Testimonianze: Intervista al Pittore Ennio CALABRIA

Ennio Calabria[1] è uno dei maggiori pittori italiani che negli ultimi cinquant’anni si sono imposti all’attenzione della critica e del pubblico per l’originalità del linguaggio, la ricerca continua e la prepotente personalità. Nel 1966 ha disegnato la copertina per l’edizione del Poema pedagogico di Anton Semënovic Makarenko, pubblicata dagli Editori Riuniti. Il risultato è un intenso apparato pittorico tra impalcature di cantiere edile, attrezzature di fabbrica industriale, tubazioni tecnologiche per la conduzione di liquidi e gas probabilmente combustibili, il tutto finalizzato all’esaltazione creativa e umanizzatrice del lavoro.

Erano tempi, quelli, dell’impegno sindacale e politico di Ennio Calabria come di tanti altri artisti, in cui il lavoro prodotto dalla classe operaia assumeva  valore di riscatto e di emancipazione sociali nonché di crescita della consapevolezza del ruolo politico dei lavoratori e della loro partecipazione alla costruzione di una società nuova, più giusta e storicamente avanzata. Era l’umanesimo proletario, di cui parlavano György Lukács, i filosofi e i sociologi di scuola marxista. Ennio Calabria non ha mai avuto ambizioni mercantili; ancorato a una solida concezione etica dell’agire umano, ha sempre rifiutato e combattuto la banalizzazione dell’arte, costruendo una rigorosa dimensione morale dell’artista nella società contemporanea, da intellettuale portatore di doveri e di valori politico-sociali, secondo la concezione gramsciana della cultura, alla quale è stato sempre esemplarmente coerente. Il suo schierarsi a fianco delle lotte operaie è stata la scelta naturale della sua coscienza umanistica acquisita e del sentire come necessario partecipare alla vita sociale da protagonista e non da spettatore che coglie le opportunità mercantili e della moda. In questa sua scelta coerente risiede la grandezza della sua personalità, a dispetto di alcune difficoltà vissute con rigorosa dignità e forte senso della responsabilità dell’artista di fronte alla società.

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[1] Ennio Calabria è nato a Tripoli nel 1937. Compiuti gli studi a Roma, dove ha lavorato con il pittore Gigotti, ha iniziato una intensa produzione grafica e pittorica, distinguendosi per l’originalità dell’espressione figurativa nel predominio dell’informale e dell’astrattismo. Il lungo cammino inizia con la prima mostra alla galleria La Feluca nel 1958; con Ugo Attardi, Renzo Vespignani, Piero Guccione e i critici Dario Micacchi, Antonio Del Guercio e Duilio Morosini dà vita al gruppo Il pro e il contro. I successi di critica e di pubblico si susseguono. L’impegno politico e sociale fanno di Ennio Calabria una figura insostituibile nel panorama romano degli anni Sessanta e Settanta con la partecipazioni alle grandi manifestazioni sindacali e di massa e il contributo alla direzione di istituzioni culturali, a cominciare dalla Biennale di Venezia. La costante polemica contro la mercificazione della cultura e dell’arte, nonché sul ruolo servile della critica, creano un diaframma tra Calabria e le istituzioni culturali pubbliche, mentre cresce l’apprezzamento dei collezionisti privati e dei galleristi. Il pittore prosegue la propria ricerca espressiva con risultati sempre più complessi e profondi, legati alla sua concezione della vita e della società, frutto di una sofferta ricerca esistenziale dove nulla è lasciato al caso. La sua introspezione filosofica si trasforma in una concezione della realtà di fronte ai fenomeni della comunicazione di massa e all’impiego della tecnologia. Perno di questa sua concezione è la figura che appare nella mente e si traduce in opera pittorica, capace di racchiudere la memoria del passato e di anticipare il futuro, facendo del presente la risultante di questo complesso processo mentale.

