catena in cui nessun ragazzo aveva la possibilità di porsi al di sopra del collettivo.

E conclude:

Il sistema dei reparti misti aveva reso intensa e interessante la vita della colonia, grazie al continuo alternarsi nelle funzioni operative e organizzative, grazie al continuo esercizio del comando e della subordinazione, all’operare collettivamente e personalmente⁹.

Con l’introduzione dei reparti misti Makarenko  giunge al termine della sua ricerca sul metodo, trasformando i «rieducandi» in «uomini nuovi», attraverso la dignità del lavoro e l’assunzione di responsabilità.

LA FORZA DEL COLLETTIVO

Troviamo nel Poema pedagogico un episodio emblematico della forza del collettivo durante il trasferimento della colonia   «Gor’kij » da Kurjaž   a Char’kov :

In basso, dal binario, qualcuno disse forte:

– Lapot’ , il capostazione ha detto che fra un cinque minuti si parte.

Mi rivolsi verso quella voce sconosciuta. I grandi occhi di Mark  Sejngaus  mi guardavano seri, pervasi di passione.

– Salve, Mark ! Come mai non ti ho visto prima?

– Ero di guardia alla bandiera, – rispose severamente.

– […]  A cosa pensi?

– Perché loro non hanno paura e io si?

– Hai paura per te stesso?

– No, perché dovrei avere paura per me ? Ho paura per lei e per tutto, paura in generale. Si viveva bene, ma ora chissà come andrà a finire.

– Loro vanno a lottare. Questa, Mark , è la più grande felicità, quando si può lottare per una vita migliore.

– Quello che le dicevo io: sono gente felice, per questo cantano. Ma perché io invece non riesco a cantare e penso continuamente ?

Proprio sopra il mio orecchio Sinen’kij  suonò il segnale dell’adunata generale.

«Il segnale dell’attacco», pensai, e mi affrettai con tutti gli altri verso il vagone. Arrampicandomi sul vagone osservai come Mark  correva agilmente verso il suo posto con i piedi scalzi e pensai: oggi questo ragazzo saprà cos’è la vittoria o la sconfitta: allora diventerà un vero bolscevico.

La locomotiva diede un fischio, Lapot’  imprecava contro qualche ritardatario. Il treno si mosse.

Quaranta minuti più tardi entrava lentamente nella stazione di Ryžov  per fermarsi sul terzo binario. Sulla banchina c’erano Ekaterina  Grigor’evna , Lidočka e la Guljaeva, tremanti di gioia.

Koval ’ mi si avvicinò:

– Cosa aspettiamo? Scarichiamo.

Corse dal capostazione. Si venne a scoprire che il treno per essere scaricato doveva passare sul primo binario, ma che non c’era niente per trainarlo. La nostra locomotiva se ne era già partita per Char’kov  e ora bisognava aspettare che ne arrivasse una di manovra. Ma alla stazione di  Ryžov  non si erano mai fermati convogli di quel tipo e non c’erano locomotive di manovra. Bisognava aspettarla da fuori […].

Il capostazione volava sui binari pretendendo che i ragazzi non uscissero dai vagoni e non attraversassero i binari, sui quali passavano in continuazione treni merci, passeggeri e locali.

– Ma quando arriverà la locomotiva ? – Gli chiedeva insistentemente Taranec .

– Ne so tanto quanto voi, si arrabbiò chissà perché il capostazione. Può anche darsi che arrivi domani.

– Domani ? Allora ne so di più io…

– Più di cosa ?

– Più di lei.

– Come sarebbe a dire più di me ?

– Ecco come: se non ci sono locomotive, saremo noi stessi a spingere il treno su quel binario.

Il capostazione rivolse a Taranec un gesto di commiserazione e se ne andò. Taranec cominciò a insistere con me:

– Lo sposteremo, Anton Semënovič, vedrà! Lo so. I vagoni si muovono facilmente anche se sono carichi. Abbiamo tre ragazzi per vagone. Andiamo a parlare al capostazione.

