MAKARENKO: LA COLONIA GOR’KIJ

Makarenko e le due dimensioni della sua “antipedagogia”, tra economia ed educazione, formazione umana “onnilaterale” e letteratura.

MAKARENKO: LA COLONIA GOR’KIJ

Claudio Cella

INTRODUZIONE

L’esperienza di Anton Semënovič   Makarenko  rientra nel lavoro di costruzione di un mondo nuovo in cui vennero coinvolti milioni di persone nello sforzo di trasformazione della società, attraverso la formazione dell’uomo che si emancipa e si sviluppa collettivamente, partecipe dello sforzo collettivo di edificare la nuova società.

La sua risposta all’emergenza dei besprizornye è coraggiosa, ricca di emotività e di improvvisazione, ma condotta con lucidità e chiarezza; si avverte lo slancio rivoluzionario della partecipazione alla costruzione della nuova società socialista, dell’«uomo nuovo», educando  ragazzi vagabondi, sbandati, orfani e delinquenti minorili alla «vita nuova», alla costruzione del socialismo, all’ottimismo e alla fiducia nelle loro possibilità, nella forza del «collettivo».

Makarenko  è antiburocratico e impone la disciplina e l’ordine attraverso la sua autorevolezza e il prestigio conquistato sul campo assieme ai suoi besprizornye: a tale proposito è significativa la gratitudine espressa dal Comitato provinciale per aver catturato un noto bandito come lo è altrettanto  l’incarico di sorvegliare il bosco dato dall’ispettore forestale alla colonia.

Con il Poema pedagogico¹ Makarenko descrive la sua esperienza, l’impegno profuso in quello che ritiene una missione sociale. Anche se dà l’impressione di inventare, di creare una storia, i suoi personaggi sono reali, come reali risultano le circostanze e i luoghi. Reale è il lavoro, la sua organizzazione, i laboratori, i reparti, i reparti misti, il «consiglio dei comandanti» (in definitiva il collettivo della «colonia Gor’kij») come reali sono le esperienze.

L’autore del Poema pedagogico descrive le azioni, i comportamenti e i fatti; giudica sulla base di quanto accade, tenendo sempre presente la sua missione:  trasformare i besprizornye in «uomini nuovi» sul piano sociale, culturale, politico, con un impegno educativo incentrato sulla pedagogia del collettivo, sulla certezza del socialismo.

Nella sua attività Makarenko affronta problemi organizzativi, problemi creati dalla carestia, furti all’interno della colonia, difficoltà di rapporti con i vicini kulaki e con la burocrazia. Tuttavia egli non ha dubbi, tutte le difficoltà vengono messe in secondo piano, anche le fughe dei giovani che abbandonano la colonia per mancanza di adattamento  alla disciplina e allo spirito del collettivo. Nei confronti di questi irriducibili, i non recuperabili, Makarenko non esprime giudizi, anche se esprime disappunto per quello che ritiene in parte un suo fallimento.

TEMATICHE ECONOMICO-FINANZIARIE

Le colonie Kuriaže Char’kovsono espressioni di una stagione storica che produsse fenomeni straordinari in campo economico e sociale. L’involuzione e la degenerazione del totalitarismo staliniano che ne seguì nulla tolgono a quell’esperienza innovativa.

È opportuno ricordare che la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 ha potuto avere successo perché ha ottenuto il consenso di gran parte della popolazione russa nelle città e nelle campagne.

La creazione dei «consigli» (soviet) formati da operai, soldati e contadini ha consentito a Vladimir Il’ič Lenin  e ai bolscevichi di prendere il potere e di consolidarlo con azioni immediate quali la fine della partecipazione russa alla guerra, l’esproprio della terra ai grandi proprietari e la distribuzione immediata ai contadini, i programmi di alfabetizzazione nelle campagne, per citare alcune misure che fecero aumentare il consenso delle sterminate masse di diseredati nei confronti dei bolscevichi.

Senza questa adesione estesa e convinta l’esperienza narrata da Makarenko  nel Poema pedagogico non avrebbe potuto verificarsi. Senza il consenso politico, economico e sociale che caratterizzò il primi anni della rivoluzione, le colonie di rieducazione attraverso il lavoro e l’esercizio delle responsabilità individuale e collettiva non sarebbero state possibili.

È la concessione della terra ai giovani da parte del Comitato locale, la possibilità di accesso ai mezzi di produzione e di coltivazione e l’alleanza con i contadini dei villaggi vicini che rende possibile l‘esperienza di Makarenko  sotto il profilo economico/educativo.

L’economia della colonia, appunto. Che assume un ruolo strategico, fondamentale, per la sopravvivenza stessa della colonia, un’economia non soltanto materiale, ma anche morale, un’economia della responsabilità, del dovere e della disciplina.

È opportuno richiamare quanto scrive a proposito Makarenko  nelle prime pagine del suo Poema:

Nel settembre del 1920 il direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare mi convocò e mi disse:

– […] Io cerco, cerco… La questione è troppo importante: c’è un’infinità di ragazzi sbandati in giro: non si può andare per le strade, ripuliscono gli appartamenti. Mi dicono: è un problema di vostra competenza, di istruzione popolare … E allora ?

– E allora cosa ?

– […] significa che ora bisogna formare l’uomo nuovo con metodi nuovi.

– […] E se io combinassi davvero un bel pasticcio ?

Il direttore diede un pugno sul tavolo:

– Ah se io, se io ! E pasticcia come ti pare. Cosa vuoi da me? Credi che non capisca? Pasticcia, qualcosa bisogna pur fare. Poi si vedrà. L’importante, come dire… non è una qualche colonia di minorenni, cerca di capire, è l’educazione sociale… Abbiamo bisogno di formare un  uomo … il nostro uomo! E tu lo formerai. Tutti devono studiare. E studierai anche tu. Hai fatto bene a dirmi chiaro e tondo: io non lo so. Va bene così².

Le parole del Direttore: «significa che ora bisogna formare l’uomo nuovo con metodi nuovi», esprimono la consapevolezza di un «debito» nei confronti dei ragazzi «senza tutela»; allo stesso modo, con la frase: «Abbiamo bisogno di formare un  uomo… il nostro uomo ! E tu lo formerai», il Direttore esprime la fiducia (il «credito») che egli ripone in Makarenko .

L’ECONOMIA DELLA COLONIA

Tornando all’economia «materiale» della colonia, la situazione si presentava così:

La colonia non aveva bisogno di economi, eravamo assolutamente poveri.

A parte alcuni appartamenti nei quali alloggiava il personale, di tutti i locali ci riuscì di riattare solo un grande dormitorio con due stufe. In quella camerata c’erano trenta brande e tre grandi tavole, sulle quali i ragazzi mangiavano e scrivevano. Un’altra grande camerata mensa-dormitori, due aule scolastiche e un ufficio le avremmo riattate in seguito.

Di biancheria da letto avevamo la metà di quella che sarebbe stato necessaria per un cambio regolare, e di altra biancheria non ne avevamo affatto.

[…] nell’inverno del 1921 la colonia assomigliava ben poco ad una istituzione educativa. Giacche sbrindellate, cui meglio si addiceva la denominazione gergale della mala di «klift», coprivano alla meno peggio l’epidermide umana; solo raramente sotto i «klift» s’indovinavano i resti di una camicia ormai putrida. I nostri primi ospiti, quelli che erano arrivati ben vestiti, non si distinsero a lungo dalla massa generale: il taglio della legna, il lavoro in cucina e in lavanderia se avevano avuto un buon effetto pedagogico si erano rivelati rovinosi per l’abbigliamento.

