Comunicato stampa: ECHI DALL’OTTOBRE… E NON SOLO!

Le due giornate romane dedicate alla celebrazione e alla rievocazione della Rivoluzione d’ottobre, programmate sotto il nome ECHI DALL’OTTOBRE…, si sono svolte con pieno successo.

La tavola rotonda presso l’Istituto Sturzo, curata dall’Associazione Culturale “l’albatros”, il 26 ottobre ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e attento alle tematiche sviluppate dai relatori. Tutti hanno messo in evidenza la natura eccezionale dell’evento verificatosi cento anni fa in Russia, nel contesto della Prima guerra mondiale, e le conseguenze che si sono riverberate in tutto il mondo e che ancora oggi non sono del tutto estinte. La presenza di docenti e studenti russi, ospiti della “Sapienza” Università di Roma, testimonia l’attenzione per i temi trattati, la cui attualità è stata sottolineata in particolare nell’intervento di Andrea Margheri, Maria Serena Veggetti, Andrea Calabria, Armida Corridori, Marco Testi mentre Aleksej Bukalov ha messo in evidenza gli sconvolgimenti sociali della rivoluzione e le conseguenze dello stalinismo.

Il video ECHI DALL’OTTOBRE… E NON SOLO! curato da “l’albatros” ho posto in evidenza le ripercussioni nel mondo intero e in particolare in quello coloniale, con la lotta di liberazione dei popoli che segna un capitolo fondamentale della storia del Novecento.

La serata culturale il 27 ottobre presso il Centro Russo di Scienze e Cultura è stata un vero e proprio evento per l’enorme partecipazione di pubblico ai tre momenti in cui è stata articolata la manifestazione. All’inaugurazione della mostra di arte contemporanea che ha visto la presenza di opere di grandi artisti russi, italiani e stranieri, tra cui Mikhail Koulakov, Sergej Gončarov, Vladimir Agapov, Sergej Dronov, Ennio Calabria, Salvatore Provino, Gianfranco Baruchello, Renato Guttuso, Andy Warhol, Rafael Alberti, Werner Stadler, Massimo Luccioli, Giantito Burchiellaro, critici e storici dell’arte hanno posto in evidenza l’originalità della formula prescelta per celebrare la Rivoluzione. Il ricco catalogo ricostruisce le ragioni della mostra e il tentativo di andare oltre la pittura di storia, dando senso emotivo e intellettivo alla parola “echi” che provengono da quegli eventi all’uomo contemporaneo.

Gli attori Valeria Nardella e Renato Capitani hanno letto brani dalle principali opere di Vladimir Majakovskij, Aleksandr Blok, Sergej Esenin, Anna Achmatova, Aleksandr Tvardovskij, Evgenij Evtušenko, Nazin Hikmet dedicate alla Rivoluzione e alle sue conseguenze. I presenti hanno molto apprezzato la scelta dei brani e la recitazione, trattandosi di autori di grandissimo livello poetico, alcuni dei quali non molto noti in Italia.

La serata si è conclusa con l’esecuzione dell’Andante per archi op. 50bis di Sergej Prokof’ev e della Sinfonia per archi op. 110 bis di Dmitrij Šostakovič, trascritta da Rudol’f Baršaj dal Quartetto del 1939. Alla testa della John Cabot Chamber Orchestra era Marcello Bufalini che ha diretto i 28 archi dell’orchestra con grande determinazione e fermezza, ottenendo sonorità straordinarie nel contesto del salone nobile di Palazzo Santacroce. Il pubblico ha tributato convinti consensi al maestro e all’orchestra, rivolgendo interminabili applausi nata dall’emozione e dalla commozione.

La serata, che ha goduto del patrocinio dell’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, curata dal Centro Russo di Scienze e Cultura e dall’Associazione Culturale “l’albatros”, al pari della tavola rotonda precedente presso l’Istituto Sturzo, si è avvalsa della sponsorizzazione dell’agenzia Columbia turismo di Roma.

ufficiostampa@lalbatros.it

evaitalia@yahoo.it

Le foto di Polina Efimkova: 12345678910111213141516

SCAMPOLI ROSSI PER TIMOTEO

Dino Bernardini è scomparso a Roma il 28 ottobre 2017. Lascia un vuoto profondo tra gli studiosi di storia e cultura della Russia e tra i dirigenti comunisti che si sono impegnati per far conoscere agli Italiani  la società sovietica e quella degli altri Paesi indirizzati sulla strada del socialismo. Lo ha fatto come fondatore e direttore di Rassegna sovietica prima e di Slavia poi, riviste che costituiscono un corpo culturale imprescindibile per chi voglia conoscere la storia del Novecento.

L’ultima fatica di Dino Bernardini è stata la stesura di Scampoli rossi, testimonianza della sua formazione politica e professionale, cui l’albatros ha recentemente dedicato una recensione. In occasione della sua scomparsa, riteniamo di rendere omaggio alla sua memoria pubblicando questo ricordo di Nicola Siciliani de Cumis, amico e collaboratore da sempre di Dino Bernardini.

Agostino Bagnato

SCAMPOLI ROSSI PER TIMOTEO

di Nicola Siciliani de Cumis

Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età,

perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini,

quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo

in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano

e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa.

Ma è così?