– Smettila di dire stupidaggini, Taranec !

Anche Karabanov  s’indignò:

– Ma senti cosa tira fuori: Spostare un treno ! Oltretutto bisogna anche azionare il semaforo e gli scambi.

Ma Taranec  insisteva e molti ragazzi lo appoggiavano. Lapot’  propose:

– Perché stare a discutere ? Suoniamo l’adunata e proviamoci: se ci riusciamo, bene, se no passeremo la notte in treno.

– E il capostazione? –  chiese Karabanov , al quale cominciavano a luccicare gli occhi.

– Il capostazione ! –  rispose Lapot’ , – il capostazione ha due mani e una gola in tutto. Lasciamo che urli e si sbracci. Sarà più divertente.

– No, dissi, non si può. Allo scambio potrebbe investirci qualche treno. Pensate un po’ che bella frittata !

– Lo sappiamo! Ma basterà chiudere il semaforo.

– Piantatela, ragazzi !

Ma i ragazzi mi avevano circondato in massa […]. Mi chiedevano di permettergli di spostare il treno di almeno due metri.

– Solo per due metri e basta. Così non diamo fastidio a nessuno. Solo per due metri, poi deciderà lei!

Alla fine mi arresi. Il solito Sinen’kij  diede il segnale e i ragazzi […] si misero accanto ai vagoni […].

Il capostazione corse sulla banchina agitando le braccia: – Cosa fate ? Cosa fate ?

– Di due metri, disse Taranec.

– No, niente affatto !… Com’è possibile? Non si può !

– Ma solo per due metri ! Grido Koval’, non capisce ? […].

Lapot’ agitò il berretto, e il capostazione, imitandolo, scosse la testa e aprì la bocca. Qualcuno di dietro gridò:

– Forza.

Per alcuni istanti mi sembrò che non si ottenesse niente, che il treno rimanesse immobile. Ma guardando le ruote mi accorsi ad un tratto che cominciavano a girare lentamente e , subito dopo, distinsi anche il movimento del treno. Lapot’  gridò qualcosa e i ragazzi si fermarono. Il capostazione mi guardò, si asciugò la testa pelata e mi sorrise […].

– Va bene… spostatelo… che Dio sia con voi! Solo, non schiacciate nessuno!

Girò un poco la testa e scoppiò in una fragorosa risata:

– Figli di cani ! Che roba, eh ? Su, spostatelo.

– E il semaforo ?

– State tranquilli ! […].

Mezzo minuto dopo il treno rotolava verso il semaforo, come se fosse agganciato a una potente locomotiva. Sembrava che i ragazzi camminassero semplicemente a fianco dei vagoni senza nemmeno spingerli […].

Allo scambio bisognava passare sul secondo binario spingendo il treno al capo opposto della stazione, per poi tornare indietro fino alla banchina del primo. Nel momento in cui il treno passava accanto alla banchina e io mi sentivo tutto fiero e orgoglioso per quell’impresa, qualcuno mi chiamò dalla banchina:

– Compagno Makarenko !

Mi voltai. Sulla banchina c’erano la Bregel’ , Chalabuda  e la compagna Zoja. La Bregel’ si ergeva in un ampio abito grigio, tanto maestosa da ricordarmi il monumento a Caterina la Grande .

Con altrettanta maestà mi chiese da quel piedistallo:

– Compagno Makarenko , questi sono i suoi rieducandi ? […].

– Sarà severamente punito per ogni gamba amputata […].

La compagna Zoja  mi sarebbe volentieri balzata addosso dalla banchina e così forse sarebbe terminato il mio poema antipedagogico, se Chalabuda  non avesse detto semplicemente, in tono tecnico:

– Guarda quelle canaglie come fanno filare il treno! Guarda, guarda, Bregel’  … E quel porcellino laggiù !

