Comunicato stampa: ECHI DALL’OTTOBRE… E NON SOLO!

Le due giornate romane dedicate alla celebrazione e alla rievocazione della Rivoluzione d’ottobre, programmate sotto il nome ECHI DALL’OTTOBRE…, si sono svolte con pieno successo.

La tavola rotonda presso l’Istituto Sturzo, curata dall’Associazione Culturale “l’albatros”, il 26 ottobre ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e attento alle tematiche sviluppate dai relatori. Tutti hanno messo in evidenza la natura eccezionale dell’evento verificatosi cento anni fa in Russia, nel contesto della Prima guerra mondiale, e le conseguenze che si sono riverberate in tutto il mondo e che ancora oggi non sono del tutto estinte. La presenza di docenti e studenti russi, ospiti della “Sapienza” Università di Roma, testimonia l’attenzione per i temi trattati, la cui attualità è stata sottolineata in particolare nell’intervento di Andrea Margheri, Maria Serena Veggetti, Andrea Calabria, Armida Corridori, Marco Testi mentre Aleksej Bukalov ha messo in evidenza gli sconvolgimenti sociali della rivoluzione e le conseguenze dello stalinismo.

Il video ECHI DALL’OTTOBRE… E NON SOLO! curato da “l’albatros” ho posto in evidenza le ripercussioni nel mondo intero e in particolare in quello coloniale, con la lotta di liberazione dei popoli che segna un capitolo fondamentale della storia del Novecento.

La serata culturale il 27 ottobre presso il Centro Russo di Scienze e Cultura è stata un vero e proprio evento per l’enorme partecipazione di pubblico ai tre momenti in cui è stata articolata la manifestazione. All’inaugurazione della mostra di arte contemporanea che ha visto la presenza di opere di grandi artisti russi, italiani e stranieri, tra cui Mikhail Koulakov, Sergej Gončarov, Vladimir Agapov, Sergej Dronov, Ennio Calabria, Salvatore Provino, Gianfranco Baruchello, Renato Guttuso, Andy Warhol, Rafael Alberti, Werner Stadler, Massimo Luccioli, Giantito Burchiellaro, critici e storici dell’arte hanno posto in evidenza l’originalità della formula prescelta per celebrare la Rivoluzione. Il ricco catalogo ricostruisce le ragioni della mostra e il tentativo di andare oltre la pittura di storia, dando senso emotivo e intellettivo alla parola “echi” che provengono da quegli eventi all’uomo contemporaneo.

Gli attori Valeria Nardella e Renato Capitani hanno letto brani dalle principali opere di Vladimir Majakovskij, Aleksandr Blok, Sergej Esenin, Anna Achmatova, Aleksandr Tvardovskij, Evgenij Evtušenko, Nazin Hikmet dedicate alla Rivoluzione e alle sue conseguenze. I presenti hanno molto apprezzato la scelta dei brani e la recitazione, trattandosi di autori di grandissimo livello poetico, alcuni dei quali non molto noti in Italia.

La serata si è conclusa con l’esecuzione dell’Andante per archi op. 50bis di Sergej Prokof’ev e della Sinfonia per archi op. 110 bis di Dmitrij Šostakovič, trascritta da Rudol’f Baršaj dal Quartetto del 1939. Alla testa della John Cabot Chamber Orchestra era Marcello Bufalini che ha diretto i 28 archi dell’orchestra con grande determinazione e fermezza, ottenendo sonorità straordinarie nel contesto del salone nobile di Palazzo Santacroce. Il pubblico ha tributato convinti consensi al maestro e all’orchestra, rivolgendo interminabili applausi nata dall’emozione e dalla commozione.

La serata, che ha goduto del patrocinio dell’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, curata dal Centro Russo di Scienze e Cultura e dall’Associazione Culturale “l’albatros”, al pari della tavola rotonda precedente presso l’Istituto Sturzo, si è avvalsa della sponsorizzazione dell’agenzia Columbia turismo di Roma.

ufficiostampa@lalbatros.it

evaitalia@yahoo.it

Le foto di Polina Efimkova: 12345678910111213141516

SCAMPOLI ROSSI PER TIMOTEO

Dino Bernardini è scomparso a Roma il 28 ottobre 2017. Lascia un vuoto profondo tra gli studiosi di storia e cultura della Russia e tra i dirigenti comunisti che si sono impegnati per far conoscere agli Italiani  la società sovietica e quella degli altri Paesi indirizzati sulla strada del socialismo. Lo ha fatto come fondatore e direttore di Rassegna sovietica prima e di Slavia poi, riviste che costituiscono un corpo culturale imprescindibile per chi voglia conoscere la storia del Novecento.

L’ultima fatica di Dino Bernardini è stata la stesura di Scampoli rossi, testimonianza della sua formazione politica e professionale, cui l’albatros ha recentemente dedicato una recensione. In occasione della sua scomparsa, riteniamo di rendere omaggio alla sua memoria pubblicando questo ricordo di Nicola Siciliani de Cumis, amico e collaboratore da sempre di Dino Bernardini.

Agostino Bagnato

SCAMPOLI ROSSI PER TIMOTEO

di Nicola Siciliani de Cumis

Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età,

perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini,

quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo

in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano

e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa.

Ma è così?

Antonio Gramsci al figlio Delio

 

Ho riletto con vera partecipazione e sincero coinvolgimento, una volta di più, nella bella veste del settimo Quaderno del trimestrale “Slavia” (Roma, 2017), gli Scampoli rossi di Dino Bernardini, già apparsi a puntate nel corso degli ultimi anni sulla rivista da lui fondata e diretta, per l’appunto “Slavia”. Molte delle pagine di quegli “scampoli” mi sono divenute addirittura familiari, giacché ho avuto modo di rileggerle, tradurle e compararle nei miei ambiti di esperienza e competenza, e per così dire di ripensarle in proprio, talora parlandone con l’autore, talora anche con Flora, la moglie di Dino, altre volte conversando o anche soltanto rivolgendo un pensiero ai miei virtuali altri possibili interlocutori (maestri, colleghi, studenti, laureati, amici).

Quadri intellettuali anch’essi, direttamente o indirettamente collaboratori di “Slavia” e idealmente riconducibili alla materia interculturale italo-slava, individuale e collettiva, che anima il libro di Dino Bernardini: voglio dire, a vario titolo, del vero e proprio “collettivo di pensiero” (un “collettivo misto”, direbbe Makarenko), espresso variamente, nel corso degli anni, dai contributi alla rivista da Giovanni Mastroianni, Antonio Santoni Rugiu, Mario Alighiero Manacorda, Guido Aristarco, Franco Ferrarotti, Bruno Bellerate, Maria Serena Veggetti, Agostino Bagnato, Giuseppe Boncori, Renzo Remotti, Tania Tomassetti, Vincenzo Orsomarso, Emiliano Mettini, Renzo Remotti, Pier Paolo Farné, Elisa Medolla, Roberto Sandrucci, Domenico Scalzo, Roberto Toro, Serena Pellegrini, Sergio Cicatelli, Roberta Ruggiero, Barbara Purpi, Valentina Carissimi, Alessia Cittarelli, Ilenia Ramadori, Salvatore Spataro, Samantha Messineo, Gianluca Consoli, Valeria Cannas, Claudia Gioia, Francesca Romana Nocchi, Claudia Pinci, Elisa Condò, Eleonora Pezzola, Chiara Coppeto, Francesca Craba, Alina Hupalo, Elena Konovalenko, Olga Leskova, Emanuela Mattia, Beatrice Paternò, Anna Rybčenko, Maša Ugarova, Michela Chiara Borghese, Federico Ruggiero, Gianna Demidova, Enzo e Lucia Ciampi, Federica Saraceni e i tanti altri sodali, italiani e russi, di cui rimane traccia negli indici della rivista, nel sito web di “Slavia” sapientemente curato da Piero Nussio e nel numero rilevantissimo di testi per la stampa, fioriti parallelamente agli elaborati scritti d’esame, alle di tesi di laurea e di dottorato di ricerca in Pedagogia e scienze dell’educazione, relativi al mio lavoro di insegnante e di studioso di specifici aspetti della cultura slava. E ciò, a maggior ragione per il fatto che, per iniziativa e le cure di Maria Serena Veggetti, s’è istituita in co-tutela nella Sapienza di Roma e nell’Università della Città di Mosca la laurea “a doppio titolo”, per studenti italiani e russi, valida sia in Russia sia in Italia.