[…] Pochissimi  dei ragazzi avevano scarpe, la maggioranza aveva i piedi fasciati in pezze legate con lo spago. Ma anche con questo tipo di calzature eravamo costantemente in crisi.

I nostro cibo si chiamava kondër (una specie di brodaglia) e altri cibi erano occasionali³.

E più oltre aggiunge:

Intanto la nostra colonia cominciava a sviluppare a poco a poco la sua storia materiale. La povertà, che toccava limiti estremi, i pidocchi ed i piedi semicongelati non ci impedivano di sognare un futuro migliore. Benché il nostro trentenne Piccolo e la vetusta seminatrice lasciassero poco sperare nel campo dell’agricoltura, i nostri sogni avevano invece proprio un indirizzo agricolo. Ma restavano sogni. […] Infine nemmeno il terreno della colonia si prestava all’agricoltura. Era sabbia che al minimo accenno di vento si sollevava in dune.

[…] Improvvisamente la fortuna ci sorrise: ci venne fatta un’assegnazione di legna di quercia. Ma bisognava andarsela a prendere direttamente sul luogo del taglio. Era un luogo entro i confini del nostro Soviet rurale, ma fino ad allora non ci era mai capitato di spingerci da quelle parti.

[…] Dopo essere passati sul ghiaccio, risaliti un sentiero che portava ad un’altura, ci ritrovammo in un paese morto. Una decina di case fra grandi e piccole, rimesse e capanne, depositi e altri edifici tutti in rovina. La distruzione era comune a tutte le costruzioni: al posto delle stufe rimanevano cumuli di mattoni e di argilla, sepolti dalla neve; pavimenti, porte, finestre e scale erano scomparsi. Molte pareti interne e soffitti erano sfondati.. In molti punti si era già iniziato ad asportare le pareti di mattoni e le fondamenta. Dell’enorme scuderia restavano solo due muri longitudinali di mattoni, sui quali dominava, triste e grottesca sullo sfondo del cielo, una splendida cisterna di ferro che sembrava appena verniciata. Era l’unica cosa in tutto il podere che avesse ancora un aspetto vivo, il resto sembrava tutto un cadavere.

Ma il cadavere era ricco: da una parte si ergeva una casa nuova, a due piani, non ancora intonacata ma con pretese di stile. Nelle sue stanze alte e spaziose si scorgevano ancora stucchi sui soffitti e marmi ai davanzali delle finestre. Sull’altro lato del cortile sorgeva una scuderia nuova nuova, in mattoni forati di cemento. Persino gli edifici in rovina, esaminati da vicino stupivano per la solidità delle strutture, per la robustezza degli impiantiti di quercia, per la sicurezza muscolosa della costruzione, per la snellezza delle travi, per la precisione delle linee verticali. Quel possente organismo non era morto di vecchiaia o malattia, era stato distrutto con la forza, nel fiore della salute e del vigore.

[…] Nel secondo cortile funzionava un altro mulino a cinque piani. Dal lavoratori del mulino venimmo a sapere che il potere apparteneva ai fratelli Trepke .

Kalina Ivanovič  si lasciò andare e tenne un intero discorso:

– Selvaggi! Capisci? Masnadieri, idioti! Tutta questa po’ po’ di ricchezza, case, stalle! Vivici, no ? Figlio di un cane! […] Carogne! Bastardi! Maledetti! E tu che ne dici ?… – Poi rivolgendosi a uno dei mugnai chiese: – Mi dica, per favore, compagno: a chi bisogna chiedere per prendersi il serbatoio ? Quello là, sopra la scuderia. Tanto qui non serve a niente…

– Il serbatoio ? Lo sa il diavolo. Qui comanda il Soviet rurale…

–  Ah, va bene, – fece Kalina Ivanovič , e tornammo verso casa.

Il mattino dopo […] Kalina Ivanovič  mi afferrò per un bottone:

– […] Su, bello scrivi un biglietto a a questo benedetto Soviet rurale.

Per farlo contento scrissi il biglietto. Ma a sera Kalina Ivanovič  tornò infuriato:

– Guarda che parassiti! Vedono le cose dal lato teorico, e non capiscono la pratica. Dicono che il serbatoio, che gli venga un accidente, è di proprietà dello Stato. Hai mai visto simili idioti ? Scrivi, andrò al comitato esecutivo !

[…] Dal comitato esecutivo Kalina Ivanovič  tornò ancora più infuriato e senza saper più dire una parola che non fosse una bestemmia.

Per tutta la settimana, fra le risate dei ragazzi, mi girò intorno supplicando:

– Scrivi un biglietto per il comitato esecutivo distrettuale.

– Piantala,  Kalina Ivanovič , ci sono cose ben più importanti del tuo serbatoio.

– Scrivi, cosa ti costa ? Ti dispiace per la carta o perché ? Scrivi, vedrai che porterò il serbatoio.

[…] Dal comitato esecutivo distrettuale Kalina Ivanovič  tornò la sera tardi e non passò né da me né nel dormitorio. Solo la mattina dopo venne nella mia camera.

– […] Non se ne caverà niente, – mi disse asciutto porgendomi il biglietto.

Su di esso, trasversalmente sul nostro testo dettagliato, era stato vergato con inchiostro rosso, in modo deciso e netto, un offensivamente inappellabile:

«Negare».

Kalina Ivanovič  soffrì a lungo e terribilmente. Per due settimane scomparve la sua amabile vivacità di anziano.

La domenica dopo, […] invitai alcuni dei ragazzi a fare una passeggiata nei dintorni.

– […] E se sistemassimo qui la nostra colonia ? – pensai ad alta voce.

– Dove, «qui» ?

– In queste case.

– E come ? Qui non si può vivere.

– Le ripareremo.

– […]  Oh, questa si che sarebbe una colonia! Il fiume, il frutteto, il mulino…

Ci aggiravamo tra quelle rovine sognando: qui il dormitorio, là la mensa, qui un bel circolo, lì le aule…

Tornammo a casa stanchi, ma sovreccitati. Nel dormitorio ci mettemmo a discutere animatamente i particolari della futura colonia. Prima di separarci, Ekaterina Grigor’evna  disse:

– Ma ragazzi, lo sapete che non è bello abbandonarsi a sogni irrealizzabili ? Non è da bolscevichi.

Nel dormitorio scese un silenzio deluso.

Guardai Ekaterina  Grigor’evna  in faccia esasperato, battei il pugno sul tavolo e dissi:

– E io vi dico: tra un mese quella tenuta sarà nostra ! Questa non è una cosa da bolscevichi ?

I ragazzi scoppiarono a ridere e a gridare evviva. Ridevo anch’io e rideva Ekaterina  Grigor’evna.

Per tutta la notte lavorai a una relazione per il comitato esecutivo provinciale.

Una settimana dopo mi fece chiamare il direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare.

– Avete avuto una buona idea. Andremo a dare un’occhiata

Dopo un’altra settimana il progetto era all’esame del comitato esecutivo provinciale .

[…] Il presidente del comitato esecutivo disse:

– Là serve un padrone e qui ci sono padroni che vanno a spasso. Se lo prendano.