Chalabuda  marcia già a fianco di Vas’ka Alekseev , orfano di innumerevoli genitori, scambia qualche parola con lui e mentre noi non ci siamo ancora liberati della nostra rabbia già Chalabuda ha appoggiato anche lui le mani al vagone […].

Venti minuti più tardi il Bravo veniva fatto scendere dal vagone semidistrutto e Anton Bratčenko volava di carriera alla volta di Kuriaž , lasciandosi alle spalle un turbine di polvere e l’esaurimento nervoso dei cani di Ryžov  […].

La Bregel’  e la sua amica salirono in macchina e io mi tolsi ancora una volta la soddisfazione di far diventare verdi le loro facce con lo squillo delle trombe e il rullare dei tamburi del nostro saluto alla bandiera […]. Koval ’ diede un ordine e la colonna dei gor’kiani, circondata da una folla di ragazzetti locali, mosse verso Kuriaž. Quando la macchina, sorpassando la colonna, mi passò avanti, la Bregel’ mi disse:

– Monti su !

Io alzai le spalle con aria stupita e mi misi la mano sul cuore¹⁰.

Nell’episodio del treno non è difficile scorgere una metafora: la forza del collettivo che, di fronte a ostacoli ritenuti dai più insormontabili, non si perde d’animo ma, consapevole delle proprie possibilità, caparbiamente trova la soluzione a dispetto delle opinioni altrui. È significativo il comportamento di Chalabuda, il burocrate affascinato dall’azione dei colonisti e che, bambino in mezzo a bambini, marcia a fianco di Vas’ka Alekseev  e appoggia anche lui le mani al vagone.

Nell’opera di Makarenko  emerge con forza un filo conduttore: il senso della prospettiva. È la prospettiva, appunto, che consente poi la valorizzazione delle risorse umane dei  besprizorniki (i ragazzi «senza tutela»,  «moralmente deficienti»), attraverso il collettivo; il collettivo appunto, che sarà lo strumento per creare «l’uomo nuovo» e che costituirà la rendita dell’«investimento» fatto dal direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare su Makarenko e sui «metodi nuovi», tutti da scoprire.

TRASMISSIONE CULTURALE, TRADIZIONE, STILE

Nel Poema pedagogico la tradizione, lo stile e la loro trasmissione tra generazioni di rieducandi assumono un ruolo strategico nella «prospettiva» di tutto il discorso educativo svolto da Makarenko .

Quali e quante generazioni? Egli le descrive distinguendo il «vertice», la «riserva» con i ragazzi più anziani e i piccoli in crescita, e infine il «resto», diviso in tre gruppi: la «palude», i «piccoli» e la «cricca».

Spiega Makarenko :

Il vertice del collettivo all’epoca non andava ancora esente da deviazioni sul piano della perfetta moralità  […]. L’importante era che nel nostro difficile lavoro questo vertice si dimostrava un apparato dirigente unito e perfettamente funzionante.

[…] Di questo vertice facevano parte tutte le nostre vecchie conoscenze: Karabanov , Zadorov , Veršnev, Bratčenko , Volochov , Vetkovskij , Taranec , Burun , Gud , Osadčij , Nastia Nočevnaja . Ma ultimamente erano entrati a far parte anche nomi nuovi: Opriško , Georgievskij , Volkov Žorka  e Volkov Alëška , Stupicyn  e Kudlatyj .

[…] Accanto al nostro vertice c’erano due gruppi numerosi che ne costituivano la riserva. Da una parte ragazzi più anziani e battaglieri, magnifici lavoratori e compagni, solo meno dotati di talento organizzativo, tipi solidi e calmi: Prichod’ko, Čobot, Soroka, Lešij, Glejzer, Šnajder, Ovčsrenko, Koryto, Fedorenko ed altri.

