STORIA NATURA E ARTE UNISCONO DUE PITTORI NATI LONTANO

image010Le campagne e le colline della Tuscia, i campi le acque e le foreste della Moscovia s’incontrano idealmente e rivivono nei borghi medievali dei Monti Cimini, un tempo abitati da etruschi, romani, goti, longobardi, franchi e normanni fino alle signorie rinascimentali nello Stato pontificio, attraverso due pittori diventati amici.

image011Ercole Ercoli vive e lavora come pittore a Vallerano dov’è nato; Sergey Dronov vive e dipinge a Vignanello, dove si è traferito da Mosca: pochi chilometri di distanza tra uliveti, vigneti, castagneti, noccioleti e alberi di noce che portano nei tronchi i secoli di vita e la ricchezza offerta alle popolazioni locali, separano i rispettivi studi. Si sono incontrati in questo paesaggio miracoloso, non lontano da Roma e vicino Viterbo, paesaggio unico per bellezza, conservazione ambientale, monumenti storici e architettonici, giardini e palazzi patrizi. Entrambi gli artisti amano la natura che li circonda, la campagna ricca di vegetazione, le acque, i laghi e i fiumi di cui è ricco il territorio abitato da una popolazione laboriosa e fiera.

L’Associazione Culturale “l’albatros” li ha fatti incontrare nel lontano 2010 ed ha proposto le loro opere in mostre importanti come quelle su Lev Tolstoy, l’Europa unita, la Grande Guerra; nella illustrazione di libri a partire da Natura e Poesia nella Divina Commedia e Generosità della terra e nelle mostre romane alla Biblioteca Vallicelliana e al Centro Russo di Scienze e Cultura.

image007Entrambi affrontano i temi della rappresentazione della realtà con sentimento e poesia, rispettando il sostrato culturale di ciascuno, evitando contaminazioni superflue. La consapevolezza delle proprie qualità si estrinseca nella valorizzazione del linguaggio pittorico e dei contenuti. Se Ercoli s’immerge nelle forme vegetali, nelle nature morte, nei paesaggi della sua terra trattati con afflato neo impressionista, Dronov recupera il rapporto con la sua formazione accademica moscovita e il sentimento della propria terra natale attraverso epifanie classiche che si distendono in una modernità post surrealista. Tra i due artisti si è instaurato un dialogo creativo che non è competizione ma stimolo intellettuale e artistico a superarsi vicendevolmente per fare sempre meglio. E i risultati si vedono.

image009Oggi questi due pittori nati in contesti e culture così lontani sono diventati amici e pretendono di essere conosciuti e apprezzati da un pubblico più vasto, in Europa e nel resto del mondo. L’Associazione Culturale “l’albatros” è impegnata ad accompagnarli e sostenerli in questo percorso di crescita e di ulteriore qualificazione, a cominciare dalla sfida americana.

Agostino Bagnato

Presidente dell’Associazione Culturale “l’albatros”

Roma, 24 aprile 2017

image004История, природа и искусство объединила двух художников, рожденных в дали друг от друга.

Холмистая сельская местность Тушии  одного художника и поля, леса и полноводные реки Подмосковья другого идеально соединились в двух средневековых городках чиминских гор, некогда населенных этруссками, римлянами, готами, лонгобардами, франками и норманнами.  Эрколе Эрколи живет и работает в Валлерано, где он собственно и родился. Сергей Дронов живет и работает в Виньянелло, куда он переехал из Москвы.  Всего лишь несколько километров живописных угодий разделяют один от другого.  Как радуют глаз оливковые рощи, виноградники, каштановые и ореховые деревья, которые несут в себе жизненные соки и богатство этого неповторимого края. 

quo_vadisОба противостоят  друг другу  темами изображаемой  реальности, чувствами и поэзией ,однако  уважая культурный субстрат каждого ,не заражая друг  друга своим творческим влиянием. Осознание собственного качества этого  субстрата выражается  в повышенной  оценке живописного  языка и изобразительного содержания. 