Così mi trovai in mano l’autorizzazione a prendere possesso dell’ex proprietà dei Trepke, con sessantadesjatine di terreno coltivabile e un preventivo di ricostruzione approvato. Me ne stavo in piedi in mezzo al dormitorio e ancora stentavo a credere che non fosse un sogno. Attorno a me la folla entusiasta dei ragazzi, una girandola di eccitazione e di mani tese.

– Ci faccia vedere !

Entrò Ekaterina  Grigor’evna , la assalirono con gaia irruenza e Šelaputin  squillò con la sua vocetta:

– È da bolscevichi o no ? Su, cosa ne dice ora ?

– Che c’è ? Che succede ?

– È da bolscevichi ? Guardi, guardi!⁴

L’autore paragona  il podere a un «cadavere», l’unica cosa ancora viva è costituita da «una splendida cisterna di ferro che sembrava appena verniciata». E afferma: «Era l’unica cosa in tutto il podere che avesse ancora un aspetto vivo. […] Ma il cadavere era ricco […].. Quel possente organismo non era morto di vecchiaia o malattia, era stato distrutto con la forza, nel fiore della salute e del vigore».

Si coglie, in questa come in altre descrizioni fatte da Makarenko, una doppia valenza, come un Giano bifronte: da un lato è evidente il riferimento ad un «fatto» materiale, dall’altro lato emerge l’analogia con i ragazzi «moralmente deficienti», che rappresentano la negazione dell’«uomo nuovo».

E, di nuovo, troviamo un’«apertura di credito» da parte del direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare, una fiducia nella possibilità di formare quell’«uomo nuovo» che Makarenko pone al centro del suo programma educativo, come descrive egli stesso in una pagina molto significativa:

Per noi era ben poca cosa “redimere” semplicemente un uomo, ci toccava invece di educarlo in modo nuovo, perché si trasformasse non soltanto in un membro inoffensivo per la società, ma perché fosse in condizione di partecipare attivamente alla costruzione della nostra nuova epoca⁵.

Nel corso della storia del Poema  troviamo  non soltanto la vita materiale, economico-commerciale, culturale e artigianal-industriale della colonia, vi troviamo anche una vita culturale, morale, giuridica, etica, con crisi di crescenza, arretramenti, stasi, ma anche con novità, sviluppo, con un processo continuo di formazione delle singole personalità.

È questa formazione che costituisce l’«interesse» che rende il «capitale» investito da Makarenko  nella sua azione formativa, caratterizzata da una serie di iniziative «sperimentali» attuate nella colonia: per esempio l’allevamento di autentici maialini inglesi, o l’adozione della «rotazione delle culture» introdotta da Šere.

Scrive Makarenko:

L’agricoltura ricevette un valido rinforzo. Facemmo venire un agronomo e fu così che per i campi della colonia cominciò a girare Eduard Nicolaevič  Šere , un essere che risultava del tutto incomprensibile agli occhi stupiti dei ragazzi. Era chiaro a tutti che Šere era il prodotto di una qualche semente selezionata e che non era stato annaffiato durante la crescita da pioggie propizie, ma da qualche essenza artificiale appositamente studiata per tipi come lui.

Al contrario di Kalina Ivanovič , Šere  non si arrabbiava e non si emozionava mai per nessun motivo, era sempre dello stesso umore, leggermente allegro. Dava sempre del lei a tutti i ragazzi, […] e non alzava mai la voce, ma non faceva mai amicizia con nessuno. […] Šere era relativamente giovane, ma stupiva i ragazzi per la sua perenne sicurezza e per la sua sovrumana capacità di lavorare. I ragazzi erano convinti che non dormisse mai. Quando la colonia si svegliava Eduard Nicolaevič  già misurava i campi con le sue lunghe gambe un po’ sgraziate, da giovane cane di razza. Quando suonava il segnale di riposo Šere era ancora nel porcile a discutere di qualcosa con il falegname. Durante il giorno lo si poteva vedere contemporaneamente nella stalla, nella serra in costruzione, sulla strada che portava in città, sui campi a spargere il letame o, per lo meno, a tutti sembrava che quelle cose avvenissero contemporaneamente, tanto veloce Šere si muoveva sulle sue strane gambe⁶.

E, a proposito della «rotazione delle culture»,  scrive:

Šere  faceva sul serio. Attuò la semina primaverile sulla rotazione di sei campi e seppe fare di quel piano un avvenimento sentito nella vita della colonia. Sui campi, nella stalla, nel porcile, nel dormitorio, semplicemente per strada o al traghetto, nel mio studio o alla mensa, intorno a lui si radunava sempre un gruppo di neofiti dell’agricoltura. Ma i ragazzi non sempre accettavano le sue disposizioni senza discuterle e Šere, da parte sua, non rifiutava mai di ascoltare le loro osservazioni, a volte replicava con poche parole secche, ma cortesi, per concludere inappellabilmente:

– Fate come ho detto⁷.

La «rotazione delle culture», ossia un’applicazione strumentale dettata dal bisogno, è certamente una teoria elementare, che risulta però propedeutica alla filosofia della rotazione delle mansioni adottata da Makarenko  con l’adozione del «reparto» e più in particolare del« reparto misto», chiavi di volta originali della sua impresa.

L’ORGANIZZAZIONE

A proposito dell’organizzazione della colonia l’autore del Poema aggiunge:

L’inverno del ventitré ci portò molte novità sul piano organizzativo, che determinarono per molto tempo le forme del nostro collettivo. La più importante fu l’istituzione dei reparti e dei relativi comandanti.

[…] La cosa ebbe inizio da un nonnulla.

Come sempre, pensando che fossimo in grado di cavarcela da soli, quell’anno non ci assegnarono legna per l’inverno. E come sempre ci toccò raccogliere legna secca e sterpaglie nel bosco.

[…] Raccoglierla non era difficile, ma per mettere insieme cento pud di quella specie di legna bisognava rastrellare qualche desjatina di bosco infilandosi tra il folto della vegetazione, per poi disperdere una grande quantità di energia per trasportare alla colonia tutta quella minutaglia.

In quella difficile situazione riuscimmo però a convincere Sere a ridurre temporaneamente le operazioni di trasporto del letame e a distaccare i ragazzi più robusti e meglio calzati alla raccolta della legna. Si formò un gruppo di una ventina di persone, di cui faceva parte tutto il nostro attivo: Burun , Beluchin , Veršnev , Volochov , Osadčij , Čobot  e altri. Partivano la mattina presto con le tasche piene di pane e passavano tutto il giorno nel bosco.

[…] I ragazzi rientravano affamati ed entusiasti. Spesso sulla via del ritorno organizzavano un loro gioco non privo di certi ricordi del banditismo di un tempo.

[…] Ora i ragazzi si scambiano le impressioni sul lavoro svolto. Burun  racconta:

– Oggi il nostro reparto ha caricato non meno di dodici carri.

[…] La parola «reparto» era un termine del periodo rivoluzionario, dell’epoca in cui le forze rivoluzionarie non avevano ancora avuto il tempo di organizzarsi nelle ordinate colonne dei reggimenti e delle divisioni  La guerra partigiana in Ucraina  era condotta solo da reparti. Un reparto poteva inquadrare migliaia di persone o meno di cento, ma in ogni caso si distingueva per imprese ardite e per repentine ritirate nella boscaglia.