Dall’altra parte c’erano i piccoli in crescita, in un certo senso la nuova generazione, che cominciavano a mostrare spesso la grinta dei futuri organizzatori. Data l’età non erano ancora in grado di prendere in mano le redini della direzione, anche perché a cassetta sedevano già gli anziani, che loro peraltro amavano e rispettavano. Però avevano sentito il gusto della vita nella colonia in un’età più giovane e quindi ne avevano fatto più profondamente proprie le tradizioni, credevano maggiormente all’indiscutibile importanza della colonia e, soprattutto, erano più istruiti e si trovavano così più vicini alla scienza. In parte si trattava di vecchie conoscenze: Tos’ka, Šelaputin, Ževelij, Bogojavlenskij, in parte erano nomi nuovi: Lapot’, Šarovskij, Romančenko, Nazarenko, Veksler. Sarebbero stati i futuri comandanti dell’epoca della conquista di Kurjaž. Già ora partecipavano ai reparti misti.

I gruppi sopra enumerati costituivano la maggioranza del nostro collettivo. Erano gruppi molto forti per il loro tono, per la loro energia, per le loro conoscenze e per l’esperienza acquisita e il resto della colonia poteva solo seguirli. E quel resto si divideva, a detta di tutti, in tre gruppi: la «palude», i «piccoli» e la «cricca». Della «palude» facevano parte tutti quei ragazzi che non avevano alcuna dote particolare e non dimostravano particolare coscienza di appartenere alla colonia. Bisogna però ammettere che dalla  «palude» si staccavano continuamente individualità interessanti e che la «palude» era per i più una fase di transizione.

[…] I piccoli erano una quindicina e tutti li consideravamo materia grezza, la cui funzione principale era per il momento quella d’imparare a pulirsi il naso. D’altra parte i piccoli non aspiravano a una vera attività ed erano soddisfattissimi dei giochi, dei pattini, delle barche, della pesca, delle slitte e di altre cosette. E secondo me facevano benissimo.

La  «cricca» comprendeva cinque elementi: Galatenko, Perepljatčenko, Evgen’ev, Gustoivan e un altro ancora. Facevano parte della «cricca» per giudizio unanime di tutta la nostra società, perché ciascuno di loro aveva dimostrato chiaramente d’indulgere a un qualche vizio […]. Quelli della  «cricca» riuscirono a perdere qualcuno dei loro vizi, ma ci volle parecchio tempo¹¹.

E quale stile ?

Questo era il nostro collettivo alla fine del ventitré. Dal punto di vista esteriore tutti, salvo poche eccezioni, avevano un aspetto dignitoso e ostentavano un portamento marziale. Avevano già imparato a marciare ordinatamente, preceduti da quattro trombe e otto tamburini.  Avevamo anche una bella bandiera di seta, ricamata pure in seta, regalataci dal Commissariato del popolo nel giorno del nostro terzo anniversario.

In quanto alla tradizione, prosegue:

Nei giorni delle feste proletarie la colonia entrava in città al suono dei tamburi e stupiva i cittadini e i pedagoghi più sensibili per la sua armonia, la ferrea disciplina e per l’originalità dei suoi atteggiamenti. Arrivavamo sulla piazza sempre più tardi degli altri, per non dover più aspettare nessuno, i ragazzi si mettevano sull’attenti, i trombettieri suonavano il saluto ai lavoratori della città, alzavamo il braccio, dopo di che ci disperdevamo alla ricerca delle impressioni della festa, lasciando sul posto solo l’alfiere con la guardia e il segnalatore con la banderuola sul posto della nostra ultima fila. Era tanto l’effetto che mai nessuno si arrischiava a occupare il nostro posto. Supplivamo alla nostra povertà di abbigliamento con l’inventiva e con il coraggio. Eravamo nemici dichiarati del cotone, segno distintivo delle case di correzione. Ma non avevamo abiti più costosi, né scarpe nuove e belle. Perciò andavamo scalzi alle parate, ma pareva che lo facessimo apposta, perché indossavamo camicie bianche immacolate e buoni pantaloni neri rimboccati al ginocchio, dove splendevano bianchi i risvolti della biancheria pulita. Anche le maniche delle camicie erano rimboccate sopra al gomito. Ne risultava un reparto elegante, vivace e un poco rustico.

