BAGNOREGIO, CIVITA E LA SCRITTRICE CLARICE TARTUFARI

Agostino Bagnato

IL MARE E LA VELA

IMG_0001Bagnoregio e Civita sono al centro di un robusto romanzo di Clarice Tartufari, prolifica scrittrice del primo Novecento, oggi completamente dimenticata. Personaggi creati dalla fantasia, collocati in un contesto realistico e rispondenti alla verità storica e topografica, fanno del romanzo Il mare e la vela un affresco di vita vissuta nell’arco di dieci anni a cavallo della Grande guerra, ancora oggi stimolante e per alcuni aspetti anche istruttivo. L’intreccio narrativo, la personalità dei protagonisti, il possibile riferimento a persone vissute e fatti realmente accaduti, obbligano il lettore che voglia cogliere pienamente aspetti socio-culturali a ripercorrere vicende storiche del primo Novecento italiano. Si vedano in particolare i richiami al dibattito all’interno della Chiesa tra tradizionalisti e modernisti, la prima emigrazione verso Israele da parte degli ebrei romani nel contesto sionista, lo sfondo della Prima guerra mondiale che coinvolge l’intera popolazione.

Pubblicato dall’editore fiorentino Bemporad, Il mare e la vela affronta le vicende dell’ebreo Gastone Budrio che, visitando Bagnoregio e dintorni alla ricerca di mobili antichi, arredi e oggetti di arte sacra, s’innamora di Leonora, giovane moglie del barone Giuseppe Oliver, studioso di storia della Chiesa. La donna, punta dalle spine di una rosa nell’atto di ornare l’altare in onore di Maria Liberatrice nella cattedrale di Civita, muore lasciando la figlioletta Giovannina alle cure del marito. Gastone si reca a Civita per fare visita al parroco don Oscar, ma Giuseppe intuisce che si trova in quei luoghi per un mancato appuntamento con la moglie, di cui ignorava la scomparsa fino a qualche minuto prima. In un drammatico confronto sul sentiero scosceso che porta a Bagnoregio, Giuseppe prova l’irrefrenabile istinto di scaraventare nei burroni il giovane visibilmente impaurito e sconvolto, ma lo risparmia per un ritorno subitaneo della ragione.

La scena si sposta a Roma nell’abitazione dei mercanti ebrei di antiquariato, di nome Budrio e poi del sacerdote don Giulio Serventi, divenuto celebrità per le sue rigorose ricerche religiose ma anche per la coraggiosa apertura mentale alle nuove istanze religiose che si fanno largo in numerosi strati della Chiesa. Gastone Budrio subisce il fascino intellettuale del sacerdote che svolge anche attività didattica; alla fascinazione colta si mescola quella della giovane nipote Monica, per cui si fa battezzare e sposa la fanciulla, rinnegato dai genitori ferventi israeliti osservanti e vicini al crescente movimento sionista. Ci sono pagine molto suggestive sul tormento del giovane all’atto di prendere il battesimo, a cui fanno da contrappunto le investigazioni teologiche di don Giulio sulla natura di questa conversione, non ritenuta del tutto appropriata e matura.

Clarice_TartufariLa vicenda torna a dipanarsi dieci anni dopo, negli ultimi mesi della Grande guerra, tra Civita e Bagnoregio e coinvolge Giovanna Oliver e Bonaventura Igelli, rampollo della più ricca famiglia bagnorese, innamorati l’una dell’altro sotto l’occhio vigile della domestica Isolina e della maestra Ida Jény. La situazione precipita perché Giuseppe muore divorato dai rimorsi per avere maledetto la moglie sospettata di tradimento, subito dopo la celebre processione del Venerdì santo, quando l’antichissimo Crocifisso di legno custodito a Civita viene portato in processione lungo il corso del paese, per tornare la notte stessa nella sua nicchia dove è custodito da secoli. Giovanna incontra Bonaventura nei pressi della fontana in mezzo al bosco: è quella detta del Pidocchio, nota ancora oggi come meta di gitarelle e scorribande sulla strada per Orvieto. Ma la giovane decide di rinunciare al matrimonio e di dedicarsi alle missioni di carità, prendendo i voti all’interno dell’ordine belga lungamente studiato dal padre. «Vedi gli amori umani, Giovannina? Tradiscono, seminano colpe e rovine. Un solo amore non inganna e remunera. L’amore di Gesù!»: con queste parole pronunciate come in un’apparizione, il barone Giuseppe Oliver spinge la figlia ad abbandonare la strada verso la felicità di un amore sincero per dedicarsi al silenzio e alla pregiera.

Ma la giustizia divina finisce per colpire chi viola la legge e la tradizione dei padri. Nico, il bambino nato dal matrimonio tra Gastone Budrio e Monica Serventi muore precipitando dal terrazzo di casa a Roma, lasciando genitori e parenti nel dolore più atroce. Restano a mantenere viva la tradizione ebraica il centenario avo polacco Daniele, i cui discendenti si sono trasferiti in Palestina, a Tel Aviv costruita e abitata da soli ebrei, e pochi familiari, come Miriam, madre di Gastone e fervente israelita. Don Giulio Serventi è avvolto nei dubbi sulla legittimità del suo pensiero che si fa superbia e si eleva al di sopra del semplice magistero per cercare il successo e la lusinga. Sospeso a divinis in seguito ad uno studio sul gallicanesimo che ha ottenuto un largo consenso, in cui avanzano le idee del modernismo cattolico contestate dalle gerarchie vaticane, l’uomo soffre nel vedere la propria madre tormentarsi per il percorso spirituale che ha intrapreso.

Il mare e la vela è romanzo della piena maturità di questa scrittrice oggi pressoché sconosciuta, nonostante alcune pagine risultino vivaci e fresche. Lo stile è quello dell’epoca, oscillante tra la verbosità di Antonio Fogazzaro o di Matilde Serao e il realismo di Grazia Deledda. Il paesaggio di Civita e quello di Bagnoregio sono assolutamente veritieri, testimonianza della conoscenza dei luoghi e dei costumi della popolazione locale. La tragica morte della maestra Ida Jény durante una bufera di neve improvvisa mentre si reca alla festa di nozze di due contadini, suoi alunni adulti, in uno dei casali delle campagne circostanti, attesta la frequentazione dei luoghi noti successivamente come Valle dei Calanchi.

CLARICE GOUZY TARTUFARI

civitaQuel territorio diventerà qualche anno dopo lo sfondo e l’oggetto della narrativa di Bonaventura Tecchi. Ma nella prosa di Clarice Tartufari ci sono momenti di intensa poesia che anticipano proprio quella dello scrittore bagnorese, insigne germanista allo stesso tempo. Nata nel 1868 a Roma in una famiglia benestante di padre francese di nome Gouzy, visse l’adolescenza e la prima giovinezza a Novilara, in provincia di Pesaro, studiando nelle locali scuole e conseguendo il diploma di maestra. A Roma conobbe e sposò un giovane toscano ed andò a vivere a Bagnore, paese sul monte Amiata. Iniziò a scrivere poesie e racconti, passando poi al teatro dove ottenne un discreto successo, tornando alla prosa negli ultimi anni di vita.

Il suo primo racconto, è Maestra, pubblicato nel 1887, molto noto all’epoca: la protagonista è Maddalena, donna semplice ma decisa ad elevare lo status della figlia Ginevra facendola a tutti i costi studiare per avviarla all’insegnamento. L’elenco delle sue opere narrative è nutrito: Roveto ardente è romanzo del 1901, cui segue L’albero della morte del 1912 che ha come epicentro Roma e la zona dei Fori non ancora investiti dallo sventramento degli anni Venti, anche se i lavori per l’erezione del Vittoriano avevano trasformato la zona, arrivando a demolire finanche la casa abitata da Michelangelo Buonarroti. IL mare e la vela risale al 1924 e l’autrice, come scrive nella prefazione, vi ha dedicato due anni d’intensissimo lavoro; nel 1925 segue Il miracolo che ha come sede degli avvenimenti la città di Orvieto, poco lontano da Bagnoregio e quindi sicuramente visitata contestualmente ai soggiorni nella zona; infine, nel 1933 vede la luce Ti porto via!, ultima opera della scrittrice. Ma altrettanto intenso è stato il percorso per il teatro, con testi come L’Eroe del 1904, La salamandra del 1906, Il marchio del 1914. L’opera teatrale più rappresentativa è sicuramente Suburra, incentrata sulla vita della piccola borghesia romana impiegatizia e mercantile, tradotta e rappresentata anche il Germania con discreto successo. Il miracolo, considerato probabilmente il suo libro migliore, vide la luce in una prima versione nel 1909 e fu tradotto in tedesco con il titolo Das Wunder (Stuttgart, 1911) il cui il contrasto tra modernismo e cattolicesimo tradizionalista è affrontato con vasta competenza, secondo alcuni critici.

civ_1892La scomparsa di Clarice Tartufari, avvenuta a Bagnore nel 1933, coincide con la massima espansione del fascismo; la successiva avventura coloniale in Etiopia non lasciano spazio nel lettore medio alla narrativa impegnata sul piano sociale, né alla trattazione di temi ideali e spirituali, né tanto meno al travaglio religioso. Il successivo Manifesto sulla razza impedirà di affrontare qualsivoglia tema legato agli ebrei, se non per denigrarne le origini e denunciarli come nemici. Molti critici letterari contemporanei ne hanno apprezzato lo stile e i contenuti. Forse appare esagerato il giudizio di Benedetto Croce che considerava Clarice Tartufari superiore a Grazia Deledda: «Temperamento assai più robusto, sguardo più ampio e sentire più vigoroso e compatto» (La letteratura delle nuova Italia, VI, Bari 1940, p. 323), ma è innegabile che siamo di fronte ad una donna di talento e ad una scrittrice valida. Qualche suo libro è oggetto di ristampa, scaduti i diritti d’autore nel 2003. Qualcuno si può trovare su bancarelle e librerie antiquarie. Qualche piccola casa editrice si sta interessando a riproporre aspetti della sua narrativa. Probabilmente sarebbe opportuno condurre una rivisitazione critica dell’intera sua opera, per dare giusta collocazione al suo corpus narrativo all’interno del primo Novecento. Ma ci sarà tempo per riprendere questi proponimenti.

Oggetto di queste note è il paesaggio di Civita e di Bagnoregio all’interno di Il mare e la vela. Chi legge il romanzo rimane colpito dalla precisione con cui la scrittrice affronta la descrizione del paesaggio, i personaggi riferiti ai luoghi narrati, il contesto sociale in cui maturano gli avvenimenti e si determina il comportamento dei protagonisti. E’ il caso di seguire la narrazione con ordine.

CIVITA E BAGNOREGIO NEL ROMANZO IL MARE E LA VELA

civ_1965«Da un paese all’altro le campane si chiamano e si rispondono; i campi si riposano cinti dall’ombra mobile delle siepi in fiore e solcati dalle ombre fuggevoli degli uccelli a volo; i buoi accosciati davanti alla greppia, ruminano in pace e muggiscono, a intervalli, per domandare al bifolco di essere abbeverati; le massaie rubiconde, in groppa all’asino, scendono in paese a vendere erbaggi e ad acquistare frottole dai mercanti girovaghi. Intanto la luce si diffonde e tutto allieta in vetta ai colli e nel fondo delle vallate» (pag. 26).

Può sembrare una descrizione generica, suggerita anche dall’incipit di questo capitolo II:

«L’indomani mattina le cose, nell’aria serena di maggio, avevano il particolare colore delle domeniche nei paesetti umbri adagiati tra il verde».

Ma si tratta proprio del territorio bagnorese: Civita, chiamata anche castello, pur non essendo stata mai una fortezza, domina la valle, circondata da Lubriano e da Vetriolo sul lato sinistro, mentre alle spalle di Bagnoregio si stagliano i boschi della Carbonara e l’abitato di Vaiano e sul lato destro i casali sorti su poderi ricchi di ulivi e di vigne che digradano nella valle. Ed ecco irrompere la figura del sacerdote di Civita, don Oscar, che secondo alcuni osservatori odierni sarebbe Oscar Righi (1891-1965), lo zio di don Enrico Righi storico parroco di Bagnoregio, recentemente scomparso.

«Don Oscar, il giovane parroco, non somigliava affatto ai parroci campagnoli delle vecchie commedie e dei vecchi romanzi per la gioventù del passato. Possedeva una fede robusta, ma disinvolta; era devoto ai parrocchiani a patto ch’essi fossero devoti alla religione; parlava di politica con larghezza di vedute e passione, fumava la pipa senza sotterfugi e qualche bicchiere di buon vino non riusciva a scandalizzarlo, neppure fuori pasto» (pag. 27).

img_002I più anziani civitonici ricordano questo sacerdote burbero e bonario, come Vilma Catarcione nel suo volume di ricordi Civita nel cuore. Ricordi di una civiltà perduta (Viterbo sd); alla stessa maniera lo rappresenta Bonaventura Tecchi nel racconto Il paese che muore del 1947, contenuto nella raccolta Antica terra, pubblicata nel 1968, l’anno della scomparsa dello scrittore.

Ed ecco la descrizione di Civita nell’atto in cui Leonora con la figlia Giovannina e della cameriera Isolina si reca nella chiesa del borgo per portare i fiori e ornare l’altare di Maria Liberatrice.

«I secoli erano passati con una lentezza tale sopra i massi del monte ed i muri degli antichi palazzi che, massi e muri, pure corrodendosi e screpolandosi, serbavano la fisionomia dei tempi lontani, quando Civita signoreggiava su Bagnorea, allora borgo, e dall’arcata tetra uscivano uomini armati a devastare le terre sottostanti. Tempi benedetti, pieni di grazia! San Bernardo pregava nella piccola casa, tuttora in piedi sopra un masso isolato, e San Bonaventura, sin dalle fasce prometteva di diventare quel dotto santo che diventò per l’onore della Chiesa e del luogo nativo».

La prima osservazione a questa descrizione riguarda le armate che uscivano per devastare il contado: si tratta delle guerre contro i signori feudali che hanno sempre minacciato il territorio bagnorese. La seconda attiene all’arcata tetra: si tratta invece della bellissima facciata dell’austero palazzo del Governatore, su cui si staglia il becco ricurvo dell’aquila, arme del cardinale Reginald Pole che a Civita dimorò qualche tempo. La terza osservazione riguarda san Bernardo. Oggi quasi nessuno sa di chi si parla. In effetti, nell’VIII secolo è nato a Civita un giovane che prese i voti e successivamente fu nominato vescovo della diocesi natale e poi designato a quella di Castro, città in territorio dell’attuale Canino, feudo dell’antichissima famiglia Farnese. (F. Macchioni, Storia di Bagnoregio dai tempi antichi al 1503, Agnesotti, Viterbo 1956, pp. 85-89). Com’è noto, la città fu incendiata, distrutta ed eradicate le stesse fondamenta dalle armate pontificie nel 1649, al tempo di Innocenzo X Pamphilj. Di Bernardo si sono perse le memorie, se non fosse che la popolazione del suo tempo prese a considerarlo un santo per le sue opere di carità e la buona condotta delle diocesi in cui era stato nominato. Come poteva conoscere il nome e la storia di questo Santo una scrittrice lontana dalla cultura territoriale? A quali frequentazioni era dovuta la sua consuetudine bagnorese?