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Gli ho chiesto la disponibilità di tornare, a distanza di quaranta anni, sulle ragioni che lo hanno condotto a produrre la copertina per quella edizione del Poema pedagogico e sulle impressioni che l’esperienza di Makarenko ha lasciato sulla sua persona, in vista della pubblicazione della mia ricerca sull’attualità pedagogica makarenkiana. Il suo punto di osservazione privilegiato avrebbe costituito una sorta di completamento dell’eredità culturale dello stesso Anton Semënovic, proprio nell’ottica del rapporto tra Makarenko e l’arte. Ennio Calabria ha accettato di rispondere ad alcune domande, con la generosità e la disponibilità degli uomini veramente esemplari.

  • Com’è nata l’idea segnica della copertina per la nuova edizione del Poema pedagogico nel 1966 ?

Io sono rimasto affascinato dalla lettura del romanzo di Makarenko, per cui quando mi è stato chiesto di disegnare la copertina per la nuova edizione, ho risposto affermativamente. Makarenko è un artista, un soggetto capace di grande invenzione, di grande fantasia. Cerco di spiegare il perché di questo mio giudizio rifacendomi a una poesia di Vladimir Majakovskij. Il poeta dice che nella Russia rivoluzionaria, dopo aver risolto la questione del lavoro e degli alloggi, resta il grande problema della primavera. Che cosa intendeva con il richiamo alla primavera? Si tratta di quel problema invisibile che in realtà riguarda il riuscire a garantire la vitalità della società. In poche parole, come sosteneva Karl Marx, si tratta di garantire che la dimensione delle sovrastrutture ovvero dell’interiorità, della vitalità, della fantasia vada a braccetto con la dimensione delle strutture, in poche parole che la vitalità della società riesca ad accogliere la vitalità dell’immaginazione.

  • Quello che stai affermando è molto interessante, in quanto esiste da tempo una discussione sul carattere del Poema pedagogico, ovvero se si tratta di opera autobiografica pur riuscita sul piano narrativo, oppure se Makarenko, partendo da elementi biografici legati alla sua esperienza nella colonia Gor’kij, abbia scritto un romanzo vero e proprio, creando un’opera letteraria autonoma. Nicola Siciliani de Cumis parla giustamente di un “romanzo d’infanzia” a proposito del Poema pedagogico, rifacendosi alla teoria letteraria di Michail Michajlovic Bachtin riguardante la dimensione identificativa dell’autore con l’eroe dell’opera narrativa. Sono contento di sentirti affermare questi concetti, perché hai pienamente colto il senso dell’invenzione letteraria di Makarenko.

Ritornare a quella esperienza pittorica, mi induce ad alcune riflessioni. La prima riguarda il punto che mi ha particolarmente sollecitato, ovvero porre il problema dell’invisibile necessità dello sviluppo della fantasia e dell’immaginazione che è poi la dimensione simbolica di tutta la vita sociale. Nel caso dell’esperienza di Makarenko, quello che mi ha colpito maggiormente è stato il fatto che il pedagogista Makarenko si fosse posto il problema di come entrare in comunicazione con quanti hanno codici differenti rispetto a quelli propri e prevalenti. Ho fatto questa riflessione tanti anni fa quando ero impegnato, come tanti altri intellettuali, nella vita politica e sociale.

Avviare un dialogo con chi ha i tuoi stessi codici è facile, anche se li trasgredisce spesso. Quello che è difficile è avviare un dialogo con chi non ha i tuoi stessi codici.

Faccio un esempio: la classe operaia pone il lavoro al centro della propria vita e vede il lavoro come la propria identità e come sviluppo ed esercizio della propria idealità e personalità. Se ci si rivolge al sottoproletariato, la condizione di disperazione comincia per la semplice ragione che si tratta di persone che non hanno posto il lavoro al centro della propria esistenza, anche perché non hanno proprio dimestichezza con il lavoro. Ho avuto modo d’incontrarne parecchie nella mia vita, ma la cosa che mi ha colpito è che quelle persone pensavano di trovare un lavoro di tre o quattro giorni per poter stare bene quattro anni, il che vuol dire la rapina, l’attività delinquenziale. Non hanno proprio il senso dell’accumulo della formica, momento per momento, giorno per giorno…

  • Manca il senso di una qualsiasi cultura del lavoro e anche della responsabilità, in queste persone…