Il 3 ottobre del 1923 questo reparto si schierò sul piazzale della colonia […]. A seguito di una deliberazione di una seduta comune del consiglio pedagogico e del consiglio dei comandanti, la «colonia Gor’kij » si raccoglieva in un’unica località, l’ex tenuta Trepke  e lasciava la sua vecchia sede presso il lago Rakitnoe  a disposizione dell’Ufficio per l’istruzione popolare […].

Alle dodici l’incaricato dell’Istruzione popolare firmò l’atto con il quale prendeva possesso della colonia e si fece in disparte. Ordinai:

– Alla bandiera, attenti !

I ragazzi si irrigidirono nel saluto, i tamburi rullarono e le trombe intonarono la marcia della bandiera. L’alfiere con la scorta portò fuori del mio studio la bandiera, portandosi sulla destra dello schieramento.

Non dicemmo nessun addio alla nostra vecchia località, anche se non avevamo nulla contro di essa. Solo, non ci piaceva guardarci indietro. E non ci guardammo indietro neppure quando la nostra colonna, spezzando il silenzio col rullare dei suoi tamburi, passò davanti al lago Rakitnoe, vicino alla fortezza di Andrij Karpovič, lungo la strada del villaggio e discese verso la piana erbosa del Kolomak puntando verso il nuovo ponte costruito dai nostri ragazzi.

Nel cortile della seconda colonia si era raccolto tutto il personale, con molti contadini di Gončarovka e c’era schierata la colonna altrettanto bella dei ragazzi della seconda colonia, sull’attenti a salutare la bandiera della  «Gor’kij ».

E conclude:

Eravamo entrati in una nuova epoca¹².

Nella ritualità descritta in quelle pagine compaiono tutti gli elementi che caratterizzano lo stile dei «gor’kijani» (stile che diventa tradizione): portamento marziale, marcia ordinata, camicie bianche immacolate, pantaloni neri rimboccati al ginocchio, maniche delle camicie rimboccate al gomito. E si supplisce alla carenza di scarpe in modo uniforme, con uno stile, anche se «un poco rustico»: tutti senza scarpe («sembrava che lo facessimo apposta»).

Troviamo un gruppo caratterizzato da tradizioni consolidate (parate, schieramenti, ecc.), costituenti valori del collettivo, in cui l’intervento pedagogico sul singolo  avviene sempre attraverso il coinvolgimento del gruppo stesso, del collettivo.

Il collettivo appunto, che rappresenta il passaggio da un ordine soggettivo ad un ordine oggettivo, il collettivo con la vita in collegialità, con una sua autosufficienza economica, i suoi reparti, i reparti misti, la rotazione degli incarichi, la convivenza di educatori, ragazzi e personale della colonia.

E, sempre a proposito di tradizione, di cultura, di trasmissione culturale, proviamo ad osservarle con gli «occhiali mentali» di Nicola Siciliani de Cumis :

Ragazzi e ragazze, Adolescenti e bambini. I “piccoli”, i maschietti” di dentro la colonia, e quelli di fuori. Di generazione in generazione, con il procedere della storia, è la stessa dimensione adulta a rinnovarsi dall’interno, a ri-generarsi alla presenza ed in forza dei “piccoli”. L’“uomo nuovo” di Makarenko  ha il suo laboratorio nell’infanzia: ed è per l’appunto l’infanzia, l’uomo nuovo “da piccolo”, il luogo naturale, originario, deputato alla nascita e alla crescita della creatività in ipotesi; e la prima sede storica, formativa, dell’“esperimento” in corso. Che tuttavia non riguarda soltanto i bambini, ma tutti, in prima persona e collettivamente, adulti compresi […].