Antonio Gramsci al figlio Delio

 

Ho riletto con vera partecipazione e sincero coinvolgimento, una volta di più, nella bella veste del settimo Quaderno del trimestrale “Slavia” (Roma, 2017), gli Scampoli rossi di Dino Bernardini, già apparsi a puntate nel corso degli ultimi anni sulla rivista da lui fondata e diretta, per l’appunto “Slavia”. Molte delle pagine di quegli “scampoli” mi sono divenute addirittura familiari, giacché ho avuto modo di rileggerle, tradurle e compararle nei miei ambiti di esperienza e competenza, e per così dire di ripensarle in proprio, talora parlandone con l’autore, talora anche con Flora, la moglie di Dino, altre volte conversando o anche soltanto rivolgendo un pensiero ai miei virtuali altri possibili interlocutori (maestri, colleghi, studenti, laureati, amici).

Quadri intellettuali anch’essi, direttamente o indirettamente collaboratori di “Slavia” e idealmente riconducibili alla materia interculturale italo-slava, individuale e collettiva, che anima il libro di Dino Bernardini: voglio dire, a vario titolo, del vero e proprio “collettivo di pensiero” (un “collettivo misto”, direbbe Makarenko), espresso variamente, nel corso degli anni, dai contributi alla rivista da Giovanni Mastroianni, Antonio Santoni Rugiu, Mario Alighiero Manacorda, Guido Aristarco, Franco Ferrarotti, Bruno Bellerate, Maria Serena Veggetti, Agostino Bagnato, Giuseppe Boncori, Renzo Remotti, Tania Tomassetti, Vincenzo Orsomarso, Emiliano Mettini, Renzo Remotti, Pier Paolo Farné, Elisa Medolla, Roberto Sandrucci, Domenico Scalzo, Roberto Toro, Serena Pellegrini, Sergio Cicatelli, Roberta Ruggiero, Barbara Purpi, Valentina Carissimi, Alessia Cittarelli, Ilenia Ramadori, Salvatore Spataro, Samantha Messineo, Gianluca Consoli, Valeria Cannas, Claudia Gioia, Francesca Romana Nocchi, Claudia Pinci, Elisa Condò, Eleonora Pezzola, Chiara Coppeto, Francesca Craba, Alina Hupalo, Elena Konovalenko, Olga Leskova, Emanuela Mattia, Beatrice Paternò, Anna Rybčenko, Maša Ugarova, Michela Chiara Borghese, Federico Ruggiero, Gianna Demidova, Enzo e Lucia Ciampi, Federica Saraceni e i tanti altri sodali, italiani e russi, di cui rimane traccia negli indici della rivista, nel sito web di “Slavia” sapientemente curato da Piero Nussio e nel numero rilevantissimo di testi per la stampa, fioriti parallelamente agli elaborati scritti d’esame, alle di tesi di laurea e di dottorato di ricerca in Pedagogia e scienze dell’educazione, relativi al mio lavoro di insegnante e di studioso di specifici aspetti della cultura slava. E ciò, a maggior ragione per il fatto che, per iniziativa e le cure di Maria Serena Veggetti, s’è istituita in co-tutela nella Sapienza di Roma e nell’Università della Città di Mosca la laurea “a doppio titolo”, per studenti italiani e russi, valida sia in Russia sia in Italia.

Ecco perché gli scampoli di memoria di Dino Bernardini, da un certo momento in poi (cioè dai primissimi anni Ottanta) si accavallano volentieri, soggettivamente e oggettivamente, ai miei stessi scampoli di memoria, anch’essi senza meno scampoli rossi e, da allora in avanti, senza soluzione di continuità. Ragion per cui mi pare di avere anch’io una qualche voce in capitolo, e non da mosca cocchiera, tra gli scampoli rossi di una sorta di memoria comune. E di essere quindi proprio io, in qualche modo parte attiva di alcuni ambiti culturali del volume (di quelli in specie concernenti la scuola, l’università, la didattica e la ricerca); e di intravedermi tra le righe dell’avviso della quarta di copertina, sintesi telegrafica e pregnante, che meglio non potrebbe rendere la “filosofia” del libro e della collana in cui l’opera è comparsa, a mo’ di condivisione di tutt’intera l’attività politico-culturale del Direttore Bernardini, del fine traduttore e interprete dal Russo, nonché del letterato, dell’opinionista in proprio, fin dai tempi di “Rassegna sovietica”: basta a tale proposito consultare, per i settori di competenza di Bernardini, l’importante contributo di Tania Tomassetti, Indici di “Rassegna della Stampa sovietica” 1946-1949. Indici di “Rassegna Sovietica” 1950-1991. Prefazione di Giuseppina Monaco. Postfazione di Nicola Siciliani de Cumis, Quaderni di Slavia / 3, Roma, 2003. Come potrei dimenticare del resto, in un siffatto ordine di idee, quelle volte che Dino Bernardini si è fatto diligente e autorevole correlatore di un certo numero di correlazioni di tesi di laurea, me relatore, in tema di traduzione con specifico riferimento al russo, all’etica del traduttore, alle dimensioni interculturali, metodologiche, culturologiche del complesso problema?

     Scampoli rossi risulta pertanto essere senz’altro in primo luogo quel che la quarta di copertina promette : “Una testimonianza diretta e protratta nel tempo, partecipe e disincantata, ‘da dentro’, dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista Italiano, del Cremlino e delle Botteghe Oscure, di due mondi vicini e poi lontani”; ma il libro è anche più di questo: un capitolo assai significativo, e assai suggestivo, di storia della cultura e dei modi di essere dell’epoca a cavallo tra la seconda metà del Novecento e quasi tutto il primo ventennio degli anni Duemila. Il modo più diretto e partecipe che si potesse immaginare, in medias res, di configurare monograficamente, una testimonianza oculare e corale a tutto tondo, che mi permetterei di caratterizzare sul modello senofonteo, che offra al tempo stesso una visione personalizzata e e una documentazione oggettiva dell’epoca pos-staliniana, nel cuore degli anni Cinquanta. Una sorta di originale resa dei conti, coinvolta e nondimeno distaccata, di situazioni esistenziali e politico-culturali osservate con occhi critici e autocritici, tastate con mano, vissute e rivissute in carne e ossa sulla propria pelle, presenti come una speciale adrenalina e finalmente restituite nella forma di un’autobiografia individuale e collettiva per temi e problemi. Un consuntivo unico e irripetibile come la vita di ciascuno, ma perfettamente rientrante nei canoni di una vicenda individuale collettivamente condivisa, che si potenzia in se stessa e potenzia a sua volta l’assunto di una straordinaria congiuntura storica e politica.