[…] Il nostro reparto di legnaioli, armato di sole scuri e seghe, rievocava l’immagine di un altro antico reparto che, quando non era viva per ricordi personali, lo era comunque per infiniti racconti e leggende.

Non volevo ostacolare questo gioco seminconscio degli istinti rivoluzionari dei ragazzi.  […] la colonia cominciò proprio dai reparti.

Nel reparto legnaioli Burun  era sempre stato il capo riconosciuto e nessuno gli contendeva questo onore.

[…] Terminarono la raccolta della legna e, per il primo di gennaio, avevano già superato i mille pud di legna. Ma il reparto di di Burun  non fu sciolto e gli fu affidata la costruzione delle serre nella seconda colonia.

[…] Un giorno Zadorov mi affrontò:

– Ma perché abbiamo solo il reparto di Burun ? E gli altri ragazzi chi sono?

Detto e fatto. A quell’epoca avevamo già un nostro ordine del giorno e ci mettemmo subito che nella colonia si organizzava un secondo reparto al comando di Zadorov .

[…] L’ulteriore sviluppo dei reparti avvenne molto rapidamente, Nella seconda colonia nacquero un terzo e un quarto reparto con rispettivi comandanti. Le ragazze formarono il quinto reparto al comando di Nastia Nočevnaja .

Il sistema dei reparti fu definitivamente strutturato in primavera. Nei reparti vennero inclusi meno ragazzi e un reparto riuniva di norma tutti i lavoratori di un laboratorio […]. I comandanti li nominavo io, ma sempre più spesso presi a convocarli in riunione e i ragazzi diedero presto a quelle riunioni il nome nuovo e bello di «consiglio dei comandanti». Mi abituai presto a non intraprendere niente di importante senza il consiglio dei comandanti. Poi, anche la nomina dei comandanti stessi passò al consiglio, che s’integrava per cooptazione […]. Grazie alla cooptazione ottenevamo sempre direttamente degli ottimi comandanti e avevamo un consiglio sempre in carica che non cessava mai la sua attività.

Una regola importantissima, in vigore ancora oggi, era l’esclusione di qualsiasi privilegio per il comandante: non riceveva mai razioni supplementari e non veniva mai esentato dal lavoro⁸.

L’introduzione dei reparti nell’organizzazione della colonia «Gor’kij », iniziata quasi per gioco, segna una nuova svolta nella ricerca del metodo, anche se l’innovazione fondamentale avverrà con l’introduzione dei reparti misti.

E prosegue:

Nella primavera del 1923 introducemmo un’innovazione fondamentale nel sistema dei reparti. Quell’innovazione, a dire il vero, fu la più importante scoperta del nostro collettivo in tutti i suoi tredici anni di vita. Fu essa che permise ai nostri reparti di fondersi in un unico collettivo saldo e omogeneo che assumeva differenziazioni lavorative e organizzative, si basava sul sistema democratico dell’assemblea generale e vedeva ordini dati ed eseguiti fra compagni senza che si formasse mai un’aristocrazia, una casta di comandanti […].

Il reparto misto ebbe origine dal fatto che allora il nostro lavoro principale era l’agricoltura.

[…] Il reparto misto era un reparto temporaneo, che veniva costituito per una settimana al massimo per lo svolgimento di un determinato compito di breve durata: sarchiare le patate in un certo campo, arare un certo appezzamento, ripulire il materiale per la semina, trasportare e spargere il letame, seminare, ecc.

Diversi lavori richiedevano un diverso numero di ragazzi: per alcuni reparti misti bisognava distaccare due ragazzi, per altri cinque, per altri venti. Il lavoro dei reparti misti si differenziava anche per il tempo […].

Questa differenziazione del lavoro per tipo e per durata generò una grande varietà di reparti misti. Nacque così un sistema che sembrava proprio un orario dei treni.

[…] Il reparto misto era sempre un reparto esclusivamente di lavoro. Appena aveva terminato il suo lavoro e i ragazzi rientravano alla base il reparto cessava di esistere.

Ognuno dei ragazzi sapeva qual’era il suo reparto di appartenenza fissa, con il suo comandante fisso, il suo posto prefissato in un dato laboratorio artigiano, nel dormitorio e nella mensa. Il reparto fisso era il collettivo di base dei ragazzi e il suo comandante era membro di diritto del consiglio dei comandanti […]. Capitava che un reparto misto fosse composto in tutto da due ragazzi, ma anche in quel caso uno dei due veniva nominato comandante del reparto misto. Era lui che organizzava il lavoro e che ne rispondeva. Ma appena terminata la giornata di lavoro il reparto si scioglieva.

[…] Il consiglio dei comandanti si sforzava di fare in modo che prima o poi tutti i ragazzi, tranne i più incapaci, ricoprissero la carica di comandante di un misto […]. Grazie a quel sistema la maggior parte dei ragazzi partecipava non solo all’esecuzione del lavoro, ma anche alla sua organizzazione. E questo era importante , anzi necessario, ai fini di un’educazione comunista. Era proprio per questo che  nel 1926 la nostra colonia si distingueva per la sua capacità di affrontare ogni lavoro e disponeva per l’esecuzione dei dettagli persino di un eccesso di quadri organizzativi capaci e dotati di’iniziativa, gente su cui si poteva davvero fare affidamento.

[…] I comandanti dei reparti fissi non assumevano quasi mai il comando di reparti misti […]. E quando lavorava in un reparto misto un comandante di reparto fisso era un semplice gregario e dipendeva dal suo comandante temporaneo, che spesso era proprio un suo gregario del suo reparto fisso. Questo creava una interdipendenza nella colonia, catena in cui nessun ragazzo aveva la possibilità di porsi al di sopra del collettivo.

E conclude:

Il sistema dei reparti misti aveva reso intensa e interessante la vita della colonia, grazie al continuo alternarsi nelle funzioni operative e organizzative, grazie al continuo esercizio del comando e della subordinazione, all’operare collettivamente e personalmente⁹.

Con l’introduzione dei reparti misti Makarenko  giunge al termine della sua ricerca sul metodo, trasformando i «rieducandi» in «uomini nuovi», attraverso la dignità del lavoro e l’assunzione di responsabilità.

LA FORZA DEL COLLETTIVO

Troviamo nel Poema pedagogico un episodio emblematico della forza del collettivo durante il trasferimento della colonia   «Gor’kij » da Kurjaž   a Char’kov :

In basso, dal binario, qualcuno disse forte:

– Lapot’ , il capostazione ha detto che fra un cinque minuti si parte.

Mi rivolsi verso quella voce sconosciuta. I grandi occhi di Mark  Sejngaus  mi guardavano seri, pervasi di passione.

– Salve, Mark ! Come mai non ti ho visto prima?

– Ero di guardia alla bandiera, – rispose severamente.

– […]  A cosa pensi?

– Perché loro non hanno paura e io si?

– Hai paura per te stesso?

– No, perché dovrei avere paura per me ? Ho paura per lei e per tutto, paura in generale. Si viveva bene, ma ora chissà come andrà a finire.

– Loro vanno a lottare. Questa, Mark , è la più grande felicità, quando si può lottare per una vita migliore.

– Quello che le dicevo io: sono gente felice, per questo cantano. Ma perché io invece non riesco a cantare e penso continuamente ?