La seconda riflessione riguarda il fatto che si tratta di persone che non hanno valori, anche perché nessuno ha saputo loro inculcarli, per cui esiste una strana ambiguità che si traduce nella predisposizione a farsi comprare, a correre dietro al piccolo guadagno. La cosa affascinante di Makarenko, di fronte a una condizione analoga pur in un contesto storico profondamente differente, non è lo sforzo pedagogico nella norma, ovvero di quando ci si rivolge a ragazzi di estrazione media ai quali si vogliono inculcare sani principi morali e valori etici validi per tutta la vita, ma egli ha dovuto sostanzialmente inventare e costruire gli strumenti fondamentali per stabilire una qualche relazione con dei soggetti che erano completamente fuori da qualsiasi codice che potesse essere verbalizzato. In questo senso Makarenko è un grande artista.

  • Hai colto pienamente nel segno. Makarenko è in effetti il teorico della pedagogia della prospettiva. Di conseguenza, la strumentazione che egli ha cercato di costruire per entrare in relazione con i besprizornye, i ragazzi senza tutela, orfani e abbandonati a se stessi, ha dimostrato la validità della sua teoria ma soprattutto la possibilità di ottenere risultati straordinari sotto il profilo strettamente pedagogico e della formazione dell’uomo nuovo. Tu confermi, sulla base della tua sensibilità e capacità di artista di leggere in profondità quello che accade nella realtà, che il lavoro resta il valore fondamentale nella vita dell’uomo, nell’agire umano. Di conseguenza, il lavoro resta ancora oggi lo strumento fondamentale per il recupero delle persone disagiate o sfortunate nel loro essere nella società.

Il terzo punto di questa mia riflessione è il seguente: Makarenko ha capito che un soggetto che utilizza un linguaggio pre-verbale, vale a dire un linguaggio fatto più di sintomi che di verbalizzazioni, che per la sua regressione ha in qualche modo rapporti con una condizione magmatica della potenzialità. Non si tratta di potenzialità già espresse, in quanto quelle espresse sono determinate dalla corruzione, indotte anche da un ambiente malsano. Egli ha capito e letto le potenzialità nascoste nella condizione delinquenziale di quei ragazzi. Da questo punto di vista egli ha capito una cosa che molto tempo dopo ha sostenuto, sul piano politico, lo stesso Enrico Berlinguer: spesso dai luoghi più emarginati nascono indicazioni utili per fondare una nuova qualità della vita. Makarenko ha intuito tutto questo e lo ha trasformato in un metodo didattico.

  • Da qui nasce anche la prospettiva dell’uomo nuovo, responsabile delle proprie azioni, impegnato nella costruzione di una società futura basata su valori di uguaglianza e di solidarietà.

Come giustamente tu dici a proposito dell’uomo nuovo, c’è una strana possibilità di traslazione di questa condizione che noi riteniamo emarginata in quanto pre-verbale, di natura primitiva, che appare regressiva rispetto al piano che la società ha definito nei ruoli e in tutta la sua organizzazione. Si tratta di una regressione che porta all’indietro rispetto alla mappa sociale, all’articolazione dell’organizzazione sociale e da questo punto di vista, questa fase è come una postazione che può guardare oltre. Per questo faccio riferimento alla condizione magmatica.

  • Lo stato di potenza deve trovare il modo di esprimersi rispetto all’essere, mi pare di capire…

Esattamente. Questo è il quarto punto che voglio toccare. Io non posso pensare che agitando dei puri principi, dalla cui crisi è nata quella condizione, si riesca a recuperare quei soggetti. In poche parole, io non posso immaginare di recuperare il tossicodipendente agitando i principi che per la loro crisi lo hanno portato alla droga. Il punto di fondo è un altro: ascoltare attentamente quello che il tossicodipendente dice, perché, pur nel suo linguaggio afasico, che testimonia il suo tranquillo ruolo di tipo delirante e asociale a volte, c’è in qualche modo la percezione e l’indicazione di un diverso assetto sociale. Sostanzialmente, è nella sua stessa natura che bisogna trovare il linguaggio per comunicare.

  • Puoi fare un esempio ?

