Oltre 60 artisti contemporanei donano le loro opere a favore del progetto del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO): “MEDITERRANEO LO SPECCHIO DELL’ALTRO”

ASTA D’ARTE CONTEMPORANEA

a cura di Arturo Schwarz e Ermanno Tedeschi

Martedì 16 Maggio 2017 Ore 18.00

UniCredit Pavilion, piazza Gae Aulenti 10, Milano

Oltre 60 artisti contemporanei donano le loro opere a favore del progetto del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO): “MEDITERRANEO LO SPECCHIO DELL’ALTRO”

Grazie all’ospitalità di UniCredit Pavilion, il 16 Maggio alle Ore 18.00, a Milano, saranno battute all’asta da Filippo Lotti, Amministratore Delegato di Sotheby’s Italia, le opere di artisti di diversa nazionalità, religione e cultura, per affermare il valore dell’arte quale ambasciatrice di pace in grado di favorire il dialogo e la comprensione tra le due rive del Mediterraneo. Il progetto del CIPMO “Mediterraneo. Lo Specchio dell’altro” è centrato sul ruolo delle Diaspore Med-Africane nell’accoglienza e inclusione di rifugiati e immigrati e la possibile promozione di progetti di co-sviluppo con i Paesi d’origine.

“Si stima che le Comunità italiane di origine straniera siano composte da sei milioni di persone, e tra loro un milione sia costituito da cittadini italiani a pieno titolo. 

Queste Comunità diasporiche possono svolgere un ruolo essenziale in qualità di ambasciatori sociali, culturali ed anche economici, al fine di combattere il radicalismo tramite l’interazione economica, l’integrazione educativa, il dialogo interreligioso, lo scambio culturale e la cooperazione. Di queste Comunità fanno parte anche cittadini di seconda e terza generazione, oramai parte integrante della nostra società e dunque pienamente inseriti nel processo produttivo e nel settore dei servizi, costituendone un elemento essenziale e vitale”, afferma il Presidente del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO), Janiki Cingoli.

Il progetto “Mediterraneo. Lo Specchio dell’altro” punta ad una vera e propria rivoluzione copernicana nell’affrontare il problema dei rifugiati e degli immigrati, facendo perno sulle Comunità di origine straniera per combattere i processi di radicalizzazione e promuovere l’inclusione di rifugiati e immigranti ed anche progetti di Co-Sviluppo con i paesi di origine, in stretta collaborazione con le Autorità nazionali e locali e le organizzazioni del volontariato.

Si punta in particolare sui giovani. Attraverso un Network di Istituti scolastici superiori, studenti milanesi si interfacciano con studenti del Sud Mediterraneo (israeliani, palestinesi, tunisini, marocchini, turchi), imparando a conoscere l’Altro e attraverso di esso a comprendere meglio se stessi.

“La creazione di un’opera d’arte è il frutto di fantasia e creatività, di una capacità di leggere il presente guardando al futuro, di rigore e professionalità profonde e maturate nel tempo. Vi è molto di simile con un’esperienza come quella del CIPMO, che è quella di creare canali di comunicazione e di comprensione dell’Altro, approfondendo i processi che sono in corso, senza veli, senza paraocchi, analizzando la realtà e ricercando le vie talora anche nascoste per cambiarla, quella realtà, per costruire un futuro diverso, più rispettoso dell’umanità. Spero che questa Asta, che sono stato felice di promuovere e curare insieme all’amico Ermanno Tedeschi, sia in grado di sostenere questo progetto, mettendolo in condizione di assicurare un aiuto concreto per affrontare questo ineludibile problema dei nostri giorni”, dichiara Arturo Schwarz, curatore dell’Asta 

Il Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO) da 28 anni promuove il dialogo in Medio Oriente e la cooperazione euro-mediterranea, offrendo le sue competenze a istituzioni, enti governativi ed imprese per aiutarli a conoscere più a fondo le radici delle nuove problematiche che legano le sponde Sud e Nord del Mediterraneo L’asta di quest’anno si svolge in una fase di grande sviluppo e rinnovamento del Centro, con la recente nomina a Direttore di Valeria Giannotta, docente universitaria proveniente da una lunga esperienza accademica in Turchia, e l’avvio di nuovi e costruttivi progetti. La disponibilità di una grande casa d’asta come Sotheby’s, l’ospitalità offerta da UniCredit Pavilion, l’autorevolezza di Arturo Schwarz e di Ermanno Tedeschi, la generosità di tanti artisti e collezionisti e galleristi, hanno reso possibile questa asta.

“La speranza, afferma ancora Janiki Cingoli, è il dono che i nostri amici artisti ancora una volta ci offrono, e che offrono a tutti gli amici che insieme a loro vorranno sostenere i nostri progetti partecipando attivamente e generosamente al nostro appuntamento”.

Ufficio Stampa CIPMO comunicazione@cipmo.org – mob.333.12.05.486

Per partecipare all’evento è necessario registrarsi al seguente link   https://goo.gl/ciIcnh

Per informazioni e offerte pre asta: E-mail asta@cipmo.org, Tel +39 02 866 147

INFORMAZIONI:

ASTA D’ARTE CONTEMPORANEA a cura di Arturo Schwarz e Ermanno Tedeschi

martedì 16 maggio 2017 ore 18.00

UniCredit Pavilion, piazza Gae Aulenti 10, Milano –

Invito  https://goo.gl/eew7VI

Intervengono:

Interviene Enrico Mentana – Direttore del TG La7

Introducono Arturo Schwarz e Ermanno Tedeschi – Curatori dell’Asta

Batte l’asta Filippo Lotti – Amministratore Delegato di Sotheby’s Italia

Presiede Janiki Cingoli – Presidente CIPMO

Esposizione delle opere:

lunedì 15 maggio ore 15.00 – 19.00

martedì 16 maggio ore 10.00 – 19.00, orario continuato

Opere di prestigiosi artisti italiani e internazionali: Valerio ADAMI, Vittorio AMADIO, Maryam BAKHTIARI, Roberto BARNI, Gabriella BENEDINI, Gianni BERENGO GARDIN, Jean BLANCHAERT, Paul BOMPARD, Jessica CARROLL, Bruno CONTE, Enrico Tommaso DE PARIS, Lucio DEL PEZZO, Enrico DELLA TORRE, Alessandro DI VICINO GAUDIO, Lello ESPOSITO, Ennio FINZI, Angelo FRATTINI, Ruggero GABBAI, Omar GALLIANI, Moshe GORDON, Ezio GRIBAUDO, Riccardo GUSMAROLI, Ali HASSOUN, Sam HAVADTOY, Maurice HENRY, Pina INFERRERA, Emilio ISGRÒ, Andrea JACCHIA, Michel KICHKA, Corrado LEVI, Stefano LEVI DELLA TORRE, Margherita LEVO ROSENBERG, LIUBA, Renzo MARGONARI, Livio MARZOT, Maria MULAS, Barbara NAHMAD, Mario NALLI, Barbara NEJROTTI, Ugo NESPOLO, Romano NOTARI, Izumi OKI, Ciro PALUMBO, Luca Maria PATELLA, Guido PERUZ, Cristiano PETRUCCI, Luca PIGNATELLI, Tiziana PRIORI, Salvatore PROVINO, Tobia RAVÀ, Omar RONDA, SALVO, Dado SCHAPIRA, Daniel SCHINASI, Eugenia SERAFINI, Pietro SPICA, Fausta Augusta SQUATRITI, Mauro STACCIOLI, Max TOMASINELLI, Ester VIAPIANO, Marilena VITA, Caterina VOLTOLINI.