Ecco perché –   tanto per fare un solo esempio, forse il più importante che potrei addurre – , se il Dino figlio racconta di Timoteo (Angelino) Bernardini suo padre e di sua madre Nazzarena, la storia di vita personale e interpersonale di familiari, compagni di partito, amici, conoscenti dell’epoca, il Bernardini scrittore viene via via facendo anche un’altra cosa: e cioè la rappresentazione in differita di un’operazione narrativa esclusiva ed escludente, che prende la forma di un resoconto cronachistico a più voci, di un affresco a forti tinte autobiografico-educative e storiografico-conoscitive, con in serbo la virtualità di un formidabile indotto di natura etico-politica, apertamente formativa e discretamente espansiva in senso democratico e socialista.

Vorrei in altri termini dire che, ben al di là delle intenzioni dell’autore a tenersi fuori dagli impicci di una qualsiasi improbabile pedagogia magistra vitae, il testo tende in una certa misura a sfuggire di mano e a diventare malgré lui un esempio quella “filologia vivente” che rende un concreto esempio di ciò che abbiamo imparato dal Gramsci delle Lettere dal carcere e dei Quaderni del carcere, quando fa valere il criterio che una delle ragioni dello scrivere di sé è quella di aiutare sé stessi a familiarizzare con la propria condizione umana e, al tempo stesso, di aiutare gli altri a svilupparsi in un certo modo e verso determinate soluzioni umanizzanti. Un’espressione storica espressamente autobiografica che certamente presume e giustamente riassume, il senso di quella irripetibilità e originalità che le è connaturata. Anche se rimane vero che l’autobiografia ha sempre, in qualche modo, un che di “politico”. E proprio nella misura in cui – come scrive Gramsci nei Quaderni del carcere – “L’autobiografia può essere concepita ‘politicamente’”. E spiega: “Si sa che la propria vita è simile a quella di mille altre vite, ma che per un ‘caso’ essa ha avuto uno sbocco che le altre mille non potevano avere e non ebbero di fatto. Raccontando si crea questa possibilità, si suggerisce il processo, si indica lo sbocco. L’autobiografia sostituisce quindi il ‘saggio politico” o “filosofico”: si descrive in atto ciò che altrimenti si deduce logicamente. È certo che l’autobiografia ha un grande valore storico, in quanto mostra la vita in atto e non solo come dovrebbe essere secondo le leggi scritte o i principî morali dominanti” (cfr., di Gramsci, i Quaderni del carcere, la voce Autobiografia nell’indice tematico a cura di Valentino Gerratana; e quell’esemplare laboratorio dell’autobiografia, come genere letterario e storiografico, che soni le Lettere del carcere).

Di qui la persuasione che Scampoli rossi rientri per l’appunto nel novero di questo specifico tipo di “scrittura del sé” e che la serie dei suoi sessantanove capitoli, la brillante introduzione di Franco Mimmi e perfino i sentiti ringraziamenti ad alcune persone care quanto indispensabili, nonché l’affettuosa dedica a me della copia del libro affidatomi in lettura, intanto svolgano la funzione di una relazione dialogica elementare connaturata al dono e il ruolo di un’espressione di stima, gratitudine, affetto che non si sia assunta il compito dell’indottrinare: e quindi tutt’altro che lo scopo dell’intrattenere conformisticamente il destinatario, facendosi se mai carico di esercitare un’attività di collaborazione ad entrare criticamente in situazione e a comprendere da sé che la congerie dei fatti narrati e di cui ci si appresta a conoscere i termini corrisponde piuttosto (indubbiamente), tra incanto e disincanto, alle luci e alle ombre (e al bene e al male) della vita. Di modo che, sia nell’incipit il riferimento alle celebri quanto tremende sequenze sui tedeschi persecutori, sia la tortura inflitta al padre di Dino, Timoteo Bernardini, valgono più di mille intenzionali ammaestramenti contro la violenza e per la pace: un tema che non a caso viene autobiograficamente circoscritto e definito criticamente e autocriticamente proprio nei capitoli centrali di Scampoli rossi discorrendo dell’esperienza di Dino Bernardini a Praga;  ma che si ritrova in primo piano in numerosi frangenti e in modi diversi lungo l’arco di tutto il libro.

Lo stesso cinema di Rossellini, quel film che “apre” la narrazione di Dino, Roma città aperta, è esso stesso una sorta di scarica elettrica di torpedine di socratica memoria, l’abbrivio di una scepsi e il prendere quota dell’attività di una maieutica. E ciò che può dirsi del paradossale, magicamente provvidenziale tentativo di suicidio di Timoteo, tragicamente messo in oggettiva relazione con l’attentato di via Rasella e con l’atroce rappresaglia dei 330 italiani massacrati, dieci per ogni tedesco ucciso. Un terribile fatto di cronaca di una tragica guerra, che distrasse l’attenzione degli oppressori verso papà Bernardini e consentì al figlio Dino di avercelo ancora come padre. Un bel capitolo di educazione familiare, fortunosa e insieme fortunata.

