IL PAESAGGIO DI BAGNOREGIO NELLA NARRATIVA DI BONAVENTURA TECCHI

di Agostino Bagnato

«Ed è rimasta un attimo così, lieta e pensosa, contro quello sfondo balenante di scrimi bianchi e di abissi paurosi, come se la bellezza di un viso di donna che scende nel cuore di un uomo sia veramente una delle cose più dure a morire in questa breve, fuggevole vita».

Questa frase si trova incisa alla base della statua che nel 2007 lo scultore Alessio Paternesi ho posto a Mercatello, di fronte a Civita di Bagnoregio. E’ tratta dal racconto Antica terra che Bonaventura Tecchi pubblicò nel 1942 e ha ristampato nel 1947. Si tratta di uno dei passaggi più significativi della narrativa di questo grande scrittore che ricorre come tema dominante in molte sue opere: il territorio come tratto distintivo, fattore identitario e di cultura, paradigma della propria narrazione. E’ lo sfondo di Civita, il borgo che levita nell’aria nelle giornate di nebbia, che protende il proprio corpo vetusto per sfidare l’uomo e il tempo, partorito dai calanchi argillosi da Gea resa gravida dal vento e dall’acqua. E’ il borgo che Bonaventura Tecchi conobbe bambino e adolescente e al quale tornava da adulto, per ritrovare ogni volta l’atmosfera formativa e il sentimento di sé.

Bonaventura Tecchi, nato nel 1896 proprio a Bagnoregio e morto a Roma nel 1968 non è del tutto dimenticato, anche se i suoi libri vengono stampati raramente. A Bagnoregio quest’anno è stato celebrato il 120° anniversario della nascita, con l’intento di proseguire e approfondire la conoscenza della sua opera narrativa, saggistica e di docente universitario. Era un famoso germanista, apprezzato per la frequentazione dei maggiori studiosi del suo tempo, non soltanto di lingua tedesca. Giovanissimo, ricordo di avere assistito ad alcune sue lezioni all’Università di Roma “La Sapienza” su Johann Wolfgang Goethe e Thomas Mann che mi hanno lasciato una profonda impressione.

Nella sua narrativa il territorio d’origine è presente costantemente. Senza mai nominare direttamente i luoghi, Bonaventura Tecchi rimanda continuamente alle atmosfere paesaggistiche e ambientali della Teverina e più direttamente della Valle dei Calanchi. Sono i racconti in particolare che racchiudono passaggi di grande poesia, non soltanto quando l’ambientazione è a Bagnoregio e dintorni, ma anche quando si tratta di località della lontana Germania, in particolare Berlino o dell’amata Moravia dove a Brno ha soggiornato per qualche tempo, o della provincia veneta dove ha coltivato lunghe amicizie, da Concetto Marchesi a Diego Valeri a Valmara Valgimigli. Oppure ai ricalchi e ai rimandi della vita in trincea nel corso della Grande guerra, dove conobbe Carlo Emilio Gadda e Ugo Betti, segnato dalla catastrofe di Caporetto dove fu ferito, fatto prigioniero e internato in Germania da parte di Erwin Rommel.

Il vento tra le case del 1928 è la raccolta che esprime gli slanci giovanili e in cui luoghi e personaggi hanno più stretto riferimento al territorio e assumono una dimensione quasi fantastica, in cui il realismo si stempera in slanci romantici. Vite di poveri pastori, contadinelle, servette, vecchi allevatori, proprietari terrieri e naturalmente figure femminili già allora indimenticabili, tracciate con mente lucidissima e penna leggerissima, come “Donna nervosa”, “Orsella” e quella indimenticabile “Nunziatina”, la cui protagonista è una bimbetta di tredici anni che rischia di fare la fine della madre, già adocchiata dal figlio del padrone: «”Carina! Peccato che sia così piccola… Però, però… se venisse come la sua mamma, ci sarebbe da sperar bene, presto”. E rise di gusto». Poche frasi che presentano una situazione normalissima di ingenuità, malizia e di abuso. Sono figure che anticipano le più tormentate e complesse figure dei romanzi futuri, dai Villatauri al capolavoro Gli egoisti.