Ecco perché gli scampoli di memoria di Dino Bernardini, da un certo momento in poi (cioè dai primissimi anni Ottanta) si accavallano volentieri, soggettivamente e oggettivamente, ai miei stessi scampoli di memoria, anch’essi senza meno scampoli rossi e, da allora in avanti, senza soluzione di continuità. Ragion per cui mi pare di avere anch’io una qualche voce in capitolo, e non da mosca cocchiera, tra gli scampoli rossi di una sorta di memoria comune. E di essere quindi proprio io, in qualche modo parte attiva di alcuni ambiti culturali del volume (di quelli in specie concernenti la scuola, l’università, la didattica e la ricerca); e di intravedermi tra le righe dell’avviso della quarta di copertina, sintesi telegrafica e pregnante, che meglio non potrebbe rendere la “filosofia” del libro e della collana in cui l’opera è comparsa, a mo’ di condivisione di tutt’intera l’attività politico-culturale del Direttore Bernardini, del fine traduttore e interprete dal Russo, nonché del letterato, dell’opinionista in proprio, fin dai tempi di “Rassegna sovietica”: basta a tale proposito consultare, per i settori di competenza di Bernardini, l’importante contributo di Tania Tomassetti, Indici di “Rassegna della Stampa sovietica” 1946-1949. Indici di “Rassegna Sovietica” 1950-1991. Prefazione di Giuseppina Monaco. Postfazione di Nicola Siciliani de Cumis, Quaderni di Slavia / 3, Roma, 2003. Come potrei dimenticare del resto, in un siffatto ordine di idee, quelle volte che Dino Bernardini si è fatto diligente e autorevole correlatore di un certo numero di correlazioni di tesi di laurea, me relatore, in tema di traduzione con specifico riferimento al russo, all’etica del traduttore, alle dimensioni interculturali, metodologiche, culturologiche del complesso problema?

     Scampoli rossi risulta pertanto essere senz’altro in primo luogo quel che la quarta di copertina promette : “Una testimonianza diretta e protratta nel tempo, partecipe e disincantata, ‘da dentro’, dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista Italiano, del Cremlino e delle Botteghe Oscure, di due mondi vicini e poi lontani”; ma il libro è anche più di questo: un capitolo assai significativo, e assai suggestivo, di storia della cultura e dei modi di essere dell’epoca a cavallo tra la seconda metà del Novecento e quasi tutto il primo ventennio degli anni Duemila. Il modo più diretto e partecipe che si potesse immaginare, in medias res, di configurare monograficamente, una testimonianza oculare e corale a tutto tondo, che mi permetterei di caratterizzare sul modello senofonteo, che offra al tempo stesso una visione personalizzata e e una documentazione oggettiva dell’epoca pos-staliniana, nel cuore degli anni Cinquanta. Una sorta di originale resa dei conti, coinvolta e nondimeno distaccata, di situazioni esistenziali e politico-culturali osservate con occhi critici e autocritici, tastate con mano, vissute e rivissute in carne e ossa sulla propria pelle, presenti come una speciale adrenalina e finalmente restituite nella forma di un’autobiografia individuale e collettiva per temi e problemi. Un consuntivo unico e irripetibile come la vita di ciascuno, ma perfettamente rientrante nei canoni di una vicenda individuale collettivamente condivisa, che si potenzia in se stessa e potenzia a sua volta l’assunto di una straordinaria congiuntura storica e politica.

Ecco perché –   tanto per fare un solo esempio, forse il più importante che potrei addurre – , se il Dino figlio racconta di Timoteo (Angelino) Bernardini suo padre e di sua madre Nazzarena, la storia di vita personale e interpersonale di familiari, compagni di partito, amici, conoscenti dell’epoca, il Bernardini scrittore viene via via facendo anche un’altra cosa: e cioè la rappresentazione in differita di un’operazione narrativa esclusiva ed escludente, che prende la forma di un resoconto cronachistico a più voci, di un affresco a forti tinte autobiografico-educative e storiografico-conoscitive, con in serbo la virtualità di un formidabile indotto di natura etico-politica, apertamente formativa e discretamente espansiva in senso democratico e socialista.

Vorrei in altri termini dire che, ben al di là delle intenzioni dell’autore a tenersi fuori dagli impicci di una qualsiasi improbabile pedagogia magistra vitae, il testo tende in una certa misura a sfuggire di mano e a diventare malgré lui un esempio quella “filologia vivente” che rende un concreto esempio di ciò che abbiamo imparato dal Gramsci delle Lettere dal carcere e dei Quaderni del carcere, quando fa valere il criterio che una delle ragioni dello scrivere di sé è quella di aiutare sé stessi a familiarizzare con la propria condizione umana e, al tempo stesso, di aiutare gli altri a svilupparsi in un certo modo e verso determinate soluzioni umanizzanti. Un’espressione storica espressamente autobiografica che certamente presume e giustamente riassume, il senso di quella irripetibilità e originalità che le è connaturata. Anche se rimane vero che l’autobiografia ha sempre, in qualche modo, un che di “politico”. E proprio nella misura in cui – come scrive Gramsci nei Quaderni del carcere – “L’autobiografia può essere concepita ‘politicamente’”. E spiega: “Si sa che la propria vita è simile a quella di mille altre vite, ma che per un ‘caso’ essa ha avuto uno sbocco che le altre mille non potevano avere e non ebbero di fatto. Raccontando si crea questa possibilità, si suggerisce il processo, si indica lo sbocco. L’autobiografia sostituisce quindi il ‘saggio politico” o “filosofico”: si descrive in atto ciò che altrimenti si deduce logicamente. È certo che l’autobiografia ha un grande valore storico, in quanto mostra la vita in atto e non solo come dovrebbe essere secondo le leggi scritte o i principî morali dominanti” (cfr., di Gramsci, i Quaderni del carcere, la voce Autobiografia nell’indice tematico a cura di Valentino Gerratana; e quell’esemplare laboratorio dell’autobiografia, come genere letterario e storiografico, che soni le Lettere del carcere).

Di qui la persuasione che Scampoli rossi rientri per l’appunto nel novero di questo specifico tipo di “scrittura del sé” e che la serie dei suoi sessantanove capitoli, la brillante introduzione di Franco Mimmi e perfino i sentiti ringraziamenti ad alcune persone care quanto indispensabili, nonché l’affettuosa dedica a me della copia del libro affidatomi in lettura, intanto svolgano la funzione di una relazione dialogica elementare connaturata al dono e il ruolo di un’espressione di stima, gratitudine, affetto che non si sia assunta il compito dell’indottrinare: e quindi tutt’altro che lo scopo dell’intrattenere conformisticamente il destinatario, facendosi se mai carico di esercitare un’attività di collaborazione ad entrare criticamente in situazione e a comprendere da sé che la congerie dei fatti narrati e di cui ci si appresta a conoscere i termini corrisponde piuttosto (indubbiamente), tra incanto e disincanto, alle luci e alle ombre (e al bene e al male) della vita. Di modo che, sia nell’incipit il riferimento alle celebri quanto tremende sequenze sui tedeschi persecutori, sia la tortura inflitta al padre di Dino, Timoteo Bernardini, valgono più di mille intenzionali ammaestramenti contro la violenza e per la pace: un tema che non a caso viene autobiograficamente circoscritto e definito criticamente e autocriticamente proprio nei capitoli centrali di Scampoli rossi discorrendo dell’esperienza di Dino Bernardini a Praga;  ma che si ritrova in primo piano in numerosi frangenti e in modi diversi lungo l’arco di tutto il libro.

Lo stesso cinema di Rossellini, quel film che “apre” la narrazione di Dino, Roma città aperta, è esso stesso una sorta di scarica elettrica di torpedine di socratica memoria, l’abbrivio di una scepsi e il prendere quota dell’attività di una maieutica. E ciò che può dirsi del paradossale, magicamente provvidenziale tentativo di suicidio di Timoteo, tragicamente messo in oggettiva relazione con l’attentato di via Rasella e con l’atroce rappresaglia dei 330 italiani massacrati, dieci per ogni tedesco ucciso. Un terribile fatto di cronaca di una tragica guerra, che distrasse l’attenzione degli oppressori verso papà Bernardini e consentì al figlio Dino di avercelo ancora come padre. Un bel capitolo di educazione familiare, fortunosa e insieme fortunata.

Roma libera dai tedeschi e le sue conseguenti, euforiche effervescenze rientrano pertanto nel novero di quella che io sarei portato ad intendere come un’educazione del/al nuovo contesto storico-culturale e politico-etico. La vita di casa e la temperie cittadina si animano, si trasformano. Via Corfinio e tutte le strade della zona di San Giovanni riacquistano lentamente la propria fisionomia. Con l’andata via dei tedeschi e la metamorfosi del volto della guerra da tedesco in americano (e con la benedizione delle “guardie del Papa”), la storia ha una svolta. I giorni che seguono hanno l’odore, il tatto, il sapore, lo sguardo, il rumore della libertà. La condizione delle condizione, dunque, perché un nuovo processo storico e politico, originalmente formativo, possa prendere le mosse. Perché un qualsivoglia aspirante emulo di Socrate possa recarsi dall’agorà al porto del Pireo a cercare tra le macerie della guerra i propri interlocutori.