6e0c0538d400Если  Э. Эрколи погружается в своей работе  в растительные  формы ,как в натюрмортах ,так и в пейзажах своей Родной  Земли , получивших вдохновение  от стиля неоимпрессионизма, то С.Дронов выстраивает отношения  между своим академическим формированием  в Москве ,чувством  собственной  Родины и  классическими  прозрениями  растворенными  в современном  постсюрреализме .

Между  этими двумя художниками  возник некий творческий диалог, который  не является  конкуренцией,  а своеобразным  стимулом в желании  сделать  нечто  лучшее  в  рамках  их содружества. И результаты очевидны.

Сегодня  эти два  художника  , родившиеся в контекстах  и  в культурах , столь отдаленных  друг  от друга, претендуют быть известными  и  оцененными  более  широкой публикой  не только  в Европе, но и во всём  мире . Культурная ассоциация “Л’Албатрос ” стремится  сопровождать и  поддерживать этих художников на пути  их творческого  роста  и  оказывать  им  всяческое  содействие  в  подготовке  к проведению  их  персональных  выставок в том  числе  и    на территории  Соединенных  Штатов Америки .

270623576-monasterio-de-las-nuevas-virgenes-nubes-moviendose-moscu-cupulaКоллеги-живописцы встретились в этой замечательной провинции, между Римом и Витербо, уникальный ландшафт которой, подчеркивает красоту и строгость  исторических и архитектурных памятников, дворцов и садов.  Обо художника любят природу окружающую их: перелески, рощи, леса, озёра, родники и реки этой щедрой земли, населённой гордыми и трудолюбивыми жителями. Благодаря культурной ассоциации  “Л’ Альбатрос” знакомство двух художников начялось с участия в таких важных выставках, как “Лев Толстой”, “Объединение Европы”, “Под небом Италии”, “Божественная Комедия Данте”, а также в других римских выставках, прошедших в библиотеке в Валлечелеано и Российском центре науки и культуры.  

 

L’EUROPA SI VSTE DI FESTA… MA L’ABITO E’ SDRUCITO

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9 maggio 2017, Festa dell’Europa. Ma perché attendere tanto tempo per proclamare una giornata da dedicare all’Europa? In ogni caso, ben venga questa celebrazione che idealmente esorta a percorrere la distanza che separa dalla speranza di salvezza o dal baratro della dissoluzione.

Infatti, il problema è capire quale Europa festeggiare. Quella della burocrazia, delle istituzioni elefantiache impenetrabili e costosissime, delle procedure complesse e indecifrabili, degli egoismi e dei muri contro i migranti e i dannati della Terra; oppure l’Europa che rafforzi il processo unitario, qualifichi il funzionamento delle Istituzioni, sviluppi politiche di solidarietà e responsabilità comuni, porti alla crescita economica e occupazionale, tuteli il patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico, monumentale e naturalistico, diventando la casa di tutti.

Si tratta di formule retoriche, è vero, ma è su questo che si gioca il destino del popolo europeo. In sessanta anni dal Trattato i Roma è stato fatto un lungo cammino. Sembrava che la linea retta non dovesse mai interrompersi, nonostante gli avvertimenti della storia di vichiana memoria. La capacità d’agire dell’uomo europeo sembrava illimitata e le tragedie dell’umanità lontane dal baricentro mediterraneo. Poi tutto è cambiato, da quel tragico 11 settembre 2001 per un attacco terroristico verificatosi lontano dalla terra d’Europa, la figlia di re di Tiro, celebrata da poeti e pittori.

Quel cambiamento ha snaturato il mondo perché non nessuno ha saputo reagire in misura ragionata all’interesse generale. Ha prevalso così l’egoismo regionale, lasciando ai più intraprendenti ardimentosi e spietati soldati di ventura e masnadieri nel nome di divinità rivelate di sconquassare il Pianeta.

