SCAMPOLI ROSSI PER TIMOTEO

Dino Bernardini è scomparso a Roma il 28 ottobre 2017. Lascia un vuoto profondo tra gli studiosi di storia e cultura della Russia e tra i dirigenti comunisti che si sono impegnati per far conoscere agli Italiani  la società sovietica e quella degli altri Paesi indirizzati sulla strada del socialismo. Lo ha fatto come fondatore e direttore di Rassegna sovietica prima e di Slavia poi, riviste che costituiscono un corpo culturale imprescindibile per chi voglia conoscere la storia del Novecento.

L’ultima fatica di Dino Bernardini è stata la stesura di Scampoli rossi, testimonianza della sua formazione politica e professionale, cui l’albatros ha recentemente dedicato una recensione. In occasione della sua scomparsa, riteniamo di rendere omaggio alla sua memoria pubblicando questo ricordo di Nicola Siciliani de Cumis, amico e collaboratore da sempre di Dino Bernardini.

Agostino Bagnato

SCAMPOLI ROSSI PER TIMOTEO

di Nicola Siciliani de Cumis

Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età,

perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini,

quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo

in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano

e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa.

Ma è così?

Antonio Gramsci al figlio Delio

 

Ho riletto con vera partecipazione e sincero coinvolgimento, una volta di più, nella bella veste del settimo Quaderno del trimestrale “Slavia” (Roma, 2017), gli Scampoli rossi di Dino Bernardini, già apparsi a puntate nel corso degli ultimi anni sulla rivista da lui fondata e diretta, per l’appunto “Slavia”. Molte delle pagine di quegli “scampoli” mi sono divenute addirittura familiari, giacché ho avuto modo di rileggerle, tradurle e compararle nei miei ambiti di esperienza e competenza, e per così dire di ripensarle in proprio, talora parlandone con l’autore, talora anche con Flora, la moglie di Dino, altre volte conversando o anche soltanto rivolgendo un pensiero ai miei virtuali altri possibili interlocutori (maestri, colleghi, studenti, laureati, amici).

Quadri intellettuali anch’essi, direttamente o indirettamente collaboratori di “Slavia” e idealmente riconducibili alla materia interculturale italo-slava, individuale e collettiva, che anima il libro di Dino Bernardini: voglio dire, a vario titolo, del vero e proprio “collettivo di pensiero” (un “collettivo misto”, direbbe Makarenko), espresso variamente, nel corso degli anni, dai contributi alla rivista da Giovanni Mastroianni, Antonio Santoni Rugiu, Mario Alighiero Manacorda, Guido Aristarco, Franco Ferrarotti, Bruno Bellerate, Maria Serena Veggetti, Agostino Bagnato, Giuseppe Boncori, Renzo Remotti, Tania Tomassetti, Vincenzo Orsomarso, Emiliano Mettini, Renzo Remotti, Pier Paolo Farné, Elisa Medolla, Roberto Sandrucci, Domenico Scalzo, Roberto Toro, Serena Pellegrini, Sergio Cicatelli, Roberta Ruggiero, Barbara Purpi, Valentina Carissimi, Alessia Cittarelli, Ilenia Ramadori, Salvatore Spataro, Samantha Messineo, Gianluca Consoli, Valeria Cannas, Claudia Gioia, Francesca Romana Nocchi, Claudia Pinci, Elisa Condò, Eleonora Pezzola, Chiara Coppeto, Francesca Craba, Alina Hupalo, Elena Konovalenko, Olga Leskova, Emanuela Mattia, Beatrice Paternò, Anna Rybčenko, Maša Ugarova, Michela Chiara Borghese, Federico Ruggiero, Gianna Demidova, Enzo e Lucia Ciampi, Federica Saraceni e i tanti altri sodali, italiani e russi, di cui rimane traccia negli indici della rivista, nel sito web di “Slavia” sapientemente curato da Piero Nussio e nel numero rilevantissimo di testi per la stampa, fioriti parallelamente agli elaborati scritti d’esame, alle di tesi di laurea e di dottorato di ricerca in Pedagogia e scienze dell’educazione, relativi al mio lavoro di insegnante e di studioso di specifici aspetti della cultura slava. E ciò, a maggior ragione per il fatto che, per iniziativa e le cure di Maria Serena Veggetti, s’è istituita in co-tutela nella Sapienza di Roma e nell’Università della Città di Mosca la laurea “a doppio titolo”, per studenti italiani e russi, valida sia in Russia sia in Italia.