Ancora Nunziatina: «Era arrivata nella parte della macchia dove più che querce sono tutte scoscenditure e spinaie, e da una di quelle ripe vedeva adesso, nella parte opposta della valle, altre ripe e burroni, ma tutti nudi questi e di creta, e dietro le crete, le montagne turchine. Ed ecco, dietro quelle crete, ai piedi delle montagne, passava un rumore lontano che bene conosceva verso quell’ora, perché le avevano sempre detto che era il treno cha va a Roma». C’è bisogno di altri particolari per collocare la località? I calanchi, la valle Teverina e il treno: immagini poetiche di grande bellezza che forse Nunziatina non riesce a metabolizzare nella sua selvatica istintività.

Ma sono le due raccolte Storie di bestie del 1957 e Storie di alberi e di fiori del 1963 che contengono ancora più pressanti riferimenti al territorio, anche se non viene mai nominato. Un esempio tratto dal racconto “Il falchetto” della prima raccolta: «Il podere è in fondo alla valle: senza strade, senza carri, con tratturi che d’inverno, fra le crete, diventano impraticabili anche a cavallo, con un senso di solitudine così amara e insieme così suggestiva (gli “scrimi” bianchi di creta, in lontananza, splendenti di sole anche prima del tramonto, l’ombra fitta e cupa del bosco di querce, come se la notte, già nel pomeriggio, fosse penetrata a fondo nella valle)…» per proseguire con un salto inaspettato: “Mentre il sole splendeva ancora sugli “scrimi” bianchi e, di fronte alle ombre che sempre più s’addensavano verso il podere dei granchi e delle acque, gruppi alti di cornacchie vagavano nell’aria, più su delle crete, si chiamavano e quasi sparivano nel vento, chiesi al ragazzo dove le cornacchie, così numerose, in quella gola di valle, passassero la notte. “Non dormono qui”, mi rispose; “non dormono neppure sugli scrimi come facevano prima; vanno a dormire lontano, sulle isole del lago… Apposta si chiamano tra di loro: per riunirsi prima di partire”. Il lago è quello di Bolsena, le isole sono Bisentina e Martana. Chi non è del luogo non individua la località, per cui l’effetto poetico è ancora più alto. Ma è la musicalità della prosa che lascia ammirati, accanto alla padronanza della lingua e alla leggerezza dell’impiego terminologico. Viene da dire che trattasi di prosa poetica, senza alcun dubbio.

Eppure Bonaventura Tecchi aveva scritto molti anni prima che, ancora studente, l’arte gli appariva come eccellenza, per sua intima costituzione, per sua stessa natura. E quindi, doveva essere eccellenza oppure niente! Per cui «Per la poesia, in termini rigorosi, o si arriva almeno a una certa altezza, o sarebbe meglio avere mai incominciato. Da questa severità nasceva, già allora, timidezza, e quasi angoscia». In queste parole sta la misura del grande narratore, che è alla ricerca del proprio mezzo espressivo, sentendo l’empito del raccontare, ma vuole controllare la materia, dominarla e domarla a seconda dei propri mezzi. Un atto di severo rigore professionale e artistico che ha dato alla narrativa italiana straordinari racconti.