Molti anni fa ho conosciuto un giovane pittore lungamente ricoverato nell’ospedale psichiatrico S. Maria della Pietà di Roma. La sua fidanzata elogiava e applaudiva acriticamente le opere che il giovane dipingeva, non le offrivano nessuno stimolo valutativo perché essa identificava quella banalità con la normalità. Infatti dipingeva cose banali, senza qualità, semplici alberelli e paesaggi privi di significato. Egli era considerato clinicamente guarito e la pittura era un elemento dimostrativo della guarigione. Mi ha invitato a visitare la sua abitazione e mi ha mostrato i suoi quadri. Di fronte ad alcune opere di grande potenza espressiva che io apprezzavo, come un crocifisso nero che incuteva una profonda paura, il suo commento era il seguente: «No, no, quello l’ho dipinto quando stavo male». Tutte le volte che trovavo un quadro bello, m’interrompeva sostenendo di averlo dipinto quando stava male. Io ho cercato di spiegargli che doveva essere fiero dell’intera sua esperienza, capendo che quell’abisso in cui era piombato non riguardava soltanto lui, ma probabilmente attraverso se stesso interpretava un rischio che riguardava l’intera società, per cui la sua esperienza era quella di tutti. Di conseguenza, attraverso quell’esperienza definiva la sua nuova personalità e quindi doveva accettarla e quindi esporre tutti i quadri dipinti.

Alla fine gli ho detto: «Se la guarigione vuol significare l’amputazione di pezzi della personalità, allora esponi quello che ti pare, sapendo che è soltanto una parte di sé.

Se accetti la condizione complessiva della tua esistenza, devi esporre tutte le opere che dipingi».

  • Trovarsi in una condizione difficile, in un momento di sbandamento, può succedere a ciascuno di noi, prima o poi…

Appunto! Quel giovane mi ha guardato con interesse e mi ha risposto che era tutto vero quello che io sostenevo, perché i medici sostenevano che fosse guarito, ma sentiva come se gli avessero amputato una parte della propria personalità. Da quella volta ha continuato a dipingere e ad esporre tutto.

  • Questo rientra nella concezione unitaria dell’essere.

Bravo! Makarenko, nella sua concezione, dimostra che ha osservato lo stato delle cose e da quello ha positivizzato una prospettiva. Sostanzialmente, non ha contraddetto o censurato quei soggetti, non ha tentato di amputare l’identità di quei soggetti asociali, ma partendo da quelli, in qualche modo, li ha aiutati a ricostruire una loro identità futura.

  • Intanto, li ha aiutati ad esprimersi, facendoli sentire accettati. Nello stesso tempo li ha fatti sentire utili attraverso il lavoro.

Esatto. In questo risultato risiede la grandezza dell’esperienza pedagogica di Makarenko.

  • Nel  Poema pedagogico vi è un altro aspetto educativo e formativo molto importante che riguarda il ricorso alle rappresentazioni teatrali, alla lettura di testi fondamentali della narrativa russa. Makarenko descrive l’impegno e l’entusiasmo con i quali i ragazzi studiano la messa in scena e la recitazione delle opere di Puškin, Gogol’, Cechov, Gor’kij, dedicando pagine di alta qualità narrativa. I besprizornye sono consapevoli di potersi esprimere e di sentirsi realizzati attraverso i risultati dell’attività artistica. E’ una gratificazione che accresce l’autostima. Inoltre, l’arte visiva è considerata da Makarenko uno strumento per stimolare la curiosità e la fantasia dei ragazzi. Si può porre proprio l’interrogativo di quale rapporto abbia avuto Makarenko con l’arte in generale e con la pittura in particolare. Bisognerebbe compiere degli studi approfonditi al riguardo. Ma la domanda che vorrei porti in questa sede è la seguente: pittura, scultura, fotografia, cinema, video, ma anche poesia, narrativa e teatro possono aiutare a recuperare le persone in difficoltà. Non faccio tanto riferimento all’arttherapy, quanto alla pratica creativa come strumento terapeutico per curare l’anima, ricostruire la personalità…