Ma la guerra ha le sue conseguenze, strutturali e sovrastrutturali… In quel di Genzano alla barbarie tedesca di Roma città aperta si sostituisce la crudeltà marocchina, celebre materia poetica di La ciociara di Vittorio De Sica. Non c’è educazione alla pace che tenga, non c’è pedagogia “positiva” che possa fare il suo corso. All’Archivio Centrale dello Stato romano – Casellario politico – Sezione comunisti, la Storia con la “S” maiuscola racconta le sue storie con la “s” minuscola. Altre vicende umane, altri film, altre lingue. Comincia a funzionare “la scuola del confino”. La lettura, soprattutto quella dei romanzi (Moravia, Pratolini, Calvino ecc. e i grandi russi, da Guerra e pace in giù) predispone tanti, ma soprattutto gli adulti e i ragazzi, a nuove opportunità di relazioni umane col mondo circostante. Nazzarena, la madre, in un certo modo, fornisce a Dino l’esempio, gl’indica la direzione da seguire; gli propone la prima “scuola dell’obbligo”. Gli chiede addirittura di registrare, come in una ricerca sociologica sul campo, la sua “storia di vita”. E gli racconta la “sua” favola di Ustica… La favola di quel confino (che era stato anche di Gramsci): e che mi fa ripensare ai 44 giorni di Gramsci e di Bordiga alla fine del 1926 nell’isoletta di fronte a Palermo, alla loro rivoluzionaria scuola integrata per detenuti politici, per detenuti comuni e per abitanti dell’isola. Altro che Socrate! Makarenko, piuttosto… Una sperimentazione formativa, individuale, interindividuale, collettiva e autoeducativa in piena regola, quasi all’origine della riforma penitenziaria, educativa, del 1976, che ancora oggi, alla fine del luglio 2017, è ben lontana dall’essere realizzata.

Ma chi era Timoteo Bernardini, com’era, che ci faceva culturalmente e politicamente parlando, la sua “Osteria del Comunista” a San Giovanni? I due capitoli e le altre pagine del libro che il figlio Dino gli dedica sono di una straordinaria potenza evocativa, narrativa ed educativa: nel senso che il “comunismo” di Timoteo viene a saldarsi sempre più saldamente alla formazione del comunismo di Bernardino, di Dino… Un comunismo, ripeto, critico e autocritico. Parole poche, lezioni nessuna, fatti tanti, sull’esempio tutto o quasi tutto di un’“antipedagogia” di impronta makarenkiana. Il contesto dell’“Osteria del Comunista”, per riprendere il titolo di un celebre libro di Maksim Gor’kij,   deve essere stata la sua “prima Università”, la sua prima Facoltà di “scienze umanistiche”, cui poi si aggiunsero le altre proprie e nuove istanze accademiche, interdisciplinari, italiane e russe anzitutto.

Un luogo, “l’Osteria del Comunista” dentro via Corvinio, con le sue aule, i suoi laboratori, le sue biblioteche, i suoi archivi, con i relativi epistolari, a partire dai tre preziosi documenti variamente politici di Osvaldo Sanguigni, Edoardo D’Onofrio e del collettivo dell’Università moscovita: Mario Aglietto, Francesco Barazzutti, Dino Bernardini, Eli e Bruno Bertolaso, Gianluigi Cerasi, Gianni e Franca Cervetti, Gabriella Lai, Norman Mazzato, Salvatore e Maria Rosa Pipitoni, Rossana Platone, Renato Risaliti, Osvaldo Sanguigni… E ti viene subito in mente la metà degli anni Cinquanta, nella quale si colloca l’esperienza evocata e i racconti e le interviste della recente trasmissione televisiva Sono nato comunista, sorellina gemella di Scampoli rossi. Da non perdere… [Questi il link e la password per vedere il documentario, attraversato, tra l’altro, dalle tappe di una suggestiva intervista a Dino Bernardini): https://vimeo.com/220632604       password: odi ]

Di particolare interesse d’altra parte, nella città di Roma, la carriera politica di Angelino (Timoteo) Bernardini, anche noto, oltre che per i suoi indimenticabili eroici trascorsi con i nazisti, come persona onesta, oste provetto, generoso e oculato amministratore, organizzatore culturale, conferenziere, segretario di sezione del PCI (per un quinquennio). Fiorente l’aneddotica sull’“Osteria del Comunista”, una fucina di aneddoti sia sul piano culinario, sia per gli episodi della vita quotidiana, degli abiti morali, della creatività del personaggio. Della fama anche successiva alla sua scomparsa dalla scena del mondo.

Un uomo con il mito dell’URSS, ma capace di vederne i difetti. Uno dei padri storici dei così detti “figli del partito”, nati comunisti e mantenutisi tali anche in forza della propria formazione comunista, alla scuola di uomini come Timoteo, Angelino il comunista. Che nato a Genzano nel 1901, morì a Roma nel 1960, a 59 anni, mentre tu, Dino, era a Mosca, con moglie e figlio. Con la prospettiva di una bella carriera di traduttore, di interprete, di direttore di servizi culturali e di riviste di notorietà internazionale. Un testimone dell’epoca, che ne ha viste tante e tante… Viste e sognate ancora di più, forse, di suo figlio Dino. Che mentre il padre era punto di morte, da Mosca, non è riuscito a stargli accanto e a tenergli stretta la grande mano. E raccontargli il primo, e forse il più significativo, di questi Scampoli rossi, che secondo me narrano di lui una storia non ancora conclusa, perché dura nei ricordi di quel che di lui rimane in suo figlio Dino. Il ricordo della sua ombra vigile. Il suo forte senso di paterna responsabilità familiare e, ancora più forte, di fraterna corresponsabilità partigiana. Uno scampolo rosso di umanissima rara qualità.

ERNESTO CHE GUEVARA ICONA DEL NOVECENTO

di Agostino Bagnato

Ennio Calabria, Ritratto di Ernesto Che Guevara, 1968, olio su tela, 110×80

UNA NOTIZIA IRREPARABILE

Il pomeriggio del 9 ottobre 1967 ero diretto, a bordo della mia 500 Fiat, nella sede della Federazione Comunista Romana in Via dei Frentani, dove era convocata la Sezione Agraria per discutere iniziative riguardanti l’approvazione della legge sul superamento della colonia migliorataria e dell’enfiteusi nelle province dell’ex Stato Pontificio. Sul sedile vicino era posata la radiolina accesa che trasmetteva musica classica: il terzo canale della Radio era il mio appuntamento fisso. Dopo la riunione avrei proseguito per Genazzano, dove era prevista l’assemblea dei contadini della zona, coloni del principe Colonna e della Curia Vescovile di Palestrina. Al momento un certo punto la musica si interruppe e fu annunciata una breve edizione straordinaria del Giornale radio. Venne comunicato che dalla Bolivia era giunta la notizia della cattura e della morte di Ernesto Che Guevara. Molti altri guerriglieri erano stati uccisi. I corpi dei caduti erano stati trasportati a Vallegrande e mostrati alla popolazione.

Ebbi un sussulto di stupore e di emozione. Possibile? Il leggendario medico argentino, intrepido compagno di Fidel Castro Ruíz lotta sulla Sierra era stato ucciso dai soldati boliviani che avrebbero dovuto combattere al suo fianco per abbattere la dittatura del famigerato generale René Barrientos Ortuño. El Che era a capo del suo piccolo Ejército del Liberation Nacional, composto da cinquanta volontari. La spedizione militare non aveva incontrato i favori del Partito Comunista Boliviano, perché considerata prematura e avventurosa. Di conseguenza, il comandante della Sierra cubana era rimasto isolato, privo di sostegni materiali e senza che ci fosse incitamento alla lotta tra le disperate popolazioni dei campesinos.

Dopo settimane di peripezie, l’esercito boliviano sotto la guida di René Rodríguez, agente della CIA infiltrato a Cuba e poi inviato a contrastare la sollevazione popolare di Che Guevara, ebbe facile gioco nell’isolare il contingente dei guerrilleros nel pueblo di La Higuera. Ernesto Che Guevara fu ferito ad una gamba, fu catturato e ucciso nella quebrada (burrone, vallone, ovvero terreno spaccato) del villaggio da parte dello stesso Rodríguez, su ordine del dittatore Ortuño. Il corpo fu trasportato a Vallegrande il giorno dopo, legato ai pattini di un elicottero militare.

La notizia si sparse in tutto il mondo. Proprio in quei primi minuti dell’annuncio della morte e dello strazio del corpo ha inizio la leggenda del comandante Ernesto Che Guevara.