Per i dettagli delle opere:

catalogo digitale  https://goo.gl/fu4j7z

galleria fotografica  https://goo.gl/VdN6Nw

EVGENIJ ALEKSANDROVIČ EVTUŠENKO TRA CONFORMISMO E RIBELLIONE

evtushenko-298x300Evgenij Aleksandrovič Evtušenko non è solo poeta. Il poeta nella Russia sovietica è un vate, cantore del presente e del futuro, protagonista del proprio tempo a tutto campo. Poesia innanzi tutto, ma anche sport per quanto possibile, teatro, cinema, fotografia, promozione culturale e infine insegnamento. Tutto inframezzato da uno stile di vita improntato a cogliere ogni opportunità, sapendo scegliere bene tempo e ritmo delle proprie azioni, ma sempre con dignità e con pieno senso di sé e del ruolo rappresentato. Evtusenko non è un balagančik un saltimbanco, ma un uomo vero, talvolta aspro e provocatore, ma sempre fedele a se stesso. E comunque dotato di grande capacità comunicativa e di simpatia.

Il giovane siberiano, nato nel 1933 a Zima, nei pressi del lago Bajkal da un ingegnere impegnato nella costruzione della ferrovia Transiberiana e da una cantante, vive i primi anni a contatto con l’ambiente difficile della cittadina sperduta nella foresta. Zima, che in russo vuol dire inverno, omen nomen quanto mai appropriato, imprime nel ragazzo i tratti di ribellismo e di irrequietezza che caratterizzeranno tutta la sua vita. Il giovane irrompe sulla scena letteraria sovietica negli anni Cinquanta e prosegue da protagonista, con alti e bassi, compreso momenti di oscuramento, fino al termine della vita, avvenuta il 1 aprile 2017 a Tulsa, nell’Oklahoma, lontanissimo dalla sua Zima e dalla Russia. Dopo il quarto matrimonio con una americana, era andato ad insegnare letteratura russa all’Università di Tulsa. Nel 1966 a Roma tenne una čtenie, una lettura dei suoi testi poetici, al Teatro Eliseo, qualche giorno dopo il concerto dei Beatles. Pare che il poeta abbia esordito, pressappoco, con queste parole: «In questo teatro hanno cantato quattro ragazzi inglesi dai capelli lunghi e dal cervello corto». Frase che, se fosse vera, non risponderebbe alla personalità del poeta, poliedrico e vulcanico, curioso di tutto e capace di molti mestieri, come dimostra la sua esistenza. E’ stato molte volte in Italia, dove aveva numerosi amici. Ha ottenuto molti premi letterari che lo hanno portato in tantissime località della penisola. Amava il calcio e non disdegnava apparizioni televisive per commentare partite in diretta, come quella da Torino nella trasmissione Quelli che il calcio…

220px-EvtushenkoFigura molto controversa della vita culturale sovietica e poi quasi dimenticato nell’era post-comunista, egli lascia un segno importante del proprio tempo, intanto come prosecutore della poesia civile al cui principale protagonista Vladimir Majakovskij s’ispirava, ma anche come osservatore del costume. Non bisogna dimenticare, a riprova della sua vasta popolarità ma anche dell’atteggiamento controverso nei confronti del regime sovietico, la collaborazione con il grande musicista Dmitrij Šostakovič. Il poema Babyj Jar fu inserito dal compositore nella sua 13° Sinfonia, che porta il nome della località nei pressi di Kiev dove sono stati sterminati migliaia di ebrei, eseguita nella Sala Grande del Conservatorio Čajkovskij della capitale sovietica il 18 dicembre 1962 con enorme successo dall’Orchestra Filarmonica di Mosca, sotto la direzione di Kiril Kondrašin. Nel 1964 il musicista chiese al poeta di scrivere i versi per la cantata dedicata al capo della rivolta contadina nel XVII, dal titolo L’esecuzione di Stepan Razin op. 119; anche quel vasto affresco della Russia cosacca ottenne un enorme successo, sempre sotto la bacchetta di Kiril Kondrašin alla testa dell’Orchestra Filarmonica di Mosca. Qualcuno volle vedere nella scelta dei soggetti la critica alle autorità sovietiche di entrambi gli autori. Nikita Chruščev era stato destituito da poco e iniziava la soffocante epoca brezneviana che avrebbe portato venticinque anni dopo alla crollo del potere sovietico. Evtušenko e Šostakovič furono oggetto di numerose critiche. Ma mentre il musicista ottenne il sostegno di molti artisti e intellettuali sovietici del tempo, il poeta è stato trascurato, quasi accusato dall’intelligencija progressista di mistificazione e di conformismo.

Evgenij Evtušenko ha scritto anche alcuni testi in prosa, come Jagodnye mesta (Il posto delle bacche) del 1981, Ardabiola (1983) e Ne umiraj prežde smerti (Non morire prima di morire) del 1983, oltre a testi teatrali e al film Detskij sad (Il giardino d’infanzia) del 1984. La fotografia è stato un campo di attività che lo ha attratto fin da giovane, dedicandosi con impegno quasi professionale, fino a progettare e tenere vere e proprie mostre in patria e all’estero, specie negli Stati Uniti, che hanno ottenuto un buon successo di pubblico e di critica.

In Italia, le opere di Evtušenko sono tradotte principalmente da Evelina Pascucci, sincera amica del poeta. Ma con la sua opera si sono cimentati i maggiori studiosi, con esiti diversi.

Si è spento senza clamore, quasi a volere offuscare il relativo scalpore che hanno suscitato alcuni atteggiamenti della sua esistenza. Bisognerà tornare principalmente sulla sua opera poetica per coglierne la forza creativa ed evocatrice nella convinta necessità di rompere schemi consolidati dalla tradizione e dal conformismo. Chi lo ha conosciuto, anche se fugacemente come chi scrive, ha il dovere di parlare di questa figura così importante nella storia della letteratura russa del secondo Novecento.