Io sono convinto che l’arte, in quanto memoria dell’oblio, può realizzare il miracolo di strappare ciò che si era separato dalla coscienza al suo destino metastorico, a-temporale, in quanto ciò che viene strappato dalla coscienza diventa a-storico e a-temporale. L’arte può riuscire a recuperare nella storia l’a-temporalità. In poche parole, questi ragazzi quando entrano nel vortice asociale per la scomparsa di parametri o per l’incapacità di percepire pratiche che sono poi valori e relazioni, in quanto una parte della loro coscienza è stata spinta verso l’oblio, rischiano che su questo vuoto si innestino facili codici predatori. Makarenko, attraverso il metodo educativo adottato, non ha fatto altro che risvegliare quello che in qualche modo si era addormentato, anche per le condizioni tragiche della guerra civile.

  • Tu sei dunque convinto che c’è ancora un’attualità nell’esperienza di Makarenko nel contesto attuale, nella realtà contemporanea. Non si tratta di ripetere, a distanza di ottanta anni, l’esempio delle colonie Gor ’kij e Kurjaž o della comune Dzeržinskij, ma di considerare il lavoro svolto collegialmente, come la base del progetto di recupero, del risveglio della coscienza dall’oblio, come tu stesso affermi con questa bellissima espressione.

Io penso che Makarenko sarà sempre attuale. Se lo si guarda in senso lato, superando la dimensione quasi tecnica della colonia o della comune, ci si accorge che quella esperienza non è soltanto una lezione importante ma è veramente l’esempio che oggi dovrebbe prendere in mano la politica e i suoi rappresentanti più autorevoli, se vogliono togliere dall’oblio incalzante l’uomo contemporaneo.

  • Makarenko ha avuto un destino strano. Nell’Unione Sovietica di Stalin è stato avversato perché i suoi metodi educativi non erano considerati ortodossi, rispondenti cioè al dettato dell’Olimpo pedagogico che egli tanto avversava; in Occidente non era sufficientemente conosciuto. Oggi, in Russia è guardato con sospetto perché rappresenta il passato comunista, anche se una nutrita schiera di studiosi, tra cui alcuni discendenti dei ragazzi rieducati come “uomini nuovi” nei centri makarenkiani, si sforzano di mantenere viva la sua esperienza; in Europa e più in generale nel mondo occidentale, nonostante molte diffidenze, il contributo di Makarenko allo sviluppo della pedagogia nel Novecento è oggetto di studi e ricerche, dall’Università di Marburgo in Germania all’Università di Roma “La Sapienza”, dalla Spagna al Messico, agli stessi Stati Uniti.
  • Le tue parole sono di conforto e costituiscono un grande stimolo a proseguire su questa strada, in quanto l’attualità di Makarenko risponde alle esigenze della società odierna, in quanto contestualizzandola, quell’esperienza acquista un valore enorme.

E’ vero. Voglio fare un esempio: se si parla con un sordo, sia che ci si esprima con voce flautata o aumentandone di un’ottava l’estensione, non c’è possibilità di essere ascoltati. Questa è la situazione che si presenta oggi di fronte a noi, in rapporto a una serie di valori persi e di condizioni negative nella società contemporanea. Non si pone allora una questione più generale rispetto a quello che Makarenko ha dovuto affrontare al termine della guerra civile, le cui conseguenze erano state devastanti? Egli aveva allora a che fare con dei sordi, sostanzialmente. Pertanto, egli ha dovuto ricostruire dei codici capaci di consentire che le sue parole giungessero a quei ragazzi.

Ricordo che a un certo punto, per attrarne l’attenzione, ha preso una fionda e ha colpito un moscone che svolazzava nella stanza, mettendosi così allo stesso livello dei ragazzi, dimostrando di essere uno di loro. Egli ha rifondato il corridoio che gli consentiva di entrare in relazione con quei ragazzi. Non era un problema di qualità della relazione, ma la relazione stessa, la base che consentiva di esercitare una relazione.

  • Oggi siamo nella stessa condizione, secondo te?

Sì, ci troviamo in una condizione analoga, sul piano generale, come ho detto prima. Per questo Makarenko è importante, avendo dimostrato che si possono rifondare i codici della relazione.