Ed ecco il momento cruciale della prima parte delle vicende narrate. Gastone giunge in motocicletta a Bagnoregio per incontrare Leonora, dopo il mancato appuntamento romano. La scusa è chiedere consiglio a don Oscar su alcuni arredi sacri. Il pettegolo segretario comunale, intento a bighellonare sulla piazza dove si radunano i bagnoresi attratti dal gelato di Rosa, lo informa della morte di Leonora.

«Gastone, senza una parola, riprese a camminare. Lo spasimo si ammorbidiva, mischiandosi a una tenerezza struggente verso la diletta scomparsa. Poverina! Poverina! La vedeva nella chiesa di Civita scegliere rose per offrirle al suo Gesù. Ogni gesto di lei era un gesto di gentilezza, ogni accento un accento di soavità.

Dalla chiesuola delle monache, dove si svolgeva la funzione del Mese Mariano, usciva odore di fiori campestri e il suono dell’organo.

tecchiLentamente, rilassandosi nell’anima e nelle membra, Gastone percorse il viale attratto dall’apertura luminosa, in fondo. Comprese il comando dei ricordi e ubbidì. Uscì dal viale, scese il viottolo scarpato e ne toccò il fondo a Mercatello. Sull’orlo della fontana si era seduto spesso con Leonora l’estate scorsa. Giovanna aveva sete ed egli le porgeva da bere nel bicchiere tascabile. Leonora sorrideva pensosa, gingillandosi con la frangia della sciarpa ed egli, a capo chino, non osava guardarla e la vedeva lo stesso. Si avviò al castello, ammantato di luce, sull’ultimo masso e, salendo, cercava di non vedere gli abissi, di qua e di là. Un leggero capogiro, un piede in fallo, e sarebbe precipitato. La morte gli faceva orrore, subdola, assurda, impaziente, risparmiando, per capriccio, vecchi ed infermi, ghermendo, per malvagità, giovinezze splendenti» (pp. 50-51)

Si consideri che al tempo degli avvenimenti, attorno al 1908, Civita era collegata a Bagnoregio da un viottolo sterrato ai cui lati crescevano scarne acacie, come si vede da fotografie d’epoca. Le frane successive hanno obbligato la costruzione del primo ponte che ha retto, con alterne vicende, fino ai crolli del 1941 e alla quasi totale distruzione nel 1944 da parte dei tedeschi in ritirata dall’Italia centrale verso il Nord. La fontana di Mercatello è ancora al suo posto, ricavata dall’antico fontanile che fungeva da abbeveratoio per gli animali da lavoro di ritorno dai campi: oggi costituisce un presidio indispensabile di ristoro e di frescura per i visitatori.

«Sulla Piazza del Castello non c’era nessuno; gli uomini ancora pei campi, le donne nelle case a preparare il pasto. Spinse la porta socchiusa della cattedrale e, dietro di lui, la piazza sembrava un lago di sangue e le grandi nuvole, in alto, ardevano simili a roghi. Entrò nella chiesa, né pensò a togliersi il cappello. Le pareti gli si stringevano intorno, il soffitto della navata gli calava sopra il capo sacrilegamente coperto, i banchi allineati somigliavano ai banchi di giudici per una condanna. Gelo, ombra ineffabile! Maria Liberatrice, elevata sul piedistallo, circondata di mistero; e, nascosto dalla tendina, il Crocifisso, che egli aveva tante volte ammirato con occhio d’artista e che adesso, quantunque non visibile, empiva di sé, formidabilmente, la silenziosità scura del luogo» (p.51).

bagnLa precisione con cui è descritta l’attuale chiesa di San Donato dimostra la frequentazione non occasionale dei luoghi da parte della scrittrice. Indubbiamente prevale l’abilità nella narrazione, la capacità di incrociare elementi veri con l’invenzione, ma in questo caso i luoghi sono autentici, mentre risultano opera di fantasia la storia narrata e i personaggi. Il contesto dimostra l’attitudine di Clarice Tartufari a sapere mescolare bene, in modo credibile, realtà e invenzione. Ma per farlo bene, come nel caso di Il mare e la vela, occorre conoscere perfettamente la realtà.

«Sentiva alla nuca il respiro ardente dell’uomo tradito, ne calcagni la punta dei piedi incalzanti e il ribrezzo gli agghiacciava le vene. Si fermò sull’orlo del precipizio, a braccia spalancate. Giacché la fine era inevitabile, la fine arrivasse subito.

– Cammina! – gl’impose all’orecchio una voce rauca. – Cammina!

Gastone chiuse gli occhi e si buttò in avanti.

Cammina! Cammina! Questo per lui e per la sua stirpe errante fino alla consumazione del tempo! Ma all’improvviso, prima che la mente intuisse, il sangue gli si ghiacciò, trasfondendogli calore e una gioia istintiva. C’era il morbido dell’erba sotto le sue piante e una frescura intorno alla sua fronte. Avevano toccato il piano, era salvo. Non cedé all’impeto di fuggire. Più che il suo orgoglio di uomo, lo vincolava il senso di una giustizia astiosa, ma profonda. Era del colore della cenere, i denti gli battevano, eppure attendeva il destino con coraggio passivo.

– Vattene! – gli disse Giuseppe, e allungò la mano per respingerlo; poi

la ritrasse per la ripugnanza di toccarlo. – Il Dio dei cristiani è stato sopra di me e non ti ho ucciso. Vattene tu!» (pag. 53).

20170427_121550_resizedScacciato da Civita, Gastone Budrio torna a Roma nel suo ambiente d’origine, ugualmente descritto con grande precisione e cura nei dettagli. La scrittrice deve per forza di cose avere frequentato gli ambienti della comunità ebraica romana, perché in alcuni casi ricorre alle formule di rito dell’ortodossia rabbinica. Gli anni trascorrono e la figura del giovane sacerdote Giulio Serventi, docente nella locale Università lateranense, assume un rilievo di primo piano sullo sfondo della discussione in atto nella Chiesa, tra posizioni tradizionaliste e quelle moderniste. Egli si cimenta inconsapevolmente nel dedalo delle speculazioni legate alla lotta al gallicanismo, ma resta travolto dal suo stesso successo e dal compiacimento che ne deriva. La crisi è inevitabile, ma don Giulio non sa esattamente come venirne fuori e alla fine è costretto a subire il processo dottrinario, cui segue la sospensione a divinis e la scomunica semplice. Anche per Gastone, convertitosi al cristianesimo, è un brutto colpo. Così, dopo dieci anni circa, la vicenda si sposta da Roma nuovamente a Bagnoregio, coinvolgendo Giovannina e il giovane tenente Bonaventura Igelli, promessi sposi. Don Oscar, il prete di Civita, è sempre al suo posto e svolge le sue funzioni con umanità. Il suo attaccamento alla parrocchia locale è fortissimo. Il richiamo con don Oscar Righi è immediato, anche se il sacerdote civitonico nella realtà inizia il suo mandato proprio nei primi anni Venti. Gli seguirà don Francesco Cori che resterà per moltissimo tempo a capo della parrocchia locale ed ha tramandato immagini bellissime di Civita, essendo un bravissimo fotografo.

«Civita! Quante volte se l’era richiamata al pensiero con tenerezza! Quante volte aveva sospirato la casona immensa, dove ogni notte i sorci facevano festa, e il bell’orto che gli dava legna per l’inverno, uva e fichi d’autunno, per le saporose merende! E aveva ripensato le femmine pei vicoli, ciarliere e pacifiche; ed i bimbi – quanti Signore Iddio ̶ turbolenti, coi visi sudici di broda e gli occhi chiari, splendenti, come stelle di un cielo estivo. Li pigliava a scapaccioni quei piccoli cristiani; insegnando loro il catechismo, li chiamava pagani, figli di pagani, ma, trovandoseli fra i piedi, allorché percorreva a gambate da montanaro le viuzze del castello, gli pareva di camminare fra nidiate di uccelletti e benediva in cuor suo la fecondità delle tonde parrocchiane! Quante volte, esercitando al fronte l’ufficio di cappellano militare, aveva ripensato con amore al suo castello, alla sua chiesa, all’immagine di Maria Liberatrice, al Cristo prezioso e miracoloso, mentre si aggirava pei camminamenti, fra uomini ammassati» (pag. 166).

20170706_121627_resizedEd ecco irrompere nelle vicende la figura di Bonaventura Igelli. Si tratta di un calco dei tanti giovani di buona famiglia, ancora ricchi per possedimenti di terreni e poderi condotti in prevalenza a mezzadria. E’ appena uscito da una lunga convalescenza per una ferita al fronte e si reca a Civita per confidare proprio a don Oscar il suo amore per Giovannina Oliver.

«Il vento scendeva furioso dalla roccia a investirlo per respingerlo; Bonaventura curvava la schiena per resistergli e farsi largo. Il berretto gli ruzzolò tra vortici di polvere ed egli, dopo una rincorsa a zig zag, arrivò a ghermirlo e se lo lo piantò in testa, tirandolo per la visiera. Avanti, avanti! Avanti, perché? verso dove? Avanti per camminare ed esercitare il vigore riconquistato! Avanti verso la vita che lo richiamava con impazienza!

In una mattina riarsa era caduto supino, precedendo i suoi soldati, e il globo del sole si era schiantato in globi rossi, poi gialli.

̶ I fuochi! I mortaretti! ̶ egli aveva pensato, e un suono di campane gli era corso dentro il cervello a portargli via le idee. Le vene gli si vuotavano, i ricordi dileguavano; sapeva di stare immoto e sapeva anche di sprofondare interminabilmente nelle acque di uno stagno. E, tornato in sé in una piccola stanza bianca, adagiato, bendato, gli era rimasta l’impressione di calare interminabilmente.

Provava una fatica enorme nel non poter sostare eppure non avrebbe voluto fermarsi. Immaginava che, toccato il fondo, sarebbe rimasto supino e si sarebbe quietata la voce che gli piangeva nella cavità del petto. Chi gli piangeva dentro? Forse sua madre, morta da anni, da anni? Piangeva per l’angoscia di riaverlo così presto?

Guarito, mandato in licenza, gli perdurava il senso di ondeggiare in una massa liquida e, parlando, ascoltando parlare, udiva, a tratti, sorgere dalle cavità del petto la eco affievolita di un pianto» (pgg. 167-168).

Si tratta di pagine toccanti per sincerità e umanità, dove la qualità letteraria conserva interamente la sua validità nella rievocazione della caduta di fronte al fuoco austriaco uscendo dalle trincee per lanciarsi all’attacco, alla testa dei propri soldati. La guerra era passata da poco e la scrittrice avrà ascoltato centinaia di volte i racconti dei reduci. Eppure in poche righe Clarice Tartufari è riuscita a raccontare non l’episodio nel suo svolgersi, ma le sensazioni provate dal giovane ufficiale ferito gravemente. Molto suggestiva l’immagine dello stagno e poi quel richiamo alla madre defunta che «piangeva per l’angoscia di riaverlo così presto», degne di Stendhal, di Victor Hugo, di Lev Tolstoj.

«Ed ecco che quella mattina, mentre spalancava la finestra, il vento lo aveva scosso ed egli aveva tenute ferme le persiane con la sola forza delle braccia, diritto nel vano tutto si muoveva! Le foglie sui rami e, quelle staccate, tra la polvere; le nuvole sul turchino; tra gli alberi i raggi a matasse, che, coi fili di luce sottili, tessevano intorno ai tronchi una veste leggera, a ricami argentati. Il manto dei coli s’increspava, si spostava la linea dell’orizzonte, tutto era moto, e Bonaventura, battendo il piede, aveva sentito la stabilità. Dentro la cavità del petto il pianto taceva; una voce cantava, fresca come uno zampillo, il ritornello della speranza» (pag. 168).

La descrizione della città di Bagnoregio, a dieci anni di distanza dall’inizio degli accadimenti, risulta complessivamente sommaria, bozzettistica, ma ha il dono della brevità. Tuttavia, i caratteri salienti sono precisi e dimostrano ancora una volta la conoscenza dei luoghi.

«Apparentemente Bagnorea non era cambiata in dieci anni. Dieci primavere, al solito, erano passate sui giardini e sugli orti a ornare le aiuole di umidi colori e le siepi del lieve biancospino; poi dieci estati, avide e peccaminose, erano sopraggiunte a ubbriacarsi di sole, satollarsi di frutta; e gli autunni, stracchi, sornioni, si erano presentati vestiti di nebbia, finché gl’inverni, che a Bagnorea si trovano in famiglia, erano arrivati per le loro visite interminabili. Così dai tempi dei tempi, così in quegli ultimi dieci anni. Nulla era dunque cambiato apparentemente, ma, in sostanza, erano avvenuti cambiamenti radicali. I ragazzetti di dieci anni avanti ne avevano venti e facevano all’amore; quelli che dieci anni prima, stavano aspettando chissà dove il loro turno di venire al mondo, erano venuti e facevano un chiasso d’inferno; intanto nei cervelli maturi il modo di pensare si era capovolto e ad ognuno pareva che l’umanità avesse cambiato rotta» (pag. 173).

Ed ecco una notazione di colore che risponde perfettamente alla verità storica: Villa Agosti è stato proprio l’asilo del tempo e successivamente con al nome Agosti è stato intitolato l’Istituto Tecnico Agrario, diventato noto in tutta la Tuscia.

«Il viale dell’ultimo incontro fra Leonora e Gastone somigliava, in quel pomeriggio mutevole, alla navata di una cattedrale, coi tronchi ai due lati, dalla scorza d’argento, simili a massicci candelabri, ed i rami, radi, spogli, di varia altezza, con lingue di luce in cima, simili a torce. In fondo il globo del sole fiammeggiante di raggi, splendeva come un ostensorio sopra un altare, e le orfanelle dell’ospizio di Villa Agosti, tornando dalla solita passeggiata, cantavano un devota canzoncina, che le suore sorveglianti intonavano, battendo le palme» (pag. 174).

Si giunge così ad un appuntamento importante nella vita di Civita e di Bagnoregio: la processione del Venerdì Santo. Si tratta di una data che nessuno può dimenticare, perché la sua nascita si perde nei lunghi secoli medievali e rappresenta il massimo della tradizione religiosa e della distintività tra Civita e Bagnoregio. Si tratta di un appuntamento al quale nessuno vuole e deve mancare. Così è per Giuseppe Oliver, gravemente ammalato.

«La malattia, che aveva serpeggiato per anni, lenta e subdola, si aggravò rapidamente durante la settimana santa e il venerdì, giorno della passione di Cristo, egli sentì che le sue ore erano contate, ma cercò di dissimulare il suo stato perché Giovanna potesse prendere parte alla processione tradizionale da secoli a Bagnorea.

Sebbene piovesse a scrosci dalla mattina, in tutte era la certezza che sull’imbrunire l pioggia sarebbe cessata. Non esisteva ricordo, a memoria d’uomo, che il tempo, per quanto malvagio, non si fosse rasserenato allorché il Crocifisso, portato a Civita non si sapeva da chi, né in quale anno, doveva alare dal castello per essere deposto sopra un cataletto e percorrere processionalmente la sottostante Bagnorea» (pag 184-185).