Agostino Bagnato

Roma, 2 aprile 2017

INCREDIBILE TRAVOLGENTE SUCCESSO DELLA GIORNATA SULLA CULTURA ARMENA

03206_Melonifoto_2017Chi lo avrebbe mai detto che il Salone Borrominiano della Biblioteca Vallicelliana di Roma sarebbe stato occupato giovedì 9 marzo 2017 per l’intera giornata da un pubblico attento, interessato, appassionato! Antimo Cesaro, Sottosegretario di Stato per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, ha detto che questa è l’occasione per rafforzare i legami culturali tra l’Italia e l’Armenia. L’Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia Victoria Bagdassarian ha sottolineato l’impegno positivo di tanti studiosi per approfondire la conoscenza della storia e della cultura di questo straordinario Paese, invitando gli Italiani a visitarlo perché saranno accolti con la massima cura. I relatori Maria Immacolata Macioti, Ara Khzmalyan, Anna Sirinian, Claudia Sugliano, Magda Vigilante, Carla Conti, Agostino Bagnato, Sonya Orfalyan hanno testimoniato la profonda conoscenza della materia trattata, dimostrando la penetrante attenzione per la storia e la cultura dell’Armenia. Sono stati consegnati alla Biblioteca Vallicelliana dei documenti originali riguardanti il poeta armeno Hrand Nazariantz, scampato al genocidio e vissuto in Italia nella prima metà del Novecento.

Ha così preso corpo l’idea di dare seguito all’incontro attraverso la pubblicazione degli atti nei prossimi mesi.

03494_Melonifoto_2017Il pomeriggio è stato molto intenso, a partire dalla visione del documentario inedito L’ARMENIA TRA NOI di Agostino Bagnato con la regia di Enrique Fortaleza, cui sono seguite la performance del tenore Luigi Bartulucci Barukh, del Trio Mizar, del soprano Narinè Jagaspanyan, la lettura di brani poetici di Hrand Nazariantz da parte di Armida Corridori e la rappresentazione, da parte di Renato Capitani e Giulia Lacorte, di scene del dramma teatrale Il colombo impaurito di Raffaele Aufiero. Da ultimo, la presentazione della mostra di arte contemporanea HAJASTAN. FORME E COLORI DA LONTANO, curata da Lucrezia Rubini, composta da opere di Ivetta Babajan, Spartak Babajan, Grigori Franguljan, Gregorio Sciltian, Artur Charutjunjan, Tigran Mangassarjan, Karen Grigorjan e Sonya Orfalyan.

Paola Paesano, direttrice della Biblioteca Vallicelliana e Agostino Bagnato, presidente dell’Associazione Culturale L’albatros, responsabili dell’organizzazione della GIORNATA DELLA CULTURA ARMENA, hanno ringraziato tutti i partecipanti e l’agenzia Columbia Turismo che ha sponsorizzato l’evento, unitamente ai dirigenti della società Aquarius di Erevan per il prezioso supporto tecnico.

Roma, 10 marzo 2017
Alcune pagine autobiografiche di Hrand Nazariantz: 12345 – 6
Galleria fotografica: 12345678910 – 11

AMATRICE CONTINUA…

Agostino Bagnato

… E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annul’
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.

Giacomo Leopardi, La ginestra, vv. 41-48

 

Pensavo che la forte scossa di terremoto del 30 ottobre 2016 avesse potuto esaurire lo sciame aperto il 24 agosto scorso ad Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Sbagliavo.

nevicata60x80Mercoledì 18 gennaio 2017 sono stato emotivamente travolto dal nuovo sisma che ha colpito la stessa zona. Una tragedia nella tragedia. L’Appennino centrale è investito da ripetute nevicate che hanno sommerso città, borghi, piccoli centri. La popolazione duramente provata dai lutti e dalle distruzioni, dall’abbandono delle proprie case e dello stesso territorio, sta vivendo in condizioni estreme. Chi ha lasciato la montagna per trasferirsi sulla costa marchigiana non soffre meno di coloro che sono rimasti. Ma chi trascorre questo durissimo inverno in condizioni disperate sono coloro che si trovano nelle zone colpite. Bisogna ricordarlo: si tratta di una zona vastissima che comprende i territori di Lazio, Abruzzo, Marche, Umbria. Certamente Amatrice, che ha subito il maggior numero di vittime e ha visto il centro della città completamente raso al suolo, è il simbolo della tragedia. Racchiude e simboleggia tutte le località. Nessuna esclusa. Il sindaco Sergio Pirozzi, che sta dando segni di grande capacità, responsabilità e civismo, ha sulle spalle il peso di questa dolorosa simbologia. L’Italia gli deve essere riconoscente per quello che sta facendo.

Ma a soffrire maggiormente sono gli allevatori che non hanno potuto abbandonare le zone investite dalla violenza del sisma. Come si fa a lasciare pecore, capre, maiali, vacche, vitelli, vitelloni, conigli, pollame sotto la neve all’aperto, con la temperatura che di notte scende anche a meno quindici gradi! Le stalle sono crollate, mancano fieno e mangime perché le forniture non riescono a raggiungere i poderi dove abitazioni e stalle e ricoveri per gli animali non esistono più. Cumuli di neve sommergono interi territori montani e le strade non sono agibili. Se uno spazzaneve riesce ad aprire una strada, la nevicata successiva ostruisce nuovamente la carreggiata. Gli allevatori si riparano come possono, nelle roulotte o sotto le tende, ma gli animali restano all’aperto, sotto la neve e il gelo. Le conseguenze sono la riduzione della produttività di latte e carne, ma soprattutto riguardano gli aborti e la mortalità non soltanto dei nuovi nati. Anche gli animali adulti presentano percentuali di mortalità elevati. Un danno economico enorme!

Ma sentire che le scosse non si fermano procura un’angoscia fortissima. Mentre scrivo questa breve nota, alle 14,30 circa, sento la scrivania tremare, il monitor del computer ondulare, vedo oscillare il lampadario e le tende, vedo piegarsi le cime degli alti pioppi nel giardino condominiale. Sento parole di solidarietà per le popolazioni colpite, ascolto i servizi degli inviati televisivi, ascolto le dichiarazioni delle autorità e degli abitanti dei luoghi duramente colpiti, a cominciare da Amatrice, il simbolo di questa tragedia nazionale, ma il senso di angoscia determinato dall’impotenza non diminuisce. Ad Amatrice è crollato il campanile della chiesa di S. Agostino, sopravvissuto ai precedenti terremoti, e l’inevitabilità accresce la frustrazione e lo spaesamento.

nevicata50x70Come fare ad andare avanti? Si tratta di una tragedia sconvolgente. Cosa resterà di quelle zone? Chi rimarrà sulle montagne che sono la gloria della pastorizia e delle tradizioni alimentari dell’Italia centrale? Cosa ne sarà del vasto patrimonio storico, architettonico, artistico? Cosa possiamo fare noi dall’esterno? Ecco l’angoscia che nasce dall’impotenza. Mi sento impotente e quindi pressoché inutile. Mi domando anche se sia opportuno scrivere questa nota. Si tratta di uno sfogo o di una testimonianza?