Giovanissimo, non sapevo molto del medico argentino che si era unito ai barbudos cubani per abbattere il regime di Batista. In Calabria, avevo seguito alla radio le fasi della lotta vittoriosa dei guerrilleros sulla Sierra ed ero orgoglioso che il primo regime dittatoriale fosse stato abbattuto con la lotta popolare e l’insurrezione armata. Tutti si chiedevano perché gli Stati Uniti avessero permesso quel pericoloso successo, conseguito nel nome del comunismo: la risposta che si davano i commentatori era che gli americani non riuscivano a sostituire Batista con un loro uomo meno odiato dalla popolazione cubana. Io non ero in grado di dare una risposta, né tanto meno di formulare una domanda. Studiavo a Vibo Valentia con professori di formazione liberale e cattolica ostili alla lotta di liberazione dei popoli. Anche i miei compagni di classe erano in generale indifferenti a questi temi di attualità e in generale alla politica.

Entrati vittoriosi a La Havana all’inizio del 1960, preceduti dai servizi giornalisti entusiastici di Ernest Hemingway e di molti inviati di tutto il mondo, l’attenzione fu subito attratta dal volto aperto, solare, splendente di fiducia e certezza nel futuro di un giovane che, a fianco del comandante Castro, partecipava ai raduni, alle riunioni del governo con la carica di ministro, alle manifestazioni popolari, agli incontri internazionali. In poco tempo Guevara era diventato una delle massime personalità del nuovo regime. Durante una manifestazione popolare il fotografo Alberto Kodra scattò molte foto proprio al Che. Diffuse in tutto il mondo, resero popolarissimo il giovane rivoluzionario. Alcuni pittori ne fecero il soggetto di loro dipinti: tra questi l’americano Andy Wahrol che nei suoi celebri multipli ne ricavò una vera e propria icona conosciuta in tutto il mondo.

Gli oppositori di Castro iniziarono a lasciare il Paese, diretti in Florida. Accusavano gli Stati Uniti di avere lasciato l’isola nelle mani dei comunisti, alimentando una campagna di odio e di vendetta contro i rivoluzionari castristi. Gli esuli, addestrati dalla CIA, decisero di sbarcare sull’isola e di riconquistare il potere. Ma furono sbaragliati dall’esercito cubano e dai volontari accorsi all’appello di Fidel e di Guevara. Nella Baia dei Porci gli aggressori furono sbaragliati e costretti a tornare in Florida. Si levarono alte grida contro John Kennedy, nuovo presidente degli Stati Uniti, accusato di non avere sostenuto lo sbarco. La verità è che gli USA erano ancora frastornati dalla vittoria castrista e non sapevano come fronteggiarne l’espansione e l’esportazione nel resto dell’America latina e nel mondo. La politica della Nuova Frontiera, lanciata nel 1961, non aveva funzionato come avrebbe dovuto.

La vittoria della Baia dei Porci aumentò la popolarità di Fidel Castro e dei suoi compagni, facendone dei campioni della lotta per la libertà e il progresso dei popoli oppressi dall’imperialismo e dal colonialismo, secondo la formula impiegata dal tempo della Terza Internazionale leninista. L’avvicinamento fra Cuba e l’URSS di Nikita Chruscev divenne una facile conseguenza della situazione d’isolamento in America, mentre più difficili di presentarono le relazioni con la Cina di Mao tse Dong. Nacque proprio in quegli anni la teoria della lotta armata per la conquista del potere nei paesi appressi dall’imperialismo e dal colonialismo, denominata castrismo, a fronte della politica dell’Unione Sovietica incentrata sull’organizzazione degli operai e dei contadini nel tradizionale partito urbanocentrico.

Il ruolo politico di Ernesto Che Guevara restava ancora poco chiaro agli occhi del mondo. Dopo essere stato ministro degli esteri ed avere accompagnato Fidel Castro alle Nazioni Unite, dove era tornato più volte pronunciando discorsi infiammati contro l’imperialismo e incitando alla lotta armata contro l’oppressione capitalistica. Nel 1965 si era recato in Congo per guidare la resistenza contro il dittatore Mobuto, ma nn era riuscito ad ottenere risultati soddisfacenti. Decise di tornare a Cuba e di occuparsi della zafra, la raccolta della canna da zucchero, principale risorsa del Paese dopo l’embargo imposto dagli Stati Uniti in seguito alla nazionalizzazione delle proprietà americane, aggravate in seguito alla crisi dei Caraibi del 1962, nota come tentativo di installare missili sovietici sull’isola.

All’inizio del 1967 si sparse la notizia che, dopo, l’esperienza in Congo a fianco dei Simba, combattenti anticoloniali locali, si era diretto in Bolivia per organizzare la guerrilla e sollevare le masse contadine e i soldati contro il regime dittatoriale di Ortuño sostenuto dagli Stati Uniti. Le notizia che giungevano dalla Cordigliera non erano precise, ma che sperava in una rapida avanzata verso La Paz rimase deluso. Non solo, i contadini boliviani erano rimasti indifferenti ai proclami insurrezionali, per cui el ejército rebelde del Che rimase composto da poco decine di unità, poco addestrate e male armate. Ma nessuno si aspettava la terribile notizia.

EMOZIONE E DOLORE NEL MONDO

In Federazione giungevano intanto i compagni dalle sezioni riunite in seduta straordinaria. Anche se il Che non era ancora quello che sarebbe stato in seguito, la vera e propria icona della lotta di liberazione dei popoli appressi dal neocolonialismo e dalla dittatura militare, fino ad assurgere a simbolo della battaglia universale per la l’uguaglianza, la libertà, la democrazia, contro l’autoritarismo e la degenerazione burocratica del potere, l’emozione suscitata dalla notizia ed il dolore per la scomparsa tragica di un grande combattente internazionalista erano palpabili. Ernesto Guevara era argentino, proveniva da una buona famiglia borghese, era un uomo colto e sensibile: perché ha scelto di combattere per la libertà di un paese lontano, anche se dotato di stessa lingua, religione e cultura? Non era questo un tratto di quell’internazionalismo che aveva fatto accorrere tra le file di Giuseppe Garibaldi giovani romantici dell’Europa e dell’America latina che in camicia rossa combattevano per la libertà dell’Uruguay e dell’Italia? E non era questo un tratto di quell’altro grande movimento del socialismo libertario che aveva dato vita alla Comune parigina nel 1871 e sulla fine del Novecento portava rivoluzionari russi, polacchi, tedeschi, inglesi, francesi, italiani a combattere per l’emancipazione dei lavoratori e dei contadini in ogni angolo dell’Europa capitalista?

Ernesto Che Guevara appariva già allora, anche se a pochi, una figura romantica di combattente per la libertà, indipendentemente dalle latitudini e dalla storia di ciascuno. Al centro c’era l’uomo con i suoi bisogni e i suoi diritti. Sarebbero stati questi i temi del Maggio francese dell’anno successivo, anche se il nome di Guevara non era ancora gridato da milioni di giovani, come sarebbe accaduto qualche anno dopo.

Renzo Trivelli tenne un breve discorso nella sala delle riunioni affollata, sulla base delle poche notizie giunte. Svolse anche alcune considerazioni critiche sulla natura della spedizione, in linea con le posizioni ufficiali del PCI e di molti altri partiti comunisti occidentali, allineati con la diffidenza manifestata a suo tempo dallo stesso PCUS. Ma l’emozione per la morte di uno degli eroi della Sierra era troppo grande per stare a riflettere sulle ragioni della sconfitta.

Non andai a Genazzano. Ritenevo che stare tra i compagni romani era più importante che parlare di colonia ai contadini dei Monti Prenestini.

Il giorno dopo, mio padre mi disse che quella morte avrebbe provocato grandi discussioni all’interno dei partito. Era stato alla riunione nella sezione di Ponte Milvio e il segretario Bruno Roscani aveva previsto che il dibattito si sarebbe acceso, ma avrebbero prevalso gli aspetti umani e soprattutto l’indignazione avrebbe sopito le divisioni all’interno del movimento comunista internazionale. Non sapeva esattamente chi era il nuovo martire della lotta contro l’oppressione dei popoli, come dicevamo allora, ma aveva compreso che si trattava di una figura importante e che lo sarebbe stata ancora di più in futuro. E così è stato. Il dibattito è proseguito negli anni successivi, ma la figura di Ernesto he Guevara aveva perso attualità sul fronte politico, perché il confronto tra castrismo e ortodossia sovietica aveva preso una direzione differente, di fronte alle difficoltà insorte in seguito al colpo di stato in Cile contro il presidente socialista Salvador Allende da parte del sanguinario generale Pinochet .