La processione de Venerdì Santo è entrata magistralmente nel cinema, all’inizio degli anni Cinquanta del XX secolo: Federico Fellini ha inserito la cerimonia nel film La strada, girato prevalentemente a Bagnoregio e utilizzando tanta parte della popolazione locale, compreso i bambini, come comparse.

« – Nessuna paura – diceva don Oscar, andando e venendo dalla cattedrale di Civita alla piazza. – Abbiate fede nel buon tempo e il buon tempo verrà al momento giusto. La fede fa muovere le montagne; immaginate se non fa muovere le nuvole.

Gli incappati, a braccia conserte, al riparo sotto gli androni dei foschi palazzi disabitati, aspettavano interminabilmente con la fede irata di chi vuol credere a ogni costo, non credendo; le ragazze, esaltate al pensiero di sfilare con le vesti bianche a ricami, tendevano l’orecchio alle finestrelle, schernendo la pioggia, con la fede gioiosa di chi desidera con tale ardore che il desiderio assume già forma di realtà.

Una clarissa in adorazione davanti al Cristo deposto sopra una coltre di velluto, sotto un velo cosparso di stelle, fu la prima a ricevere l’annuncio che il buon tempo arrivava. L’annunzio glielo portò, dal finestrone della chiesa, il grido isolato di una rondine.

L’adorante, prona, non si sollevò dalla polvere, ma implorò ad alta voce:

  • Gesù, per la gloria della vostra passione, fermate la pioggia.

La rondine ripassò con uno strido più acuto ed il suono fu come una lama, tagliò le nuvole e la pioggia si rifugiò nella pianura, lasciandosi dietro qualche goccia rara» (pgg 185-186).

La scrittrice tratteggia con abilità il comportamento dei fedeli e riesce a mettere in rilievo il sentimento di certezza nel miracolo della pioggia che cessa, annunciato dal volo della rondine. Un topos della narrativa, ma qui reso con partecipazione sentita.

«A Bagnorea porte e finestre si spalancarono, s’illuminarono, e lungo la strada fiorì in un attimo la doppia siepe dei cuori devoti e degli occhi ansiosi di mirare e ammirare.

Giovanna, che si era appartata nella sua stanza per assorbirsi nella rievocazione del sacrificio, scese in giardino e uscì dal cancello, raccolta in sé, schiva di preoccupazioni esteriori. Non aveva dubitato del sereno, mentre più imperversava la pioggia, non si meravigliava che le nubi, blocchi di pece mezz’ora prima, si screziassero di tenuti colori. Anch’ella era vestita di bianco, velata di nero, cinta la fronte di cipresso; l’accompagnava Isolina, drappeggiata di uno scialle a ricca frangia e, in pugno, una torcia di buon peso» (pag. 186).

Ed ecco la processione, descritta a larghe pennellate ma precisa nel suo svolgersi, secondo un modulo immutabile nel tempo. Mote altre Sacre rappresentazioni sono ancora oggi in vigore in molte città e numerosi borghi rurali, ma quella di Bagnoregio presenta una sua fascinazione legata al trasporto del Crocifisso che, al termine della cerimonia, deve essere riportato a Civita e ricollocato nella nicchia storica. Il Crocifisso è una pregevole scultura in legno, probabilmente di scuola fiorentina. Qualche studioso locale sostiene che si tratti di opera della bottega di Donatello, ma qualche altro sostiene la provenienza fiamminga per i tratti massimamente realistici del volto e del corpo di Gesù. In ogni caso, si tratta di una scultura che merita la massima attenzione da parte degli storici dell’arte, in quanto è perfettamente conservata.

«Preceduta dal tamburo, che faceva echeggiare colpi funerei, la processione iniziò la sua sfilata con lentezza solenne. A intervalli, il tamburo sospendeva i suoi colpi e allora il concerto intonava melodie piene di gemiti. Gli ottoni mandavano gridi di strazio, la grancassa rombi sotterranei, i piatti stridevano ed i flauti esalavano lamenti; era la natura stessa che plorava, le stesse viscere della terra che si commuovevano, le cose minute e umili che doloravano per la morte di Gesù.

La folla, inginocchiata, si batteva il petto, qualche donna singhiozzava e i cuori, con le parole o in silenzio, si rivolgevano al Redentore, che, per la sua corona di spine, per gli sputi e le battiture, si movesse a pietà del mondo travagliato» (pag. 186).

Giuseppe Oliver assiste dalla balconata del proprio palazzo alla processione e avverte prepotentemente dentro di sé l’errore di non avere saputo perdonare Gastone Budrio per l’amore portato alla moglie Leonora e soprattutto per avere maledetto la sua povera donne.

«Ecco la bara, circondata dal vescovo e dal Capitolo e, dietro, giovinette in vesti bianche e veli neri, cinte le fronti di cipresso e rievocanti in nenie dolorose, lo strazio di Maria Addolorata […]

Gesù crocifisso, giacente sul cataletto passò, tra l’oscillante luminoso delle torce e le onde canore delle preci.

Allora Giuseppe pianse di dolcezza, mirandogli dall’alto, sul viso riverso, lo stanco abbandono della morte, misto al guizzare della imminente vita, quando le membra si sarebbero svincolate dalla immobilità e dalle bende e Cristo risorto sarebbe salito alla destra del Padre, nella gloria dei cieli» (pag. 188).

La narrazione di Clarice Tartufari ha il pregio di intrecciare un evento religioso memorabile con il privato dei personaggi del racconto. Ma è in particolare con uno dei protagonisti che ha un impatto che si rivelerà fatale: infatti, come si è visto, Giuseppe Oliver resta profondamente commosso dallo spettacolo, ricevendone un effetto catartico. Consapevole ormai del grave torto per il mancato perdono della moglie, l’uomo si lascia andare inesorabilmente verso la morte che sopraggiunge qualche giorno dopo.

La figlia Giovanna accetta con rassegnata umiltà la nuova condizione e decide di prendere i voti, entrando nell’ordine belga dei Congressi eucaristici, fondato da una tale Tamisier, la cui attività il padre aveva sostenuto con i suoi studi di teologia. Rinuncia così all’amore per Bonaventura Igelli e glielo comunica in un drammatico incontro.

«Uscì dal paese e volse a destra, per il viale tortuoso. Le acacie agitavano appena il volume disciolto delle chiome adorne e, in pioggia lenta, i petali scendevano sui margini erbosi. A coppia, in fila, a schiera girevole, le farfalle si dilettavano della loro vita fuggevole. Un palpito delle ali screziate, il gaudio di un attimo e poi disperdersi, polvere d’oro, nella cetra d’oro dei raggi.

Giovanna, sotto la pioggia dei petali e tra il volteggiare delle farfalle, ristette con sensi di gioia per la bellezza delle cose e di sgomento per la loro caducità.

Frattanto Bonaventura l’aveva riconosciuta di tra gli alberi. Seduto sopra un muricciolo, presso una fontanella, la vedeva scomparire, nascosta da una svolta della strada a pendio, poscia ricomparire nel sole, in una radura e avanzarsi leggera, svelta, quasi alata» (pag. 192-193).

Sono frasi certamente ad effetto, ma contengono un messaggio di poesia innegabile, come quel richiamo alla cetra le cui corde sono rappresentate dai raggi del sole tra i rami delle acacie. La fontanella è sicuramente quella che si trova sulla strada per Orvieto, conosciuta come “Fontana del Pidocchio”.

Si avvicina così l’epilogo per i personaggi bagnoresi e civitonici contenuti nel romanzo. L’epilogo è tragico, perché la maestra Ida Jéni muore precipitando in un burrone durante una bufera di neve. Smarrita la strada che avrebbe dovuta condurla al casale degli sposi, suoi alunni adulti, per prendere parte alla festa nuziale, viene aggredita da Remigio, il rozzo e violento monco che la importunava da tempo. Nello sforzo di divincolarsi, nonostante i colpi alla testa inferti dall’uomo, riesce a respingerlo, ma Remigio mette un piede in fallo e precipita trascinando con sé la maestra.

«Dal castello di Civita, avvolto di tenebre. Guizzarono due lumi e la campana della cattedrale mandò la sua voce solenne, che Isolina accolse come una promessa di speranza, mentre Giovanna, in preghiera nella propria stanza, ci udì la conferma del messaggio. S’inginocchiò, implorò pace per l’anima della fida compagna e, lucidamente, pregò pace anche per un’anima greve, affaticata, in quel punto, a divellersi dal corpo mutilato e sanguinolento» (pag. 205).

QUALE GIUDIZIO?

migliettaIl romanzo oggi si presenta del tutto datato, nei contenuti certamente e nello stile. Ma il suo intreccio narrativo contiene suggestioni utili per riflettere sul clima culturale del periodo in cui è stato scritto e che avvia alla stagione del fascismo, della chiusura culturale, nel nome del Novecentismo prima e poi dell’autarchia del regime.

Romanzo sulla colpa e l’espiazione, secondo un filone molto in voga alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Per quanto riguarda i richiami più immediati sul piano ideale e religioso viene in mente Antonio Fogazzaro, mentre sul terreno più generalmente sociale il rimando non può che essere alla prosa di Matilde Serao, Ada Negri, Grazie Deledda. L’autrice si concentra sul filone della colpa da espiare: colpa per il tradimento della fiducia e dell’amore che colpisce Leonora; colpa per il mancato perdono e della maledizione della vittima che investe Giuseppe; colpa per avere mutato fede religiosa, anche se in questo caso la punizione del dio di Israele si abbatte sull’innocente figlio dello spergiuro Gastone Budrio; colpa per il delirio di superbia e di compiacimento dei successi nel trattare materie che appartengono alla speculazione filosofica piuttosto che alla predicazione ed all’insegnamento evangelici, riguardanti don Giulio Serventi, su cui si abbatte la riprovazione delle autorità religiose superiori. E poi le vittime innocenti, come la maestra Ida Jéni, colpevole del suo rigore d’insegnante e di donna responsabile, morta per sfuggire al suo persecutore. E anche Giovanna, la giovane che decide di prendere i voti, è vittima delle colpe degli altri, e a sua volta, rifiutando l’amore di Bonaventura Igelli, si rende responsabile dell’enorme strazio che procura al giovane.

Questo intreccio di temi è trattato con linguaggio appropriato e agevole per il lettore, non scade quasi mai nella banalità, anche quando aspetti complessi vengono affrontati con pochi tratti di penna. Il paesaggio di Civita e di Bagnoregio, gli usi e i costumi degli abitanti sono descritti con tinte veritiere, come si è visto dalle citazioni riportate, testimonianza ancora una volta delle qualità narrative della scrittrice. Non si assiste a sdolcinate narrazioni di albe e tramonti, a sentimentalismi frustri, ma gli accenti sono in generale sinceri e denotano l’amore per il territorio e la gente che lo affolla. Questa constatazione vale anche per le descrizioni riferite a Roma: si veda al riguardo la descrizione del dedalo di strade e sentieri attorno alla via Nomentana subito dopo Porta Pia, oppure la trattazione di via Nazionale con i suoi palazzoni da poco edificati, le botteghe e i negozi, fino alla presentazione minuziosa dell’interno delle abitazioni con figure di secondo piano ben delineate.

Si può parlare di un romanzo che meriterebbe una rilettura a quasi un secolo della sua pubblicazione. Ma questo è argomento che dovrebbe essere affrontato nel contesto dell’intera produzione letteraria e teatrale di Clarice Tartufari e quindi oggetto di uno studio ben più approfondito e motivato.

Questo studio sarebbe auspicabile per tentare di individuare le figure autentiche su cui sono modellati alcuni protagonisti. La prima constatazione riguarda don Giulio Serventi. Non credo che all’autrice fosse sconosciuto il nome di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), sacerdote e teologo, storico del cristianesimo, protagonista di appassionate battaglie culturali e di numerose iniziative all’interno della Chiesa cattolica per favorirne il mutamento e l’adeguamento della dottrina rispetto ai rapidi cambiamenti della società del tempo. Proprio nell’immediato dopoguerra si accentua il contrasto tra le gerarchie vaticane e il brillante sacerdote, docente con largo seguito di giovani seminaristi. L’epilogo della vicenda umana e religiosa di Ernesto Buonaiuti sarà la scomunica e il rifiuto della ritrattazione sul letto di morte nel 1946, a Roma. Al contrario, don Giulio Serventi accetta la ritrattazione, su sollecitazione anche della madre, per tornare nel seno della madre Chiesa. Dapprima rifiuta di rinnegare le proprie tesi sulla chiesa gallicana, ma viene tagliato fuori dalla comunità dei fedeli, è sfuggito da amici che aveva creduto sicuri, si accorge di essere circuito da nuovi amici. Si trova in uno stato di grave disagio e confusione. La visita di don Oscar lo turba profondamente, soprattutto di fronte alla fermezza del rude parroco che guida la comunità locale con fermezza di fede e di carattere, così come l’incontro con un benedettino sulla gradinata di S. Francesca Romana lo fa cadere in uno stato di profonda prostrazione. Ma è la madre Emilia che invoca il suo pentimento a convincerlo a tornare indietro. Il dolore provocato nella donna, a cui il sacerdote è molto legato, per la riprovazione apostolica, lo spinge a rivedere la propria originaria e motivata intransigenza.

«– Povera donna – pensò don Giulio con senso involontario di compatimento e, raccogliendosi per prepararsi a redigere la lettera di ritrattazione, non sospettava che, in parte, era stato il silenzio di sua madre, grido incessante, ad avere ragione sopra la pertinacia dell’orgoglio» (pag. 276).

Sono pagine molto intense e dense di riflessioni psicologiche sulla natura dei personaggi. Il travaglio di don Giulio è identico a quello che vive contemporaneamente Ernesto Buonaiuti, ma la conclusione è opposta, perché lo storico e il teologo romano, pur restando profondamente legato alla madre che invoca moderazione e prudenza nel suo insegnamento e nelle sue pubblicazioni, rifiuta la ritrattazione poco prima di morire.   Allontanato dall’insegnamento universitario perché si rifiuta di aderire formalmente al fascismo, continuamente osteggiato da padre Agostino Gemelli, Buonaiuti vive l’amarezza dell’isolamento e il cuore non regge. Sarà proprio il cuore a tradirlo e a condurlo alla morte.

L’altro richiamo riguarda lo scrittore Bonaventura Tecchi (1896-1968), nel 1924 ancora alle prime armi come narratore. A Milano pubblica la prima raccolta di racconti con il titolo Il nome sulla sabbia. Il giovane appartiene a una ricca famiglia di possidenti bagnorese, giovane ufficiale ferito durante la disfatta di Caporetto, curato in un ospedale tedesco e poi tornato a casa al termine del conflitto. La sua vicenda è stata oggetto di una drammatica testimonianza narrativa, dal titolo Baracca 15C, pubblicata nel 1961. Si dedica all’insegnamento e si reca in Germania e in Moravia dove resterà diversi anni. La Tartufari potrebbe averlo conosciuto in qualche circostanza e frequentato dopo la guerra, magari ospite del giovane proprio a Bagnorea, come si chiamava a quel tempo la cittadina della Tuscia. Una cartolina, probabilmente coeva del libro, riproduce Civita e ricorda che la foto è stata ripresa proprio «per la presentazione del romanzo Il Mare e la Vela». Ma si tratta di supposizioni. In ogni caso, bisogna ricordare che dopo qualche mese vide la luce Il miracolo, un altro romanzo di Clarice Tartufari, ambientato a Orvieto, non lontano da Bagnoregio. Questa è l’ulteriore conferma dell’assidua frequentazione del luogo da parte della scrittrice.