Roma libera dai tedeschi e le sue conseguenti, euforiche effervescenze rientrano pertanto nel novero di quella che io sarei portato ad intendere come un’educazione del/al nuovo contesto storico-culturale e politico-etico. La vita di casa e la temperie cittadina si animano, si trasformano. Via Corfinio e tutte le strade della zona di San Giovanni riacquistano lentamente la propria fisionomia. Con l’andata via dei tedeschi e la metamorfosi del volto della guerra da tedesco in americano (e con la benedizione delle “guardie del Papa”), la storia ha una svolta. I giorni che seguono hanno l’odore, il tatto, il sapore, lo sguardo, il rumore della libertà. La condizione delle condizione, dunque, perché un nuovo processo storico e politico, originalmente formativo, possa prendere le mosse. Perché un qualsivoglia aspirante emulo di Socrate possa recarsi dall’agorà al porto del Pireo a cercare tra le macerie della guerra i propri interlocutori.

Ma la guerra ha le sue conseguenze, strutturali e sovrastrutturali… In quel di Genzano alla barbarie tedesca di Roma città aperta si sostituisce la crudeltà marocchina, celebre materia poetica di La ciociara di Vittorio De Sica. Non c’è educazione alla pace che tenga, non c’è pedagogia “positiva” che possa fare il suo corso. All’Archivio Centrale dello Stato romano – Casellario politico – Sezione comunisti, la Storia con la “S” maiuscola racconta le sue storie con la “s” minuscola. Altre vicende umane, altri film, altre lingue. Comincia a funzionare “la scuola del confino”. La lettura, soprattutto quella dei romanzi (Moravia, Pratolini, Calvino ecc. e i grandi russi, da Guerra e pace in giù) predispone tanti, ma soprattutto gli adulti e i ragazzi, a nuove opportunità di relazioni umane col mondo circostante. Nazzarena, la madre, in un certo modo, fornisce a Dino l’esempio, gl’indica la direzione da seguire; gli propone la prima “scuola dell’obbligo”. Gli chiede addirittura di registrare, come in una ricerca sociologica sul campo, la sua “storia di vita”. E gli racconta la “sua” favola di Ustica… La favola di quel confino (che era stato anche di Gramsci): e che mi fa ripensare ai 44 giorni di Gramsci e di Bordiga alla fine del 1926 nell’isoletta di fronte a Palermo, alla loro rivoluzionaria scuola integrata per detenuti politici, per detenuti comuni e per abitanti dell’isola. Altro che Socrate! Makarenko, piuttosto… Una sperimentazione formativa, individuale, interindividuale, collettiva e autoeducativa in piena regola, quasi all’origine della riforma penitenziaria, educativa, del 1976, che ancora oggi, alla fine del luglio 2017, è ben lontana dall’essere realizzata.

Ma chi era Timoteo Bernardini, com’era, che ci faceva culturalmente e politicamente parlando, la sua “Osteria del Comunista” a San Giovanni? I due capitoli e le altre pagine del libro che il figlio Dino gli dedica sono di una straordinaria potenza evocativa, narrativa ed educativa: nel senso che il “comunismo” di Timoteo viene a saldarsi sempre più saldamente alla formazione del comunismo di Bernardino, di Dino… Un comunismo, ripeto, critico e autocritico. Parole poche, lezioni nessuna, fatti tanti, sull’esempio tutto o quasi tutto di un’“antipedagogia” di impronta makarenkiana. Il contesto dell’“Osteria del Comunista”, per riprendere il titolo di un celebre libro di Maksim Gor’kij,   deve essere stata la sua “prima Università”, la sua prima Facoltà di “scienze umanistiche”, cui poi si aggiunsero le altre proprie e nuove istanze accademiche, interdisciplinari, italiane e russe anzitutto.

Un luogo, “l’Osteria del Comunista” dentro via Corvinio, con le sue aule, i suoi laboratori, le sue biblioteche, i suoi archivi, con i relativi epistolari, a partire dai tre preziosi documenti variamente politici di Osvaldo Sanguigni, Edoardo D’Onofrio e del collettivo dell’Università moscovita: Mario Aglietto, Francesco Barazzutti, Dino Bernardini, Eli e Bruno Bertolaso, Gianluigi Cerasi, Gianni e Franca Cervetti, Gabriella Lai, Norman Mazzato, Salvatore e Maria Rosa Pipitoni, Rossana Platone, Renato Risaliti, Osvaldo Sanguigni… E ti viene subito in mente la metà degli anni Cinquanta, nella quale si colloca l’esperienza evocata e i racconti e le interviste della recente trasmissione televisiva Sono nato comunista, sorellina gemella di Scampoli rossi. Da non perdere… [Questi il link e la password per vedere il documentario, attraversato, tra l’altro, dalle tappe di una suggestiva intervista a Dino Bernardini): https://vimeo.com/220632604       password: odi ]

Di particolare interesse d’altra parte, nella città di Roma, la carriera politica di Angelino (Timoteo) Bernardini, anche noto, oltre che per i suoi indimenticabili eroici trascorsi con i nazisti, come persona onesta, oste provetto, generoso e oculato amministratore, organizzatore culturale, conferenziere, segretario di sezione del PCI (per un quinquennio). Fiorente l’aneddotica sull’“Osteria del Comunista”, una fucina di aneddoti sia sul piano culinario, sia per gli episodi della vita quotidiana, degli abiti morali, della creatività del personaggio. Della fama anche successiva alla sua scomparsa dalla scena del mondo.