Questa sensazione che ho provato a raccontare ha colpito anche Salvatore Miglietta, un artista che vive a circa mille chilometri di distanza, a Catanzaro Lido. Non ha sentito nessuna scossa di terremoto delle centinaia che si sono susseguite da quel tragico 24 agosto 2016, ma ha subito avvertito che qualcosa era mutato dentro di sé dopo quella terribile catastrofe. Ha immediatamente dipinto le conseguenze devastanti della prima scossa, fissandole simbolicamente sull’orologio bloccato all’ora del sisma e poi sul crocifisso sospeso nell’aria il giorno dei funerali: tre dipinti drammatici che costituiscono la manifestazione del dolore di ciascun cittadino onesto e sensibile di fronte a tanta umanità devastata.

Ora ritorna sul tema, colpito dalla sensazione di desolazione e lutto che procura la coltre di neve, l’assenza di vita, il vuoto attorno che spalanca le porte alla disperazione. Salvatore Miglietta esercita il proprio magistero artistico restando saldamente legato alla vita che vuole vedere tornare in ogni sua manifestazione: umana, animale e vegetale. Racconta la realtà e lascia uno spiraglio alla speranza attraverso l’emozione che suscita l’arte in sé.

Intanto il terremoto continua…

Roma, 18 gennaio 2017

IL PAESAGGIO DI BAGNOREGIO NELLA NARRATIVA DI BONAVENTURA TECCHI

di Agostino Bagnato

«Ed è rimasta un attimo così, lieta e pensosa, contro quello sfondo balenante di scrimi bianchi e di abissi paurosi, come se la bellezza di un viso di donna che scende nel cuore di un uomo sia veramente una delle cose più dure a morire in questa breve, fuggevole vita».

Questa frase si trova incisa alla base della statua che nel 2007 lo scultore Alessio Paternesi ho posto a Mercatello, di fronte a Civita di Bagnoregio. E’ tratta dal racconto Antica terra che Bonaventura Tecchi pubblicò nel 1942 e ha ristampato nel 1947. Si tratta di uno dei passaggi più significativi della narrativa di questo grande scrittore che ricorre come tema dominante in molte sue opere: il territorio come tratto distintivo, fattore identitario e di cultura, paradigma della propria narrazione. E’ lo sfondo di Civita, il borgo che levita nell’aria nelle giornate di nebbia, che protende il proprio corpo vetusto per sfidare l’uomo e il tempo, partorito dai calanchi argillosi da Gea resa gravida dal vento e dall’acqua. E’ il borgo che Bonaventura Tecchi conobbe bambino e adolescente e al quale tornava da adulto, per ritrovare ogni volta l’atmosfera formativa e il sentimento di sé.

Bonaventura Tecchi, nato nel 1896 proprio a Bagnoregio e morto a Roma nel 1968 non è del tutto dimenticato, anche se i suoi libri vengono stampati raramente. A Bagnoregio quest’anno è stato celebrato il 120° anniversario della nascita, con l’intento di proseguire e approfondire la conoscenza della sua opera narrativa, saggistica e di docente universitario. Era un famoso germanista, apprezzato per la frequentazione dei maggiori studiosi del suo tempo, non soltanto di lingua tedesca. Giovanissimo, ricordo di avere assistito ad alcune sue lezioni all’Università di Roma “La Sapienza” su Johann Wolfgang Goethe e Thomas Mann che mi hanno lasciato una profonda impressione.

Nella sua narrativa il territorio d’origine è presente costantemente. Senza mai nominare direttamente i luoghi, Bonaventura Tecchi rimanda continuamente alle atmosfere paesaggistiche e ambientali della Teverina e più direttamente della Valle dei Calanchi. Sono i racconti in particolare che racchiudono passaggi di grande poesia, non soltanto quando l’ambientazione è a Bagnoregio e dintorni, ma anche quando si tratta di località della lontana Germania, in particolare Berlino o dell’amata Moravia dove a Brno ha soggiornato per qualche tempo, o della provincia veneta dove ha coltivato lunghe amicizie, da Concetto Marchesi a Diego Valeri a Valmara Valgimigli. Oppure ai ricalchi e ai rimandi della vita in trincea nel corso della Grande guerra, dove conobbe Carlo Emilio Gadda e Ugo Betti, segnato dalla catastrofe di Caporetto dove fu ferito, fatto prigioniero e internato in Germania da parte di Erwin Rommel.

Il vento tra le case del 1928 è la raccolta che esprime gli slanci giovanili e in cui luoghi e personaggi hanno più stretto riferimento al territorio e assumono una dimensione quasi fantastica, in cui il realismo si stempera in slanci romantici. Vite di poveri pastori, contadinelle, servette, vecchi allevatori, proprietari terrieri e naturalmente figure femminili già allora indimenticabili, tracciate con mente lucidissima e penna leggerissima, come “Donna nervosa”, “Orsella” e quella indimenticabile “Nunziatina”, la cui protagonista è una bimbetta di tredici anni che rischia di fare la fine della madre, già adocchiata dal figlio del padrone: «”Carina! Peccato che sia così piccola… Però, però… se venisse come la sua mamma, ci sarebbe da sperar bene, presto”. E rise di gusto». Poche frasi che presentano una situazione normalissima di ingenuità, malizia e di abuso. Sono figure che anticipano le più tormentate e complesse figure dei romanzi futuri, dai Villatauri al capolavoro Gli egoisti.

Ancora Nunziatina: «Era arrivata nella parte della macchia dove più che querce sono tutte scoscenditure e spinaie, e da una di quelle ripe vedeva adesso, nella parte opposta della valle, altre ripe e burroni, ma tutti nudi questi e di creta, e dietro le crete, le montagne turchine. Ed ecco, dietro quelle crete, ai piedi delle montagne, passava un rumore lontano che bene conosceva verso quell’ora, perché le avevano sempre detto che era il treno cha va a Roma». C’è bisogno di altri particolari per collocare la località? I calanchi, la valle Teverina e il treno: immagini poetiche di grande bellezza che forse Nunziatina non riesce a metabolizzare nella sua selvatica istintività.

Ma sono le due raccolte Storie di bestie del 1957 e Storie di alberi e di fiori del 1963 che contengono ancora più pressanti riferimenti al territorio, anche se non viene mai nominato. Un esempio tratto dal racconto “Il falchetto” della prima raccolta: «Il podere è in fondo alla valle: senza strade, senza carri, con tratturi che d’inverno, fra le crete, diventano impraticabili anche a cavallo, con un senso di solitudine così amara e insieme così suggestiva (gli “scrimi” bianchi di creta, in lontananza, splendenti di sole anche prima del tramonto, l’ombra fitta e cupa del bosco di querce, come se la notte, già nel pomeriggio, fosse penetrata a fondo nella valle)…» per proseguire con un salto inaspettato: “Mentre il sole splendeva ancora sugli “scrimi” bianchi e, di fronte alle ombre che sempre più s’addensavano verso il podere dei granchi e delle acque, gruppi alti di cornacchie vagavano nell’aria, più su delle crete, si chiamavano e quasi sparivano nel vento, chiesi al ragazzo dove le cornacchie, così numerose, in quella gola di valle, passassero la notte. “Non dormono qui”, mi rispose; “non dormono neppure sugli scrimi come facevano prima; vanno a dormire lontano, sulle isole del lago… Apposta si chiamano tra di loro: per riunirsi prima di partire”. Il lago è quello di Bolsena, le isole sono Bisentina e Martana. Chi non è del luogo non individua la località, per cui l’effetto poetico è ancora più alto. Ma è la musicalità della prosa che lascia ammirati, accanto alla padronanza della lingua e alla leggerezza dell’impiego terminologico. Viene da dire che trattasi di prosa poetica, senza alcun dubbio.