ICONA DEL NOVECENTO

Ma la statura umana e morale di Ernesto Che Guevara andava crescendo con il passare del tempo. La sua immagine stampata sulle magliette di milioni di giovani in tutto il mondo alimentavano la sua fama e ne facevano una vera e propria bandiera d’identità ideale, rivoluzionaria e anche morale. Il suo basco con la stella rossa immortalato nella foto più diffusa di Alberto Kodra era una divisa inconfondibile. Quelle immagini divennero anche un grande business mondiale, di cui gli unici beneficiari sono stati proprio quegli industriali che Guevara combatteva per ricondurli a comportamenti di correttezza e di giustizia sociale.

I suoi Diari e i suoi saggi sulla guerriglia tradotti in tutto il mondo hanno diffuso le idee di Che Guevara tra milioni di giovani. Ma è stato il canto per la sua morte, scritto e cantato da Carlos Manuel Puebla, che diffusero in ogni angolo del mondo la storia e la figura del Comandante. La canzone era stata scritta in occasione dell’addio di Ernesto Che Guevara a Cuba nel 1965, avendo deciso di tornare alla lotta armata a fianco degli oppressi. La prima tappa sarebbe stata il Congo. L’ultima, quella fatale, la Bolivia. All’annuncio della morte, quel canto fu modificato in alcune parti e si diffuse con una rapidità sorprendente, come si trattasse di un hit dei gruppi rock più popolari.

Con l passare del tempo il mito del Che andò crescendo. In qualsiasi parte del mondo mi sono trovato a parlarne con qualcuno, in particolare giovani artisti e dirigenti politici, non c’è stato mai nessuno che abbia avuto parole contrarie al Che: tutti ne hanno esaltato il coraggio, il valore, l’altruismo. Quell’internazionalismo romantico di cui si è detto prima. Ed è questa la sua grande forza nel tempo.

A Parigi, negli anni Novanta, ho incontrato Roberto Diaz York, pittore cubano fuggito dall’isola giovanissimo dopo l’arrivo dei barbudos. In un incendio che aveva distrutto la sua abitazione e lo studio parigini, aveva perso documenti personali, lettere della famiglia e degli amici, fotografie. Era un uomo senza passato. Eppure parlando di Cuba, ricordava i paesaggi meravigliosi, le spiagge, l’oceano. La Havana gli tornava in mente come un sogno, rivivendola nelle pagine de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Manifestava astio per il castrismo, ma aveva parole di ammirazione per Guevara che aveva scelto di combattere non per sé ma per gli altri, anche se non ne condivideva la finalità.

Nel 2007 ho avuto un breve fortuito incontro con un dirigente cubano che aveva partecipato alla lotta armata sulla Sierra. Le sue origini polacche lo allontanavano dalla fisiognomica latina, ma il suo linguaggio colorito esaltava il rapporto con Fidel Castro e con Guevara. Il ricordo di quest’ultimo era molto nitido e il monumento eretto a Santa Clara ne restituisce interamente il suo carattere. Peccato che non ho mai potuto vederlo dal vivo.

Nel 2004 è venuto il film I diari della motocicletta (Diarios de motocicleta), tratto dai diari del medico argentino. Il regista Walter Salles ne ha fatto un vero capolavoro nella ricostruzione della prima giovinezza di Ernesto Guevara de la Sierna, interpretato da Gael García Berual, accanto a Mercedes Morán, Jean Pierre Noher, Mia Maestro. La scena finale con il giovane avventuroso che attraverso a nuoto il fiume Paranà verso l’ignoto è proprio la metafora della vita di questo Garibaldi del Novecento.

Così mi piace ricordarlo. Come una figura che si è spesa per la speranza, attraversando l’ignoto dell’esistenza.

Roma, 9 ottobre 2017

PER RICORDARE ERNESTO CHE GUEVARA

cheCon questo articolo di Antonfranco Tamasco la rivista l’albatros intende rievocare Ernesto Che Guevara a cinquanta anni dalla morte. Altri articoli, testimonianze e saggi seguiranno. Ricordare questo giovane medico argentino che ha dedicato la sua esistenza alla lotta contro lo sfruttamento dei contadini nell’America latina, prima a fianco di Fidel Castro Ruíz a Cuba e poi nella lotta armata contro l’oppressione agraria in Bolivia, è un segno di attenzione per la storia del Novecento e un impegno a non tradire valori e simboli che appartengono all’umanità intera.

PER RICORDARE ERNESTO CHE GUEVARA

SO SOLO CHE…

Antonfranco Tamasco

Ragazzo, affacciandomi a voler conoscere le cose del mondo, se non avessi avuto attorno alcuni miti e tra questi quello del Che, oggi sarei senza dubbio diverso.

Ma penso poter dire che, non solo io, ma più di una generazione ha tratto dall’esempio di Che Guevara sfrontatezza, coraggio, voglia di gridare alle ingiustizie, capacità di guardare all’oppressore oltre i propri confini nazionali. Potremmo oggi definirlo un esempio dell’ “altra globalizzazione”, quella che vede affasciati assieme gli umili di ogni angolo della terra. Lui che dall’Argentina, al Guatemala, da Cuba al Congo, fino alla Bolivia dichiarò guerra non a questo o quell’oppressore, ma all’oppressione tout-court.

Davvero poco importa e poco interessa, a maggior ragione nella morta gora sociale dell’oggi, stare a disquisire sulla poca ortodossia del suo pensiero rispetto ai sacri testi del marxismo-leninismo: lui non ebbe operai da curare nell’apprendimento o nella salute, né da addestrare nei campi rivoluzionari di mezzo mondo: il suo fu sempre un esercito contadino, l’esercito delle vittime dei proprietari terrieri. Certo non avrebbe potuto realizzare quel socialismo al quale si ispirò: d’altronde chi si spacciava per tale all’epoca (Cina e Russia) aveva avuto lo stesso “vizio di origine contadino”: la classe operaia, anche in quegli enormi paesi era una minoranza, le braccia della rivoluzione non potevano che essere soprattutto contadine. Forse a partire da quel vizio di origine si può anche spiegare meglio cosa è accaduto dopo di quelle esperienze storiche.

I duri e puri rimproverarono al Che il suo avventurismo, il suo confondere classi che per natura rivoluzionarie non sono, come il fine ultimo della sua battaglia. Il movimento studentesco non ebbe difficoltà ad immedesimarsi con Che Guevara, considerato una sorta di fratello più grande che ci spingeva a combattere nelle piazze facendoci quasi pesare il senso di colpa di non essere anche noi in Bolivia con lui.

Forse non esistono personaggi perduti prematuramente che, come nel caso del Che, procurano una tristezza così forte ed inconsolata: nella maggior parte dei casi il sentimento è relativo alla vicenda specifica di questo o quel personaggio, nel suo caso, nel caso di Ernesto Che Guevara la tristezza va oltre, non evoca solo la fine di una importante storia personale, ma quasi la fine di una aspirazione.

Sono passati 50 anni dal suo assassinio e guai se si perdesse la memoria di quella tragedia, del corpo crivellato di pallottole steso sul lavatoio di Vallerande. La memoria di una faccia pulita, esempio di altruismo e di coraggio… Ma no, no… non nel senso del merchandising a lui collegato (girano ancora magliette e bandierine con la sua effigie): questo è quanto di più terribile si sarebbe potuto immaginare. Certo, fotogenico lo era, ma la memoria a cui mi riferisco è quella di poter ricordare a tutti coloro che sono vittime di soprusi, che subiscono gli effetti di “questa globalizzazione” che c’è stato chi ha sacrificato la sua giovane ed intensa vita per combatterla e che della non accettazione dello status-quo, divenne appunto simbolo.

Viene da sorridere oggi, pensando agli esempi a cui dovrebbero attingere le nuove generazioni: da dove trarre spunto, forza determinazione nel trovare sostegno al proprio bisogno di cambiamento ?

Allora viva il Che e, mi correggo, anche il merchandising che lo riguarda, utile a mantenere alta la sua immagine di eterno combattente!

Roma, 21 febbraio 2017

 

Hasta siempre

PER SEMPRE
Aprendimos a quererte

Desde la histórica altura

Donde el sol de tu bravura

Le puso cerco a la muerte.

[Estribillo]:

Aquí se queda la clara,

La entrañable transparencia

De tu querida presencia,

Comandante Che Guevara.

Tu mano gloriosa y fuerte

Sobre la historia dispara

Cuando todo Santa Clara

Se despierta para verte.

[Estribillo]

Vienes quemando la brisa

Con soles de primavera

Para plantar la bandera

Con la luz de tu sonrisa.

[Estribillo]

Tu amor revolucionario

Te conduce a nueva empresa

Donde esperan la firmeza

De tu brazo libertario.

[Estribillo]

Seguiremos adelante

Como junto a tí seguimos

Y con Fidel te decimos

Hasta siempre Comandante.

Abbiamo imparato ad amarti

sulla storica altura

dove il sole del tuo coraggio

ha posto un confine alla morte.