Ecco perché gli scampoli di memoria di Dino Bernardini, da un certo momento in poi (cioè dai primissimi anni Ottanta) si accavallano volentieri, soggettivamente e oggettivamente, ai miei stessi scampoli di memoria, anch’essi senza meno scampoli rossi e, da allora in avanti, senza soluzione di continuità. Ragion per cui mi pare di avere anch’io una qualche voce in capitolo, e non da mosca cocchiera, tra gli scampoli rossi di una sorta di memoria comune. E di essere quindi proprio io, in qualche modo parte attiva di alcuni ambiti culturali del volume (di quelli in specie concernenti la scuola, l’università, la didattica e la ricerca); e di intravedermi tra le righe dell’avviso della quarta di copertina, sintesi telegrafica e pregnante, che meglio non potrebbe rendere la “filosofia” del libro e della collana in cui l’opera è comparsa, a mo’ di condivisione di tutt’intera l’attività politico-culturale del Direttore Bernardini, del fine traduttore e interprete dal Russo, nonché del letterato, dell’opinionista in proprio, fin dai tempi di “Rassegna sovietica”: basta a tale proposito consultare, per i settori di competenza di Bernardini, l’importante contributo di Tania Tomassetti, Indici di “Rassegna della Stampa sovietica” 1946-1949. Indici di “Rassegna Sovietica” 1950-1991. Prefazione di Giuseppina Monaco. Postfazione di Nicola Siciliani de Cumis, Quaderni di Slavia / 3, Roma, 2003. Come potrei dimenticare del resto, in un siffatto ordine di idee, quelle volte che Dino Bernardini si è fatto diligente e autorevole correlatore di un certo numero di correlazioni di tesi di laurea, me relatore, in tema di traduzione con specifico riferimento al russo, all’etica del traduttore, alle dimensioni interculturali, metodologiche, culturologiche del complesso problema?

     Scampoli rossi risulta pertanto essere senz’altro in primo luogo quel che la quarta di copertina promette : “Una testimonianza diretta e protratta nel tempo, partecipe e disincantata, ‘da dentro’, dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista Italiano, del Cremlino e delle Botteghe Oscure, di due mondi vicini e poi lontani”; ma il libro è anche più di questo: un capitolo assai significativo, e assai suggestivo, di storia della cultura e dei modi di essere dell’epoca a cavallo tra la seconda metà del Novecento e quasi tutto il primo ventennio degli anni Duemila. Il modo più diretto e partecipe che si potesse immaginare, in medias res, di configurare monograficamente, una testimonianza oculare e corale a tutto tondo, che mi permetterei di caratterizzare sul modello senofonteo, che offra al tempo stesso una visione personalizzata e e una documentazione oggettiva dell’epoca pos-staliniana, nel cuore degli anni Cinquanta. Una sorta di originale resa dei conti, coinvolta e nondimeno distaccata, di situazioni esistenziali e politico-culturali osservate con occhi critici e autocritici, tastate con mano, vissute e rivissute in carne e ossa sulla propria pelle, presenti come una speciale adrenalina e finalmente restituite nella forma di un’autobiografia individuale e collettiva per temi e problemi. Un consuntivo unico e irripetibile come la vita di ciascuno, ma perfettamente rientrante nei canoni di una vicenda individuale collettivamente condivisa, che si potenzia in se stessa e potenzia a sua volta l’assunto di una straordinaria congiuntura storica e politica.