Proprio sopra il mio orecchio Sinen’kij  suonò il segnale dell’adunata generale.

«Il segnale dell’attacco», pensai, e mi affrettai con tutti gli altri verso il vagone. Arrampicandomi sul vagone osservai come Mark  correva agilmente verso il suo posto con i piedi scalzi e pensai: oggi questo ragazzo saprà cos’è la vittoria o la sconfitta: allora diventerà un vero bolscevico.

La locomotiva diede un fischio, Lapot’  imprecava contro qualche ritardatario. Il treno si mosse.

Quaranta minuti più tardi entrava lentamente nella stazione di Ryžov  per fermarsi sul terzo binario. Sulla banchina c’erano Ekaterina  Grigor’evna , Lidočka e la Guljaeva, tremanti di gioia.

Koval ’ mi si avvicinò:

– Cosa aspettiamo? Scarichiamo.

Corse dal capostazione. Si venne a scoprire che il treno per essere scaricato doveva passare sul primo binario, ma che non c’era niente per trainarlo. La nostra locomotiva se ne era già partita per Char’kov  e ora bisognava aspettare che ne arrivasse una di manovra. Ma alla stazione di  Ryžov  non si erano mai fermati convogli di quel tipo e non c’erano locomotive di manovra. Bisognava aspettarla da fuori […].

Il capostazione volava sui binari pretendendo che i ragazzi non uscissero dai vagoni e non attraversassero i binari, sui quali passavano in continuazione treni merci, passeggeri e locali.

– Ma quando arriverà la locomotiva ? – Gli chiedeva insistentemente Taranec .

– Ne so tanto quanto voi, si arrabbiò chissà perché il capostazione. Può anche darsi che arrivi domani.

– Domani ? Allora ne so di più io…

– Più di cosa ?

– Più di lei.

– Come sarebbe a dire più di me ?

– Ecco come: se non ci sono locomotive, saremo noi stessi a spingere il treno su quel binario.

Il capostazione rivolse a Taranec un gesto di commiserazione e se ne andò. Taranec cominciò a insistere con me:

– Lo sposteremo, Anton Semënovič, vedrà! Lo so. I vagoni si muovono facilmente anche se sono carichi. Abbiamo tre ragazzi per vagone. Andiamo a parlare al capostazione.

– Smettila di dire stupidaggini, Taranec !

Anche Karabanov  s’indignò:

– Ma senti cosa tira fuori: Spostare un treno ! Oltretutto bisogna anche azionare il semaforo e gli scambi.

Ma Taranec  insisteva e molti ragazzi lo appoggiavano. Lapot’  propose:

– Perché stare a discutere ? Suoniamo l’adunata e proviamoci: se ci riusciamo, bene, se no passeremo la notte in treno.

– E il capostazione? –  chiese Karabanov , al quale cominciavano a luccicare gli occhi.

– Il capostazione ! –  rispose Lapot’ , – il capostazione ha due mani e una gola in tutto. Lasciamo che urli e si sbracci. Sarà più divertente.

– No, dissi, non si può. Allo scambio potrebbe investirci qualche treno. Pensate un po’ che bella frittata !

– Lo sappiamo! Ma basterà chiudere il semaforo.

– Piantatela, ragazzi !

Ma i ragazzi mi avevano circondato in massa […]. Mi chiedevano di permettergli di spostare il treno di almeno due metri.

– Solo per due metri e basta. Così non diamo fastidio a nessuno. Solo per due metri, poi deciderà lei!

Alla fine mi arresi. Il solito Sinen’kij  diede il segnale e i ragazzi […] si misero accanto ai vagoni […].

Il capostazione corse sulla banchina agitando le braccia: – Cosa fate ? Cosa fate ?

– Di due metri, disse Taranec.

– No, niente affatto !… Com’è possibile? Non si può !

– Ma solo per due metri ! Grido Koval’, non capisce ? […].

Lapot’ agitò il berretto, e il capostazione, imitandolo, scosse la testa e aprì la bocca. Qualcuno di dietro gridò:

– Forza.

Per alcuni istanti mi sembrò che non si ottenesse niente, che il treno rimanesse immobile. Ma guardando le ruote mi accorsi ad un tratto che cominciavano a girare lentamente e , subito dopo, distinsi anche il movimento del treno. Lapot’  gridò qualcosa e i ragazzi si fermarono. Il capostazione mi guardò, si asciugò la testa pelata e mi sorrise […].

– Va bene… spostatelo… che Dio sia con voi! Solo, non schiacciate nessuno!

Girò un poco la testa e scoppiò in una fragorosa risata:

– Figli di cani ! Che roba, eh ? Su, spostatelo.

– E il semaforo ?

– State tranquilli ! […].

Mezzo minuto dopo il treno rotolava verso il semaforo, come se fosse agganciato a una potente locomotiva. Sembrava che i ragazzi camminassero semplicemente a fianco dei vagoni senza nemmeno spingerli […].

Allo scambio bisognava passare sul secondo binario spingendo il treno al capo opposto della stazione, per poi tornare indietro fino alla banchina del primo. Nel momento in cui il treno passava accanto alla banchina e io mi sentivo tutto fiero e orgoglioso per quell’impresa, qualcuno mi chiamò dalla banchina:

– Compagno Makarenko !

Mi voltai. Sulla banchina c’erano la Bregel’ , Chalabuda  e la compagna Zoja. La Bregel’ si ergeva in un ampio abito grigio, tanto maestosa da ricordarmi il monumento a Caterina la Grande .

Con altrettanta maestà mi chiese da quel piedistallo:

– Compagno Makarenko , questi sono i suoi rieducandi ? […].

– Sarà severamente punito per ogni gamba amputata […].

La compagna Zoja  mi sarebbe volentieri balzata addosso dalla banchina e così forse sarebbe terminato il mio poema antipedagogico, se Chalabuda  non avesse detto semplicemente, in tono tecnico:

– Guarda quelle canaglie come fanno filare il treno! Guarda, guarda, Bregel’  … E quel porcellino laggiù !

Chalabuda  marcia già a fianco di Vas’ka Alekseev , orfano di innumerevoli genitori, scambia qualche parola con lui e mentre noi non ci siamo ancora liberati della nostra rabbia già Chalabuda ha appoggiato anche lui le mani al vagone […].

Venti minuti più tardi il Bravo veniva fatto scendere dal vagone semidistrutto e Anton Bratčenko volava di carriera alla volta di Kuriaž , lasciandosi alle spalle un turbine di polvere e l’esaurimento nervoso dei cani di Ryžov  […].

La Bregel’  e la sua amica salirono in macchina e io mi tolsi ancora una volta la soddisfazione di far diventare verdi le loro facce con lo squillo delle trombe e il rullare dei tamburi del nostro saluto alla bandiera […]. Koval ’ diede un ordine e la colonna dei gor’kiani, circondata da una folla di ragazzetti locali, mosse verso Kuriaž. Quando la macchina, sorpassando la colonna, mi passò avanti, la Bregel’ mi disse:

– Monti su !

Io alzai le spalle con aria stupita e mi misi la mano sul cuore¹⁰.

Nell’episodio del treno non è difficile scorgere una metafora: la forza del collettivo che, di fronte a ostacoli ritenuti dai più insormontabili, non si perde d’animo ma, consapevole delle proprie possibilità, caparbiamente trova la soluzione a dispetto delle opinioni altrui. È significativo il comportamento di Chalabuda, il burocrate affascinato dall’azione dei colonisti e che, bambino in mezzo a bambini, marcia a fianco di Vas’ka Alekseev  e appoggia anche lui le mani al vagone.