Ciascuno ha fatto quello che ha potuto, per alimentare la speranza e per contrastare la disgregazione. L’Associazione Culturale “l’albatros” ha celebrato le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo con iniziative pubbliche, coinvolgendo artisti italiani e stranieri e intellettuali di diversa estrazione e nazionalità.

Nel 2004 è stata promossa la mostra di arte contemporanea dal titolo Europa nel segno che si è tenuta a Tarquinia, Genazzano, Monteromano; nel 2009 è stato promosso vasto dibattito dal titolo L’Europa che vogliamo sulla rivista omonima al quale hanno preso parte storici, sociologi, scrittori, giornalisti, artisti; nel 2004 è stata costruita l’esposizione Europa. Arte e cultura. Significativo l’intervento di Franco Ferrarotti a Tarquinia nel corso dell’incontro per discutere sul futuro dell’Europa, di fronte a opere d’arte di Ennio Calabria, Alessandro Kokocinski, Salvatore Provino, Massimo Luccioli, Werner Stadler, Mikhail Koulakov e molti altri. In quella occasione il celebre sociologo esortava a leggere la realtà con occhio critico, mentre il poeta Vincenzo Loriga indagava il carattere eterogeneo della storia europea che ne condiziona l’evoluzione.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è un vulnus grave che non sarà facile sanare. Oggi l’obiettivo prioritario è sconfiggere il populismo, la semplificazione e la volgarizzazione delle politiche nazionalistiche che respingono l’Europa indietro di cento anni. La vittoria in Francia di Emmanuel Macron è un segnale positivo al dilagante sovranismo isolazionista e protezionistico e semi autarchico che viene dalle viscere dell’Europa, dalle pianure del Middle West e delle città industriali americane. Ma non è certo sufficiente per dichiarare che la strada verso il futuro dell’Europa unita è spianata.

Infatti non sarà facile risalire la china, restituire slancio e fiducia ai popoli europei falcidiati da una crisi devastante e minacciati dal terrorismo, assegnare un ruolo ai giovani e alle nuove generazioni azzannate dalla disoccupazione.

Ma qual è l’alternativa?

Ben venga la Festa dell’Europa, dunque! “l’albatros” la celebra con l’impegno ideale e culturale di sempre.

Agostino Bagnato

Roma, 9 maggio 2017

LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE PARLA NELLA PITTURA DI SALVATORE PROVINO

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Salvatore Provino: Echi dall’Ottobre…, 2017, olio su tela, 100×100

«Echi dall’Ottobre…» racconta Salvatore Provino, di fronte al dipinto che ha realizzato tra l’autunno del 2016 e la primavera successiva. «L’ho dedicato alla Rivoluzione d’Ottobre, in occasione del centenario di quell’avvenimento che ha sconvolto la storia della Russia ed ha avuto conseguenze per tutto il Novecento in tutto il mondo». Si ferma un attimo a riflettere, seguendo le forme sulla grande tela. «In ciascuno di noi, in ogni parte del mondo, ha lasciato ricordi, segni, tracce». Si gira verso i suoi interlocutori per leggere sul loro volto cenni di assenso o di diniego. Come si fa a non essere d’accordo con il maestro, che prosegue precisando il suo ragionamento. «Il titolo è appropriato, perché di quel grande evento storico e delle sue conseguenze restano frammenti nella memoria, lampi di ricordi, emozioni e speranze della giovinezza…».

DSC_0111Eccolo, il dipinto. Olio su tela, 100×100. Concepito come un mosaico per campiture incrociate al cui crocevia emergono le lettere “ottobre”, è necessario entrare lentamente nel reticolo di segni, punti, linee, tracce. Ogni particolare sembra rievocare un episodio della Rivoluzione, in termini poetici, allusivi, insinuanti. Non c’è un filo conduttore nel racconto di Provino, né l’artista vuole che si parli di narrazione segnica e simbolica, ritenendo che di quel tempo eroico e tragico allo stesso tempo, restino soltanto gli «echi», come suggestioni, illusioni, sogni.