D’altra parte, ciò che viene ad essere ribadito e approfondito variamente […], è ancora il concetto e la funzione del reparto misto: misto, non solo per la mescolanza paritetica dei due sessi, e relativamente alla sua composizione in base alle competenze individuali, alla capacità di lavoro dei suoi membri, al grado di integrazione personale nel “collettivo” ecc., ma anche dal punto di vista della attiva compresenza, nel medesimo reparto, di colonisti di diversi livelli di età […].

L’idea di fondo è ancora la stessa: quella dello scambio costitutivo o ri-costitutivo tra generazioni, generativo e/o rigenerativo, ed inventivo – per ciò che attiene al risultato in ipotesi dell’uomo nuovo comunista. È l’idea, per così dire, di una domanda e di una offerta di “novità umane” (specifiche e complessive), ovvero di un acquisto o cessione o permuta di “umanità inedita” (particolare e generale), nel flusso di vita e di “cultura altra”, che si trasmette dialogicamente e dialetticamente dai “più grandi” ai “più piccoli”, e viceversa. E, comunque, secondo una prospettiva: che è proprio quella proceduralmente indicata, dell’uomo nuovo comunista come uomo nuovo senz’altro.

I  «nuovi arrivi» («popolnenie»), cioè i «ragazzini» altrimenti detti da Makarenko «novellini» («noviëki»), rivitalizzano strada facendo il quadro pedagogico d’insieme. Essi infatti, nel crescere, da un lato si avvalgono soggettivamente dell’esperienza dei più grandi, da un altro lato rendono a loro volta possibile la crescita dell’inero collettivo. Gli stessi ragazzi più “maturi” sono messi obiettivamente in gioco nell’esperienza del rapporto con i «novellini»: e, se per un verso si fanno forti di ciò che Makarenko, come si è detto, chiama tradizione (che è all’origine di ciò che rende possibile il più importante degli obiettivi pedagogici, cioè lo stile), per un altro verso, corroborano la loro forza proprio in virtù del “male “ da combattere e negare, e cioè la possibilità che prenda sopravvento il male peggiore, che per il collettivo è la stasi […].

Su un altro piano, ma sempre nell’ottica genetica, generativa, dell’invenzione di una “tradizione” e di uno “stile”, si colloca il rapporto diretto dei ragazzi della colonia con Aleksej Maksimovič (Maksim) Gor’kij. Un rapporto iniziale, un rapporto “bambino”, che nel corso del tempo cresce e si stabilizza e si qualifica come “adulto”. E che in un certo qual senso si istituzionalizza, di pari passo con l’istituzionalizzazione della funzione formativa¹³.

È un rapporto, quello dei ragazzi della colonia con Gor’kij  che nasce per merito delle letture serali. Scrive Makarenko:

Sovente la sera nei dormitori organizzavamo letture collettive. Fin dal primo giorno avevamo avuto una biblioteca, formata da libri che compravo o che ottenevo dai privati […].

A molti dei ragazzi piaceva leggere, ma solo pochissimi sapevano cavarsela bene. Per questo facevamo letture generali ad alta voce, alle quali partecipavano solitamente tutti. Leggevo io, oppure Zadorov, che aveva un’ottima dizione. Nel corso del primo inverno leggemmo molto di Puškin, Korolenko, Mamin-Sibirjak, Veresaev e soprattutto di Gor’kij  […].

Tutti rimasero impressionati da Infanzia e Tra la gente. Ascoltavano senza respirare e chiedevano di leggere «almeno fino a mezzanotte». All’inizio non mi credettero quando raccontai loro la vera storia della vita di Gor’kij, erano sbalorditi, poi, improvvisamente si appassionarono al problema:

– Sarebbe come dire che Gor’kij  era un tipo come noi? Sarebbe proprio bella!

Il problema li coinvolgeva e li rendeva felici.

La vita di Maksim  Gor’kij  divenne parte della nostra vita, episodi di essa ci servivano come termine di paragone, per trovare soprannomi, come esempi nelle discussioni, come unità di misura per i  valori umani.