Nell’opera di Makarenko  emerge con forza un filo conduttore: il senso della prospettiva. È la prospettiva, appunto, che consente poi la valorizzazione delle risorse umane dei  besprizorniki (i ragazzi «senza tutela»,  «moralmente deficienti»), attraverso il collettivo; il collettivo appunto, che sarà lo strumento per creare «l’uomo nuovo» e che costituirà la rendita dell’«investimento» fatto dal direttore dell’Ufficio provinciale per l’istruzione popolare su Makarenko e sui «metodi nuovi», tutti da scoprire.

TRASMISSIONE CULTURALE, TRADIZIONE, STILE

Nel Poema pedagogico la tradizione, lo stile e la loro trasmissione tra generazioni di rieducandi assumono un ruolo strategico nella «prospettiva» di tutto il discorso educativo svolto da Makarenko .

Quali e quante generazioni? Egli le descrive distinguendo il «vertice», la «riserva» con i ragazzi più anziani e i piccoli in crescita, e infine il «resto», diviso in tre gruppi: la «palude», i «piccoli» e la «cricca».

Spiega Makarenko :

Il vertice del collettivo all’epoca non andava ancora esente da deviazioni sul piano della perfetta moralità  […]. L’importante era che nel nostro difficile lavoro questo vertice si dimostrava un apparato dirigente unito e perfettamente funzionante.

[…] Di questo vertice facevano parte tutte le nostre vecchie conoscenze: Karabanov , Zadorov , Veršnev, Bratčenko , Volochov , Vetkovskij , Taranec , Burun , Gud , Osadčij , Nastia Nočevnaja . Ma ultimamente erano entrati a far parte anche nomi nuovi: Opriško , Georgievskij , Volkov Žorka  e Volkov Alëška , Stupicyn  e Kudlatyj .

[…] Accanto al nostro vertice c’erano due gruppi numerosi che ne costituivano la riserva. Da una parte ragazzi più anziani e battaglieri, magnifici lavoratori e compagni, solo meno dotati di talento organizzativo, tipi solidi e calmi: Prichod’ko, Čobot, Soroka, Lešij, Glejzer, Šnajder, Ovčsrenko, Koryto, Fedorenko ed altri.

Dall’altra parte c’erano i piccoli in crescita, in un certo senso la nuova generazione, che cominciavano a mostrare spesso la grinta dei futuri organizzatori. Data l’età non erano ancora in grado di prendere in mano le redini della direzione, anche perché a cassetta sedevano già gli anziani, che loro peraltro amavano e rispettavano. Però avevano sentito il gusto della vita nella colonia in un’età più giovane e quindi ne avevano fatto più profondamente proprie le tradizioni, credevano maggiormente all’indiscutibile importanza della colonia e, soprattutto, erano più istruiti e si trovavano così più vicini alla scienza. In parte si trattava di vecchie conoscenze: Tos’ka, Šelaputin, Ževelij, Bogojavlenskij, in parte erano nomi nuovi: Lapot’, Šarovskij, Romančenko, Nazarenko, Veksler. Sarebbero stati i futuri comandanti dell’epoca della conquista di Kurjaž. Già ora partecipavano ai reparti misti.

I gruppi sopra enumerati costituivano la maggioranza del nostro collettivo. Erano gruppi molto forti per il loro tono, per la loro energia, per le loro conoscenze e per l’esperienza acquisita e il resto della colonia poteva solo seguirli. E quel resto si divideva, a detta di tutti, in tre gruppi: la «palude», i «piccoli» e la «cricca». Della «palude» facevano parte tutti quei ragazzi che non avevano alcuna dote particolare e non dimostravano particolare coscienza di appartenere alla colonia. Bisogna però ammettere che dalla  «palude» si staccavano continuamente individualità interessanti e che la «palude» era per i più una fase di transizione.

[…] I piccoli erano una quindicina e tutti li consideravamo materia grezza, la cui funzione principale era per il momento quella d’imparare a pulirsi il naso. D’altra parte i piccoli non aspiravano a una vera attività ed erano soddisfattissimi dei giochi, dei pattini, delle barche, della pesca, delle slitte e di altre cosette. E secondo me facevano benissimo.

La  «cricca» comprendeva cinque elementi: Galatenko, Perepljatčenko, Evgen’ev, Gustoivan e un altro ancora. Facevano parte della «cricca» per giudizio unanime di tutta la nostra società, perché ciascuno di loro aveva dimostrato chiaramente d’indulgere a un qualche vizio […]. Quelli della  «cricca» riuscirono a perdere qualcuno dei loro vizi, ma ci volle parecchio tempo¹¹.

E quale stile ?

Questo era il nostro collettivo alla fine del ventitré. Dal punto di vista esteriore tutti, salvo poche eccezioni, avevano un aspetto dignitoso e ostentavano un portamento marziale. Avevano già imparato a marciare ordinatamente, preceduti da quattro trombe e otto tamburini.  Avevamo anche una bella bandiera di seta, ricamata pure in seta, regalataci dal Commissariato del popolo nel giorno del nostro terzo anniversario.

In quanto alla tradizione, prosegue:

Nei giorni delle feste proletarie la colonia entrava in città al suono dei tamburi e stupiva i cittadini e i pedagoghi più sensibili per la sua armonia, la ferrea disciplina e per l’originalità dei suoi atteggiamenti. Arrivavamo sulla piazza sempre più tardi degli altri, per non dover più aspettare nessuno, i ragazzi si mettevano sull’attenti, i trombettieri suonavano il saluto ai lavoratori della città, alzavamo il braccio, dopo di che ci disperdevamo alla ricerca delle impressioni della festa, lasciando sul posto solo l’alfiere con la guardia e il segnalatore con la banderuola sul posto della nostra ultima fila. Era tanto l’effetto che mai nessuno si arrischiava a occupare il nostro posto. Supplivamo alla nostra povertà di abbigliamento con l’inventiva e con il coraggio. Eravamo nemici dichiarati del cotone, segno distintivo delle case di correzione. Ma non avevamo abiti più costosi, né scarpe nuove e belle. Perciò andavamo scalzi alle parate, ma pareva che lo facessimo apposta, perché indossavamo camicie bianche immacolate e buoni pantaloni neri rimboccati al ginocchio, dove splendevano bianchi i risvolti della biancheria pulita. Anche le maniche delle camicie erano rimboccate sopra al gomito. Ne risultava un reparto elegante, vivace e un poco rustico.

Il 3 ottobre del 1923 questo reparto si schierò sul piazzale della colonia […]. A seguito di una deliberazione di una seduta comune del consiglio pedagogico e del consiglio dei comandanti, la «colonia Gor’kij » si raccoglieva in un’unica località, l’ex tenuta Trepke  e lasciava la sua vecchia sede presso il lago Rakitnoe  a disposizione dell’Ufficio per l’istruzione popolare […].

Alle dodici l’incaricato dell’Istruzione popolare firmò l’atto con il quale prendeva possesso della colonia e si fece in disparte. Ordinai:

– Alla bandiera, attenti !