Come “I muli”: è impossibile dimenticare quel mulo piegato dal peso delle traverse di quercia, che innamorato di una cavallina, corre per la salita per raggiungerla e precipita insieme a lei nel baratro, nel cavone come è chiamato il dirupo. Muoiono entrambi. Qui c’è il ricalco della guerra, dato da quel colpo di grazia al mulo azzoppato: «Perché gli animali debbono soffrire? Il loro non è forse un dolore innocente?». Tecchi non aveva conosciuto gli alpini, ma aveva sentito raccontare le tante storie dei muli che si inerpicavano sui crinali delle montagne per trasportare materiale bellico e spesso precipitavano con tutto il carico. «In questi giorni che l’inverno declina e su per gli scrimi della mia valle il disgelo comincia a rallentare la fitta rete dei nòccioli di creta raggrumati dal ghiaccio, sí che, passando, li senti scricchiolare sotto i piedi, sono andato a vedere lo “smacchio” di un bosco. Il bosco è nel fondo della valle e le sue pendici più basse toccano il punto dove quest’anno un’alluvione rabbiosa ha sradicato querce e cerri, abbattuto pioppi e albanelle, lasciando i cespugli inzaccherati di creta, curvi e stravolti, come se guardassero ancora con spavento verso la parte dove il turbine è passato». Un tagliatore racconta la storia del suo mulo che, innamoratosi pazzamente di una cavallina rossiccia e sbilenca, bisognava tenere a bada perché voleva sempre starle vicino. Dice il tagliatore: «Bisognava tenerlo ad ogni costo lontano da quella, specie durante il salire dei trasporti o il ridiscendere delle bestie libere, giù per le crete. Infastidito e incredulo, domandai piuttosto come le povere bestie facessero a trasportare le dure lunghe “pesanti” traverse per le salite disperate dei “cavoni”, rasente i precipizi».

         Ancora una volta, come in sogno, appare il paesaggio della valle di Civita, dove, al duro lavoro degli uomini, siano boscaioli, tagliatori, potatori di ulivi, contadini e pastori si aggiunge quello ugualmente ingrato degli animali. E anche qui figure indimenticabili di animali, a cominciare dal cane, come Ariolante o Bianconera. E le giuste considerazioni morali dello scrittore: «I contadini di solito non perdono molto tempo a far moine alle bestie. Vogliono bene a modo loro, senza smancerie; e fanno bene. Poiché è cosa nota che quasi sempre, nel bene dei contadini alle cose e agli animali, entra un che di utilitario. “Capitale” chiamano infatti, almeno dalle nostre parti, l’insieme del bestiame: quello che sulle fiere, a moneta contante, si vende. Ma l’attaccamento agli animali domestici, a quelli che per solito non si vendono?» E Bonaventura Tecchi parla di bontà degli animali domestici più che di utilità, quasi in polemica con l’insensibilità degli umani verso i propri simili e le bestie.

La conferma della straordinaria capacità di entrare nell’essenza delle cose reali, trasferendole nel racconto fantastico e trasmutandole molto spesso in poesia, si ha con Storie di alberi e di fiori. Si veda “L’alloro e il pero”, per fare un esempio. «L’alloro sorgeva in un orto, fra monache e frati: dico in un orto assai antico, poco coltivato, che sta tra un convento di frati da una parte e uno di monache dall’altra, illustri un tempo, adesso deserti l’uno all’altro. Ma proprio perché quest’orto era antico e quasi abbandonato, pieno di cianfrusaglie e di vitalbe e di cespugli in libertà, però fra due conventi che un tempo erano stati pozzi di scienza e squilli di fede (quello dei francescani, a sinistra, aveva avuto un filosofo santo e famoso; quello delle clarisse, a destra, una badessa non meno celebre), l’alloro aveva messo su superbia».

Ma anche l’ulivo riempie intere pagine della prosa tecchiana. Un esempio impareggiabile è dato da questa pagina che ha un afflato quasi leopardiano, dal Canto notturno al dolente Il tramonto della luna. «La campagna notturna, sulle prime tutta buia agli occhi di chi veniva dalla luce, abbagliati dai lumi, si è poi, con grande lentezza, svelata, ché la luna, quasi piena, apparsa in quel momento sopra il bosco nero a destra, incominciava proprio allora, chiusa fra nuvole e nebbia, ad illuminare alberi e campi.

«La campagna si è svelata lentamente: col grigio degli ulivi, dapprima quasi soltanto un biancore indistinto e diffuso, poi via via più argenteo; col verde cupo, quasi nero, dei boschi e dei prati; poi col verde, un poco più distinto, dei vigneti; infine con la visione del tufo e delle crete bianche sulle pendici opposte della vallata.