Come si vede, dalla lettura del romanzo si ricavano molti spunti per una ricerca più approfondita che vada oltre gli aspetti e gli interessi bagnoresi e civitonici, affrontando il contesto culturale e letterario in cui si manifesta il talento di Clarice Tartufari e si rivela quello ben più corposo di Bonaventura Tecchi.

Agostino Bagnato

Roma, 2 agosto 2017

Galleria di foto realizzate da L’Albatros  2017: 1234567

DI SAN BONAVENTURA, BAGNOREGIO E MOLTO ALTRO NEL LIBRO DI GIANCARLO BACIARELLO

SanBonaventuraA Bagnoregio tutto parla di Giovanni Fidanza, padre della Chiesa con il nome di san Bonaventura (1217-1274). A dire il vero, parlare di san Bonaventura significa parlare di Civita. Perché nell’antichissimo borgo etrusco è nato dal medico Giovanni di Fidanza e da Maria di Ritella, conosciuta con il nome di donna Ritella. A causa di una infermità, la madre invoca sul piccolo, puerulus come dicono le carte, la protezione di Francesco d’Assisi da poco proclamato santo.
E’ la svolta della giovanissima vita del futuro padre della Chiesa: entra come puer oblatus nel convento dei Minori, ma la famiglia lo manda a Parigi per proseguire gli studi in quella celebre università. Nel 1243 consegue il titolo di Magister Artium ed entra nell’Ordine francescano, cambiando il nome in quello di frate Bonaventura da Bagnoregio. Con questo nome diventa famoso e Dante lo ricorderà nel Paradiso attraverso le parole di san Tommaso. Inizia gli studi di teologia con Alessandro di Ales e nel 1248 ottiene il titolo di baccelliere, iniziando l’insegnamento nello studio francescano di Parigi, conseguendo la Licentia docendi in Teologia nel 1253. Il Capitolo dei Minori lo elegge Ministro generale nel 1257 nel convento dell’Ara Coeli in Roma, presente il pontefice Alessandro IV.
Da quella data la vita di frate Bonaventura si snoda tra Roma, Assisi, Narbona, Orvieto, Pisa, Inghilterra, Parigi e di nuovo in Italia tra Roma, Viterbo e Firenze. Gli anni Settanta del XIII secolo sono cruciali nella vita del futuro santo tra prediche, sermoni e lezioni magistrali, guida dell’Ordine francescano, partecipazione a concistori e conclavi, fino alla presenza nel concilio di Lione aperto il 7 maggio 1274. Lo scopo del concilio è quello di risolvere le controversie tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, separate dopo il concilio di Firenze del 1054. Un ruolo fondamentale spetta proprio a frate Bonaventura, la cui dottrina è apprezzata da tutti. Ma il 15 luglio dello stesso anno muore dopo una breve malattia e il corpo è sepolto nella piccola cappella dei Minori. Nel 1450 è traslato nella nuova chiesa dei Francescani. Nel 1476 Sisto IV ne decreta la canonizzazione. Nel 1491 il re di Francia Carlo VIII invia a Bagnoregio la reliquia detta del Sacro Braccio, custodita nel duomo della città, dove si trova tuttora.
Di tutto questo e di moltissimi altri accadimenti riferiti al Santo nel suo rapporto con la città natale e soprattutto con l’eredità lasciata e custodita a Civita e nella Tuscia, dà conto lo studioso Giancarlo Baciarello nel corposo saggio San Bonaventura a Bagnoregio, pubblicato da Annulli editore nel luglio 2017. L’autore, impegnato da lunghi anni in ricerche storiche sul territorio della Tuscia e sulla cultura e le tradizioni locali, autore di numerose pubblicazioni e di sostanziosi saggi su riviste storiche, ha concepito il presente studio come una dotta guida alla riproposizione e più ancora alla scoperta dei legami tra san Bonaventura, Civita, Mercatello e Rota, quando ancora Bagnoregio era una espressione geografica che riuniva queste realtà urbane. Il linguaggio discorsivo e informativo, senza rinunciare al rigore e alla scientificità, aiuta il lettore a penetrare nei meandri della cronaca che si fa storia attraverso i secoli. E quando fattori esterni s’intrecciano marginalmente con le vicende del Santo e con Bagnoregio, Baciarello ricorre al riquadro che s’incastona nel testo, proprio per non appesantire la lettura.
IMG_1174Ogni capitolo è dotato della bibliografia essenziale, a dimostrazione che l’autore è uno storico e non un affabulatore. Sicché a sommare le indicazioni librarie e archivistiche viene fuori una rubrica degna di un tomo universitario. L’editore ha cercato di assecondare l’empito informativo di Giancarlo Baciarello, scegliendo la struttura più appropriata per rendere agevole la materia, a cominciare dalla ricchissima iconografia stampata a colori, ricavata da frequentazioni di musei, cattedrali, episcopi, conventi, chiese, archivi pubblici e privati, abitazioni civili, oltre che dalla consultazione di antichi codici, come la Bibbia di san Bonaventura, riccamente miniata, conosciuta anche come Bibbia di Bagnoregio.

IMG_1155Ma c’è di più. Baciarello ricostruisce con meticolosità la cronaca dei terremoti, delle frane e dei crolli che hanno profondamente cambiato il paesaggio urbano di Civita e dei borghi limitrofi, partendo sempre dalle conseguenze sulle pertinenze afferenti la famiglia Fidanza nel tempo e poi le stesse sedi conventuali o dedicate al culto. Tutto ciò dimostra e rafforza il profondo legame che esiste tra il Santo, Bagnoregio e il territorio circostante, dove ogni cosa rimanda alla storia, tenendo aperto un orizzonte luminoso sul futuro.
Dalla lettura del volume si esce senza fiato, per quante informazioni e notizie si ricavano che annichiliscono chi pensa di sapere qualcosa su san Bonaventura e su Bagnoregio e si ritrova coinvolto in una selva di notizie e rimandi che lo costringono, se animato da socratica passione, a riprendere gli studi di storia, filosofia e teologia.

Agostino Bagnato

Roma, 10 luglio 2017

IMG_1170Un pomeriggio interessante quello del 13 luglio 2017 per la presentazione del libro di Giancarlo Baciarello San Bonaventura a Bagnoregio, un ricco e prezioso volume che documenta la presenza di Giovanni Fidanza a Bagnoregio, la sua città natale, a ottocento anni dalla nascita. Il libro di Baciarello infatti ricostruisce la storia personale di Bonaventura in tutti gli aspetti, fisici e psicologici, sociali e culturali a partire dalla nascita, alla frequenza del convento di san Francesco quale oblato, sino all’emigrazione in Francia per seguire gli studi alla Sorbona di Parigi, prima presso la facoltà delle Arti e successivamente presso la facoltà di Teologia.

IMG_1184Il libro è stato presentato da mons. Luigi Fabbri, vicario generale della Diocesi di Viterbo e dal prof. Raimondo Gagiano de Azevedo che ha pure fatto da “regista” impeccabile della manifestazione. Sono intervenuti il sindaco dr. Francesco Bigiotti che ha ricordato l’importanza del Santo nella cultura religiosa di Bagnoregio, Carlo Cipriani che si è complimentato con l’autore per aver dedicato il libro al parroco della cattedrale, don Enrico Righi, morto di recente, premuroso custode della reliquia del Santo braccio e ricercatore attento di documenti iconografici sulla figura e il culto di san Bonaventura nel mondo, mons. Fortunato Frezza che ha sottolineato la portata europea del pensiero e dell’azione di san Bonaventura, in qualità di settimo Ministro generale dell’Ordine francescano, Giuseppe Annulli in rappresentanza della casa editrice Annulli Editori che ha pubblicato il libro. Un libro, quello di Giancarlo Baciarello, che ha avuto un’accoglienza positiva da parte dei bagnoresi, presenti numerosi alla presentazione. Lo stesso autore ha chiuso la manifestazione con un ringraziamento particolare a tutti coloro che lo hanno seguito nel suo lavoro di produzione e scrittura del testo, da ultimo a Ernesto Gambacorta per aver consentito la riproduzione fotografica di un importante documento riportato alla pag, 59 del testo.

STORIA NATURA E ARTE UNISCONO DUE PITTORI NATI LONTANO

image010Le campagne e le colline della Tuscia, i campi le acque e le foreste della Moscovia s’incontrano idealmente e rivivono nei borghi medievali dei Monti Cimini, un tempo abitati da etruschi, romani, goti, longobardi, franchi e normanni fino alle signorie rinascimentali nello Stato pontificio, attraverso due pittori diventati amici.

image011Ercole Ercoli vive e lavora come pittore a Vallerano dov’è nato; Sergey Dronov vive e dipinge a Vignanello, dove si è traferito da Mosca: pochi chilometri di distanza tra uliveti, vigneti, castagneti, noccioleti e alberi di noce che portano nei tronchi i secoli di vita e la ricchezza offerta alle popolazioni locali, separano i rispettivi studi. Si sono incontrati in questo paesaggio miracoloso, non lontano da Roma e vicino Viterbo, paesaggio unico per bellezza, conservazione ambientale, monumenti storici e architettonici, giardini e palazzi patrizi. Entrambi gli artisti amano la natura che li circonda, la campagna ricca di vegetazione, le acque, i laghi e i fiumi di cui è ricco il territorio abitato da una popolazione laboriosa e fiera.

L’Associazione Culturale “l’albatros” li ha fatti incontrare nel lontano 2010 ed ha proposto le loro opere in mostre importanti come quelle su Lev Tolstoy, l’Europa unita, la Grande Guerra; nella illustrazione di libri a partire da Natura e Poesia nella Divina Commedia e Generosità della terra e nelle mostre romane alla Biblioteca Vallicelliana e al Centro Russo di Scienze e Cultura.

image007Entrambi affrontano i temi della rappresentazione della realtà con sentimento e poesia, rispettando il sostrato culturale di ciascuno, evitando contaminazioni superflue. La consapevolezza delle proprie qualità si estrinseca nella valorizzazione del linguaggio pittorico e dei contenuti. Se Ercoli s’immerge nelle forme vegetali, nelle nature morte, nei paesaggi della sua terra trattati con afflato neo impressionista, Dronov recupera il rapporto con la sua formazione accademica moscovita e il sentimento della propria terra natale attraverso epifanie classiche che si distendono in una modernità post surrealista. Tra i due artisti si è instaurato un dialogo creativo che non è competizione ma stimolo intellettuale e artistico a superarsi vicendevolmente per fare sempre meglio. E i risultati si vedono.

image009Oggi questi due pittori nati in contesti e culture così lontani sono diventati amici e pretendono di essere conosciuti e apprezzati da un pubblico più vasto, in Europa e nel resto del mondo. L’Associazione Culturale “l’albatros” è impegnata ad accompagnarli e sostenerli in questo percorso di crescita e di ulteriore qualificazione, a cominciare dalla sfida americana.

Agostino Bagnato

Presidente dell’Associazione Culturale “l’albatros”

Roma, 24 aprile 2017

image004История, природа и искусство объединила двух художников, рожденных в дали друг от друга.

Холмистая сельская местность Тушии  одного художника и поля, леса и полноводные реки Подмосковья другого идеально соединились в двух средневековых городках чиминских гор, некогда населенных этруссками, римлянами, готами, лонгобардами, франками и норманнами.  Эрколе Эрколи живет и работает в Валлерано, где он собственно и родился. Сергей Дронов живет и работает в Виньянелло, куда он переехал из Москвы.  Всего лишь несколько километров живописных угодий разделяют один от другого.  Как радуют глаз оливковые рощи, виноградники, каштановые и ореховые деревья, которые несут в себе жизненные соки и богатство этого неповторимого края. 

quo_vadisОба противостоят  друг другу  темами изображаемой  реальности, чувствами и поэзией ,однако  уважая культурный субстрат каждого ,не заражая друг  друга своим творческим влиянием. Осознание собственного качества этого  субстрата выражается  в повышенной  оценке живописного  языка и изобразительного содержания. 

6e0c0538d400Если  Э. Эрколи погружается в своей работе  в растительные  формы ,как в натюрмортах ,так и в пейзажах своей Родной  Земли , получивших вдохновение  от стиля неоимпрессионизма, то С.Дронов выстраивает отношения  между своим академическим формированием  в Москве ,чувством  собственной  Родины и  классическими  прозрениями  растворенными  в современном  постсюрреализме .

Между  этими двумя художниками  возник некий творческий диалог, который  не является  конкуренцией,  а своеобразным  стимулом в желании  сделать  нечто  лучшее  в  рамках  их содружества. И результаты очевидны.

Сегодня  эти два  художника  , родившиеся в контекстах  и  в культурах , столь отдаленных  друг  от друга, претендуют быть известными  и  оцененными  более  широкой публикой  не только  в Европе, но и во всём  мире . Культурная ассоциация “Л’Албатрос ” стремится  сопровождать и  поддерживать этих художников на пути  их творческого  роста  и  оказывать  им  всяческое  содействие  в  подготовке  к проведению  их  персональных  выставок в том  числе  и    на территории  Соединенных  Штатов Америки .

270623576-monasterio-de-las-nuevas-virgenes-nubes-moviendose-moscu-cupulaКоллеги-живописцы встретились в этой замечательной провинции, между Римом и Витербо, уникальный ландшафт которой, подчеркивает красоту и строгость  исторических и архитектурных памятников, дворцов и садов.  Обо художника любят природу окружающую их: перелески, рощи, леса, озёра, родники и реки этой щедрой земли, населённой гордыми и трудолюбивыми жителями. Благодаря культурной ассоциации  “Л’ Альбатрос” знакомство двух художников начялось с участия в таких важных выставках, как “Лев Толстой”, “Объединение Европы”, “Под небом Италии”, “Божественная Комедия Данте”, а также в других римских выставках, прошедших в библиотеке в Валлечелеано и Российском центре науки и культуры.  

 

Altre foto della Russia: 12345678 – 910

L’EUROPA SI VSTE DI FESTA… MA L’ABITO E’ SDRUCITO

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9 maggio 2017, Festa dell’Europa. Ma perché attendere tanto tempo per proclamare una giornata da dedicare all’Europa? In ogni caso, ben venga questa celebrazione che idealmente esorta a percorrere la distanza che separa dalla speranza di salvezza o dal baratro della dissoluzione.

Infatti, il problema è capire quale Europa festeggiare. Quella della burocrazia, delle istituzioni elefantiache impenetrabili e costosissime, delle procedure complesse e indecifrabili, degli egoismi e dei muri contro i migranti e i dannati della Terra; oppure l’Europa che rafforzi il processo unitario, qualifichi il funzionamento delle Istituzioni, sviluppi politiche di solidarietà e responsabilità comuni, porti alla crescita economica e occupazionale, tuteli il patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico, monumentale e naturalistico, diventando la casa di tutti.