Un uomo con il mito dell’URSS, ma capace di vederne i difetti. Uno dei padri storici dei così detti “figli del partito”, nati comunisti e mantenutisi tali anche in forza della propria formazione comunista, alla scuola di uomini come Timoteo, Angelino il comunista. Che nato a Genzano nel 1901, morì a Roma nel 1960, a 59 anni, mentre tu, Dino, era a Mosca, con moglie e figlio. Con la prospettiva di una bella carriera di traduttore, di interprete, di direttore di servizi culturali e di riviste di notorietà internazionale. Un testimone dell’epoca, che ne ha viste tante e tante… Viste e sognate ancora di più, forse, di suo figlio Dino. Che mentre il padre era punto di morte, da Mosca, non è riuscito a stargli accanto e a tenergli stretta la grande mano. E raccontargli il primo, e forse il più significativo, di questi Scampoli rossi, che secondo me narrano di lui una storia non ancora conclusa, perché dura nei ricordi di quel che di lui rimane in suo figlio Dino. Il ricordo della sua ombra vigile. Il suo forte senso di paterna responsabilità familiare e, ancora più forte, di fraterna corresponsabilità partigiana. Uno scampolo rosso di umanissima rara qualità.

ERNESTO CHE GUEVARA ICONA DEL NOVECENTO

di Agostino Bagnato

Ennio Calabria, Ritratto di Ernesto Che Guevara, 1968, olio su tela, 110×80

UNA NOTIZIA IRREPARABILE

Il pomeriggio del 9 ottobre 1967 ero diretto, a bordo della mia 500 Fiat, nella sede della Federazione Comunista Romana in Via dei Frentani, dove era convocata la Sezione Agraria per discutere iniziative riguardanti l’approvazione della legge sul superamento della colonia migliorataria e dell’enfiteusi nelle province dell’ex Stato Pontificio. Sul sedile vicino era posata la radiolina accesa che trasmetteva musica classica: il terzo canale della Radio era il mio appuntamento fisso. Dopo la riunione avrei proseguito per Genazzano, dove era prevista l’assemblea dei contadini della zona, coloni del principe Colonna e della Curia Vescovile di Palestrina. Al momento un certo punto la musica si interruppe e fu annunciata una breve edizione straordinaria del Giornale radio. Venne comunicato che dalla Bolivia era giunta la notizia della cattura e della morte di Ernesto Che Guevara. Molti altri guerriglieri erano stati uccisi. I corpi dei caduti erano stati trasportati a Vallegrande e mostrati alla popolazione.

Ebbi un sussulto di stupore e di emozione. Possibile? Il leggendario medico argentino, intrepido compagno di Fidel Castro Ruíz lotta sulla Sierra era stato ucciso dai soldati boliviani che avrebbero dovuto combattere al suo fianco per abbattere la dittatura del famigerato generale René Barrientos Ortuño. El Che era a capo del suo piccolo Ejército del Liberation Nacional, composto da cinquanta volontari. La spedizione militare non aveva incontrato i favori del Partito Comunista Boliviano, perché considerata prematura e avventurosa. Di conseguenza, il comandante della Sierra cubana era rimasto isolato, privo di sostegni materiali e senza che ci fosse incitamento alla lotta tra le disperate popolazioni dei campesinos.

Dopo settimane di peripezie, l’esercito boliviano sotto la guida di René Rodríguez, agente della CIA infiltrato a Cuba e poi inviato a contrastare la sollevazione popolare di Che Guevara, ebbe facile gioco nell’isolare il contingente dei guerrilleros nel pueblo di La Higuera. Ernesto Che Guevara fu ferito ad una gamba, fu catturato e ucciso nella quebrada (burrone, vallone, ovvero terreno spaccato) del villaggio da parte dello stesso Rodríguez, su ordine del dittatore Ortuño. Il corpo fu trasportato a Vallegrande il giorno dopo, legato ai pattini di un elicottero militare.

La notizia si sparse in tutto il mondo. Proprio in quei primi minuti dell’annuncio della morte e dello strazio del corpo ha inizio la leggenda del comandante Ernesto Che Guevara.

Giovanissimo, non sapevo molto del medico argentino che si era unito ai barbudos cubani per abbattere il regime di Batista. In Calabria, avevo seguito alla radio le fasi della lotta vittoriosa dei guerrilleros sulla Sierra ed ero orgoglioso che il primo regime dittatoriale fosse stato abbattuto con la lotta popolare e l’insurrezione armata. Tutti si chiedevano perché gli Stati Uniti avessero permesso quel pericoloso successo, conseguito nel nome del comunismo: la risposta che si davano i commentatori era che gli americani non riuscivano a sostituire Batista con un loro uomo meno odiato dalla popolazione cubana. Io non ero in grado di dare una risposta, né tanto meno di formulare una domanda. Studiavo a Vibo Valentia con professori di formazione liberale e cattolica ostili alla lotta di liberazione dei popoli. Anche i miei compagni di classe erano in generale indifferenti a questi temi di attualità e in generale alla politica.

Entrati vittoriosi a La Havana all’inizio del 1960, preceduti dai servizi giornalisti entusiastici di Ernest Hemingway e di molti inviati di tutto il mondo, l’attenzione fu subito attratta dal volto aperto, solare, splendente di fiducia e certezza nel futuro di un giovane che, a fianco del comandante Castro, partecipava ai raduni, alle riunioni del governo con la carica di ministro, alle manifestazioni popolari, agli incontri internazionali. In poco tempo Guevara era diventato una delle massime personalità del nuovo regime. Durante una manifestazione popolare il fotografo Alberto Kodra scattò molte foto proprio al Che. Diffuse in tutto il mondo, resero popolarissimo il giovane rivoluzionario. Alcuni pittori ne fecero il soggetto di loro dipinti: tra questi l’americano Andy Wahrol che nei suoi celebri multipli ne ricavò una vera e propria icona conosciuta in tutto il mondo.