Eppure Bonaventura Tecchi aveva scritto molti anni prima che, ancora studente, l’arte gli appariva come eccellenza, per sua intima costituzione, per sua stessa natura. E quindi, doveva essere eccellenza oppure niente! Per cui «Per la poesia, in termini rigorosi, o si arriva almeno a una certa altezza, o sarebbe meglio avere mai incominciato. Da questa severità nasceva, già allora, timidezza, e quasi angoscia». In queste parole sta la misura del grande narratore, che è alla ricerca del proprio mezzo espressivo, sentendo l’empito del raccontare, ma vuole controllare la materia, dominarla e domarla a seconda dei propri mezzi. Un atto di severo rigore professionale e artistico che ha dato alla narrativa italiana straordinari racconti.

Come “I muli”: è impossibile dimenticare quel mulo piegato dal peso delle traverse di quercia, che innamorato di una cavallina, corre per la salita per raggiungerla e precipita insieme a lei nel baratro, nel cavone come è chiamato il dirupo. Muoiono entrambi. Qui c’è il ricalco della guerra, dato da quel colpo di grazia al mulo azzoppato: «Perché gli animali debbono soffrire? Il loro non è forse un dolore innocente?». Tecchi non aveva conosciuto gli alpini, ma aveva sentito raccontare le tante storie dei muli che si inerpicavano sui crinali delle montagne per trasportare materiale bellico e spesso precipitavano con tutto il carico. «In questi giorni che l’inverno declina e su per gli scrimi della mia valle il disgelo comincia a rallentare la fitta rete dei nòccioli di creta raggrumati dal ghiaccio, sí che, passando, li senti scricchiolare sotto i piedi, sono andato a vedere lo “smacchio” di un bosco. Il bosco è nel fondo della valle e le sue pendici più basse toccano il punto dove quest’anno un’alluvione rabbiosa ha sradicato querce e cerri, abbattuto pioppi e albanelle, lasciando i cespugli inzaccherati di creta, curvi e stravolti, come se guardassero ancora con spavento verso la parte dove il turbine è passato». Un tagliatore racconta la storia del suo mulo che, innamoratosi pazzamente di una cavallina rossiccia e sbilenca, bisognava tenere a bada perché voleva sempre starle vicino. Dice il tagliatore: «Bisognava tenerlo ad ogni costo lontano da quella, specie durante il salire dei trasporti o il ridiscendere delle bestie libere, giù per le crete. Infastidito e incredulo, domandai piuttosto come le povere bestie facessero a trasportare le dure lunghe “pesanti” traverse per le salite disperate dei “cavoni”, rasente i precipizi».

         Ancora una volta, come in sogno, appare il paesaggio della valle di Civita, dove, al duro lavoro degli uomini, siano boscaioli, tagliatori, potatori di ulivi, contadini e pastori si aggiunge quello ugualmente ingrato degli animali. E anche qui figure indimenticabili di animali, a cominciare dal cane, come Ariolante o Bianconera. E le giuste considerazioni morali dello scrittore: «I contadini di solito non perdono molto tempo a far moine alle bestie. Vogliono bene a modo loro, senza smancerie; e fanno bene. Poiché è cosa nota che quasi sempre, nel bene dei contadini alle cose e agli animali, entra un che di utilitario. “Capitale” chiamano infatti, almeno dalle nostre parti, l’insieme del bestiame: quello che sulle fiere, a moneta contante, si vende. Ma l’attaccamento agli animali domestici, a quelli che per solito non si vendono?» E Bonaventura Tecchi parla di bontà degli animali domestici più che di utilità, quasi in polemica con l’insensibilità degli umani verso i propri simili e le bestie.

La conferma della straordinaria capacità di entrare nell’essenza delle cose reali, trasferendole nel racconto fantastico e trasmutandole molto spesso in poesia, si ha con Storie di alberi e di fiori. Si veda “L’alloro e il pero”, per fare un esempio. «L’alloro sorgeva in un orto, fra monache e frati: dico in un orto assai antico, poco coltivato, che sta tra un convento di frati da una parte e uno di monache dall’altra, illustri un tempo, adesso deserti l’uno all’altro. Ma proprio perché quest’orto era antico e quasi abbandonato, pieno di cianfrusaglie e di vitalbe e di cespugli in libertà, però fra due conventi che un tempo erano stati pozzi di scienza e squilli di fede (quello dei francescani, a sinistra, aveva avuto un filosofo santo e famoso; quello delle clarisse, a destra, una badessa non meno celebre), l’alloro aveva messo su superbia».

Ma anche l’ulivo riempie intere pagine della prosa tecchiana. Un esempio impareggiabile è dato da questa pagina che ha un afflato quasi leopardiano, dal Canto notturno al dolente Il tramonto della luna. «La campagna notturna, sulle prime tutta buia agli occhi di chi veniva dalla luce, abbagliati dai lumi, si è poi, con grande lentezza, svelata, ché la luna, quasi piena, apparsa in quel momento sopra il bosco nero a destra, incominciava proprio allora, chiusa fra nuvole e nebbia, ad illuminare alberi e campi.

«La campagna si è svelata lentamente: col grigio degli ulivi, dapprima quasi soltanto un biancore indistinto e diffuso, poi via via più argenteo; col verde cupo, quasi nero, dei boschi e dei prati; poi col verde, un poco più distinto, dei vigneti; infine con la visione del tufo e delle crete bianche sulle pendici opposte della vallata.

«Quando la luna ha preso più forza e l suo biancore è diventato biondo, raggiungendo l’intensità e il colore dell’oro, una corrente di luce nitida e liquida ha inondato la campagna: una luce sempre più fulgente e placida, e insieme, si sarebbe detto, canora… Allora ho scoperto che da qualche istante c’era nell’aria un canto d’uccello: e ho capito come in quel fluire della luce notturna, bionda e lunare, il susseguirsi dei gorgheggi dell’usignolo era come un’onda della medesima corrente, quasi un elemento dello stesso metallo.

«Stamani alla luce del sole, vedo il miracolo degli ulivi. E’ proprio come un miracolo: quando tutti li credevano morti, perduti, destinati ad esser tagliati per legna almeno fino all’impalcatura dei rami … i più invece, adesso, almeno fra gli olivi di questa valle, tornano a vivere.