Ecco perché –   tanto per fare un solo esempio, forse il più importante che potrei addurre – , se il Dino figlio racconta di Timoteo (Angelino) Bernardini suo padre e di sua madre Nazzarena, la storia di vita personale e interpersonale di familiari, compagni di partito, amici, conoscenti dell’epoca, il Bernardini scrittore viene via via facendo anche un’altra cosa: e cioè la rappresentazione in differita di un’operazione narrativa esclusiva ed escludente, che prende la forma di un resoconto cronachistico a più voci, di un affresco a forti tinte autobiografico-educative e storiografico-conoscitive, con in serbo la virtualità di un formidabile indotto di natura etico-politica, apertamente formativa e discretamente espansiva in senso democratico e socialista.

Vorrei in altri termini dire che, ben al di là delle intenzioni dell’autore a tenersi fuori dagli impicci di una qualsiasi improbabile pedagogia magistra vitae, il testo tende in una certa misura a sfuggire di mano e a diventare malgré lui un esempio quella “filologia vivente” che rende un concreto esempio di ciò che abbiamo imparato dal Gramsci delle Lettere dal carcere e dei Quaderni del carcere, quando fa valere il criterio che una delle ragioni dello scrivere di sé è quella di aiutare sé stessi a familiarizzare con la propria condizione umana e, al tempo stesso, di aiutare gli altri a svilupparsi in un certo modo e verso determinate soluzioni umanizzanti. Un’espressione storica espressamente autobiografica che certamente presume e giustamente riassume, il senso di quella irripetibilità e originalità che le è connaturata. Anche se rimane vero che l’autobiografia ha sempre, in qualche modo, un che di “politico”. E proprio nella misura in cui – come scrive Gramsci nei Quaderni del carcere – “L’autobiografia può essere concepita ‘politicamente’”. E spiega: “Si sa che la propria vita è simile a quella di mille altre vite, ma che per un ‘caso’ essa ha avuto uno sbocco che le altre mille non potevano avere e non ebbero di fatto. Raccontando si crea questa possibilità, si suggerisce il processo, si indica lo sbocco. L’autobiografia sostituisce quindi il ‘saggio politico” o “filosofico”: si descrive in atto ciò che altrimenti si deduce logicamente. È certo che l’autobiografia ha un grande valore storico, in quanto mostra la vita in atto e non solo come dovrebbe essere secondo le leggi scritte o i principî morali dominanti” (cfr., di Gramsci, i Quaderni del carcere, la voce Autobiografia nell’indice tematico a cura di Valentino Gerratana; e quell’esemplare laboratorio dell’autobiografia, come genere letterario e storiografico, che soni le Lettere del carcere).

Di qui la persuasione che Scampoli rossi rientri per l’appunto nel novero di questo specifico tipo di “scrittura del sé” e che la serie dei suoi sessantanove capitoli, la brillante introduzione di Franco Mimmi e perfino i sentiti ringraziamenti ad alcune persone care quanto indispensabili, nonché l’affettuosa dedica a me della copia del libro affidatomi in lettura, intanto svolgano la funzione di una relazione dialogica elementare connaturata al dono e il ruolo di un’espressione di stima, gratitudine, affetto che non si sia assunta il compito dell’indottrinare: e quindi tutt’altro che lo scopo dell’intrattenere conformisticamente il destinatario, facendosi se mai carico di esercitare un’attività di collaborazione ad entrare criticamente in situazione e a comprendere da sé che la congerie dei fatti narrati e di cui ci si appresta a conoscere i termini corrisponde piuttosto (indubbiamente), tra incanto e disincanto, alle luci e alle ombre (e al bene e al male) della vita. Di modo che, sia nell’incipit il riferimento alle celebri quanto tremende sequenze sui tedeschi persecutori, sia la tortura inflitta al padre di Dino, Timoteo Bernardini, valgono più di mille intenzionali ammaestramenti contro la violenza e per la pace: un tema che non a caso viene autobiograficamente circoscritto e definito criticamente e autocriticamente proprio nei capitoli centrali di Scampoli rossi discorrendo dell’esperienza di Dino Bernardini a Praga;  ma che si ritrova in primo piano in numerosi frangenti e in modi diversi lungo l’arco di tutto il libro.