Si tratta di formule retoriche, è vero, ma è su questo che si gioca il destino del popolo europeo. In sessanta anni dal Trattato i Roma è stato fatto un lungo cammino. Sembrava che la linea retta non dovesse mai interrompersi, nonostante gli avvertimenti della storia di vichiana memoria. La capacità d’agire dell’uomo europeo sembrava illimitata e le tragedie dell’umanità lontane dal baricentro mediterraneo. Poi tutto è cambiato, da quel tragico 11 settembre 2001 per un attacco terroristico verificatosi lontano dalla terra d’Europa, la figlia di re di Tiro, celebrata da poeti e pittori.

Quel cambiamento ha snaturato il mondo perché non nessuno ha saputo reagire in misura ragionata all’interesse generale. Ha prevalso così l’egoismo regionale, lasciando ai più intraprendenti ardimentosi e spietati soldati di ventura e masnadieri nel nome di divinità rivelate di sconquassare il Pianeta.

Ciascuno ha fatto quello che ha potuto, per alimentare la speranza e per contrastare la disgregazione. L’Associazione Culturale “l’albatros” ha celebrato le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo con iniziative pubbliche, coinvolgendo artisti italiani e stranieri e intellettuali di diversa estrazione e nazionalità.

Nel 2004 è stata promossa la mostra di arte contemporanea dal titolo Europa nel segno che si è tenuta a Tarquinia, Genazzano, Monteromano; nel 2009 è stato promosso vasto dibattito dal titolo L’Europa che vogliamo sulla rivista omonima al quale hanno preso parte storici, sociologi, scrittori, giornalisti, artisti; nel 2004 è stata costruita l’esposizione Europa. Arte e cultura. Significativo l’intervento di Franco Ferrarotti a Tarquinia nel corso dell’incontro per discutere sul futuro dell’Europa, di fronte a opere d’arte di Ennio Calabria, Alessandro Kokocinski, Salvatore Provino, Massimo Luccioli, Werner Stadler, Mikhail Koulakov e molti altri. In quella occasione il celebre sociologo esortava a leggere la realtà con occhio critico, mentre il poeta Vincenzo Loriga indagava il carattere eterogeneo della storia europea che ne condiziona l’evoluzione.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è un vulnus grave che non sarà facile sanare. Oggi l’obiettivo prioritario è sconfiggere il populismo, la semplificazione e la volgarizzazione delle politiche nazionalistiche che respingono l’Europa indietro di cento anni. La vittoria in Francia di Emmanuel Macron è un segnale positivo al dilagante sovranismo isolazionista e protezionistico e semi autarchico che viene dalle viscere dell’Europa, dalle pianure del Middle West e delle città industriali americane. Ma non è certo sufficiente per dichiarare che la strada verso il futuro dell’Europa unita è spianata.

Infatti non sarà facile risalire la china, restituire slancio e fiducia ai popoli europei falcidiati da una crisi devastante e minacciati dal terrorismo, assegnare un ruolo ai giovani e alle nuove generazioni azzannate dalla disoccupazione.

Ma qual è l’alternativa?

Ben venga la Festa dell’Europa, dunque! “l’albatros” la celebra con l’impegno ideale e culturale di sempre.

Agostino Bagnato

Roma, 9 maggio 2017

LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE PARLA NELLA PITTURA DI SALVATORE PROVINO

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Salvatore Provino: Echi dall’Ottobre…, 2017, olio su tela, 100×100

«Echi dall’Ottobre…» racconta Salvatore Provino, di fronte al dipinto che ha realizzato tra l’autunno del 2016 e la primavera successiva. «L’ho dedicato alla Rivoluzione d’Ottobre, in occasione del centenario di quell’avvenimento che ha sconvolto la storia della Russia ed ha avuto conseguenze per tutto il Novecento in tutto il mondo». Si ferma un attimo a riflettere, seguendo le forme sulla grande tela. «In ciascuno di noi, in ogni parte del mondo, ha lasciato ricordi, segni, tracce». Si gira verso i suoi interlocutori per leggere sul loro volto cenni di assenso o di diniego. Come si fa a non essere d’accordo con il maestro, che prosegue precisando il suo ragionamento. «Il titolo è appropriato, perché di quel grande evento storico e delle sue conseguenze restano frammenti nella memoria, lampi di ricordi, emozioni e speranze della giovinezza…».

DSC_0111Eccolo, il dipinto. Olio su tela, 100×100. Concepito come un mosaico per campiture incrociate al cui crocevia emergono le lettere “ottobre”, è necessario entrare lentamente nel reticolo di segni, punti, linee, tracce. Ogni particolare sembra rievocare un episodio della Rivoluzione, in termini poetici, allusivi, insinuanti. Non c’è un filo conduttore nel racconto di Provino, né l’artista vuole che si parli di narrazione segnica e simbolica, ritenendo che di quel tempo eroico e tragico allo stesso tempo, restino soltanto gli «echi», come suggestioni, illusioni, sogni.

Delusioni, soprattutto. Ogni cosa è destrutturata, frammentata, atomizzata e la ricostruzione degli eventi si sostanzia nel pensiero attraverso l’impiego dei colori e della materia, il loro dispiegarsi sulle campiture della tela, sul sapiente dosaggio delle sfumature e dei segni. Questi ultimi assumono quasi il valore di cicatrici della storia, oppure di strali nel destino dell’umanità. I neri corruschi e foschi, i grigi puntinati d’incertezza e immobilità, i cangianti marroni sfumati per il passare del tempo, il giallo acceso di sole e di mistero, i rossi infiammati di slanci e di passioni, le varieganti tinte intermedie a fare da tessere del mosaico di un secolo in cui quegli echi sono stati presenti in ogni aspetto e oggi sono un ricordo, una rimembranza di un tempo andato per sempre. Ciò che resta è archeologia di sé che restituisce il meglio di una giovinezza che non tornerà, di una enciclopedia di sentimenti che si è sdrucita e strappata. Ma non è del tutto estinta. E da quegli «echi» sembra emergere prima fioco e vacuo e poi impellente e audace un grido di speranza per l’umanità, per questa società stanca e avvilita, immiserita dalla crisi planetaria, dal terrorismo e dalle guerre locali.

Un dipinto dal carattere corale, si potrebbe definire. Non pittura di storia, ma neanche astrazione della storia. Un tentativo riuscito di raccontare la storia per come l’ha vissuta un artista vero e sincero come Salvatore Provino nella sua esperienza di uomo del secondo Novecento, dove quegli echi erano ancora forti e chiari.

Salvatore Provino lancia una provocazione, perché si scavi tra le rovine del secolo scorso per comprendere oggi le ragioni dei «Dieci giorni che sconvolsero il mondo», secondo l’espressione del giornalista americano John Reed, l’eredità ancora esigibile sul piano ideale, culturale e politico e la prospettiva di una nuova stagione di cambiamenti strutturali e persino antropologici. Lo fa consapevolmente, nell’anno del centenario di quel memorabile Ottobre che portò al crollo definitivo dello zarismo, alla nascita del governo dei Soviet e infine alla fondazione dell’Unione Sovietica.

DSC_0114Il dipinto è un atto di fede nella capacità dell’arte di parlare al cuore della gente, alla generazione contemporanea, al sentire dispersivo odierno di fronte alla comunicazione della realtà in presa diretta senza lasciare traccia. Riflettere sulla storia è un dovere per chi pretende di vivere il proprio presente consapevolmente, avendo l’aspirazione a governare il proprio destino.

Può nascere qualche suggestione dalla osservazione e dall’ascolto di Echi dall’Ottobre…, da quell’Ottobre leninista finito nella tragedia dello stalinismo? Salvatore Provino sembra rispondere ponendo interrogativi. In primo luogo, non si possono creare ancora miti. Il tempo dell’utopia è finito. In secondo luogo, sognare nuovi orizzonti è possibile, ma quali è tutto da vedersi, perché il passato non può tornare. Bisogna sapere ascoltare questi «echi» per non per smarrirsi nel groviglio delle illusioni perdute.

L’uomo contemporaneo vuole essere protagonista del proprio esistere nel divenire senza delegare a nessuno la propria vita e l’anima che la sorregge, senza restare solo. Il messaggio che si decritta di tali echi è proprio questo: si può ricominciare un percorso per riannodare i fili del divenire, senza sapere quale sarà la trama che tesserà il telaio della storia prossima ventura. Non abdicare al proprio ruolo di cittadini, ma sapendo che il diritto di cittadinanza si conquista con le idee e con l’esempio.

La storia non è più una sola.

Agostino Bagnato

Roma, 30 aprile 2017

Commenti a: Echi dall’Ottobre…

Che bello !

Poter leggere, discutere parlare e scrivere di qualcosa della quale nel quotidiano dibattito sembra prevalere la paura a farlo: la rivoluzione d’Ottobre.

Si la paura, paura da parte di chi osteggiando (ora ci vuole) ideologicamente quell’evento avrebbe preferito non si fosse mai dato; paura da parte di chi mettendo in gioco la propria vita si è sentito tradito dalle enormi aspettative che quei fatti incoraggiarono; paura da parte di chi subendo le odiose conseguenze che ci propone l’attuale modernità, nella difficoltà a trovare bandiere cui affidare le proprie aspirazioni di riscatto; paura da parte di coloro che in questa stessa modernità, nel difendere i propri privilegi, vedono a volte riecheggiare nei fatti le premesse di quell’incredibile pagina della storia che la rivoluzione russa rappresentò.
Si “riecheggiare”, mi piace il titolo dell’opera proposta dal Maestro Provino “Echi dalla Rivoluzione” e c’è una motivazione in questo apprezzamento: della Rivoluzione d’Ottobre si sentono ancora “echi”, come chi transitando in una valle desolata sentendo l’eco, quasi ne riceve incoraggiamento.

Lette queste poche righe mi sembra già di sentire i commenti relativi alla nostalgia: a scanso di equivoci, non è di questo che si tratta. I fatti della storia si sono dati e basta, la nostalgia appartiene a chi si è arreso. Ogni uomo nel suo vivere aspira a migliorare, a migliorarsi e non v’è dubbio che in quell’ottobre coloro che si scagliarono contro il potere volevano migliorare la propria e l’altrui condizione. Ecco la magia dei fermenti rivoluzionari, ci si muove perché costretti dal “non poter più vivere come prima” e nel farlo si da un piccolo contributo a coloro che vivono nella stessa condizione; per quelli che se ne sono accorti e per coloro che attardati ancora se ne dovevano accorgere.

Oggi, nel mondo, le motivazioni di insofferenza e ribellione non sembrano proprio essersi sopite, anzi, se possibile queste di sono incrementate a dismisura. La stessa classe operaia se paragonata numericamente a quella dei primi del novecento è di gran lunga enormemente cresciuta. Anche qui già si ode l’obbiezione: “si…ma…incredibilmente trasformata con aspirazioni che hanno poco a che vedere con quelle degli operai del secolo scorso” ! Una obbiezione questa figlia di una idea del socialismo che poco ha a che vedere con i padri di questa teoria dell’evoluzione dell’economia e della società. Siamo stati figli di una idea quasi cattolica del socialismo, una sorta di schieramento dalla parte dei poveri condito dall’anticlericalismo dettato dalle connivenze tra potere e chiesa. Ma la classe deputata a cambiare il mondo non lo era per le simpatie “francescane” che questa ispirava, ma semmai per la posizione, il ruolo che questa classe occupava nella società: oggi, ancora oggi, provate a farne a meno!

Gli operai, allora come ora, è nel difendere la propria posizione nella società, oserei dire “egoisticamente”, che prefigurano una organizzazione sociale ed economica alternativa.

Il punto sono le bandiere: oggi questa sterminata massa di deputati a cambiare il mondo è come orfana dispersa in mille rivoli: da quelli nelle società più ricche che vogliono convincerla che oramai “si è imborghesita” a quelli nel sud del mondo che la vogliono sotto le bandiere di questa o quella confessione religiosa. Bruciate le illusioni, bruciate quelle bandiere, non mancherà di affacciarsi ancora sul proscenio della storia e, quella paura di cui sopra, abbandonerà alcuni ed assalirà gli altri: quell’ “eco”, c’è da giuraci, tornerà buono!

Volodja Grado


ECHI DALL’OTTOBRE GIUNTI FINO A NOI

sinfonia_del_verdeLa Rivoluzione d’Ottobre ha avuto conseguenze immediate in Russia. Le misure adottate dal Governo dei Soviet all’indomani della conquista del potere sono state Dekret o zemle (Decreto sulla terra) e Dekret o mire (Decreto sulla pace). Il primo porterà alla generale riforma agraria attraverso l’esproprio dei grandi patrimoni fondiari della nobiltà, dei monasteri e dei kulaki (contadini ricchi) e la successiva ripartizione tra i contadini; il secondo consentirà di avviare trattative con l’Austria e la Germania per giungere ad un armistizio e alla successiva pace di Brest-Litovsk.

In tutto il mondo quelle due prime misure del governo rivoluzionario ebbero una eco vastissima e condizionarono le lotte politiche in moltissimi paesi europei, a cominciare dall’Italia. Ma anche negli altri continenti quell’eco ha creato una potentissima esplosione di entusiasmo, fiducia, speranza nell’avvenire. Una grande prospettiva si apriva per i popoli oppressi dal colonialismo in Asia e Africa. Tutto entrò in ebollizione. Tutto sembrava possibile.

Quegli echi sono durati molto tempo e ancora oggi, nonostante siano trascorsi cento anni dall’assalto al Palazzo d’Inverno, non si sono affievoliti e spenti del tutto. Non ci sono più l’empito della prima ora, il fragore della rivoluzione che abbatte le vecchie strutture di potere, lo slancio rinnovatore e creativo che spalanca le porte ai nuovi gruppi sociali, ma a ripercorrere le tappe del Novecento quegli echi si ritrovano nei momenti più esaltanti della storia dei popoli del Pianeta. La lotta contro il fascismo e il nazismo, l’impegno per il disarmo e la pace dopo il fungo atomico di Hiroshima, l’entusiasmo delle nuove generazioni nella trasformazione e ricostruzione del mondo che origina dal Maggio francese e dai Campus universitari statunitensi, l’impetuosa avanzata delle classi lavoratrici verso nuovi diritti ritrovano le note di musiche canti danze, di forme parole e colori che hanno magnificato la cultura e l’arte del secondo Novecento.

Di fronte alle catastrofi odierne delle guerre locali, del terrorismo, della crisi economico-sociale che artigliano il mondo, come ritrovare l’eco di quella stagione memorabile, nel bene e nel male? Eppure l’eco si ascolta se l’orecchio è ben teso nel marasma della contemporaneità armata di atroci brutture. E l’occhio umano riesce a distinguere le tracce di quella speranza che ha infuocato l’orizzonte delle passate generazioni.