«E’ un avvenimento meraviglioso e importante di cui avevo sentito parlare: ma soltanto stamane alla luce del sole lo vedo con i miei occhi. E il miracolo avviene proprio fra gli olivi vecchi, centenari e forse millenari, che sono qui sotto la mia finestra, ai piedi della casa di campagna in cui ho dormito». Come non pensare a Lev Tolstoj che in una delle pagine più memorabili di Vojna i Mir (Guerra e Pace), parla della vecchia quercia che il principe Andrej crede morta e che alcune settimane dopo, tornando nel bosco, vede rinverdita miracolosamente e si sente rinascere alla vita, aprendosi all’amore per Nataša Rostova. “«Да, это тот самый дуб», подумал князь Андрей, и на него вдруг нашло беспричинное, весеннее чувство радости и обновленья” («Sì, questa è quella stessa quercia», pensò il principe Andrej, e accanto a lei, senza un motivo, sentì un primaverile senso di gioia e di rinnovamento).

Anche se il sentimento della prosa di Bonaventura Tecchi è diverso, come non vedere nella conclusione del racconto “Gli olivi” la stessa poesia che si addensa nello scrittore russo: «Un filo era certo rimasto entro il duro del “libro”, qualche filo, qualche vena che misteriosamente si è ricollegata con la vita. E la vita, per entro il fusto antico e duro, è ricominciata ad apparire. Ma prima di tutto sulla cima, sulla fronte, negli occhi dell’olivo: le foglie».

Sono gli uliveti che a Bagnoregio e nei dintorni si stendevano lungo i fianchi delle colline e sui pianori e che sopravvivono ancora oggi in alcune zone, mentre nella parte valliva sono pressoché scomparsi. La magia del risveglio vegetativo si ripete ogni anno, ma quando una pianta viene data per morta a causa del gelo, delle parassitosi, del fuoco o per la vecchiaia e poi la si ritrova a “ricacciare”, come dicono i contadini, si grida al miracolo della natura e l’animo dell’uomo si rasserena e nello stesso tempo inorgoglisce per l’esito del proprio lavoro. «Gli occhi dell’olivo: le foglie»: sono parole degne di Omero.

Fermiamoci qui. Appare evidente che il territorio è l’humus della narrativa di Bonaventura Tecchi e che segnatamente Bagnoregio e i suoi dintorni sono il punto di rifermento costante anche dell’accendersi di un sogno, di una qualsivoglia visione, dovunque egli si trovi o ambienti le proprie storie. A questo punto, vorrei fare riferimento a quanti territori hanno trovato una precisa dimensione nella poetica di un autore, e quindi nella narrativa di ogni tempo. Mi vengono in mente le città considerate morte, non tanto quelle archeologicamente definite, ma quelle sospese sull’acqua tra passato e futuro. Come Ravenna, spersa nelle paludi adriatiche, cantata da Dante con quella splendida terzina dell’Inferno: «Siede la terra dove nata fui / sulla marina dove il Po discende / per aver pace coi seguaci sui.» E poi esaltata da George Byron nei languori delle passeggiate con l’amata Teresa Guiccioli o nell’esaltazione di Oscar Wilde nel 1877: «Non più ora sulla tua onda rigonfia / a mo’ di pineta, galleggiano le tue mille galere! / Poiché là dove solevano galleggiare le navi dalla prua di ottone, / lo stanco pastore suona la sua nota dolente; / e le bianche pecore sono libere di andare e venire / dove le acque vermiglie di Adria scorrevano un tempo. / O bella! O triste! O Regina sconsolata! / in devastata leggiadria tu giaci morta, / sola di tutte le tue sorelle…»

E che dire di Gabriele D’Annunzio nell’Ode del 1903: «Ravenna, glauca notte rutilante d’oro / sepolcro di violenti custodito da terribili sguardi / cupa carena grave d’un incarco / imperiale, ferrea, costrutta di quel ferro / onde il fato è invincibile, / spinta dal naufragio / ai confini del mondo, / sopra la riva estrema! / Ti loderò pel funebre tesoro / ove ogni orgoglio lascia un diadema».

Ravenna è stata redenta e riscattata dalla bonifica idraulica della seconda metà dell’Ottocento, lavoro delle cooperative degli scariolanti che ha dato pagine memorabili all’epopea del movimento operaio e contadino in Romagna e che ha consentito la bonifica di Ostia e Maccarese ad opera dei badilanti giunti in massa nell’Agro romano.

L’altro esempio è Bruges, nelle Fiandre. Bruges la morte del romanzo di Georges Rodenbach, uscito nel 1892 e divenuto esempio di narrativa decadentista e simbolista, da cui è stata tratta l’opera lirica Die tote Stadt di Erich Wolfgang Korngold e a cui si è ispirato Alfred Hitchcock per il film Vertigo, noto in Italia con il titolo “La donna che visse due volte”. La città di Jan van Eyck e di Piet Brughel der Alte, del Palazzo del governatore e del Groeningen Museen, è rinata grazie alle dighe e alle canalizzazioni, facendone un centro fondamentale del Belgio e dell’Europa del Nord. Un’altra città d’acqua salvata dalla laboriosità umana.

Ma ci sono nel mondo città nell’aria, quasi sospese nel vuoto per la fragilità del suolo su cui poggiano. Non un aeroporto da dove si levano gli aerei che avvolgono il mondo in una fitta ragnatela di voli e di scali,. E nemmeno le città sulle vette andine, come Machu Picchu, solide sulla pietra. Civita di Bagnoregio che s’erge nel vento con la sua gloriosa storia e la modestia del suo invocare futuro destino, è un esempio dei borghi nell’aria: la «Citta che muore», è comunemente chiamata. Un borgo che consegna all’umanità, dalla vetta di queste crete così mirabilmente raccontate da Bonaventura Tecchi nel loro essere protagoniste di storie vive, di carne e di sangue, è un esempio di paesaggio irripetibile, parte di quella grande bellezza della nazione-paese Italia. E senza mai nominarlo, accrescendone così il fascino attraverso il mistero, lo scrittore lo aveva inconsapevolmenete compreso.

Cosa manca a Civita di Bagnoregio per essere dichiarata patrimonio dell’umanità? Nulla. Può stare degnamente alla pari con tanti altri siti nel Lazio, in Italia e in altre località del mondo. Qui sono stati etruschi, romani, longobardi, feudatari autoctoni, spagnoli, francesi e i tanti vescovi che hanno dato stabilità di fede. Qui è nato Bonaventura di Giovanni Fidanza e qui Bonaventura Tecchi ha intrecciato i suoi racconti tra realtà e sogno. E qui il cinema ha portato la visione onirica al massimo livello con Federico Fellini e altri maestri sono scesi dalle loro seggiole per scegliere la giusta inquadratura come sfondo di storie diverse e veritiere.

A Civita e a Bagnoregio vivono o lavorano molte personalità del mondo della cultura e dell’arte, italiani e stranieri. Il pittore austriaco Werner Stadler ne è una perfetta testimonianza. La città è stata sempre un esempio di accoglienza e di ospitalità proverbiali. Chiediamo anche a loro l’impegno per dare a questo memorabile, irripetibile «borgo nell’aria che non muore» il giusto riconoscimento Unesco, quando sarà il momento.