Lo stesso cinema di Rossellini, quel film che “apre” la narrazione di Dino, Roma città aperta, è esso stesso una sorta di scarica elettrica di torpedine di socratica memoria, l’abbrivio di una scepsi e il prendere quota dell’attività di una maieutica. E ciò che può dirsi del paradossale, magicamente provvidenziale tentativo di suicidio di Timoteo, tragicamente messo in oggettiva relazione con l’attentato di via Rasella e con l’atroce rappresaglia dei 330 italiani massacrati, dieci per ogni tedesco ucciso. Un terribile fatto di cronaca di una tragica guerra, che distrasse l’attenzione degli oppressori verso papà Bernardini e consentì al figlio Dino di avercelo ancora come padre. Un bel capitolo di educazione familiare, fortunosa e insieme fortunata.

Roma libera dai tedeschi e le sue conseguenti, euforiche effervescenze rientrano pertanto nel novero di quella che io sarei portato ad intendere come un’educazione del/al nuovo contesto storico-culturale e politico-etico. La vita di casa e la temperie cittadina si animano, si trasformano. Via Corfinio e tutte le strade della zona di San Giovanni riacquistano lentamente la propria fisionomia. Con l’andata via dei tedeschi e la metamorfosi del volto della guerra da tedesco in americano (e con la benedizione delle “guardie del Papa”), la storia ha una svolta. I giorni che seguono hanno l’odore, il tatto, il sapore, lo sguardo, il rumore della libertà. La condizione delle condizione, dunque, perché un nuovo processo storico e politico, originalmente formativo, possa prendere le mosse. Perché un qualsivoglia aspirante emulo di Socrate possa recarsi dall’agorà al porto del Pireo a cercare tra le macerie della guerra i propri interlocutori.

Ma la guerra ha le sue conseguenze, strutturali e sovrastrutturali… In quel di Genzano alla barbarie tedesca di Roma città aperta si sostituisce la crudeltà marocchina, celebre materia poetica di La ciociara di Vittorio De Sica. Non c’è educazione alla pace che tenga, non c’è pedagogia “positiva” che possa fare il suo corso. All’Archivio Centrale dello Stato romano – Casellario politico – Sezione comunisti, la Storia con la “S” maiuscola racconta le sue storie con la “s” minuscola. Altre vicende umane, altri film, altre lingue. Comincia a funzionare “la scuola del confino”. La lettura, soprattutto quella dei romanzi (Moravia, Pratolini, Calvino ecc. e i grandi russi, da Guerra e pace in giù) predispone tanti, ma soprattutto gli adulti e i ragazzi, a nuove opportunità di relazioni umane col mondo circostante. Nazzarena, la madre, in un certo modo, fornisce a Dino l’esempio, gl’indica la direzione da seguire; gli propone la prima “scuola dell’obbligo”. Gli chiede addirittura di registrare, come in una ricerca sociologica sul campo, la sua “storia di vita”. E gli racconta la “sua” favola di Ustica… La favola di quel confino (che era stato anche di Gramsci): e che mi fa ripensare ai 44 giorni di Gramsci e di Bordiga alla fine del 1926 nell’isoletta di fronte a Palermo, alla loro rivoluzionaria scuola integrata per detenuti politici, per detenuti comuni e per abitanti dell’isola. Altro che Socrate! Makarenko, piuttosto… Una sperimentazione formativa, individuale, interindividuale, collettiva e autoeducativa in piena regola, quasi all’origine della riforma penitenziaria, educativa, del 1976, che ancora oggi, alla fine del luglio 2017, è ben lontana dall’essere realizzata.