Gli oppositori di Castro iniziarono a lasciare il Paese, diretti in Florida. Accusavano gli Stati Uniti di avere lasciato l’isola nelle mani dei comunisti, alimentando una campagna di odio e di vendetta contro i rivoluzionari castristi. Gli esuli, addestrati dalla CIA, decisero di sbarcare sull’isola e di riconquistare il potere. Ma furono sbaragliati dall’esercito cubano e dai volontari accorsi all’appello di Fidel e di Guevara. Nella Baia dei Porci gli aggressori furono sbaragliati e costretti a tornare in Florida. Si levarono alte grida contro John Kennedy, nuovo presidente degli Stati Uniti, accusato di non avere sostenuto lo sbarco. La verità è che gli USA erano ancora frastornati dalla vittoria castrista e non sapevano come fronteggiarne l’espansione e l’esportazione nel resto dell’America latina e nel mondo. La politica della Nuova Frontiera, lanciata nel 1961, non aveva funzionato come avrebbe dovuto.

La vittoria della Baia dei Porci aumentò la popolarità di Fidel Castro e dei suoi compagni, facendone dei campioni della lotta per la libertà e il progresso dei popoli oppressi dall’imperialismo e dal colonialismo, secondo la formula impiegata dal tempo della Terza Internazionale leninista. L’avvicinamento fra Cuba e l’URSS di Nikita Chruscev divenne una facile conseguenza della situazione d’isolamento in America, mentre più difficili di presentarono le relazioni con la Cina di Mao tse Dong. Nacque proprio in quegli anni la teoria della lotta armata per la conquista del potere nei paesi appressi dall’imperialismo e dal colonialismo, denominata castrismo, a fronte della politica dell’Unione Sovietica incentrata sull’organizzazione degli operai e dei contadini nel tradizionale partito urbanocentrico.

Il ruolo politico di Ernesto Che Guevara restava ancora poco chiaro agli occhi del mondo. Dopo essere stato ministro degli esteri ed avere accompagnato Fidel Castro alle Nazioni Unite, dove era tornato più volte pronunciando discorsi infiammati contro l’imperialismo e incitando alla lotta armata contro l’oppressione capitalistica. Nel 1965 si era recato in Congo per guidare la resistenza contro il dittatore Mobuto, ma nn era riuscito ad ottenere risultati soddisfacenti. Decise di tornare a Cuba e di occuparsi della zafra, la raccolta della canna da zucchero, principale risorsa del Paese dopo l’embargo imposto dagli Stati Uniti in seguito alla nazionalizzazione delle proprietà americane, aggravate in seguito alla crisi dei Caraibi del 1962, nota come tentativo di installare missili sovietici sull’isola.

All’inizio del 1967 si sparse la notizia che, dopo, l’esperienza in Congo a fianco dei Simba, combattenti anticoloniali locali, si era diretto in Bolivia per organizzare la guerrilla e sollevare le masse contadine e i soldati contro il regime dittatoriale di Ortuño sostenuto dagli Stati Uniti. Le notizia che giungevano dalla Cordigliera non erano precise, ma che sperava in una rapida avanzata verso La Paz rimase deluso. Non solo, i contadini boliviani erano rimasti indifferenti ai proclami insurrezionali, per cui el ejército rebelde del Che rimase composto da poco decine di unità, poco addestrate e male armate. Ma nessuno si aspettava la terribile notizia.

EMOZIONE E DOLORE NEL MONDO

In Federazione giungevano intanto i compagni dalle sezioni riunite in seduta straordinaria. Anche se il Che non era ancora quello che sarebbe stato in seguito, la vera e propria icona della lotta di liberazione dei popoli appressi dal neocolonialismo e dalla dittatura militare, fino ad assurgere a simbolo della battaglia universale per la l’uguaglianza, la libertà, la democrazia, contro l’autoritarismo e la degenerazione burocratica del potere, l’emozione suscitata dalla notizia ed il dolore per la scomparsa tragica di un grande combattente internazionalista erano palpabili. Ernesto Guevara era argentino, proveniva da una buona famiglia borghese, era un uomo colto e sensibile: perché ha scelto di combattere per la libertà di un paese lontano, anche se dotato di stessa lingua, religione e cultura? Non era questo un tratto di quell’internazionalismo che aveva fatto accorrere tra le file di Giuseppe Garibaldi giovani romantici dell’Europa e dell’America latina che in camicia rossa combattevano per la libertà dell’Uruguay e dell’Italia? E non era questo un tratto di quell’altro grande movimento del socialismo libertario che aveva dato vita alla Comune parigina nel 1871 e sulla fine del Novecento portava rivoluzionari russi, polacchi, tedeschi, inglesi, francesi, italiani a combattere per l’emancipazione dei lavoratori e dei contadini in ogni angolo dell’Europa capitalista?

Ernesto Che Guevara appariva già allora, anche se a pochi, una figura romantica di combattente per la libertà, indipendentemente dalle latitudini e dalla storia di ciascuno. Al centro c’era l’uomo con i suoi bisogni e i suoi diritti. Sarebbero stati questi i temi del Maggio francese dell’anno successivo, anche se il nome di Guevara non era ancora gridato da milioni di giovani, come sarebbe accaduto qualche anno dopo.