Qui rimane la chiara

penetrante trasparenza

della tua cara presenza,

Comandante Che Guevara.

la tua mano gloriosa e forte

spara sulla storia

quando tutta Santa Clara

si sveglia per vederti.

Vieni bruciando la brezza

con soli di primavera

per piantare la bandiera

con la luce del tuo sorriso.

Il tuo amore rivoluzionario

ti spinge ora a una nuova impresa

dove aspettano la fermezza

del tuo braccio liberatore.

Continueremo ad andare avanti

come fossimo insieme a te

e con Fidel ti diciamo

Per Sempre, Comandante!

di Carlos Manuel Puebla

SCOMPARSA DEL CARDINALE VELASIO DE PAOLIS

L’ALBATROS RICORDA IL CARDINALE DE PAOLIS

IMG_6794Il cardinale Velasio De Paolis il 9 settembre ha lasciato la residenza terrena, dopo un lungo servizio nella Chiesa cattolica, ricoprendo cariche prestigiose e impegnative all’interno della Curia vaticana.

Egli ha rappresentato un punto di riferimento per il dibattito teologico a tutto campo. Dotato di profonda umanità, il suo originario sentimento cristiano nato all’interno di una modesta famiglia rurale a Sonnino, è stato fortificato da studi filosofici e di giurisprudenza, tradotti nel proficuo insegnamento universitario.

Questo prelato schivo e severo che ha sempre manifestato disponibilità al dialogo, pur nella fermezza dei principi dottrinari, lascia un vuoto nella gerarchia vaticana, tra gli studiosi e tra i fedeli.

L’Associazione Culturale “l’albatros” e i suoi collaboratori lo ricordano con profondo rimpianto, manifestando ancora in questa triste occasione la riconoscenza per il prezioso contributo al dibattito ideale e culturale. I suoi interventi sulla storia del monachesimo occidentale e degli ordini monastici restano una conquista preziosa nell’attività dell’Associazione, ancora oggi ricordati con ammirazione e rispetto.

Eminenza, grazie per averci accolto nel suo grande cuore.

Agostino Bagnato

Roma 12 settembre 2017

LETTERE PER L’UNIVERSITÀ

A cura di Nicola Siciliani de Cumis

Una celebre frase di Antonio Labriola, “le idee non cascano dal cielo”, felicemente rappresentativa nella vita culturale della Biblioteca Vallicelliana di Roma, del Laboratorio di scrittura e lettura di due istituzioni carcerarie e di alcuni perduranti “perché” culturali, etico-politici, umani. Un abbozzo di saggio a futura memoria, per confermare una volta di più il valore formativo delle narrazioni di storia e del raccontare individualmente e socialmente i termini essenziali di un’esperienza didattica e scientifica – quella labrioliana  – , che nel suo tempo, come nel nostro, non ha smesso di svolgere la sua funzione maieutica, tra ricerca, apprendimento, insegnamento.

LETTERE PER L’UNIVERSITÀ

A cura di Nicola Siciliani de Cumis

Ai Colleghi e agli Studenti del Laboratorio di scrittura e lettura

di Regina Coeli di Roma e della Casa Caridi di Catanzaro/Siano

Carissimi,

dal mucchio disordinato degli appunti preparatori della conferenza su Antonio Labriola del 14 giugno 2017 alla Biblioteca Vallicelliana, in tema di “idee” che “non cascano dal cielo”, e “discorrendo di socialismo e della rossa primavera” – a conclusione del ciclo delle Narrazioni storiche, a cura di Paola Paesano e Cetta Petrollo Pagliarani  – , estraggo alcune pagine e note a margine, che ripropongono la materia composita di alcune nostre conversazioni, sia con riferimento alla conferenza su Labriola, sia in rapporto alle Letture della Vallicelliana nel loro insieme. E questo, avendo noi pur sempre d’occhio, e in primo piano, le comuni attività culturali e autoeducative per i due carceri di Regina-Coeli di Roma e “Ugo Caridi” di Catanzaro-Siano.

Ciò che pertanto ne consegue, da un lato taglia e asciuga notevolmente quei materiali dialogici allo stato nascente e, da un altro lato, integra puntualmente e precisa complessivamente lo svolgimento reale (e virtuale) del tema della conferenza. Cosicché ciò che infine ne rimane non è che un promemoria operativo aperto, su una certa quantità di indagini di più lunga lena e/o nuovamente impostate, per ulteriori esercitazioni di ricerca e didattiche. Un’attività culturale tendenzialmente specializzata, tecnicamente replicabile e in qualche modo di senso comune: e tuttavia, piuttosto che pienamente compiuta, almeno proficuamente avviata. Un impegno di tipo tecnico e storiografico e politico, che viene esercitandosi in tempo reale, per le medesime ragioni metodologiche e di merito, nei pochi pochissimi spazi di libertà consentiti al di qua delle sbarre del nostro Laboratorio di scrittura e lettura. E che tenta, per questa stessa strada, di non essere vanificato nella incombente “prigione”, che oggi sembra essere diventata la quotidianità degli uomini cosiddetti liberi di scegliere responsabilmente il loro destino: e più che mai condizionati, invece, dalle sabbie mobili di esiziali lacci e lacciuoli; e costretti dunque a scegliere tra lo Scilla del lasciarsi andare nel vuoto di una qualche solitudine e il Cariddi dell’intervenire nelle “cose” da mosche cocchiere, ma pur sempre a vuoto.

Sì, le idee non cascano dal cielo, scarpe rotte eppur bisogna andar… Nient’altro che una ragione di più, quindi, per riprendere in seguito tra di noi, e con altri, le fila di un ragionamento che, nella sua dimensione storico-prospettica e ambiziosamente prolettica, risulta nel mio dire soltanto sfiorato e, dunque, virtualmente aperto ad ulteriori, desiderabili rivisitazioni critiche e autocritiche (anzitutto da parte mia). Ecco perché mi congedo da voi con una citazione dei punti interrogativi di un questionario, che è al centro di un mio libro recente sull’università, (“L’uovo di Humboldt. Lettera agli studenti della penultima lezione su Labriola, Makarenko, Gramsci, Yunus 2013-2014”, Roma, l’albatros, 2015). Una concentrato di domande, che mi pare riproporre il succo dell’attuale nostro agire didattico dentro e fuori le mura delle case circondariali in cui operiamo nel presente, ma con addosso il peso della storia e delle contraddizioni della modernità, sull’onda delle rivoluzioni del Quattro-Cinquecento e Sei-Settecento, alle spalle delle rivoluzioni dell’Ottocento e dei nostri Novecento e Duemila, al centro delle Narrazioni storiche della Vallicelliana e variamente presenti nelle comuni esperienze di volontariato in carcere. E dunque, mi chiedevo:

“Come obiettare e cosa opporre in pedagogia contro l’offuscamento della crescita di discernimento e di scelta dei militanti del Partito politico rivoluzionario? Quali spazi rimanevano negli anni Venti e Trenta del Novecento nella società dei Soviet e nel resto del mondo cosiddetto ‘libero’, per obiettare costruttivamente nel corso della lotta per lo sviluppo di ‘tutte le sovrastrutture’, e dunque a favore della libertà di pensiero, di ricerca, di stampa, di critica, di un’educazione politica umanamente ‘nuova’? Come si colloca, in questo stesso ordine di idee, la proposta romanzesca e formativa dell’‘uomo nuovo’ di Makarenko, che è l’obiettivo principale della narrazione nel ‘Poema pedagogico’? In che misura e con quali vantaggi conoscitivi e educativi specifici si possono accostare all’altissima lezione di Makarenko, da un lato l’antipedagogia dei ‘Quaderni del carcere’ di Gramsci, da un altro lato la ‘Psicologia pedagogica’ di Vygotskij (1926 e anni seguenti)?”.

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BAGNOREGIO, CIVITA E LA SCRITTRICE CLARICE TARTUFARI

Agostino Bagnato

IL MARE E LA VELA

IMG_0001Bagnoregio e Civita sono al centro di un robusto romanzo di Clarice Tartufari, prolifica scrittrice del primo Novecento, oggi completamente dimenticata. Personaggi creati dalla fantasia, collocati in un contesto realistico e rispondenti alla verità storica e topografica, fanno del romanzo Il mare e la vela un affresco di vita vissuta nell’arco di dieci anni a cavallo della Grande guerra, ancora oggi stimolante e per alcuni aspetti anche istruttivo. L’intreccio narrativo, la personalità dei protagonisti, il possibile riferimento a persone vissute e fatti realmente accaduti, obbligano il lettore che voglia cogliere pienamente aspetti socio-culturali a ripercorrere vicende storiche del primo Novecento italiano. Si vedano in particolare i richiami al dibattito all’interno della Chiesa tra tradizionalisti e modernisti, la prima emigrazione verso Israele da parte degli ebrei romani nel contesto sionista, lo sfondo della Prima guerra mondiale che coinvolge l’intera popolazione.