  • Egli è riuscito a ottenere questi risultati senza esercitare metodi autoritari, coercitivi, violenti. Tuttavia, Makarenko racconta nel Poema pedagogico di essere stato costretto a usare comportamenti brutali, come quando dà uno schiaffo a un ragazzo, oppure quando scaglia uno sgabello contro i più riottosi, sentendo subito dopo il rimorso per avere violato i codici della pedagogia. Ma il suo merito maggiore, come tu stesso affermi, è di essere riuscito a comunicare con quei ragazzi, ad attrarli verso la realtà, a trasmettere loro quei valori positivi attraverso lo strumento del “collettivo pedagogico”, inculcando il senso della responsabilità e della disciplina e quindi a costruire l’uomo nuovo che contribuisce alla realizzazione della società socialista. Oggi il problema si pone nella stessa identica maniera: si tratta di offrire le condizioni per rafforzare il senso della responsabilità nell’uomo che agisce nella società complessa al tempo della globalizzazione, con la conseguente perdita di valori identitari.

Ci sono dei momenti storici in cui esiste una sorta di continuità, i codici sono comuni, si parla la stessa lingua, anche se esistono variazioni e diversità di posizioni. Ci sono, al contrario, dei momenti di rottura come quello che stiamo attraversando, a causa della velocità degli scambi. Chi nasce tra vent’anni avrà codici radicalmente diversi rispetto a quelli attuali. Di conseguenza, ogni volta c’è un problema di rifondazione dei codici della relazione, non della qualità della relazione stessa, come ho detto prima. Un tempo si diceva che la comunicazione era destinata alla dimensione complessa, a comunicare ciò che era complesso. Era una comunicazione diacronica che aveva bisogno di grandi parentesi, aggiunte, riflessioni, deduzioni. La comunicazione pratica, pragmatica era sbrigativa. Oggi ci si trova di fronte a una situazione paradossale: se si vuole comunicare una lunga storia di semplici fatti quotidiani a un interlocutore che non è una persona ostile o indifferente, anche se si annoia, riesce a seguire. Se si vuole comunicare qualcosa di più complesso, che richiede riflessione, anche se quella persona è affettivamente legata a chi parla, dopo un po’ non segue più.

  • Perché questo accade?

E’ semplicissimo. C’è stato un capovolgimento della realtà. La dimensione complessa non giunge più attraverso la comunicazione verbale, mediante la parola. Se si ascolta la comunicazione di qualcosa di complesso attraverso la verbalizzazione, viene ritenuta noiosa e non viene più seguita. Per esemplificare ancora una volta, se in televisione c’è un personaggio dell’Isola dei famosi, egli parla con disinvoltura dei suoi pettorali e di quello che farà tra qualche tempo e così via, ma se poi volesse comunicare, all’improvviso, qualcosa che lo ha coinvolto emozionalmente, entra in uno stato di afasia, cerca a fatica le parole per esprimere quello che prova dentro, in definitiva si viene a trovare in difficoltà. La casalinga che ascolta le sue esternazioni, se lo divora, proprio perché anche lei trova le stesse difficoltà a esprimersi.

  • Avviene un processo d’identificazione…

Proprio così. Se a parlare dovesse trovarsi un docente universitario, un intellettuale, qualcuno che comunica la propria dimensione complessa, la casalinga cessa di ascoltarlo e si dedica alla cucina o a pulire la casa. Oggi, nella realtà, tutto ciò che è complesso giunge a noi sotto forma di sintomo. Vuol dire che sono inviati soltanto dei sintomi che vengono percepiti come tali. Recentemente ne ho parlato con Fausto Bertinotti che conveniva con il mio ragionamento. A riprova mi ha raccontato di essere stato a Londra e di avere ricevuto l’invito da parte di un gruppo di giovani a partecipare a una festa fuori città, in un luogo irraggiungibile, dove si sarebbero radunati migliaia di ragazzi per fare musica e divertirsi.

  • Un rave, credo, di quelli che si fanno anche in Italia in località nascoste.