E subito dopo aggiunge:

Quando a tre chilometri da noi si stabilì la colonia infantile Korolenko, i nostri ragazzi non la invidiarono a lungo. Zadorov  disse:

– È giusto che i piccoli li abbiano chiamati Korolenko. Noi invece siamo Gor’kij .

[…] Così cominciammo a chiamarci «colonia Gor’kij» senza alcuna disposizione o approvazione ufficiale. A poco a poco in città si abituarono al nostro nome e nessuno protestò contro i nostri nuovi timbri con tanto di «Colonia Gor’kij». Purtroppo non riuscimmo a metterci in contatto epistolare con Gor’kij molto presto, perché in città nessuno conosceva il suo indirizzo. Solo nel 1925 leggemmo su un settimanale illustrato un articolo sulla vita di Gor’kij in Italia; l’articolo portava la trascrizione italiana del suo nome : Massimo Gorki. Allora tentammo l’avventura e gli mandammo la nostra prima lettera con un indirizzo che non poteva essere più laconico: Italia. Massimo Gorki¹⁴.

Scopriamo, a proposito di Gor’kij, l’importanza e l’organicità che egli rappresenta per il collettivo. Scrive infatti Makarenko :

[…] In una delle sue lettere ai ragazzi Aleksej Maksimovič  scriveva:

«Vorrei che in una sera d’autunno i ragazzi leggessero la mia Infanzia. Da essa i ragazzi capirebbero che io sono in tutto un uomo come loro, solo che da giovane ho saputo essere tenace nel mio desiderio di studiare e non ho mai temuto alcun lavoro. Credevo fermamente che in effetti lo studio e il lavoro avrebbero superato qualunque ostacolo».

Già da molto tempo i ragazzi erano in corrispondenza con Gor’kij. La nostra prima lettera, spedita al breve indirizzo «Italia, Massimo Gorky», con nostra grande sorpresa era arrivata a destinazione ed egli aveva immediatamente  risposto con una lettera cordiale e affettuosa, che nel corso di una settimana avevamo letto tanto da consumarla. […] I ragazzi sapevano trovare in ogni riga di Gor’kij un’intera filosofia, tanto più perché quelle erano righe su cui non si poteva assolutamente dubitare. Un libro sarebbe stata un’altra cosa. Un libro può essere discusso, respinto se esprime cose non giuste, Ma quelli non erano libri, erano lettere di pugno di Maksim Gor’kij  stesso!

È vero, in un primo tempo i ragazzi avevano per Gor’kij  una venerazione quasi religiosa., lo consideravano un essere superiore  e imitarlo sembrava quasi un sacrilegio. Non credevano che fosse la sua vera vita, quella descritta nell’Infanzia […]. Mi costò molta fatica convincere i ragazzi che Gor’kij nella lettera diceva il vero, che anche un uomo di talento ha bisogno di molto lavoro e molto studio.

[…] La figura di Gor’kij  divenne finalmente per il nostro collettivo quella di un uomo normale e solo allora non vidi più segni di venerazione davanti al grand’uomo, al grande scrittore, ma un vivo amore per Aleksej Maksimovič  e un sincero senso di riconoscenza per quell’uomo lontano, un poco incomprensibile, eccezionale, ma vivo e reale¹⁵.

Nella parte terza del Poema troviamo la continuazione e l’esito di questi episodi legati alla figura di Gor’kij :

I nuovi membri della colonia non sapevano nemmeno chi fosse Gor’kij . Pochi giorni dopo il nostro arrivo organizzammo una serata in onore di Gor’kij. Una cosa modesta. Volutamente non avevamo inteso dare alla cosa il carattere di un concerto o di una serata letteraria. Non invitammo ospiti. Sulla scena spoglia mettemmo un ritratto di Aleksej Maksimovič .

Parlai ai ragazzi della vita e delle opere di Gor’kij, dettagliatamente. Alcuni dei ragazzi più anziani lessero qualche brano de L’infanzia.