Lo dimostra il nuovo dipinto di Salvatore Provino che fa seguito a quel monumento alla rievocazione rivoluzionaria che è appunto Echi dall’Ottobre… Questa ultima piccola tela che l’artista di Bagheria ha voluto intitolare con molta modestia Sinfonia del verde la si può leggere come l’altare delle speranze suscitate da quegli Echi. Più giustamente si potrebbe parlare di un “silenzio verde” che si stende sulla storia. Un silenzio inteso come pausa di attesa, in cui i rumori del passato si ascoltano in un magico lontano sottofondo e in cui i bagliori degli incendi e delle tragedie, i crolli e i detriti s’intravvedono sotto la coltre del verde che ha preso il sopravvento, come una nuova foresta cresciuta sul reticolo di radici antiche, sul pascolo per le menti non dome nella ricerca del futuro ad ogni costo, nonostante quasi tutto stride e soffia controvento.

Ma ci sono anche suggestioni letterarie che nascono osservando questo quadro che s’illumina di luce propria da quel verde squillante e screziato dal terreno e dalla luce, come in una ripresa cinematografica impegnata a cogliere i particolari per esaltare l’insieme, quasi volesse realizzare plasticamente la filosofica verità che si ritrova nell’unità del diverso. «Un erbal fiume silente», esclama Gabriele D’Annunzio alla vista dei tratturi su cui s’incamminano pastori e greggi nella stagione della transumanza, per scendere «verso l’Adriatico selvaggio / che verde è come i pascoli dei monti». In questi versi c’è la maestosità della natura e del comportamento dell’uomo e degli animali ripetuto da millenni. «E vanno pel tratturo antico al piano / quasi per un erbal fiume silente, / su le vestigia degli antichi padri». Un fiume d’erba verde che freme alla luce e si mescola con l’azzurro del cielo, il grigio e il bianco delle nuvole e quel magico cangiante cilestrino della marina che tremola ai raggi del sole.

Ma non è soltanto la sacralità della stagione che si ripete immutabile ancora oggi, pur se i tratturi sono stati sostituiti da devastanti strade asfaltate che feriscono mortalmente le montagne. Torna subito dopo alla mente, «ampio e quieto / il divino del pian silenzio verde» della Maremma toscana che Giosue Carducci fa riflettere nel «grave occhio glauco» del bove al lavoro paziente sui campi fecondi. Il poeta toscano non evoca incantamenti naturalistici, quanto piuttosto l’esaltazione del paziente servizio del mansueto e solenne bove che sottostà contento al giogo per rispondere «all’agil opra dell’uomo», quindi più un riflesso di quel realismo che sarebbe diventato verismo da lì a qualche anno in seguito alle vastissime agitazioni sociali in tutto il Vecchio Continente.

Le atmosfere bucoliche e georgiche non si adattano alla pittura di Salvatore Provino, tutta protesa al combattimento delle forme e alla tensione dei colori, senza temperie ideologiche o metapolitiche. Ma in questo Sinfonia del verde o nel Silenzio verde che sia, il maestro ha trasmesso la sua poesia del ricordo, dell’ascolto di quegli echi che nascono dalla storia non completamente sommersa dal tempo. E quindi della speranza nella capacità dell’uomo di rinascere e di tornare a costruire il futuro.

Di un umanesimo contemporaneo, si potrebbe parlare a proposito della pittura ultima di Salvatore Provino, in cui l’ascolto della storia si fonde con la fantasia che s’invera in colori di verità.

 

Agostino Bagnato

 

Roma, 23 maggio 2017

Oltre 60 artisti contemporanei donano le loro opere a favore del progetto del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO): “MEDITERRANEO LO SPECCHIO DELL’ALTRO”

ASTA D’ARTE CONTEMPORANEA

a cura di Arturo Schwarz e Ermanno Tedeschi

Martedì 16 Maggio 2017 Ore 18.00

UniCredit Pavilion, piazza Gae Aulenti 10, Milano

Oltre 60 artisti contemporanei donano le loro opere a favore del progetto del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO): “MEDITERRANEO LO SPECCHIO DELL’ALTRO”

Grazie all’ospitalità di UniCredit Pavilion, il 16 Maggio alle Ore 18.00, a Milano, saranno battute all’asta da Filippo Lotti, Amministratore Delegato di Sotheby’s Italia, le opere di artisti di diversa nazionalità, religione e cultura, per affermare il valore dell’arte quale ambasciatrice di pace in grado di favorire il dialogo e la comprensione tra le due rive del Mediterraneo. Il progetto del CIPMO “Mediterraneo. Lo Specchio dell’altro” è centrato sul ruolo delle Diaspore Med-Africane nell’accoglienza e inclusione di rifugiati e immigrati e la possibile promozione di progetti di co-sviluppo con i Paesi d’origine.

“Si stima che le Comunità italiane di origine straniera siano composte da sei milioni di persone, e tra loro un milione sia costituito da cittadini italiani a pieno titolo. 

Queste Comunità diasporiche possono svolgere un ruolo essenziale in qualità di ambasciatori sociali, culturali ed anche economici, al fine di combattere il radicalismo tramite l’interazione economica, l’integrazione educativa, il dialogo interreligioso, lo scambio culturale e la cooperazione. Di queste Comunità fanno parte anche cittadini di seconda e terza generazione, oramai parte integrante della nostra società e dunque pienamente inseriti nel processo produttivo e nel settore dei servizi, costituendone un elemento essenziale e vitale”, afferma il Presidente del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO), Janiki Cingoli.

Il progetto “Mediterraneo. Lo Specchio dell’altro” punta ad una vera e propria rivoluzione copernicana nell’affrontare il problema dei rifugiati e degli immigrati, facendo perno sulle Comunità di origine straniera per combattere i processi di radicalizzazione e promuovere l’inclusione di rifugiati e immigranti ed anche progetti di Co-Sviluppo con i paesi di origine, in stretta collaborazione con le Autorità nazionali e locali e le organizzazioni del volontariato.

Si punta in particolare sui giovani. Attraverso un Network di Istituti scolastici superiori, studenti milanesi si interfacciano con studenti del Sud Mediterraneo (israeliani, palestinesi, tunisini, marocchini, turchi), imparando a conoscere l’Altro e attraverso di esso a comprendere meglio se stessi.

“La creazione di un’opera d’arte è il frutto di fantasia e creatività, di una capacità di leggere il presente guardando al futuro, di rigore e professionalità profonde e maturate nel tempo. Vi è molto di simile con un’esperienza come quella del CIPMO, che è quella di creare canali di comunicazione e di comprensione dell’Altro, approfondendo i processi che sono in corso, senza veli, senza paraocchi, analizzando la realtà e ricercando le vie talora anche nascoste per cambiarla, quella realtà, per costruire un futuro diverso, più rispettoso dell’umanità. Spero che questa Asta, che sono stato felice di promuovere e curare insieme all’amico Ermanno Tedeschi, sia in grado di sostenere questo progetto, mettendolo in condizione di assicurare un aiuto concreto per affrontare questo ineludibile problema dei nostri giorni”, dichiara Arturo Schwarz, curatore dell’Asta 

Il Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO) da 28 anni promuove il dialogo in Medio Oriente e la cooperazione euro-mediterranea, offrendo le sue competenze a istituzioni, enti governativi ed imprese per aiutarli a conoscere più a fondo le radici delle nuove problematiche che legano le sponde Sud e Nord del Mediterraneo L’asta di quest’anno si svolge in una fase di grande sviluppo e rinnovamento del Centro, con la recente nomina a Direttore di Valeria Giannotta, docente universitaria proveniente da una lunga esperienza accademica in Turchia, e l’avvio di nuovi e costruttivi progetti. La disponibilità di una grande casa d’asta come Sotheby’s, l’ospitalità offerta da UniCredit Pavilion, l’autorevolezza di Arturo Schwarz e di Ermanno Tedeschi, la generosità di tanti artisti e collezionisti e galleristi, hanno reso possibile questa asta.

“La speranza, afferma ancora Janiki Cingoli, è il dono che i nostri amici artisti ancora una volta ci offrono, e che offrono a tutti gli amici che insieme a loro vorranno sostenere i nostri progetti partecipando attivamente e generosamente al nostro appuntamento”.

Ufficio Stampa CIPMO comunicazione@cipmo.org – mob.333.12.05.486

Per partecipare all’evento è necessario registrarsi al seguente link   https://goo.gl/ciIcnh

Per informazioni e offerte pre asta: E-mail asta@cipmo.org, Tel +39 02 866 147

INFORMAZIONI:

ASTA D’ARTE CONTEMPORANEA a cura di Arturo Schwarz e Ermanno Tedeschi

martedì 16 maggio 2017 ore 18.00

UniCredit Pavilion, piazza Gae Aulenti 10, Milano –

Invito  https://goo.gl/eew7VI

Intervengono:

Interviene Enrico Mentana – Direttore del TG La7

Introducono Arturo Schwarz e Ermanno Tedeschi – Curatori dell’Asta

Batte l’asta Filippo Lotti – Amministratore Delegato di Sotheby’s Italia

Presiede Janiki Cingoli – Presidente CIPMO

Esposizione delle opere:

lunedì 15 maggio ore 15.00 – 19.00

martedì 16 maggio ore 10.00 – 19.00, orario continuato

Opere di prestigiosi artisti italiani e internazionali: Valerio ADAMI, Vittorio AMADIO, Maryam BAKHTIARI, Roberto BARNI, Gabriella BENEDINI, Gianni BERENGO GARDIN, Jean BLANCHAERT, Paul BOMPARD, Jessica CARROLL, Bruno CONTE, Enrico Tommaso DE PARIS, Lucio DEL PEZZO, Enrico DELLA TORRE, Alessandro DI VICINO GAUDIO, Lello ESPOSITO, Ennio FINZI, Angelo FRATTINI, Ruggero GABBAI, Omar GALLIANI, Moshe GORDON, Ezio GRIBAUDO, Riccardo GUSMAROLI, Ali HASSOUN, Sam HAVADTOY, Maurice HENRY, Pina INFERRERA, Emilio ISGRÒ, Andrea JACCHIA, Michel KICHKA, Corrado LEVI, Stefano LEVI DELLA TORRE, Margherita LEVO ROSENBERG, LIUBA, Renzo MARGONARI, Livio MARZOT, Maria MULAS, Barbara NAHMAD, Mario NALLI, Barbara NEJROTTI, Ugo NESPOLO, Romano NOTARI, Izumi OKI, Ciro PALUMBO, Luca Maria PATELLA, Guido PERUZ, Cristiano PETRUCCI, Luca PIGNATELLI, Tiziana PRIORI, Salvatore PROVINO, Tobia RAVÀ, Omar RONDA, SALVO, Dado SCHAPIRA, Daniel SCHINASI, Eugenia SERAFINI, Pietro SPICA, Fausta Augusta SQUATRITI, Mauro STACCIOLI, Max TOMASINELLI, Ester VIAPIANO, Marilena VITA, Caterina VOLTOLINI.

Per i dettagli delle opere:

catalogo digitale  https://goo.gl/fu4j7z

galleria fotografica  https://goo.gl/VdN6Nw

EVGENIJ ALEKSANDROVIČ EVTUŠENKO TRA CONFORMISMO E RIBELLIONE

evtushenko-298x300Evgenij Aleksandrovič Evtušenko non è solo poeta. Il poeta nella Russia sovietica è un vate, cantore del presente e del futuro, protagonista del proprio tempo a tutto campo. Poesia innanzi tutto, ma anche sport per quanto possibile, teatro, cinema, fotografia, promozione culturale e infine insegnamento. Tutto inframezzato da uno stile di vita improntato a cogliere ogni opportunità, sapendo scegliere bene tempo e ritmo delle proprie azioni, ma sempre con dignità e con pieno senso di sé e del ruolo rappresentato. Evtusenko non è un balagančik un saltimbanco, ma un uomo vero, talvolta aspro e provocatore, ma sempre fedele a se stesso. E comunque dotato di grande capacità comunicativa e di simpatia.

Il giovane siberiano, nato nel 1933 a Zima, nei pressi del lago Bajkal da un ingegnere impegnato nella costruzione della ferrovia Transiberiana e da una cantante, vive i primi anni a contatto con l’ambiente difficile della cittadina sperduta nella foresta. Zima, che in russo vuol dire inverno, omen nomen quanto mai appropriato, imprime nel ragazzo i tratti di ribellismo e di irrequietezza che caratterizzeranno tutta la sua vita. Il giovane irrompe sulla scena letteraria sovietica negli anni Cinquanta e prosegue da protagonista, con alti e bassi, compreso momenti di oscuramento, fino al termine della vita, avvenuta il 1 aprile 2017 a Tulsa, nell’Oklahoma, lontanissimo dalla sua Zima e dalla Russia. Dopo il quarto matrimonio con una americana, era andato ad insegnare letteratura russa all’Università di Tulsa. Nel 1966 a Roma tenne una čtenie, una lettura dei suoi testi poetici, al Teatro Eliseo, qualche giorno dopo il concerto dei Beatles. Pare che il poeta abbia esordito, pressappoco, con queste parole: «In questo teatro hanno cantato quattro ragazzi inglesi dai capelli lunghi e dal cervello corto». Frase che, se fosse vera, non risponderebbe alla personalità del poeta, poliedrico e vulcanico, curioso di tutto e capace di molti mestieri, come dimostra la sua esistenza. E’ stato molte volte in Italia, dove aveva numerosi amici. Ha ottenuto molti premi letterari che lo hanno portato in tantissime località della penisola. Amava il calcio e non disdegnava apparizioni televisive per commentare partite in diretta, come quella da Torino nella trasmissione Quelli che il calcio…

220px-EvtushenkoFigura molto controversa della vita culturale sovietica e poi quasi dimenticato nell’era post-comunista, egli lascia un segno importante del proprio tempo, intanto come prosecutore della poesia civile al cui principale protagonista Vladimir Majakovskij s’ispirava, ma anche come osservatore del costume. Non bisogna dimenticare, a riprova della sua vasta popolarità ma anche dell’atteggiamento controverso nei confronti del regime sovietico, la collaborazione con il grande musicista Dmitrij Šostakovič. Il poema Babyj Jar fu inserito dal compositore nella sua 13° Sinfonia, che porta il nome della località nei pressi di Kiev dove sono stati sterminati migliaia di ebrei, eseguita nella Sala Grande del Conservatorio Čajkovskij della capitale sovietica il 18 dicembre 1962 con enorme successo dall’Orchestra Filarmonica di Mosca, sotto la direzione di Kiril Kondrašin. Nel 1964 il musicista chiese al poeta di scrivere i versi per la cantata dedicata al capo della rivolta contadina nel XVII, dal titolo L’esecuzione di Stepan Razin op. 119; anche quel vasto affresco della Russia cosacca ottenne un enorme successo, sempre sotto la bacchetta di Kiril Kondrašin alla testa dell’Orchestra Filarmonica di Mosca. Qualcuno volle vedere nella scelta dei soggetti la critica alle autorità sovietiche di entrambi gli autori. Nikita Chruščev era stato destituito da poco e iniziava la soffocante epoca brezneviana che avrebbe portato venticinque anni dopo alla crollo del potere sovietico. Evtušenko e Šostakovič furono oggetto di numerose critiche. Ma mentre il musicista ottenne il sostegno di molti artisti e intellettuali sovietici del tempo, il poeta è stato trascurato, quasi accusato dall’intelligencija progressista di mistificazione e di conformismo.