«Quando la luna ha preso più forza e l suo biancore è diventato biondo, raggiungendo l’intensità e il colore dell’oro, una corrente di luce nitida e liquida ha inondato la campagna: una luce sempre più fulgente e placida, e insieme, si sarebbe detto, canora… Allora ho scoperto che da qualche istante c’era nell’aria un canto d’uccello: e ho capito come in quel fluire della luce notturna, bionda e lunare, il susseguirsi dei gorgheggi dell’usignolo era come un’onda della medesima corrente, quasi un elemento dello stesso metallo.

«Stamani alla luce del sole, vedo il miracolo degli ulivi. E’ proprio come un miracolo: quando tutti li credevano morti, perduti, destinati ad esser tagliati per legna almeno fino all’impalcatura dei rami … i più invece, adesso, almeno fra gli olivi di questa valle, tornano a vivere.

«E’ un avvenimento meraviglioso e importante di cui avevo sentito parlare: ma soltanto stamane alla luce del sole lo vedo con i miei occhi. E il miracolo avviene proprio fra gli olivi vecchi, centenari e forse millenari, che sono qui sotto la mia finestra, ai piedi della casa di campagna in cui ho dormito». Come non pensare a Lev Tolstoj che in una delle pagine più memorabili di Vojna i Mir (Guerra e Pace), parla della vecchia quercia che il principe Andrej crede morta e che alcune settimane dopo, tornando nel bosco, vede rinverdita miracolosamente e si sente rinascere alla vita, aprendosi all’amore per Nataša Rostova. “«Да, это тот самый дуб», подумал князь Андрей, и на него вдруг нашло беспричинное, весеннее чувство радости и обновленья” («Sì, questa è quella stessa quercia», pensò il principe Andrej, e accanto a lei, senza un motivo, sentì un primaverile senso di gioia e di rinnovamento).

Anche se il sentimento della prosa di Bonaventura Tecchi è diverso, come non vedere nella conclusione del racconto “Gli olivi” la stessa poesia che si addensa nello scrittore russo: «Un filo era certo rimasto entro il duro del “libro”, qualche filo, qualche vena che misteriosamente si è ricollegata con la vita. E la vita, per entro il fusto antico e duro, è ricominciata ad apparire. Ma prima di tutto sulla cima, sulla fronte, negli occhi dell’olivo: le foglie».

Sono gli uliveti che a Bagnoregio e nei dintorni si stendevano lungo i fianchi delle colline e sui pianori e che sopravvivono ancora oggi in alcune zone, mentre nella parte valliva sono pressoché scomparsi. La magia del risveglio vegetativo si ripete ogni anno, ma quando una pianta viene data per morta a causa del gelo, delle parassitosi, del fuoco o per la vecchiaia e poi la si ritrova a “ricacciare”, come dicono i contadini, si grida al miracolo della natura e l’animo dell’uomo si rasserena e nello stesso tempo inorgoglisce per l’esito del proprio lavoro. «Gli occhi dell’olivo: le foglie»: sono parole degne di Omero.

Fermiamoci qui. Appare evidente che il territorio è l’humus della narrativa di Bonaventura Tecchi e che segnatamente Bagnoregio e i suoi dintorni sono il punto di rifermento costante anche dell’accendersi di un sogno, di una qualsivoglia visione, dovunque egli si trovi o ambienti le proprie storie. A questo punto, vorrei fare riferimento a quanti territori hanno trovato una precisa dimensione nella poetica di un autore, e quindi nella narrativa di ogni tempo. Mi vengono in mente le città considerate morte, non tanto quelle archeologicamente definite, ma quelle sospese sull’acqua tra passato e futuro. Come Ravenna, spersa nelle paludi adriatiche, cantata da Dante con quella splendida terzina dell’Inferno: «Siede la terra dove nata fui / sulla marina dove il Po discende / per aver pace coi seguaci sui.» E poi esaltata da George Byron nei languori delle passeggiate con l’amata Teresa Guiccioli o nell’esaltazione di Oscar Wilde nel 1877: «Non più ora sulla tua onda rigonfia / a mo’ di pineta, galleggiano le tue mille galere! / Poiché là dove solevano galleggiare le navi dalla prua di ottone, / lo stanco pastore suona la sua nota dolente; / e le bianche pecore sono libere di andare e venire / dove le acque vermiglie di Adria scorrevano un tempo. / O bella! O triste! O Regina sconsolata! / in devastata leggiadria tu giaci morta, / sola di tutte le tue sorelle…»