Ma chi era Timoteo Bernardini, com’era, che ci faceva culturalmente e politicamente parlando, la sua “Osteria del Comunista” a San Giovanni? I due capitoli e le altre pagine del libro che il figlio Dino gli dedica sono di una straordinaria potenza evocativa, narrativa ed educativa: nel senso che il “comunismo” di Timoteo viene a saldarsi sempre più saldamente alla formazione del comunismo di Bernardino, di Dino… Un comunismo, ripeto, critico e autocritico. Parole poche, lezioni nessuna, fatti tanti, sull’esempio tutto o quasi tutto di un’“antipedagogia” di impronta makarenkiana. Il contesto dell’“Osteria del Comunista”, per riprendere il titolo di un celebre libro di Maksim Gor’kij,   deve essere stata la sua “prima Università”, la sua prima Facoltà di “scienze umanistiche”, cui poi si aggiunsero le altre proprie e nuove istanze accademiche, interdisciplinari, italiane e russe anzitutto.

Un luogo, “l’Osteria del Comunista” dentro via Corvinio, con le sue aule, i suoi laboratori, le sue biblioteche, i suoi archivi, con i relativi epistolari, a partire dai tre preziosi documenti variamente politici di Osvaldo Sanguigni, Edoardo D’Onofrio e del collettivo dell’Università moscovita: Mario Aglietto, Francesco Barazzutti, Dino Bernardini, Eli e Bruno Bertolaso, Gianluigi Cerasi, Gianni e Franca Cervetti, Gabriella Lai, Norman Mazzato, Salvatore e Maria Rosa Pipitoni, Rossana Platone, Renato Risaliti, Osvaldo Sanguigni… E ti viene subito in mente la metà degli anni Cinquanta, nella quale si colloca l’esperienza evocata e i racconti e le interviste della recente trasmissione televisiva Sono nato comunista, sorellina gemella di Scampoli rossi. Da non perdere… [Questi il link e la password per vedere il documentario, attraversato, tra l’altro, dalle tappe di una suggestiva intervista a Dino Bernardini): https://vimeo.com/220632604       password: odi ]

Di particolare interesse d’altra parte, nella città di Roma, la carriera politica di Angelino (Timoteo) Bernardini, anche noto, oltre che per i suoi indimenticabili eroici trascorsi con i nazisti, come persona onesta, oste provetto, generoso e oculato amministratore, organizzatore culturale, conferenziere, segretario di sezione del PCI (per un quinquennio). Fiorente l’aneddotica sull’“Osteria del Comunista”, una fucina di aneddoti sia sul piano culinario, sia per gli episodi della vita quotidiana, degli abiti morali, della creatività del personaggio. Della fama anche successiva alla sua scomparsa dalla scena del mondo.

Un uomo con il mito dell’URSS, ma capace di vederne i difetti. Uno dei padri storici dei così detti “figli del partito”, nati comunisti e mantenutisi tali anche in forza della propria formazione comunista, alla scuola di uomini come Timoteo, Angelino il comunista. Che nato a Genzano nel 1901, morì a Roma nel 1960, a 59 anni, mentre tu, Dino, era a Mosca, con moglie e figlio. Con la prospettiva di una bella carriera di traduttore, di interprete, di direttore di servizi culturali e di riviste di notorietà internazionale. Un testimone dell’epoca, che ne ha viste tante e tante… Viste e sognate ancora di più, forse, di suo figlio Dino. Che mentre il padre era punto di morte, da Mosca, non è riuscito a stargli accanto e a tenergli stretta la grande mano. E raccontargli il primo, e forse il più significativo, di questi Scampoli rossi, che secondo me narrano di lui una storia non ancora conclusa, perché dura nei ricordi di quel che di lui rimane in suo figlio Dino. Il ricordo della sua ombra vigile. Il suo forte senso di paterna responsabilità familiare e, ancora più forte, di fraterna corresponsabilità partigiana. Uno scampolo rosso di umanissima rara qualità.