I ragazzi si irrigidirono nel saluto, i tamburi rullarono e le trombe intonarono la marcia della bandiera. L’alfiere con la scorta portò fuori del mio studio la bandiera, portandosi sulla destra dello schieramento.

Non dicemmo nessun addio alla nostra vecchia località, anche se non avevamo nulla contro di essa. Solo, non ci piaceva guardarci indietro. E non ci guardammo indietro neppure quando la nostra colonna, spezzando il silenzio col rullare dei suoi tamburi, passò davanti al lago Rakitnoe, vicino alla fortezza di Andrij Karpovič, lungo la strada del villaggio e discese verso la piana erbosa del Kolomak puntando verso il nuovo ponte costruito dai nostri ragazzi.

Nel cortile della seconda colonia si era raccolto tutto il personale, con molti contadini di Gončarovka e c’era schierata la colonna altrettanto bella dei ragazzi della seconda colonia, sull’attenti a salutare la bandiera della  «Gor’kij ».

E conclude:

Eravamo entrati in una nuova epoca¹².

Nella ritualità descritta in quelle pagine compaiono tutti gli elementi che caratterizzano lo stile dei «gor’kijani» (stile che diventa tradizione): portamento marziale, marcia ordinata, camicie bianche immacolate, pantaloni neri rimboccati al ginocchio, maniche delle camicie rimboccate al gomito. E si supplisce alla carenza di scarpe in modo uniforme, con uno stile, anche se «un poco rustico»: tutti senza scarpe («sembrava che lo facessimo apposta»).

Troviamo un gruppo caratterizzato da tradizioni consolidate (parate, schieramenti, ecc.), costituenti valori del collettivo, in cui l’intervento pedagogico sul singolo  avviene sempre attraverso il coinvolgimento del gruppo stesso, del collettivo.

Il collettivo appunto, che rappresenta il passaggio da un ordine soggettivo ad un ordine oggettivo, il collettivo con la vita in collegialità, con una sua autosufficienza economica, i suoi reparti, i reparti misti, la rotazione degli incarichi, la convivenza di educatori, ragazzi e personale della colonia.

E, sempre a proposito di tradizione, di cultura, di trasmissione culturale, proviamo ad osservarle con gli «occhiali mentali» di Nicola Siciliani de Cumis :

Ragazzi e ragazze, Adolescenti e bambini. I “piccoli”, i maschietti” di dentro la colonia, e quelli di fuori. Di generazione in generazione, con il procedere della storia, è la stessa dimensione adulta a rinnovarsi dall’interno, a ri-generarsi alla presenza ed in forza dei “piccoli”. L’“uomo nuovo” di Makarenko  ha il suo laboratorio nell’infanzia: ed è per l’appunto l’infanzia, l’uomo nuovo “da piccolo”, il luogo naturale, originario, deputato alla nascita e alla crescita della creatività in ipotesi; e la prima sede storica, formativa, dell’“esperimento” in corso. Che tuttavia non riguarda soltanto i bambini, ma tutti, in prima persona e collettivamente, adulti compresi […].

D’altra parte, ciò che viene ad essere ribadito e approfondito variamente […], è ancora il concetto e la funzione del reparto misto: misto, non solo per la mescolanza paritetica dei due sessi, e relativamente alla sua composizione in base alle competenze individuali, alla capacità di lavoro dei suoi membri, al grado di integrazione personale nel “collettivo” ecc., ma anche dal punto di vista della attiva compresenza, nel medesimo reparto, di colonisti di diversi livelli di età […].

L’idea di fondo è ancora la stessa: quella dello scambio costitutivo o ri-costitutivo tra generazioni, generativo e/o rigenerativo, ed inventivo – per ciò che attiene al risultato in ipotesi dell’uomo nuovo comunista. È l’idea, per così dire, di una domanda e di una offerta di “novità umane” (specifiche e complessive), ovvero di un acquisto o cessione o permuta di “umanità inedita” (particolare e generale), nel flusso di vita e di “cultura altra”, che si trasmette dialogicamente e dialetticamente dai “più grandi” ai “più piccoli”, e viceversa. E, comunque, secondo una prospettiva: che è proprio quella proceduralmente indicata, dell’uomo nuovo comunista come uomo nuovo senz’altro.

I  «nuovi arrivi» («popolnenie»), cioè i «ragazzini» altrimenti detti da Makarenko «novellini» («noviëki»), rivitalizzano strada facendo il quadro pedagogico d’insieme. Essi infatti, nel crescere, da un lato si avvalgono soggettivamente dell’esperienza dei più grandi, da un altro lato rendono a loro volta possibile la crescita dell’inero collettivo. Gli stessi ragazzi più “maturi” sono messi obiettivamente in gioco nell’esperienza del rapporto con i «novellini»: e, se per un verso si fanno forti di ciò che Makarenko, come si è detto, chiama tradizione (che è all’origine di ciò che rende possibile il più importante degli obiettivi pedagogici, cioè lo stile), per un altro verso, corroborano la loro forza proprio in virtù del “male “ da combattere e negare, e cioè la possibilità che prenda sopravvento il male peggiore, che per il collettivo è la stasi […].

Su un altro piano, ma sempre nell’ottica genetica, generativa, dell’invenzione di una “tradizione” e di uno “stile”, si colloca il rapporto diretto dei ragazzi della colonia con Aleksej Maksimovič (Maksim) Gor’kij. Un rapporto iniziale, un rapporto “bambino”, che nel corso del tempo cresce e si stabilizza e si qualifica come “adulto”. E che in un certo qual senso si istituzionalizza, di pari passo con l’istituzionalizzazione della funzione formativa¹³.

È un rapporto, quello dei ragazzi della colonia con Gor’kij  che nasce per merito delle letture serali. Scrive Makarenko:

Sovente la sera nei dormitori organizzavamo letture collettive. Fin dal primo giorno avevamo avuto una biblioteca, formata da libri che compravo o che ottenevo dai privati […].

A molti dei ragazzi piaceva leggere, ma solo pochissimi sapevano cavarsela bene. Per questo facevamo letture generali ad alta voce, alle quali partecipavano solitamente tutti. Leggevo io, oppure Zadorov, che aveva un’ottima dizione. Nel corso del primo inverno leggemmo molto di Puškin, Korolenko, Mamin-Sibirjak, Veresaev e soprattutto di Gor’kij  […].

Tutti rimasero impressionati da Infanzia e Tra la gente. Ascoltavano senza respirare e chiedevano di leggere «almeno fino a mezzanotte». All’inizio non mi credettero quando raccontai loro la vera storia della vita di Gor’kij, erano sbalorditi, poi, improvvisamente si appassionarono al problema:

– Sarebbe come dire che Gor’kij  era un tipo come noi? Sarebbe proprio bella!

Il problema li coinvolgeva e li rendeva felici.

La vita di Maksim  Gor’kij  divenne parte della nostra vita, episodi di essa ci servivano come termine di paragone, per trovare soprannomi, come esempi nelle discussioni, come unità di misura per i  valori umani.

E subito dopo aggiunge:

Quando a tre chilometri da noi si stabilì la colonia infantile Korolenko, i nostri ragazzi non la invidiarono a lungo. Zadorov  disse:

– È giusto che i piccoli li abbiano chiamati Korolenko. Noi invece siamo Gor’kij .