Pubblicato dall’editore fiorentino Bemporad, Il mare e la vela affronta le vicende dell’ebreo Gastone Budrio che, visitando Bagnoregio e dintorni alla ricerca di mobili antichi, arredi e oggetti di arte sacra, s’innamora di Leonora, giovane moglie del barone Giuseppe Oliver, studioso di storia della Chiesa. La donna, punta dalle spine di una rosa nell’atto di ornare l’altare in onore di Maria Liberatrice nella cattedrale di Civita, muore lasciando la figlioletta Giovannina alle cure del marito. Gastone si reca a Civita per fare visita al parroco don Oscar, ma Giuseppe intuisce che si trova in quei luoghi per un mancato appuntamento con la moglie, di cui ignorava la scomparsa fino a qualche minuto prima. In un drammatico confronto sul sentiero scosceso che porta a Bagnoregio, Giuseppe prova l’irrefrenabile istinto di scaraventare nei burroni il giovane visibilmente impaurito e sconvolto, ma lo risparmia per un ritorno subitaneo della ragione.

La scena si sposta a Roma nell’abitazione dei mercanti ebrei di antiquariato, di nome Budrio e poi del sacerdote don Giulio Serventi, divenuto celebrità per le sue rigorose ricerche religiose ma anche per la coraggiosa apertura mentale alle nuove istanze religiose che si fanno largo in numerosi strati della Chiesa. Gastone Budrio subisce il fascino intellettuale del sacerdote che svolge anche attività didattica; alla fascinazione colta si mescola quella della giovane nipote Monica, per cui si fa battezzare e sposa la fanciulla, rinnegato dai genitori ferventi israeliti osservanti e vicini al crescente movimento sionista. Ci sono pagine molto suggestive sul tormento del giovane all’atto di prendere il battesimo, a cui fanno da contrappunto le investigazioni teologiche di don Giulio sulla natura di questa conversione, non ritenuta del tutto appropriata e matura.

Clarice_TartufariLa vicenda torna a dipanarsi dieci anni dopo, negli ultimi mesi della Grande guerra, tra Civita e Bagnoregio e coinvolge Giovanna Oliver e Bonaventura Igelli, rampollo della più ricca famiglia bagnorese, innamorati l’una dell’altro sotto l’occhio vigile della domestica Isolina e della maestra Ida Jény. La situazione precipita perché Giuseppe muore divorato dai rimorsi per avere maledetto la moglie sospettata di tradimento, subito dopo la celebre processione del Venerdì santo, quando l’antichissimo Crocifisso di legno custodito a Civita viene portato in processione lungo il corso del paese, per tornare la notte stessa nella sua nicchia dove è custodito da secoli. Giovanna incontra Bonaventura nei pressi della fontana in mezzo al bosco: è quella detta del Pidocchio, nota ancora oggi come meta di gitarelle e scorribande sulla strada per Orvieto. Ma la giovane decide di rinunciare al matrimonio e di dedicarsi alle missioni di carità, prendendo i voti all’interno dell’ordine belga lungamente studiato dal padre. «Vedi gli amori umani, Giovannina? Tradiscono, seminano colpe e rovine. Un solo amore non inganna e remunera. L’amore di Gesù!»: con queste parole pronunciate come in un’apparizione, il barone Giuseppe Oliver spinge la figlia ad abbandonare la strada verso la felicità di un amore sincero per dedicarsi al silenzio e alla pregiera.

Ma la giustizia divina finisce per colpire chi viola la legge e la tradizione dei padri. Nico, il bambino nato dal matrimonio tra Gastone Budrio e Monica Serventi muore precipitando dal terrazzo di casa a Roma, lasciando genitori e parenti nel dolore più atroce. Restano a mantenere viva la tradizione ebraica il centenario avo polacco Daniele, i cui discendenti si sono trasferiti in Palestina, a Tel Aviv costruita e abitata da soli ebrei, e pochi familiari, come Miriam, madre di Gastone e fervente israelita. Don Giulio Serventi è avvolto nei dubbi sulla legittimità del suo pensiero che si fa superbia e si eleva al di sopra del semplice magistero per cercare il successo e la lusinga. Sospeso a divinis in seguito ad uno studio sul gallicanesimo che ha ottenuto un largo consenso, in cui avanzano le idee del modernismo cattolico contestate dalle gerarchie vaticane, l’uomo soffre nel vedere la propria madre tormentarsi per il percorso spirituale che ha intrapreso.

Il mare e la vela è romanzo della piena maturità di questa scrittrice oggi pressoché sconosciuta, nonostante alcune pagine risultino vivaci e fresche. Lo stile è quello dell’epoca, oscillante tra la verbosità di Antonio Fogazzaro o di Matilde Serao e il realismo di Grazia Deledda. Il paesaggio di Civita e quello di Bagnoregio sono assolutamente veritieri, testimonianza della conoscenza dei luoghi e dei costumi della popolazione locale. La tragica morte della maestra Ida Jény durante una bufera di neve improvvisa mentre si reca alla festa di nozze di due contadini, suoi alunni adulti, in uno dei casali delle campagne circostanti, attesta la frequentazione dei luoghi noti successivamente come Valle dei Calanchi.

CLARICE GOUZY TARTUFARI

civitaQuel territorio diventerà qualche anno dopo lo sfondo e l’oggetto della narrativa di Bonaventura Tecchi. Ma nella prosa di Clarice Tartufari ci sono momenti di intensa poesia che anticipano proprio quella dello scrittore bagnorese, insigne germanista allo stesso tempo. Nata nel 1868 a Roma in una famiglia benestante di padre francese di nome Gouzy, visse l’adolescenza e la prima giovinezza a Novilara, in provincia di Pesaro, studiando nelle locali scuole e conseguendo il diploma di maestra. A Roma conobbe e sposò un giovane toscano ed andò a vivere a Bagnore, paese sul monte Amiata. Iniziò a scrivere poesie e racconti, passando poi al teatro dove ottenne un discreto successo, tornando alla prosa negli ultimi anni di vita.

Il suo primo racconto, è Maestra, pubblicato nel 1887, molto noto all’epoca: la protagonista è Maddalena, donna semplice ma decisa ad elevare lo status della figlia Ginevra facendola a tutti i costi studiare per avviarla all’insegnamento. L’elenco delle sue opere narrative è nutrito: Roveto ardente è romanzo del 1901, cui segue L’albero della morte del 1912 che ha come epicentro Roma e la zona dei Fori non ancora investiti dallo sventramento degli anni Venti, anche se i lavori per l’erezione del Vittoriano avevano trasformato la zona, arrivando a demolire finanche la casa abitata da Michelangelo Buonarroti. IL mare e la vela risale al 1924 e l’autrice, come scrive nella prefazione, vi ha dedicato due anni d’intensissimo lavoro; nel 1925 segue Il miracolo che ha come sede degli avvenimenti la città di Orvieto, poco lontano da Bagnoregio e quindi sicuramente visitata contestualmente ai soggiorni nella zona; infine, nel 1933 vede la luce Ti porto via!, ultima opera della scrittrice. Ma altrettanto intenso è stato il percorso per il teatro, con testi come L’Eroe del 1904, La salamandra del 1906, Il marchio del 1914. L’opera teatrale più rappresentativa è sicuramente Suburra, incentrata sulla vita della piccola borghesia romana impiegatizia e mercantile, tradotta e rappresentata anche il Germania con discreto successo. Il miracolo, considerato probabilmente il suo libro migliore, vide la luce in una prima versione nel 1909 e fu tradotto in tedesco con il titolo Das Wunder (Stuttgart, 1911) il cui il contrasto tra modernismo e cattolicesimo tradizionalista è affrontato con vasta competenza, secondo alcuni critici.

civ_1892La scomparsa di Clarice Tartufari, avvenuta a Bagnore nel 1933, coincide con la massima espansione del fascismo; la successiva avventura coloniale in Etiopia non lasciano spazio nel lettore medio alla narrativa impegnata sul piano sociale, né alla trattazione di temi ideali e spirituali, né tanto meno al travaglio religioso. Il successivo Manifesto sulla razza impedirà di affrontare qualsivoglia tema legato agli ebrei, se non per denigrarne le origini e denunciarli come nemici. Molti critici letterari contemporanei ne hanno apprezzato lo stile e i contenuti. Forse appare esagerato il giudizio di Benedetto Croce che considerava Clarice Tartufari superiore a Grazia Deledda: «Temperamento assai più robusto, sguardo più ampio e sentire più vigoroso e compatto» (La letteratura delle nuova Italia, VI, Bari 1940, p. 323), ma è innegabile che siamo di fronte ad una donna di talento e ad una scrittrice valida. Qualche suo libro è oggetto di ristampa, scaduti i diritti d’autore nel 2003. Qualcuno si può trovare su bancarelle e librerie antiquarie. Qualche piccola casa editrice si sta interessando a riproporre aspetti della sua narrativa. Probabilmente sarebbe opportuno condurre una rivisitazione critica dell’intera sua opera, per dare giusta collocazione al suo corpus narrativo all’interno del primo Novecento. Ma ci sarà tempo per riprendere questi proponimenti.