Evgenij Evtušenko ha scritto anche alcuni testi in prosa, come Jagodnye mesta (Il posto delle bacche) del 1981, Ardabiola (1983) e Ne umiraj prežde smerti (Non morire prima di morire) del 1983, oltre a testi teatrali e al film Detskij sad (Il giardino d’infanzia) del 1984. La fotografia è stato un campo di attività che lo ha attratto fin da giovane, dedicandosi con impegno quasi professionale, fino a progettare e tenere vere e proprie mostre in patria e all’estero, specie negli Stati Uniti, che hanno ottenuto un buon successo di pubblico e di critica.

In Italia, le opere di Evtušenko sono tradotte principalmente da Evelina Pascucci, sincera amica del poeta. Ma con la sua opera si sono cimentati i maggiori studiosi, con esiti diversi.

Si è spento senza clamore, quasi a volere offuscare il relativo scalpore che hanno suscitato alcuni atteggiamenti della sua esistenza. Bisognerà tornare principalmente sulla sua opera poetica per coglierne la forza creativa ed evocatrice nella convinta necessità di rompere schemi consolidati dalla tradizione e dal conformismo. Chi lo ha conosciuto, anche se fugacemente come chi scrive, ha il dovere di parlare di questa figura così importante nella storia della letteratura russa del secondo Novecento.

Agostino Bagnato

Roma, 2 aprile 2017

INCREDIBILE TRAVOLGENTE SUCCESSO DELLA GIORNATA SULLA CULTURA ARMENA

03206_Melonifoto_2017Chi lo avrebbe mai detto che il Salone Borrominiano della Biblioteca Vallicelliana di Roma sarebbe stato occupato giovedì 9 marzo 2017 per l’intera giornata da un pubblico attento, interessato, appassionato! Antimo Cesaro, Sottosegretario di Stato per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, ha detto che questa è l’occasione per rafforzare i legami culturali tra l’Italia e l’Armenia. L’Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia Victoria Bagdassarian ha sottolineato l’impegno positivo di tanti studiosi per approfondire la conoscenza della storia e della cultura di questo straordinario Paese, invitando gli Italiani a visitarlo perché saranno accolti con la massima cura. I relatori Maria Immacolata Macioti, Ara Khzmalyan, Anna Sirinian, Claudia Sugliano, Magda Vigilante, Carla Conti, Agostino Bagnato, Sonya Orfalyan hanno testimoniato la profonda conoscenza della materia trattata, dimostrando la penetrante attenzione per la storia e la cultura dell’Armenia. Sono stati consegnati alla Biblioteca Vallicelliana dei documenti originali riguardanti il poeta armeno Hrand Nazariantz, scampato al genocidio e vissuto in Italia nella prima metà del Novecento.

Ha così preso corpo l’idea di dare seguito all’incontro attraverso la pubblicazione degli atti nei prossimi mesi.

03494_Melonifoto_2017Il pomeriggio è stato molto intenso, a partire dalla visione del documentario inedito L’ARMENIA TRA NOI di Agostino Bagnato con la regia di Enrique Fortaleza, cui sono seguite la performance del tenore Luigi Bartulucci Barukh, del Trio Mizar, del soprano Narinè Jagaspanyan, la lettura di brani poetici di Hrand Nazariantz da parte di Armida Corridori e la rappresentazione, da parte di Renato Capitani e Giulia Lacorte, di scene del dramma teatrale Il colombo impaurito di Raffaele Aufiero. Da ultimo, la presentazione della mostra di arte contemporanea HAJASTAN. FORME E COLORI DA LONTANO, curata da Lucrezia Rubini, composta da opere di Ivetta Babajan, Spartak Babajan, Grigori Franguljan, Gregorio Sciltian, Artur Charutjunjan, Tigran Mangassarjan, Karen Grigorjan e Sonya Orfalyan.

Paola Paesano, direttrice della Biblioteca Vallicelliana e Agostino Bagnato, presidente dell’Associazione Culturale L’albatros, responsabili dell’organizzazione della GIORNATA DELLA CULTURA ARMENA, hanno ringraziato tutti i partecipanti e l’agenzia Columbia Turismo che ha sponsorizzato l’evento, unitamente ai dirigenti della società Aquarius di Erevan per il prezioso supporto tecnico.

Roma, 10 marzo 2017
Alcune pagine autobiografiche di Hrand Nazariantz: 12345 – 6
Galleria fotografica: 12345678910 – 11

AMATRICE CONTINUA…

Agostino Bagnato

… E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annul’
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.

Giacomo Leopardi, La ginestra, vv. 41-48

 

Pensavo che la forte scossa di terremoto del 30 ottobre 2016 avesse potuto esaurire lo sciame aperto il 24 agosto scorso ad Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Sbagliavo.

nevicata60x80Mercoledì 18 gennaio 2017 sono stato emotivamente travolto dal nuovo sisma che ha colpito la stessa zona. Una tragedia nella tragedia. L’Appennino centrale è investito da ripetute nevicate che hanno sommerso città, borghi, piccoli centri. La popolazione duramente provata dai lutti e dalle distruzioni, dall’abbandono delle proprie case e dello stesso territorio, sta vivendo in condizioni estreme. Chi ha lasciato la montagna per trasferirsi sulla costa marchigiana non soffre meno di coloro che sono rimasti. Ma chi trascorre questo durissimo inverno in condizioni disperate sono coloro che si trovano nelle zone colpite. Bisogna ricordarlo: si tratta di una zona vastissima che comprende i territori di Lazio, Abruzzo, Marche, Umbria. Certamente Amatrice, che ha subito il maggior numero di vittime e ha visto il centro della città completamente raso al suolo, è il simbolo della tragedia. Racchiude e simboleggia tutte le località. Nessuna esclusa. Il sindaco Sergio Pirozzi, che sta dando segni di grande capacità, responsabilità e civismo, ha sulle spalle il peso di questa dolorosa simbologia. L’Italia gli deve essere riconoscente per quello che sta facendo.

Ma a soffrire maggiormente sono gli allevatori che non hanno potuto abbandonare le zone investite dalla violenza del sisma. Come si fa a lasciare pecore, capre, maiali, vacche, vitelli, vitelloni, conigli, pollame sotto la neve all’aperto, con la temperatura che di notte scende anche a meno quindici gradi! Le stalle sono crollate, mancano fieno e mangime perché le forniture non riescono a raggiungere i poderi dove abitazioni e stalle e ricoveri per gli animali non esistono più. Cumuli di neve sommergono interi territori montani e le strade non sono agibili. Se uno spazzaneve riesce ad aprire una strada, la nevicata successiva ostruisce nuovamente la carreggiata. Gli allevatori si riparano come possono, nelle roulotte o sotto le tende, ma gli animali restano all’aperto, sotto la neve e il gelo. Le conseguenze sono la riduzione della produttività di latte e carne, ma soprattutto riguardano gli aborti e la mortalità non soltanto dei nuovi nati. Anche gli animali adulti presentano percentuali di mortalità elevati. Un danno economico enorme!

Ma sentire che le scosse non si fermano procura un’angoscia fortissima. Mentre scrivo questa breve nota, alle 14,30 circa, sento la scrivania tremare, il monitor del computer ondulare, vedo oscillare il lampadario e le tende, vedo piegarsi le cime degli alti pioppi nel giardino condominiale. Sento parole di solidarietà per le popolazioni colpite, ascolto i servizi degli inviati televisivi, ascolto le dichiarazioni delle autorità e degli abitanti dei luoghi duramente colpiti, a cominciare da Amatrice, il simbolo di questa tragedia nazionale, ma il senso di angoscia determinato dall’impotenza non diminuisce. Ad Amatrice è crollato il campanile della chiesa di S. Agostino, sopravvissuto ai precedenti terremoti, e l’inevitabilità accresce la frustrazione e lo spaesamento.

nevicata50x70Come fare ad andare avanti? Si tratta di una tragedia sconvolgente. Cosa resterà di quelle zone? Chi rimarrà sulle montagne che sono la gloria della pastorizia e delle tradizioni alimentari dell’Italia centrale? Cosa ne sarà del vasto patrimonio storico, architettonico, artistico? Cosa possiamo fare noi dall’esterno? Ecco l’angoscia che nasce dall’impotenza. Mi sento impotente e quindi pressoché inutile. Mi domando anche se sia opportuno scrivere questa nota. Si tratta di uno sfogo o di una testimonianza?

Questa sensazione che ho provato a raccontare ha colpito anche Salvatore Miglietta, un artista che vive a circa mille chilometri di distanza, a Catanzaro Lido. Non ha sentito nessuna scossa di terremoto delle centinaia che si sono susseguite da quel tragico 24 agosto 2016, ma ha subito avvertito che qualcosa era mutato dentro di sé dopo quella terribile catastrofe. Ha immediatamente dipinto le conseguenze devastanti della prima scossa, fissandole simbolicamente sull’orologio bloccato all’ora del sisma e poi sul crocifisso sospeso nell’aria il giorno dei funerali: tre dipinti drammatici che costituiscono la manifestazione del dolore di ciascun cittadino onesto e sensibile di fronte a tanta umanità devastata.

Ora ritorna sul tema, colpito dalla sensazione di desolazione e lutto che procura la coltre di neve, l’assenza di vita, il vuoto attorno che spalanca le porte alla disperazione. Salvatore Miglietta esercita il proprio magistero artistico restando saldamente legato alla vita che vuole vedere tornare in ogni sua manifestazione: umana, animale e vegetale. Racconta la realtà e lascia uno spiraglio alla speranza attraverso l’emozione che suscita l’arte in sé.

Intanto il terremoto continua…

Roma, 18 gennaio 2017

IL PAESAGGIO DI BAGNOREGIO NELLA NARRATIVA DI BONAVENTURA TECCHI

di Agostino Bagnato

«Ed è rimasta un attimo così, lieta e pensosa, contro quello sfondo balenante di scrimi bianchi e di abissi paurosi, come se la bellezza di un viso di donna che scende nel cuore di un uomo sia veramente una delle cose più dure a morire in questa breve, fuggevole vita».

Questa frase si trova incisa alla base della statua che nel 2007 lo scultore Alessio Paternesi ho posto a Mercatello, di fronte a Civita di Bagnoregio. E’ tratta dal racconto Antica terra che Bonaventura Tecchi pubblicò nel 1942 e ha ristampato nel 1947. Si tratta di uno dei passaggi più significativi della narrativa di questo grande scrittore che ricorre come tema dominante in molte sue opere: il territorio come tratto distintivo, fattore identitario e di cultura, paradigma della propria narrazione. E’ lo sfondo di Civita, il borgo che levita nell’aria nelle giornate di nebbia, che protende il proprio corpo vetusto per sfidare l’uomo e il tempo, partorito dai calanchi argillosi da Gea resa gravida dal vento e dall’acqua. E’ il borgo che Bonaventura Tecchi conobbe bambino e adolescente e al quale tornava da adulto, per ritrovare ogni volta l’atmosfera formativa e il sentimento di sé.

Bonaventura Tecchi, nato nel 1896 proprio a Bagnoregio e morto a Roma nel 1968 non è del tutto dimenticato, anche se i suoi libri vengono stampati raramente. A Bagnoregio quest’anno è stato celebrato il 120° anniversario della nascita, con l’intento di proseguire e approfondire la conoscenza della sua opera narrativa, saggistica e di docente universitario. Era un famoso germanista, apprezzato per la frequentazione dei maggiori studiosi del suo tempo, non soltanto di lingua tedesca. Giovanissimo, ricordo di avere assistito ad alcune sue lezioni all’Università di Roma “La Sapienza” su Johann Wolfgang Goethe e Thomas Mann che mi hanno lasciato una profonda impressione.

Nella sua narrativa il territorio d’origine è presente costantemente. Senza mai nominare direttamente i luoghi, Bonaventura Tecchi rimanda continuamente alle atmosfere paesaggistiche e ambientali della Teverina e più direttamente della Valle dei Calanchi. Sono i racconti in particolare che racchiudono passaggi di grande poesia, non soltanto quando l’ambientazione è a Bagnoregio e dintorni, ma anche quando si tratta di località della lontana Germania, in particolare Berlino o dell’amata Moravia dove a Brno ha soggiornato per qualche tempo, o della provincia veneta dove ha coltivato lunghe amicizie, da Concetto Marchesi a Diego Valeri a Valmara Valgimigli. Oppure ai ricalchi e ai rimandi della vita in trincea nel corso della Grande guerra, dove conobbe Carlo Emilio Gadda e Ugo Betti, segnato dalla catastrofe di Caporetto dove fu ferito, fatto prigioniero e internato in Germania da parte di Erwin Rommel.

Il vento tra le case del 1928 è la raccolta che esprime gli slanci giovanili e in cui luoghi e personaggi hanno più stretto riferimento al territorio e assumono una dimensione quasi fantastica, in cui il realismo si stempera in slanci romantici. Vite di poveri pastori, contadinelle, servette, vecchi allevatori, proprietari terrieri e naturalmente figure femminili già allora indimenticabili, tracciate con mente lucidissima e penna leggerissima, come “Donna nervosa”, “Orsella” e quella indimenticabile “Nunziatina”, la cui protagonista è una bimbetta di tredici anni che rischia di fare la fine della madre, già adocchiata dal figlio del padrone: «”Carina! Peccato che sia così piccola… Però, però… se venisse come la sua mamma, ci sarebbe da sperar bene, presto”. E rise di gusto». Poche frasi che presentano una situazione normalissima di ingenuità, malizia e di abuso. Sono figure che anticipano le più tormentate e complesse figure dei romanzi futuri, dai Villatauri al capolavoro Gli egoisti.

Ancora Nunziatina: «Era arrivata nella parte della macchia dove più che querce sono tutte scoscenditure e spinaie, e da una di quelle ripe vedeva adesso, nella parte opposta della valle, altre ripe e burroni, ma tutti nudi questi e di creta, e dietro le crete, le montagne turchine. Ed ecco, dietro quelle crete, ai piedi delle montagne, passava un rumore lontano che bene conosceva verso quell’ora, perché le avevano sempre detto che era il treno cha va a Roma». C’è bisogno di altri particolari per collocare la località? I calanchi, la valle Teverina e il treno: immagini poetiche di grande bellezza che forse Nunziatina non riesce a metabolizzare nella sua selvatica istintività.