Probabilmente. Se si trattava di una località irraggiungibile, vuol dire che per partecipare vi era una motivazione fortissima. Ebbene, mi ha raccontato che quelle migliaia di giovani non parlavano tra di loro, si toccavano, sembrava che si annusassero. A riflettere bene erano come i ragazzi di Makarenko, protesi in una nuova postazione, alla ricerca di un nuovo punto di osservazione. Si trovano come dopo l’uso ampio dei codici diacronici, come trovandosi in un’altra dimensione, perché non possono che percepire attraverso una comunicazione di sintomi. Quando gli psicanalisti sostengono che molte persone cominciano a utilizzare un linguaggio preconscio negli scambi, in pratica sostengono che il linguaggio preconscio lo usano perché è il primo tramite per giungere a una futura verbalizzazione di quanto giunge per via sintomatica.

  • Qual è la relazione di tutto ciò con Makarenko?

L’enorme importanza della sua esperienza risiede nel fatto che egli si è posto di fronte a quei ragazzi come se si trattasse di realizzare un rinascimento della pedagogia, inventando dei codici originali di comunicazione. Makarenko si è dovuto porre la questione, se così si può dire, di rifondare la base che consente l’esercizio della pedagogia. Vale a dire, costruire il primario piano di comunicazione con i ragazzi, riaprendo la comunicazione là dove era ostruita. In questo senso egli è attuale.

  • Ci vorrebbero, dunque, tanti Makarenko, nella società complessa, nelle scuole, nei centri sociali, nelle carceri, nei luoghi dove ci sono problemi. Ma è la nostra società che è piena di problemi. Per questo occorrerebbero persone in grado di comunicare valori positivi, non di tipo propagandistico. Ma dove si trovano?

Non si tratta soltanto di questa grave carenza. C’è anche di peggio. Abbiamo visto il valore educativo e formativo dell’arte, del teatro, della poesia e della narrativa nell’esperienza makarenkiana. Ebbene, a me risulta che la proprietà di molti grandi quotidiani comunica ai comitati di redazione di non occuparsi di arte. Perché lo fanno?

Oggi tutto è diventato mercato per seguire quello che il pubblico chiede, mentre le cose importanti si trattano di straforo, come la cultura in televisione che viene fatta di notte, più o meno bene, perché non ha audience. Tutto ciò accade perché è cambiato qualcosa di profondo nella società. Quelli che per Makarenko erano un gruppo di giovani disadattati, oggi è l’intera società a trovarsi in quella condizione. Se l’ordine è di non parlare di arte perché non fa audience, è come se dicessero di eliminare il parlare perché la società è sorda.

  • Ritorna il concetto che hai espresso precedentemente. Quindi, ci vorrebbe una classe dirigente capace di parlare alla società, una sorta di gruppo di saggi o di filosofi, per dirla con Platone, capace di governare la società per ritrovarne e garantirne valori e voce.

In sostanza, ci vuole una grande capacità creativa. Makarenko, nel suo campo, è riuscito a trovare e ad esprimere questa grande capacità creativa. Bisogna ricostruire nuove possibilità relazionali che ci consentano di ristabilire una relazione con il mondo, nel mondo e tra il mondo, sapendo che ogni individuo si fa autoreferente. Questa è la condizione fondamentale, oggi. La comunicazione si è ridotta nella qualità, è aumentata nella quantità perché moltiplica se stessa senza avere la capacità di uscire da un limite lineare del pensiero, da un sistema abbecedario della mente. Bisogna ricostruire questa strada che ormai è sepolta sotto detriti nell’oblio. E sembrerebbe quasi che la società non ne abbia più bisogno. Per cui, l’arte e la cultura possono contribuire a ristabilire questa primaria esigenza. In questo senso, Makarenko ha indicato e insegnato una strada. Così l’ho percepito, quaranta anni fa, il suo messaggio. Proprio per queste ragioni, l’esperienza pedagogica delle colonie Gor’kij e Kurjaž e della comune Dzeržinskij è ancora attuale. Mi auguro che l’attenzione degli artisti e degli  uomini di cultura a me contemporanei percepiscano questo valore e ne sappiano trarre le giuste conseguenze.

Grazie della disponibilità e della collaborazione.

Roma, 4 gennaio 2007