Renzo Trivelli tenne un breve discorso nella sala delle riunioni affollata, sulla base delle poche notizie giunte. Svolse anche alcune considerazioni critiche sulla natura della spedizione, in linea con le posizioni ufficiali del PCI e di molti altri partiti comunisti occidentali, allineati con la diffidenza manifestata a suo tempo dallo stesso PCUS. Ma l’emozione per la morte di uno degli eroi della Sierra era troppo grande per stare a riflettere sulle ragioni della sconfitta.

Non andai a Genazzano. Ritenevo che stare tra i compagni romani era più importante che parlare di colonia ai contadini dei Monti Prenestini.

Il giorno dopo, mio padre mi disse che quella morte avrebbe provocato grandi discussioni all’interno dei partito. Era stato alla riunione nella sezione di Ponte Milvio e il segretario Bruno Roscani aveva previsto che il dibattito si sarebbe acceso, ma avrebbero prevalso gli aspetti umani e soprattutto l’indignazione avrebbe sopito le divisioni all’interno del movimento comunista internazionale. Non sapeva esattamente chi era il nuovo martire della lotta contro l’oppressione dei popoli, come dicevamo allora, ma aveva compreso che si trattava di una figura importante e che lo sarebbe stata ancora di più in futuro. E così è stato. Il dibattito è proseguito negli anni successivi, ma la figura di Ernesto he Guevara aveva perso attualità sul fronte politico, perché il confronto tra castrismo e ortodossia sovietica aveva preso una direzione differente, di fronte alle difficoltà insorte in seguito al colpo di stato in Cile contro il presidente socialista Salvador Allende da parte del sanguinario generale Pinochet .

ICONA DEL NOVECENTO

Ma la statura umana e morale di Ernesto Che Guevara andava crescendo con il passare del tempo. La sua immagine stampata sulle magliette di milioni di giovani in tutto il mondo alimentavano la sua fama e ne facevano una vera e propria bandiera d’identità ideale, rivoluzionaria e anche morale. Il suo basco con la stella rossa immortalato nella foto più diffusa di Alberto Kodra era una divisa inconfondibile. Quelle immagini divennero anche un grande business mondiale, di cui gli unici beneficiari sono stati proprio quegli industriali che Guevara combatteva per ricondurli a comportamenti di correttezza e di giustizia sociale.

I suoi Diari e i suoi saggi sulla guerriglia tradotti in tutto il mondo hanno diffuso le idee di Che Guevara tra milioni di giovani. Ma è stato il canto per la sua morte, scritto e cantato da Carlos Manuel Puebla, che diffusero in ogni angolo del mondo la storia e la figura del Comandante. La canzone era stata scritta in occasione dell’addio di Ernesto Che Guevara a Cuba nel 1965, avendo deciso di tornare alla lotta armata a fianco degli oppressi. La prima tappa sarebbe stata il Congo. L’ultima, quella fatale, la Bolivia. All’annuncio della morte, quel canto fu modificato in alcune parti e si diffuse con una rapidità sorprendente, come si trattasse di un hit dei gruppi rock più popolari.

Con l passare del tempo il mito del Che andò crescendo. In qualsiasi parte del mondo mi sono trovato a parlarne con qualcuno, in particolare giovani artisti e dirigenti politici, non c’è stato mai nessuno che abbia avuto parole contrarie al Che: tutti ne hanno esaltato il coraggio, il valore, l’altruismo. Quell’internazionalismo romantico di cui si è detto prima. Ed è questa la sua grande forza nel tempo.

A Parigi, negli anni Novanta, ho incontrato Roberto Diaz York, pittore cubano fuggito dall’isola giovanissimo dopo l’arrivo dei barbudos. In un incendio che aveva distrutto la sua abitazione e lo studio parigini, aveva perso documenti personali, lettere della famiglia e degli amici, fotografie. Era un uomo senza passato. Eppure parlando di Cuba, ricordava i paesaggi meravigliosi, le spiagge, l’oceano. La Havana gli tornava in mente come un sogno, rivivendola nelle pagine de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Manifestava astio per il castrismo, ma aveva parole di ammirazione per Guevara che aveva scelto di combattere non per sé ma per gli altri, anche se non ne condivideva la finalità.

Nel 2007 ho avuto un breve fortuito incontro con un dirigente cubano che aveva partecipato alla lotta armata sulla Sierra. Le sue origini polacche lo allontanavano dalla fisiognomica latina, ma il suo linguaggio colorito esaltava il rapporto con Fidel Castro e con Guevara. Il ricordo di quest’ultimo era molto nitido e il monumento eretto a Santa Clara ne restituisce interamente il suo carattere. Peccato che non ho mai potuto vederlo dal vivo.

Nel 2004 è venuto il film I diari della motocicletta (Diarios de motocicleta), tratto dai diari del medico argentino. Il regista Walter Salles ne ha fatto un vero capolavoro nella ricostruzione della prima giovinezza di Ernesto Guevara de la Sierna, interpretato da Gael García Berual, accanto a Mercedes Morán, Jean Pierre Noher, Mia Maestro. La scena finale con il giovane avventuroso che attraverso a nuoto il fiume Paranà verso l’ignoto è proprio la metafora della vita di questo Garibaldi del Novecento.

Così mi piace ricordarlo. Come una figura che si è spesa per la speranza, attraversando l’ignoto dell’esistenza.

Roma, 9 ottobre 2017

PER RICORDARE ERNESTO CHE GUEVARA

cheCon questo articolo di Antonfranco Tamasco la rivista l’albatros intende rievocare Ernesto Che Guevara a cinquanta anni dalla morte. Altri articoli, testimonianze e saggi seguiranno. Ricordare questo giovane medico argentino che ha dedicato la sua esistenza alla lotta contro lo sfruttamento dei contadini nell’America latina, prima a fianco di Fidel Castro Ruíz a Cuba e poi nella lotta armata contro l’oppressione agraria in Bolivia, è un segno di attenzione per la storia del Novecento e un impegno a non tradire valori e simboli che appartengono all’umanità intera.