 

Roma, 27 ottobre 2016

ADDIO A IOSIF ZALMANOVICH

10 октября Иосифа Залмановича не стало.

Каждый из Вас знал Иосифа Залмановича либо как коллегу, как учителя, или как друга. Мы будем признательны, если вы проведёте в молчании минуту, думая о той роли, которую он сыграл в вашей жизни.
Дорогие друзья, прощание с Иосифом Залмановичем пройдет в субботу, 15 октября, с 12:45 до 13:30 в ритуальном зале морга при институте им. Склифосовского.
Затем церемония прощания продолжится в Хорошевском крематории на Хованском кладбище до 15:00.

Сообщите по возможности эту информацию всем неравнодушным.

Будем благодарны!

с УВАЖЕНИЕМ, мАРИНА гУСЕВА, вЫПУСКНИЦА мгпу Ф-Т изо

Inno Centro estivo 2016

VIVA IL CENTRO ESTIVO

SVEGLIA LA SCUOLA È TERMINATA E LE PREOCCUPAZION PIÙ NON CI SON

QUINDI È ARRIVATO IL MOMENTO DI ANDARCI A DIVERTIR

MA DOVE NON LO SO….

ECCO CHE ARRIVA, ECCO CHE ARRIVA EO EO

IL CENTRO ESTIVO, IL CENTRO ESTIVO EO EO

RIT. VIVA IL CENTRO ESTIV

NOI IMPARIAM GIOCANDO, NOI IMPARIAM GIOCANDO

PERCHÉ NO, PERCHÉ NO, PERCHÉ NOOOOO, SEMPRE E SOLO AL MAKARENKO

GRAZIE AL PULMANINO GIALLO IN PISCIN ARRIVIAM

E TUTTI INSIEME STIAM

TUTTI I NOSTRI ANIMATORI CI FANNO DIVERTIR E ANCHE NUOTAR

ECCO CHE ARRIVA, ECCO CHE ARRIVA EO EO

IL CENTRO ESTIVO, IL CENTRO ESTIVO EO EO

RIT. VIVA IL CENTRO ESTIV

NOI IMPARIAM GIOCANDO, NOI IMPARIAM GIOCANDO

PERCHÉ NO, PERCHÉ NO, PERCHÉ NO SEMPRE E SOLO AL MAKARENKO

Presentazione Logo

Buonasera e benvenuti a tutti,

colgo l’occasione questa sera per presentarvi una novità della nostra Associazione.

2016-07-11In una società dove i colori stanno diventando sempre più strumento di distinzione e discriminazione e viene a mancare sempre più la prospettiva del bello e della condivisione , ci è sembrato d’obbligo nel nostro piccolo dare un segnale diverso e correttivo di questo agire anche nella nostra associazione. Prima innovazione di quest’anno è stata dunque il nostro logo. Realizzato a mano con acquerelli e pastelli da Alessia Di Palma, una giovane e brillante studentessa del Liceo Scientifico di Genzano di Lucania, con spiccate doti artistiche, che avrebbe ben volentieri presentato e spiegato le emozioni e le sensazioni che l’hanno ispirata nel disegnare il nuovo logo e che stasera non è potuta essere qui con noi, questo risulta essere un’esplosione di colori caldi e freddi, accostati tra loro in modo semplice, che diventano espressione di sentimenti, di pensieri e di sensazioni semplici e dirette, proprie del bambino.

Da non tralasciare inoltre il collegamento che i colori creano con Artek, colonia per eccellenza dove, seguendo i principi makarenkiani, si riuniscono infanti di ogni etnia e religione creando un clima e un presupposto per un mondo di pace.

Ovviamente il soggetto principale del nostro logo risulta essere il bambino nell’atto di giocare.

Il gioco diventa elemento fondamentale nella vita dei piccoli, guida incondizionata indiscutibile nel loro percorso di crescita, moderatore supremo negli atteggiamenti.

Un logo dunque fatto di pochi elementi che trasmettono tuttavia in modo chiaro e imprescindibile una regola importante e semplice nell’educazione dei bambini: GIOCANDO SI IMPARA, sempre e comunque.

Concludo aggiungendo ulteriori e sentiti ringraziamenti.

Ringraziamo a nome dell’Associazione Giocando Si Impara Makarenko, il Sindaco e l’amministrazione comunale di Oppido Lucano, per aver sostenuto il nostro progetto, mettendo a disposizione il bus navetta,

Angelo De Rosa, per aver messo a disposizione la sua bella struttura per il terzo anno consecutivo, la prof.ssa Tina Giardinelli per aver creato, con il progetto alternanza- scuola lavoro, una partnership tra la nostra Associazione e il Liceo Scientifico e delle Scienze Umane “E. Maiorana”, di Genzano di Lucania, e i ragazzi che hanno aderito al progetto sopra menzionato: Donato, Debora, Alexandra, Maria Pia, Roberta e Maria, i volontari: Mariella, Carmela e Donata.

In ultimo, ma non per ultimo, ringraziamo di cuore Rosaria Scarimola che si è occupata dell’editing di questa presentazione e dei fantastici giochi d’aqua, e Gabriele Tamburrino per aver curato la comunicazione e la parte grafica delle locandine fatta sui social, e per aver preso parte delle attività con Antonio Tamburrino.

Intervento Francesco integrato con saluti dell’università La Sapienza di Roma

Buonasera e benvenuti a tutti.

FOTO_BAGNATOUn benvenuto particolare va ai nostri piccoli e alle loro famiglie: l’anima della nostra Associazione, la forza di noi educatori e animatori, la metafora realista della vita gioiosa.

A chiusura di un percorso estivo questa vuole essere una serata di ringraziamento per ognuno dei bambini che è diventato parte attiva di questa esperienza.

Attraverso la vostra allegria, la vostra ingenuità, i vostri capricci, i vostri sorrisi, avete colorato questo terzo Centro Estivo di mille sfumature, rendendolo un viaggio unico e meraviglioso.

BAGNATOUn percorso durato quattro settimane, e che tuttavia ci sembra di aver intrapreso solo ieri… Le giornate si sono susseguite imperterrite tra momenti di condivisione, percorsi di acquaticità in piscina, giochi di squadra, laboratori creativi, di cui tra l’altro potrete ammirare alcuni dei capolavori che ne sono venuti fuori. Apparentemente ogni giornata uguale all’altra, eppure ognuna diversa dall’altra… Ognuna con una novità, con un suo perché, con un suo insegnamento, con un sorriso in più sul viso dei bambini e sul nostro.

Giocando Si impara è il nome della nostra Associazione, Giocando si impara è stata la regola che ha delineato il Centro Estivo, giocando si impara è il nostro motto che diventa augurio per una prospettiva futura.