I kurjažiani mi ascoltarono con gli occhi sgranati: non immaginavano nemmeno che al mondo potessero esistere simili vite. Non mi fecero domande e non si mossero fino a che non arrivò Lapot’  con la cartellina in cui tenevamo le lettere di Gor’kij.

– Le ha scritte lui? Proprio lui? Ha scritto alla colonia ? Ci faccia vedere…

Lapot’, tenendole con la massima cura, fece passare tra le file le lettere di Gor’kij, aperte. Qualcuno trattenne la mano di Lapot’ cercando di penetrare più a fondo il senso degli avvenimenti.

– Guarda, guarda! «Miei cari compagni». È scritto proprio così…

Tutte le lettere furono lette pubblicamente. Dopo di che domandai:

– Forse qualcuno ha qualcosa da dire?

Per un paio di minuti nessuno si fece avanti. Ma poi, arrossendo, uscì fuori Korotkov  e disse:

– Voglio dire ai nuovi gor’kiani… a quelli come me… solo che non so parlare. Insomma, ragazzi! Noi vivevamo qui e avevamo gli occhi, ma non abbiamo mai visto niente!… Eravamo ciechi, parola d’onore.È stato un vero peccato sprecare così degli anni. Ed ora che ci hanno fatto conoscere questo Gor’kij … Parola d’onore, mi si è rimescolato qualcosa dentro. Non so se sia successo anche a voi…

Korotkov  si avvicinò all’orlo del palco e socchiuse i begli occhi seri:

– Bisogna lavorare, ragazzi. Non come abbiamo fatto fino a oggi!… Capite ?

– Abbiamo capito! – gridarono i ragazzi e applaudirono calorosamente Korotkov  che scendeva dal palco.

Il giorno dopo già erano irriconoscibili. Sbuffavano, gemevano per lo sforzo, scuotevano la testa, ma cercavano onestamente di superare, sia pure a fatica, l’eterna pigrizia umana. Avevano intravisto davanti a loro la più bella delle prospettive: quella della personalità dell’uomo¹⁶.

Con questo brano Makarenko  definisce a tutto tondo la funzione assolutamente decisiva svolta da Gor’kij  nella vita dei colonisti.

Sulla figura e sul ruolo svolto da Gor’kij  possiamo concludere con quanto commenta Siciliani de Cumis:

La sua autobiografica Infanzia, lungo tutto l’arco della vicenda narrata nel Poema pedagogico, è per i piccoli ospiti della colonia Kuziaž (proprio come era stato per i bambini della colonia Gor’kij), una sorta di sistema ideale di confronto, un punto alto di riferimento, che si colloca tra la vita che era stata realmente vissuta e testimoniata dallo stesso Gor’kij, e il dover essere “altro” della loro vita di ragazzi abbandonati, quelli recuperati ad opera di Makarenko (ma pur sempre con l’aiuto pedagogico essenziale di  Gor’kij scrittore)¹⁷.

NOTE

1) A.S. Makarenko , Poema pedagogico, trad. it. di S. Reggio, Mosca, Raduga, 1985, pp. 7-8.

2) Ivi,  pp. 7-8.

3) Ivi, pp. 21-22.

4) Ivi, pp. 38-42.

5) Ivi, p. 185.

6) Ivi, pp. 158-159.

7) Ivi, p. 161.

8) Ivi, pp. 167-171.

9) Ivi, pp. 171-174.

10) Ivi, pp. 447-452.

11) Ivi, pp. 195-199.

12) Ivi, pp. 199-200.

13) N. Siciliani de Cumis , I bambini di Makarenko . Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”,  Pisa, Edizioni ETS, 2002, pp. 87-90.

14) A.S. Makarenko , op. cit., pp. 69-71.

15) Ivi, pp. 309-311.

16) Ivi, pp. 492-493.

17) N. Siciliani de Cumis , op. cit., p. 293.