E che dire di Gabriele D’Annunzio nell’Ode del 1903: «Ravenna, glauca notte rutilante d’oro / sepolcro di violenti custodito da terribili sguardi / cupa carena grave d’un incarco / imperiale, ferrea, costrutta di quel ferro / onde il fato è invincibile, / spinta dal naufragio / ai confini del mondo, / sopra la riva estrema! / Ti loderò pel funebre tesoro / ove ogni orgoglio lascia un diadema».

Ravenna è stata redenta e riscattata dalla bonifica idraulica della seconda metà dell’Ottocento, lavoro delle cooperative degli scariolanti che ha dato pagine memorabili all’epopea del movimento operaio e contadino in Romagna e che ha consentito la bonifica di Ostia e Maccarese ad opera dei badilanti giunti in massa nell’Agro romano.

L’altro esempio è Bruges, nelle Fiandre. Bruges la morte del romanzo di Georges Rodenbach, uscito nel 1892 e divenuto esempio di narrativa decadentista e simbolista, da cui è stata tratta l’opera lirica Die tote Stadt di Erich Wolfgang Korngold e a cui si è ispirato Alfred Hitchcock per il film Vertigo, noto in Italia con il titolo “La donna che visse due volte”. La città di Jan van Eyck e di Piet Brughel der Alte, del Palazzo del governatore e del Groeningen Museen, è rinata grazie alle dighe e alle canalizzazioni, facendone un centro fondamentale del Belgio e dell’Europa del Nord. Un’altra città d’acqua salvata dalla laboriosità umana.

Ma ci sono nel mondo città nell’aria, quasi sospese nel vuoto per la fragilità del suolo su cui poggiano. Non un aeroporto da dove si levano gli aerei che avvolgono il mondo in una fitta ragnatela di voli e di scali,. E nemmeno le città sulle vette andine, come Machu Picchu, solide sulla pietra. Civita di Bagnoregio che s’erge nel vento con la sua gloriosa storia e la modestia del suo invocare futuro destino, è un esempio dei borghi nell’aria: la «Citta che muore», è comunemente chiamata. Un borgo che consegna all’umanità, dalla vetta di queste crete così mirabilmente raccontate da Bonaventura Tecchi nel loro essere protagoniste di storie vive, di carne e di sangue, è un esempio di paesaggio irripetibile, parte di quella grande bellezza della nazione-paese Italia. E senza mai nominarlo, accrescendone così il fascino attraverso il mistero, lo scrittore lo aveva inconsapevolmenete compreso.

Cosa manca a Civita di Bagnoregio per essere dichiarata patrimonio dell’umanità? Nulla. Può stare degnamente alla pari con tanti altri siti nel Lazio, in Italia e in altre località del mondo. Qui sono stati etruschi, romani, longobardi, feudatari autoctoni, spagnoli, francesi e i tanti vescovi che hanno dato stabilità di fede. Qui è nato Bonaventura di Giovanni Fidanza e qui Bonaventura Tecchi ha intrecciato i suoi racconti tra realtà e sogno. E qui il cinema ha portato la visione onirica al massimo livello con Federico Fellini e altri maestri sono scesi dalle loro seggiole per scegliere la giusta inquadratura come sfondo di storie diverse e veritiere.

A Civita e a Bagnoregio vivono o lavorano molte personalità del mondo della cultura e dell’arte, italiani e stranieri. Il pittore austriaco Werner Stadler ne è una perfetta testimonianza. La città è stata sempre un esempio di accoglienza e di ospitalità proverbiali. Chiediamo anche a loro l’impegno per dare a questo memorabile, irripetibile «borgo nell’aria che non muore» il giusto riconoscimento Unesco, quando sarà il momento.

 

Roma, 27 ottobre 2016