Eh già, proprio così, perché l’obiettivo dell’Associazione “Giocando si impara- Makarenko, Per una Nuova Società” non è solamente quello di offrire un’alternativa a una giornata estiva che può diventare monotona, né tanto meno quello di fungere da baby sitter per i genitori… Andiamo ben oltre la routine, insegnando un metodo educativo prettamente pedagogico che trae le sue basi essenziali dal grande pedagogista Makarenko, di cui l’associazione stessa porta il nome.

IMG-20160719-WA0002Educare dunque alla serenità, alla tolleranza e al buon senso attraverso la pazienza, l’autorevolezza e soprattutto il gioco, ecco i nostri obiettivi.

In questa serata colgo l’occasione per ringraziare ognuno di voi per la fiducia accordataci, ognuno degli educatori e degli animatori che hanno dato il contributo alla buona riuscita del centro estivo. Ringrazio in modo particolare Sabina senza la quale probabilmente tutto ciò non sarebbe stato possibile.

Ringrazio infine l’Università “La Sapienza” di Roma e in particolare le figure dei due docenti Maria Serena Veggetti e Nicola Siciliani de Cumis, dall’inizio nostri sostenitori e promotori, nonché tra i soci fondatori dell’Associazione. Chiudo questo intervento proprio con una lettera inviatami ieri dal professor Siciliani De Cumis e indirizzata a tutti noi:

La_Sapienza

La seguente presentazione è stata scritta e “curata” da Rosaria Scarimola, Vice presidente Associazione Giocando Si Impara Makarenko per Una Nuova Società, Assessore al Turismo e Associazionismo Comune di Cancellara (PZ).

LA REPUBBLICA NASCE CON LA GIOVINEZZA di Agostino Bagnato

Settant’anni fa l’Italia, sfiancata dalla guerra con le distruzioni  e la fame che si era portata dietro e poi dal sanguinoso conflitto civile al centro-nord, esattamente il 2 giugno 1946 fu chiamata a scegliere l’ordinamento statuale e il sistema costituzionale. Quella data rimane memorabile nella storia del Paese perché con il referendum istituzionale, gli Italiani dovevano scegliere tra monarchia e repubblica e con il voto per l’Assemblea costituente davano mandato per scrivere la Costituzione che avrebbe dovuto sostituire lo Statuto albertino del 1848, indipendentemente dalla scelta referendaria.

Come è stata vissuta dalla popolazione è storia nota e documentata. La stampa dell’epoca e numerosi cinegiornali fanno rivivere il clima di tensione e di scontro ideale tra le forze politiche e sociali. L’esito è stato netto, nonostante qualche incertezza iniziale: vittoria della Repubblica ed elezione dell’Assemblea costituente che avrebbe dato entro l’anno successivo la nuova Costituzione, «la più bella del mondo» come è stata definita recentemente.
Le donne esercitarono per la prima volta nella storia il diritto di voto e l’emozione fu enorme in ogni angolo d’Italia per quel fondamentale diritto civile conquistato. Anche in quella occasione emersero figure formidabili di dirigenti politici, a cominciare da Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Alcide De Gasperi, Umberto Tupini, Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Luigi Einaudi, Cesare Merzagora, Nilde Iotti, Tina Anselmi, Lidia Ravera, Lina Merlin, Rita Montagnana cui si affiancarono uomini di cultura e giuristi di grande livello come Benedetto Croce, Giuseppe De Nicola, Piero Calamandrei.

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Conferenza internazionale a Poltava (Ucraina) su Anton Makarenko

MAKARENKO, IL LAVORO E IL DIRITTO ALLO STUDIO

NELLE CARCERI ITALIANE

Il lavoro è dignità, come il diritto allo studio. Nelle carceri italiane il lavoro e il diritto allo studio sono strumenti di recupero sociale e civile del detenuto. Non basta il comportamento corretto, quella che si chiama «buona condotta», nel corso della detenzione per sfuggire ai pericoli di incrudimento del carattere individuale rappresentati dalla detenzione. Lavorare e studiare secondo progetti condivisi di formazione professionale, di riqualificazione e di riconversione del proprio essere produttivo, homo faber ac oeconomicus in continua evoluzione, superando la concezione legata all’impiego del tempo carcerario: questa è la base naturale di partenza, questo è lo scenario identificativo.

Per compiere un percorso simile è necessario un progetto che assuma l’organizzazione e il modo di lavorare e di studiare come base pedagogica e non soltanto come occasione per produrre ricchezza e sapere. Il lavoro individuale, solitario, esclusivo non aiuta a superare le ragioni che hanno provocato l’infrazione della legge e il delitto da cui discende la pena. La strada è il lavoro associato, di tipo cooperativistico, condotto con i propri simili, secondo regole di responsabilità collettiva e di autogratificazione.

L’insegnamento di Makarenko è uno di questo strumenti. Il collettivo pedagogico non può essere visto come risultato di un sostrato ideologico, ma come conquista di una scelta libera e volontaria dei detenuti studenti e lavoratori, una volta che ne hanno compreso i vantaggi. Non basta la libera determinazione dei detenuti in carceri affollatissime che ospitano oltre il 40% di stranieri, in maggior parte clandestini extracomunitari provenienti dal mondo arabo, dall’Africa e dall’America Latina. Religioni diverse, sistemi alimentari differenti, costumi e abitudini contrastanti, esigenze sessuali: governare questo complicatissimo mondo è difficilissimo. Pertanto, l’impegno dell’amministrazione penitenziaria e del Ministero di Giustizia è fondamentale, sia per informare e sensibilizzare i detenuti, sia per fornire i supporti necessari per il successo del lavoro associato.

Il ruolo dell’Associazione Italiana Makarenko, tra le sue principali attività, ha proprio quello di stimolare l’impegno delle istituzioni centrali e locali per fare in modo che il diritto al lavoro e allo studio dentro il carcere, nelle sue forme più varie, sia sempre più adottato come strumento pedagogico e riformatore e non soltanto come occasione di impegno del tempo carcerario e dell’opportuno salario. In questo scenario rientra la formazione degli istruttori penitenziari e del personale del volontariato sociale autorizzato a entrare nelle carceri. Le esperienze condotte in Italia sono ancora limitate, ma i risultati sono positivi e confortano l’impegno a procedere su questa strada.

Non si tratta di una missione semplice, perché su Makarenko continuano a esistere pregiudizi e disinformazione; gli uni e l’altra debbono essere combattuti con intelligenza e costanza, in quanto il relativismo pedagogico nelle carceri come nella società rischia di vanificare esperienze e presupposti di grande importanza culturale e scientifica.

Il confronto, gli approfondimenti e le verifiche sugli studi makarenkiani, provenienti da appuntamenti internazionali come quello di Poltava, sono uno stimolo e un sostegno preziosi per proseguire su questa strada, senza perdere di vista i compiti più generali di studio e di ricerca su Anton Makarenko e la sua eredità.

Auguro pieno successo all’incontro di Poltava, con l’augurio che possa dare anche un prezioso contributo per la comprensione e il rafforzamento della fratellanza tra Russia e Ucraina.

Agostino Bagnato

Presidente Associazione Italiana Makarenko

Roma, 23 febbraio 2014