PER RICORDARE ERNESTO CHE GUEVARA

SO SOLO CHE…

Antonfranco Tamasco

Ragazzo, affacciandomi a voler conoscere le cose del mondo, se non avessi avuto attorno alcuni miti e tra questi quello del Che, oggi sarei senza dubbio diverso.

Ma penso poter dire che, non solo io, ma più di una generazione ha tratto dall’esempio di Che Guevara sfrontatezza, coraggio, voglia di gridare alle ingiustizie, capacità di guardare all’oppressore oltre i propri confini nazionali. Potremmo oggi definirlo un esempio dell’ “altra globalizzazione”, quella che vede affasciati assieme gli umili di ogni angolo della terra. Lui che dall’Argentina, al Guatemala, da Cuba al Congo, fino alla Bolivia dichiarò guerra non a questo o quell’oppressore, ma all’oppressione tout-court.

Davvero poco importa e poco interessa, a maggior ragione nella morta gora sociale dell’oggi, stare a disquisire sulla poca ortodossia del suo pensiero rispetto ai sacri testi del marxismo-leninismo: lui non ebbe operai da curare nell’apprendimento o nella salute, né da addestrare nei campi rivoluzionari di mezzo mondo: il suo fu sempre un esercito contadino, l’esercito delle vittime dei proprietari terrieri. Certo non avrebbe potuto realizzare quel socialismo al quale si ispirò: d’altronde chi si spacciava per tale all’epoca (Cina e Russia) aveva avuto lo stesso “vizio di origine contadino”: la classe operaia, anche in quegli enormi paesi era una minoranza, le braccia della rivoluzione non potevano che essere soprattutto contadine. Forse a partire da quel vizio di origine si può anche spiegare meglio cosa è accaduto dopo di quelle esperienze storiche.

I duri e puri rimproverarono al Che il suo avventurismo, il suo confondere classi che per natura rivoluzionarie non sono, come il fine ultimo della sua battaglia. Il movimento studentesco non ebbe difficoltà ad immedesimarsi con Che Guevara, considerato una sorta di fratello più grande che ci spingeva a combattere nelle piazze facendoci quasi pesare il senso di colpa di non essere anche noi in Bolivia con lui.

Forse non esistono personaggi perduti prematuramente che, come nel caso del Che, procurano una tristezza così forte ed inconsolata: nella maggior parte dei casi il sentimento è relativo alla vicenda specifica di questo o quel personaggio, nel suo caso, nel caso di Ernesto Che Guevara la tristezza va oltre, non evoca solo la fine di una importante storia personale, ma quasi la fine di una aspirazione.

Sono passati 50 anni dal suo assassinio e guai se si perdesse la memoria di quella tragedia, del corpo crivellato di pallottole steso sul lavatoio di Vallerande. La memoria di una faccia pulita, esempio di altruismo e di coraggio… Ma no, no… non nel senso del merchandising a lui collegato (girano ancora magliette e bandierine con la sua effigie): questo è quanto di più terribile si sarebbe potuto immaginare. Certo, fotogenico lo era, ma la memoria a cui mi riferisco è quella di poter ricordare a tutti coloro che sono vittime di soprusi, che subiscono gli effetti di “questa globalizzazione” che c’è stato chi ha sacrificato la sua giovane ed intensa vita per combatterla e che della non accettazione dello status-quo, divenne appunto simbolo.

Viene da sorridere oggi, pensando agli esempi a cui dovrebbero attingere le nuove generazioni: da dove trarre spunto, forza determinazione nel trovare sostegno al proprio bisogno di cambiamento ?

Allora viva il Che e, mi correggo, anche il merchandising che lo riguarda, utile a mantenere alta la sua immagine di eterno combattente!

Roma, 21 febbraio 2017

 

Hasta siempre

PER SEMPRE
Aprendimos a quererte

Desde la histórica altura

Donde el sol de tu bravura

Le puso cerco a la muerte.

[Estribillo]:

Aquí se queda la clara,

La entrañable transparencia

De tu querida presencia,

Comandante Che Guevara.

Tu mano gloriosa y fuerte

Sobre la historia dispara

Cuando todo Santa Clara

Se despierta para verte.

[Estribillo]

Vienes quemando la brisa

Con soles de primavera

Para plantar la bandera

Con la luz de tu sonrisa.

[Estribillo]

Tu amor revolucionario

Te conduce a nueva empresa

Donde esperan la firmeza

De tu brazo libertario.

[Estribillo]

Seguiremos adelante

Como junto a tí seguimos

Y con Fidel te decimos

Hasta siempre Comandante.

Abbiamo imparato ad amarti

sulla storica altura

dove il sole del tuo coraggio

ha posto un confine alla morte.

Qui rimane la chiara

penetrante trasparenza

della tua cara presenza,

Comandante Che Guevara.

la tua mano gloriosa e forte

spara sulla storia

quando tutta Santa Clara

si sveglia per vederti.

Vieni bruciando la brezza

con soli di primavera

per piantare la bandiera

con la luce del tuo sorriso.

Il tuo amore rivoluzionario

ti spinge ora a una nuova impresa

dove aspettano la fermezza

del tuo braccio liberatore.

Continueremo ad andare avanti

come fossimo insieme a te

e con Fidel ti diciamo

Per Sempre, Comandante!

di Carlos Manuel Puebla