[…] Così cominciammo a chiamarci «colonia Gor’kij» senza alcuna disposizione o approvazione ufficiale. A poco a poco in città si abituarono al nostro nome e nessuno protestò contro i nostri nuovi timbri con tanto di «Colonia Gor’kij». Purtroppo non riuscimmo a metterci in contatto epistolare con Gor’kij molto presto, perché in città nessuno conosceva il suo indirizzo. Solo nel 1925 leggemmo su un settimanale illustrato un articolo sulla vita di Gor’kij in Italia; l’articolo portava la trascrizione italiana del suo nome : Massimo Gorki. Allora tentammo l’avventura e gli mandammo la nostra prima lettera con un indirizzo che non poteva essere più laconico: Italia. Massimo Gorki¹⁴.

Scopriamo, a proposito di Gor’kij, l’importanza e l’organicità che egli rappresenta per il collettivo. Scrive infatti Makarenko :

[…] In una delle sue lettere ai ragazzi Aleksej Maksimovič  scriveva:

«Vorrei che in una sera d’autunno i ragazzi leggessero la mia Infanzia. Da essa i ragazzi capirebbero che io sono in tutto un uomo come loro, solo che da giovane ho saputo essere tenace nel mio desiderio di studiare e non ho mai temuto alcun lavoro. Credevo fermamente che in effetti lo studio e il lavoro avrebbero superato qualunque ostacolo».

Già da molto tempo i ragazzi erano in corrispondenza con Gor’kij. La nostra prima lettera, spedita al breve indirizzo «Italia, Massimo Gorky», con nostra grande sorpresa era arrivata a destinazione ed egli aveva immediatamente  risposto con una lettera cordiale e affettuosa, che nel corso di una settimana avevamo letto tanto da consumarla. […] I ragazzi sapevano trovare in ogni riga di Gor’kij un’intera filosofia, tanto più perché quelle erano righe su cui non si poteva assolutamente dubitare. Un libro sarebbe stata un’altra cosa. Un libro può essere discusso, respinto se esprime cose non giuste, Ma quelli non erano libri, erano lettere di pugno di Maksim Gor’kij  stesso!

È vero, in un primo tempo i ragazzi avevano per Gor’kij  una venerazione quasi religiosa., lo consideravano un essere superiore  e imitarlo sembrava quasi un sacrilegio. Non credevano che fosse la sua vera vita, quella descritta nell’Infanzia […]. Mi costò molta fatica convincere i ragazzi che Gor’kij nella lettera diceva il vero, che anche un uomo di talento ha bisogno di molto lavoro e molto studio.

[…] La figura di Gor’kij  divenne finalmente per il nostro collettivo quella di un uomo normale e solo allora non vidi più segni di venerazione davanti al grand’uomo, al grande scrittore, ma un vivo amore per Aleksej Maksimovič  e un sincero senso di riconoscenza per quell’uomo lontano, un poco incomprensibile, eccezionale, ma vivo e reale¹⁵.

Nella parte terza del Poema troviamo la continuazione e l’esito di questi episodi legati alla figura di Gor’kij :

I nuovi membri della colonia non sapevano nemmeno chi fosse Gor’kij . Pochi giorni dopo il nostro arrivo organizzammo una serata in onore di Gor’kij. Una cosa modesta. Volutamente non avevamo inteso dare alla cosa il carattere di un concerto o di una serata letteraria. Non invitammo ospiti. Sulla scena spoglia mettemmo un ritratto di Aleksej Maksimovič .

Parlai ai ragazzi della vita e delle opere di Gor’kij, dettagliatamente. Alcuni dei ragazzi più anziani lessero qualche brano de L’infanzia.

I kurjažiani mi ascoltarono con gli occhi sgranati: non immaginavano nemmeno che al mondo potessero esistere simili vite. Non mi fecero domande e non si mossero fino a che non arrivò Lapot’  con la cartellina in cui tenevamo le lettere di Gor’kij.

– Le ha scritte lui? Proprio lui? Ha scritto alla colonia ? Ci faccia vedere…

Lapot’, tenendole con la massima cura, fece passare tra le file le lettere di Gor’kij, aperte. Qualcuno trattenne la mano di Lapot’ cercando di penetrare più a fondo il senso degli avvenimenti.

– Guarda, guarda! «Miei cari compagni». È scritto proprio così…

Tutte le lettere furono lette pubblicamente. Dopo di che domandai:

– Forse qualcuno ha qualcosa da dire?

Per un paio di minuti nessuno si fece avanti. Ma poi, arrossendo, uscì fuori Korotkov  e disse:

– Voglio dire ai nuovi gor’kiani… a quelli come me… solo che non so parlare. Insomma, ragazzi! Noi vivevamo qui e avevamo gli occhi, ma non abbiamo mai visto niente!… Eravamo ciechi, parola d’onore.È stato un vero peccato sprecare così degli anni. Ed ora che ci hanno fatto conoscere questo Gor’kij … Parola d’onore, mi si è rimescolato qualcosa dentro. Non so se sia successo anche a voi…

Korotkov  si avvicinò all’orlo del palco e socchiuse i begli occhi seri:

– Bisogna lavorare, ragazzi. Non come abbiamo fatto fino a oggi!… Capite ?

– Abbiamo capito! – gridarono i ragazzi e applaudirono calorosamente Korotkov  che scendeva dal palco.

Il giorno dopo già erano irriconoscibili. Sbuffavano, gemevano per lo sforzo, scuotevano la testa, ma cercavano onestamente di superare, sia pure a fatica, l’eterna pigrizia umana. Avevano intravisto davanti a loro la più bella delle prospettive: quella della personalità dell’uomo¹⁶.

Con questo brano Makarenko  definisce a tutto tondo la funzione assolutamente decisiva svolta da Gor’kij  nella vita dei colonisti.

Sulla figura e sul ruolo svolto da Gor’kij  possiamo concludere con quanto commenta Siciliani de Cumis:

La sua autobiografica Infanzia, lungo tutto l’arco della vicenda narrata nel Poema pedagogico, è per i piccoli ospiti della colonia Kuziaž (proprio come era stato per i bambini della colonia Gor’kij), una sorta di sistema ideale di confronto, un punto alto di riferimento, che si colloca tra la vita che era stata realmente vissuta e testimoniata dallo stesso Gor’kij, e il dover essere “altro” della loro vita di ragazzi abbandonati, quelli recuperati ad opera di Makarenko (ma pur sempre con l’aiuto pedagogico essenziale di  Gor’kij scrittore)¹⁷.

NOTE

1) A.S. Makarenko , Poema pedagogico, trad. it. di S. Reggio, Mosca, Raduga, 1985, pp. 7-8.

2) Ivi,  pp. 7-8.

3) Ivi, pp. 21-22.

4) Ivi, pp. 38-42.

5) Ivi, p. 185.

6) Ivi, pp. 158-159.

7) Ivi, p. 161.

8) Ivi, pp. 167-171.

9) Ivi, pp. 171-174.

10) Ivi, pp. 447-452.

11) Ivi, pp. 195-199.

12) Ivi, pp. 199-200.

13) N. Siciliani de Cumis , I bambini di Makarenko . Il Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”,  Pisa, Edizioni ETS, 2002, pp. 87-90.

14) A.S. Makarenko , op. cit., pp. 69-71.

15) Ivi, pp. 309-311.

16) Ivi, pp. 492-493.

17) N. Siciliani de Cumis , op. cit., p. 293.