Delusioni, soprattutto. Ogni cosa è destrutturata, frammentata, atomizzata e la ricostruzione degli eventi si sostanzia nel pensiero attraverso l’impiego dei colori e della materia, il loro dispiegarsi sulle campiture della tela, sul sapiente dosaggio delle sfumature e dei segni. Questi ultimi assumono quasi il valore di cicatrici della storia, oppure di strali nel destino dell’umanità. I neri corruschi e foschi, i grigi puntinati d’incertezza e immobilità, i cangianti marroni sfumati per il passare del tempo, il giallo acceso di sole e di mistero, i rossi infiammati di slanci e di passioni, le varieganti tinte intermedie a fare da tessere del mosaico di un secolo in cui quegli echi sono stati presenti in ogni aspetto e oggi sono un ricordo, una rimembranza di un tempo andato per sempre. Ciò che resta è archeologia di sé che restituisce il meglio di una giovinezza che non tornerà, di una enciclopedia di sentimenti che si è sdrucita e strappata. Ma non è del tutto estinta. E da quegli «echi» sembra emergere prima fioco e vacuo e poi impellente e audace un grido di speranza per l’umanità, per questa società stanca e avvilita, immiserita dalla crisi planetaria, dal terrorismo e dalle guerre locali.

Un dipinto dal carattere corale, si potrebbe definire. Non pittura di storia, ma neanche astrazione della storia. Un tentativo riuscito di raccontare la storia per come l’ha vissuta un artista vero e sincero come Salvatore Provino nella sua esperienza di uomo del secondo Novecento, dove quegli echi erano ancora forti e chiari.

Salvatore Provino lancia una provocazione, perché si scavi tra le rovine del secolo scorso per comprendere oggi le ragioni dei «Dieci giorni che sconvolsero il mondo», secondo l’espressione del giornalista americano John Reed, l’eredità ancora esigibile sul piano ideale, culturale e politico e la prospettiva di una nuova stagione di cambiamenti strutturali e persino antropologici. Lo fa consapevolmente, nell’anno del centenario di quel memorabile Ottobre che portò al crollo definitivo dello zarismo, alla nascita del governo dei Soviet e infine alla fondazione dell’Unione Sovietica.

DSC_0114Il dipinto è un atto di fede nella capacità dell’arte di parlare al cuore della gente, alla generazione contemporanea, al sentire dispersivo odierno di fronte alla comunicazione della realtà in presa diretta senza lasciare traccia. Riflettere sulla storia è un dovere per chi pretende di vivere il proprio presente consapevolmente, avendo l’aspirazione a governare il proprio destino.

Può nascere qualche suggestione dalla osservazione e dall’ascolto di Echi dall’Ottobre…, da quell’Ottobre leninista finito nella tragedia dello stalinismo? Salvatore Provino sembra rispondere ponendo interrogativi. In primo luogo, non si possono creare ancora miti. Il tempo dell’utopia è finito. In secondo luogo, sognare nuovi orizzonti è possibile, ma quali è tutto da vedersi, perché il passato non può tornare. Bisogna sapere ascoltare questi «echi» per non per smarrirsi nel groviglio delle illusioni perdute.

L’uomo contemporaneo vuole essere protagonista del proprio esistere nel divenire senza delegare a nessuno la propria vita e l’anima che la sorregge, senza restare solo. Il messaggio che si decritta di tali echi è proprio questo: si può ricominciare un percorso per riannodare i fili del divenire, senza sapere quale sarà la trama che tesserà il telaio della storia prossima ventura. Non abdicare al proprio ruolo di cittadini, ma sapendo che il diritto di cittadinanza si conquista con le idee e con l’esempio.