Ma sono le due raccolte Storie di bestie del 1957 e Storie di alberi e di fiori del 1963 che contengono ancora più pressanti riferimenti al territorio, anche se non viene mai nominato. Un esempio tratto dal racconto “Il falchetto” della prima raccolta: «Il podere è in fondo alla valle: senza strade, senza carri, con tratturi che d’inverno, fra le crete, diventano impraticabili anche a cavallo, con un senso di solitudine così amara e insieme così suggestiva (gli “scrimi” bianchi di creta, in lontananza, splendenti di sole anche prima del tramonto, l’ombra fitta e cupa del bosco di querce, come se la notte, già nel pomeriggio, fosse penetrata a fondo nella valle)…» per proseguire con un salto inaspettato: “Mentre il sole splendeva ancora sugli “scrimi” bianchi e, di fronte alle ombre che sempre più s’addensavano verso il podere dei granchi e delle acque, gruppi alti di cornacchie vagavano nell’aria, più su delle crete, si chiamavano e quasi sparivano nel vento, chiesi al ragazzo dove le cornacchie, così numerose, in quella gola di valle, passassero la notte. “Non dormono qui”, mi rispose; “non dormono neppure sugli scrimi come facevano prima; vanno a dormire lontano, sulle isole del lago… Apposta si chiamano tra di loro: per riunirsi prima di partire”. Il lago è quello di Bolsena, le isole sono Bisentina e Martana. Chi non è del luogo non individua la località, per cui l’effetto poetico è ancora più alto. Ma è la musicalità della prosa che lascia ammirati, accanto alla padronanza della lingua e alla leggerezza dell’impiego terminologico. Viene da dire che trattasi di prosa poetica, senza alcun dubbio.

Eppure Bonaventura Tecchi aveva scritto molti anni prima che, ancora studente, l’arte gli appariva come eccellenza, per sua intima costituzione, per sua stessa natura. E quindi, doveva essere eccellenza oppure niente! Per cui «Per la poesia, in termini rigorosi, o si arriva almeno a una certa altezza, o sarebbe meglio avere mai incominciato. Da questa severità nasceva, già allora, timidezza, e quasi angoscia». In queste parole sta la misura del grande narratore, che è alla ricerca del proprio mezzo espressivo, sentendo l’empito del raccontare, ma vuole controllare la materia, dominarla e domarla a seconda dei propri mezzi. Un atto di severo rigore professionale e artistico che ha dato alla narrativa italiana straordinari racconti.

Come “I muli”: è impossibile dimenticare quel mulo piegato dal peso delle traverse di quercia, che innamorato di una cavallina, corre per la salita per raggiungerla e precipita insieme a lei nel baratro, nel cavone come è chiamato il dirupo. Muoiono entrambi. Qui c’è il ricalco della guerra, dato da quel colpo di grazia al mulo azzoppato: «Perché gli animali debbono soffrire? Il loro non è forse un dolore innocente?». Tecchi non aveva conosciuto gli alpini, ma aveva sentito raccontare le tante storie dei muli che si inerpicavano sui crinali delle montagne per trasportare materiale bellico e spesso precipitavano con tutto il carico. «In questi giorni che l’inverno declina e su per gli scrimi della mia valle il disgelo comincia a rallentare la fitta rete dei nòccioli di creta raggrumati dal ghiaccio, sí che, passando, li senti scricchiolare sotto i piedi, sono andato a vedere lo “smacchio” di un bosco. Il bosco è nel fondo della valle e le sue pendici più basse toccano il punto dove quest’anno un’alluvione rabbiosa ha sradicato querce e cerri, abbattuto pioppi e albanelle, lasciando i cespugli inzaccherati di creta, curvi e stravolti, come se guardassero ancora con spavento verso la parte dove il turbine è passato». Un tagliatore racconta la storia del suo mulo che, innamoratosi pazzamente di una cavallina rossiccia e sbilenca, bisognava tenere a bada perché voleva sempre starle vicino. Dice il tagliatore: «Bisognava tenerlo ad ogni costo lontano da quella, specie durante il salire dei trasporti o il ridiscendere delle bestie libere, giù per le crete. Infastidito e incredulo, domandai piuttosto come le povere bestie facessero a trasportare le dure lunghe “pesanti” traverse per le salite disperate dei “cavoni”, rasente i precipizi».

         Ancora una volta, come in sogno, appare il paesaggio della valle di Civita, dove, al duro lavoro degli uomini, siano boscaioli, tagliatori, potatori di ulivi, contadini e pastori si aggiunge quello ugualmente ingrato degli animali. E anche qui figure indimenticabili di animali, a cominciare dal cane, come Ariolante o Bianconera. E le giuste considerazioni morali dello scrittore: «I contadini di solito non perdono molto tempo a far moine alle bestie. Vogliono bene a modo loro, senza smancerie; e fanno bene. Poiché è cosa nota che quasi sempre, nel bene dei contadini alle cose e agli animali, entra un che di utilitario. “Capitale” chiamano infatti, almeno dalle nostre parti, l’insieme del bestiame: quello che sulle fiere, a moneta contante, si vende. Ma l’attaccamento agli animali domestici, a quelli che per solito non si vendono?» E Bonaventura Tecchi parla di bontà degli animali domestici più che di utilità, quasi in polemica con l’insensibilità degli umani verso i propri simili e le bestie.

La conferma della straordinaria capacità di entrare nell’essenza delle cose reali, trasferendole nel racconto fantastico e trasmutandole molto spesso in poesia, si ha con Storie di alberi e di fiori. Si veda “L’alloro e il pero”, per fare un esempio. «L’alloro sorgeva in un orto, fra monache e frati: dico in un orto assai antico, poco coltivato, che sta tra un convento di frati da una parte e uno di monache dall’altra, illustri un tempo, adesso deserti l’uno all’altro. Ma proprio perché quest’orto era antico e quasi abbandonato, pieno di cianfrusaglie e di vitalbe e di cespugli in libertà, però fra due conventi che un tempo erano stati pozzi di scienza e squilli di fede (quello dei francescani, a sinistra, aveva avuto un filosofo santo e famoso; quello delle clarisse, a destra, una badessa non meno celebre), l’alloro aveva messo su superbia».

Ma anche l’ulivo riempie intere pagine della prosa tecchiana. Un esempio impareggiabile è dato da questa pagina che ha un afflato quasi leopardiano, dal Canto notturno al dolente Il tramonto della luna. «La campagna notturna, sulle prime tutta buia agli occhi di chi veniva dalla luce, abbagliati dai lumi, si è poi, con grande lentezza, svelata, ché la luna, quasi piena, apparsa in quel momento sopra il bosco nero a destra, incominciava proprio allora, chiusa fra nuvole e nebbia, ad illuminare alberi e campi.

«La campagna si è svelata lentamente: col grigio degli ulivi, dapprima quasi soltanto un biancore indistinto e diffuso, poi via via più argenteo; col verde cupo, quasi nero, dei boschi e dei prati; poi col verde, un poco più distinto, dei vigneti; infine con la visione del tufo e delle crete bianche sulle pendici opposte della vallata.

«Quando la luna ha preso più forza e l suo biancore è diventato biondo, raggiungendo l’intensità e il colore dell’oro, una corrente di luce nitida e liquida ha inondato la campagna: una luce sempre più fulgente e placida, e insieme, si sarebbe detto, canora… Allora ho scoperto che da qualche istante c’era nell’aria un canto d’uccello: e ho capito come in quel fluire della luce notturna, bionda e lunare, il susseguirsi dei gorgheggi dell’usignolo era come un’onda della medesima corrente, quasi un elemento dello stesso metallo.

«Stamani alla luce del sole, vedo il miracolo degli ulivi. E’ proprio come un miracolo: quando tutti li credevano morti, perduti, destinati ad esser tagliati per legna almeno fino all’impalcatura dei rami … i più invece, adesso, almeno fra gli olivi di questa valle, tornano a vivere.

«E’ un avvenimento meraviglioso e importante di cui avevo sentito parlare: ma soltanto stamane alla luce del sole lo vedo con i miei occhi. E il miracolo avviene proprio fra gli olivi vecchi, centenari e forse millenari, che sono qui sotto la mia finestra, ai piedi della casa di campagna in cui ho dormito». Come non pensare a Lev Tolstoj che in una delle pagine più memorabili di Vojna i Mir (Guerra e Pace), parla della vecchia quercia che il principe Andrej crede morta e che alcune settimane dopo, tornando nel bosco, vede rinverdita miracolosamente e si sente rinascere alla vita, aprendosi all’amore per Nataša Rostova. “«Да, это тот самый дуб», подумал князь Андрей, и на него вдруг нашло беспричинное, весеннее чувство радости и обновленья” («Sì, questa è quella stessa quercia», pensò il principe Andrej, e accanto a lei, senza un motivo, sentì un primaverile senso di gioia e di rinnovamento).

Anche se il sentimento della prosa di Bonaventura Tecchi è diverso, come non vedere nella conclusione del racconto “Gli olivi” la stessa poesia che si addensa nello scrittore russo: «Un filo era certo rimasto entro il duro del “libro”, qualche filo, qualche vena che misteriosamente si è ricollegata con la vita. E la vita, per entro il fusto antico e duro, è ricominciata ad apparire. Ma prima di tutto sulla cima, sulla fronte, negli occhi dell’olivo: le foglie».

Sono gli uliveti che a Bagnoregio e nei dintorni si stendevano lungo i fianchi delle colline e sui pianori e che sopravvivono ancora oggi in alcune zone, mentre nella parte valliva sono pressoché scomparsi. La magia del risveglio vegetativo si ripete ogni anno, ma quando una pianta viene data per morta a causa del gelo, delle parassitosi, del fuoco o per la vecchiaia e poi la si ritrova a “ricacciare”, come dicono i contadini, si grida al miracolo della natura e l’animo dell’uomo si rasserena e nello stesso tempo inorgoglisce per l’esito del proprio lavoro. «Gli occhi dell’olivo: le foglie»: sono parole degne di Omero.

Fermiamoci qui. Appare evidente che il territorio è l’humus della narrativa di Bonaventura Tecchi e che segnatamente Bagnoregio e i suoi dintorni sono il punto di rifermento costante anche dell’accendersi di un sogno, di una qualsivoglia visione, dovunque egli si trovi o ambienti le proprie storie. A questo punto, vorrei fare riferimento a quanti territori hanno trovato una precisa dimensione nella poetica di un autore, e quindi nella narrativa di ogni tempo. Mi vengono in mente le città considerate morte, non tanto quelle archeologicamente definite, ma quelle sospese sull’acqua tra passato e futuro. Come Ravenna, spersa nelle paludi adriatiche, cantata da Dante con quella splendida terzina dell’Inferno: «Siede la terra dove nata fui / sulla marina dove il Po discende / per aver pace coi seguaci sui.» E poi esaltata da George Byron nei languori delle passeggiate con l’amata Teresa Guiccioli o nell’esaltazione di Oscar Wilde nel 1877: «Non più ora sulla tua onda rigonfia / a mo’ di pineta, galleggiano le tue mille galere! / Poiché là dove solevano galleggiare le navi dalla prua di ottone, / lo stanco pastore suona la sua nota dolente; / e le bianche pecore sono libere di andare e venire / dove le acque vermiglie di Adria scorrevano un tempo. / O bella! O triste! O Regina sconsolata! / in devastata leggiadria tu giaci morta, / sola di tutte le tue sorelle…»

E che dire di Gabriele D’Annunzio nell’Ode del 1903: «Ravenna, glauca notte rutilante d’oro / sepolcro di violenti custodito da terribili sguardi / cupa carena grave d’un incarco / imperiale, ferrea, costrutta di quel ferro / onde il fato è invincibile, / spinta dal naufragio / ai confini del mondo, / sopra la riva estrema! / Ti loderò pel funebre tesoro / ove ogni orgoglio lascia un diadema».

Ravenna è stata redenta e riscattata dalla bonifica idraulica della seconda metà dell’Ottocento, lavoro delle cooperative degli scariolanti che ha dato pagine memorabili all’epopea del movimento operaio e contadino in Romagna e che ha consentito la bonifica di Ostia e Maccarese ad opera dei badilanti giunti in massa nell’Agro romano.

L’altro esempio è Bruges, nelle Fiandre. Bruges la morte del romanzo di Georges Rodenbach, uscito nel 1892 e divenuto esempio di narrativa decadentista e simbolista, da cui è stata tratta l’opera lirica Die tote Stadt di Erich Wolfgang Korngold e a cui si è ispirato Alfred Hitchcock per il film Vertigo, noto in Italia con il titolo “La donna che visse due volte”. La città di Jan van Eyck e di Piet Brughel der Alte, del Palazzo del governatore e del Groeningen Museen, è rinata grazie alle dighe e alle canalizzazioni, facendone un centro fondamentale del Belgio e dell’Europa del Nord. Un’altra città d’acqua salvata dalla laboriosità umana.

Ma ci sono nel mondo città nell’aria, quasi sospese nel vuoto per la fragilità del suolo su cui poggiano. Non un aeroporto da dove si levano gli aerei che avvolgono il mondo in una fitta ragnatela di voli e di scali,. E nemmeno le città sulle vette andine, come Machu Picchu, solide sulla pietra. Civita di Bagnoregio che s’erge nel vento con la sua gloriosa storia e la modestia del suo invocare futuro destino, è un esempio dei borghi nell’aria: la «Citta che muore», è comunemente chiamata. Un borgo che consegna all’umanità, dalla vetta di queste crete così mirabilmente raccontate da Bonaventura Tecchi nel loro essere protagoniste di storie vive, di carne e di sangue, è un esempio di paesaggio irripetibile, parte di quella grande bellezza della nazione-paese Italia. E senza mai nominarlo, accrescendone così il fascino attraverso il mistero, lo scrittore lo aveva inconsapevolmenete compreso.

Cosa manca a Civita di Bagnoregio per essere dichiarata patrimonio dell’umanità? Nulla. Può stare degnamente alla pari con tanti altri siti nel Lazio, in Italia e in altre località del mondo. Qui sono stati etruschi, romani, longobardi, feudatari autoctoni, spagnoli, francesi e i tanti vescovi che hanno dato stabilità di fede. Qui è nato Bonaventura di Giovanni Fidanza e qui Bonaventura Tecchi ha intrecciato i suoi racconti tra realtà e sogno. E qui il cinema ha portato la visione onirica al massimo livello con Federico Fellini e altri maestri sono scesi dalle loro seggiole per scegliere la giusta inquadratura come sfondo di storie diverse e veritiere.

A Civita e a Bagnoregio vivono o lavorano molte personalità del mondo della cultura e dell’arte, italiani e stranieri. Il pittore austriaco Werner Stadler ne è una perfetta testimonianza. La città è stata sempre un esempio di accoglienza e di ospitalità proverbiali. Chiediamo anche a loro l’impegno per dare a questo memorabile, irripetibile «borgo nell’aria che non muore» il giusto riconoscimento Unesco, quando sarà il momento.

 

Roma, 27 ottobre 2016

ADDIO A IOSIF ZALMANOVICH

10 октября Иосифа Залмановича не стало.

Каждый из Вас знал Иосифа Залмановича либо как коллегу, как учителя, или как друга. Мы будем признательны, если вы проведёте в молчании минуту, думая о той роли, которую он сыграл в вашей жизни.
Дорогие друзья, прощание с Иосифом Залмановичем пройдет в субботу, 15 октября, с 12:45 до 13:30 в ритуальном зале морга при институте им. Склифосовского.
Затем церемония прощания продолжится в Хорошевском крематории на Хованском кладбище до 15:00.

Сообщите по возможности эту информацию всем неравнодушным.

Будем благодарны!

с УВАЖЕНИЕМ, мАРИНА гУСЕВА, вЫПУСКНИЦА мгпу Ф-Т изо