La storia non è più una sola.

Agostino Bagnato

Roma, 30 aprile 2017

Commento a Echi dall’Ottobre…

Che bello !

Poter leggere, discutere parlare e scrivere di qualcosa della quale nel quotidiano dibattito sembra prevalere la paura a farlo: la rivoluzione d’Ottobre.

Si la paura, paura da parte di chi osteggiando (ora ci vuole) ideologicamente quell’evento avrebbe preferito non si fosse mai dato; paura da parte di chi mettendo in gioco la propria vita si è sentito tradito dalle enormi aspettative che quei fatti incoraggiarono; paura da parte di chi subendo le odiose conseguenze che ci propone l’attuale modernità, nella difficoltà a trovare bandiere cui affidare le proprie aspirazioni di riscatto; paura da parte di coloro che in questa stessa modernità, nel difendere i propri privilegi, vedono a volte riecheggiare nei fatti le premesse di quell’incredibile pagina della storia che la rivoluzione russa rappresentò.
Si “riecheggiare”, mi piace il titolo dell’opera proposta dal Maestro Provino “Echi dalla Rivoluzione” e c’è una motivazione in questo apprezzamento: della Rivoluzione d’Ottobre si sentono ancora “echi”, come chi transitando in una valle desolata sentendo l’eco, quasi ne riceve incoraggiamento.

Lette queste poche righe mi sembra già di sentire i commenti relativi alla nostalgia: a scanso di equivoci, non è di questo che si tratta. I fatti della storia si sono dati e basta, la nostalgia appartiene a chi si è arreso. Ogni uomo nel suo vivere aspira a migliorare, a migliorarsi e non v’è dubbio che in quell’ottobre coloro che si scagliarono contro il potere volevano migliorare la propria e l’altrui condizione. Ecco la magia dei fermenti rivoluzionari, ci si muove perché costretti dal “non poter più vivere come prima” e nel farlo si da un piccolo contributo a coloro che vivono nella stessa condizione; per quelli che se ne sono accorti e per coloro che attardati ancora se ne dovevano accorgere.

Oggi, nel mondo, le motivazioni di insofferenza e ribellione non sembrano proprio essersi sopite, anzi, se possibile queste di sono incrementate a dismisura. La stessa classe operaia se paragonata numericamente a quella dei primi del novecento è di gran lunga enormemente cresciuta. Anche qui già si ode l’obbiezione: “si…ma…incredibilmente trasformata con aspirazioni che hanno poco a che vedere con quelle degli operai del secolo scorso” ! Una obbiezione questa figlia di una idea del socialismo che poco ha a che vedere con i padri di questa teoria dell’evoluzione dell’economia e della società. Siamo stati figli di una idea quasi cattolica del socialismo, una sorta di schieramento dalla parte dei poveri condito dall’anticlericalismo dettato dalle connivenze tra potere e chiesa. Ma la classe deputata a cambiare il mondo non lo era per le simpatie “francescane” che questa ispirava, ma semmai per la posizione, il ruolo che questa classe occupava nella società: oggi, ancora oggi, provate a farne a meno!

Gli operai, allora come ora, è nel difendere la propria posizione nella società, oserei dire “egoisticamente”, che prefigurano una organizzazione sociale ed economica alternativa.

Il punto sono le bandiere: oggi questa sterminata massa di deputati a cambiare il mondo è come orfana dispersa in mille rivoli: da quelli nelle società più ricche che vogliono convincerla che oramai “si è imborghesita” a quelli nel sud del mondo che la vogliono sotto le bandiere di questa o quella confessione religiosa. Bruciate le illusioni, bruciate quelle bandiere, non mancherà di affacciarsi ancora sul proscenio della storia e, quella paura di cui sopra, abbandonerà alcuni ed assalirà gli altri: quell’ “eco”, c’è da giuraci, tornerà buono!

Volodja Grado