Oggetto di queste note è il paesaggio di Civita e di Bagnoregio all’interno di Il mare e la vela. Chi legge il romanzo rimane colpito dalla precisione con cui la scrittrice affronta la descrizione del paesaggio, i personaggi riferiti ai luoghi narrati, il contesto sociale in cui maturano gli avvenimenti e si determina il comportamento dei protagonisti. E’ il caso di seguire la narrazione con ordine.

CIVITA E BAGNOREGIO NEL ROMANZO IL MARE E LA VELA

civ_1965«Da un paese all’altro le campane si chiamano e si rispondono; i campi si riposano cinti dall’ombra mobile delle siepi in fiore e solcati dalle ombre fuggevoli degli uccelli a volo; i buoi accosciati davanti alla greppia, ruminano in pace e muggiscono, a intervalli, per domandare al bifolco di essere abbeverati; le massaie rubiconde, in groppa all’asino, scendono in paese a vendere erbaggi e ad acquistare frottole dai mercanti girovaghi. Intanto la luce si diffonde e tutto allieta in vetta ai colli e nel fondo delle vallate» (pag. 26).

Può sembrare una descrizione generica, suggerita anche dall’incipit di questo capitolo II:

«L’indomani mattina le cose, nell’aria serena di maggio, avevano il particolare colore delle domeniche nei paesetti umbri adagiati tra il verde».

Ma si tratta proprio del territorio bagnorese: Civita, chiamata anche castello, pur non essendo stata mai una fortezza, domina la valle, circondata da Lubriano e da Vetriolo sul lato sinistro, mentre alle spalle di Bagnoregio si stagliano i boschi della Carbonara e l’abitato di Vaiano e sul lato destro i casali sorti su poderi ricchi di ulivi e di vigne che digradano nella valle. Ed ecco irrompere la figura del sacerdote di Civita, don Oscar, che secondo alcuni osservatori odierni sarebbe Oscar Righi (1891-1965), lo zio di don Enrico Righi storico parroco di Bagnoregio, recentemente scomparso.

«Don Oscar, il giovane parroco, non somigliava affatto ai parroci campagnoli delle vecchie commedie e dei vecchi romanzi per la gioventù del passato. Possedeva una fede robusta, ma disinvolta; era devoto ai parrocchiani a patto ch’essi fossero devoti alla religione; parlava di politica con larghezza di vedute e passione, fumava la pipa senza sotterfugi e qualche bicchiere di buon vino non riusciva a scandalizzarlo, neppure fuori pasto» (pag. 27).

img_002I più anziani civitonici ricordano questo sacerdote burbero e bonario, come Vilma Catarcione nel suo volume di ricordi Civita nel cuore. Ricordi di una civiltà perduta (Viterbo sd); alla stessa maniera lo rappresenta Bonaventura Tecchi nel racconto Il paese che muore del 1947, contenuto nella raccolta Antica terra, pubblicata nel 1968, l’anno della scomparsa dello scrittore.

Ed ecco la descrizione di Civita nell’atto in cui Leonora con la figlia Giovannina e della cameriera Isolina si reca nella chiesa del borgo per portare i fiori e ornare l’altare di Maria Liberatrice.

«I secoli erano passati con una lentezza tale sopra i massi del monte ed i muri degli antichi palazzi che, massi e muri, pure corrodendosi e screpolandosi, serbavano la fisionomia dei tempi lontani, quando Civita signoreggiava su Bagnorea, allora borgo, e dall’arcata tetra uscivano uomini armati a devastare le terre sottostanti. Tempi benedetti, pieni di grazia! San Bernardo pregava nella piccola casa, tuttora in piedi sopra un masso isolato, e San Bonaventura, sin dalle fasce prometteva di diventare quel dotto santo che diventò per l’onore della Chiesa e del luogo nativo».

La prima osservazione a questa descrizione riguarda le armate che uscivano per devastare il contado: si tratta delle guerre contro i signori feudali che hanno sempre minacciato il territorio bagnorese. La seconda attiene all’arcata tetra: si tratta invece della bellissima facciata dell’austero palazzo del Governatore, su cui si staglia il becco ricurvo dell’aquila, arme del cardinale Reginald Pole che a Civita dimorò qualche tempo. La terza osservazione riguarda san Bernardo. Oggi quasi nessuno sa di chi si parla. In effetti, nell’VIII secolo è nato a Civita un giovane che prese i voti e successivamente fu nominato vescovo della diocesi natale e poi designato a quella di Castro, città in territorio dell’attuale Canino, feudo dell’antichissima famiglia Farnese. (F. Macchioni, Storia di Bagnoregio dai tempi antichi al 1503, Agnesotti, Viterbo 1956, pp. 85-89). Com’è noto, la città fu incendiata, distrutta ed eradicate le stesse fondamenta dalle armate pontificie nel 1649, al tempo di Innocenzo X Pamphilj. Di Bernardo si sono perse le memorie, se non fosse che la popolazione del suo tempo prese a considerarlo un santo per le sue opere di carità e la buona condotta delle diocesi in cui era stato nominato. Come poteva conoscere il nome e la storia di questo Santo una scrittrice lontana dalla cultura territoriale? A quali frequentazioni era dovuta la sua consuetudine bagnorese?

Ed ecco il momento cruciale della prima parte delle vicende narrate. Gastone giunge in motocicletta a Bagnoregio per incontrare Leonora, dopo il mancato appuntamento romano. La scusa è chiedere consiglio a don Oscar su alcuni arredi sacri. Il pettegolo segretario comunale, intento a bighellonare sulla piazza dove si radunano i bagnoresi attratti dal gelato di Rosa, lo informa della morte di Leonora.

«Gastone, senza una parola, riprese a camminare. Lo spasimo si ammorbidiva, mischiandosi a una tenerezza struggente verso la diletta scomparsa. Poverina! Poverina! La vedeva nella chiesa di Civita scegliere rose per offrirle al suo Gesù. Ogni gesto di lei era un gesto di gentilezza, ogni accento un accento di soavità.

Dalla chiesuola delle monache, dove si svolgeva la funzione del Mese Mariano, usciva odore di fiori campestri e il suono dell’organo.

tecchiLentamente, rilassandosi nell’anima e nelle membra, Gastone percorse il viale attratto dall’apertura luminosa, in fondo. Comprese il comando dei ricordi e ubbidì. Uscì dal viale, scese il viottolo scarpato e ne toccò il fondo a Mercatello. Sull’orlo della fontana si era seduto spesso con Leonora l’estate scorsa. Giovanna aveva sete ed egli le porgeva da bere nel bicchiere tascabile. Leonora sorrideva pensosa, gingillandosi con la frangia della sciarpa ed egli, a capo chino, non osava guardarla e la vedeva lo stesso. Si avviò al castello, ammantato di luce, sull’ultimo masso e, salendo, cercava di non vedere gli abissi, di qua e di là. Un leggero capogiro, un piede in fallo, e sarebbe precipitato. La morte gli faceva orrore, subdola, assurda, impaziente, risparmiando, per capriccio, vecchi ed infermi, ghermendo, per malvagità, giovinezze splendenti» (pp. 50-51)

Si consideri che al tempo degli avvenimenti, attorno al 1908, Civita era collegata a Bagnoregio da un viottolo sterrato ai cui lati crescevano scarne acacie, come si vede da fotografie d’epoca. Le frane successive hanno obbligato la costruzione del primo ponte che ha retto, con alterne vicende, fino ai crolli del 1941 e alla quasi totale distruzione nel 1944 da parte dei tedeschi in ritirata dall’Italia centrale verso il Nord. La fontana di Mercatello è ancora al suo posto, ricavata dall’antico fontanile che fungeva da abbeveratoio per gli animali da lavoro di ritorno dai campi: oggi costituisce un presidio indispensabile di ristoro e di frescura per i visitatori.

«Sulla Piazza del Castello non c’era nessuno; gli uomini ancora pei campi, le donne nelle case a preparare il pasto. Spinse la porta socchiusa della cattedrale e, dietro di lui, la piazza sembrava un lago di sangue e le grandi nuvole, in alto, ardevano simili a roghi. Entrò nella chiesa, né pensò a togliersi il cappello. Le pareti gli si stringevano intorno, il soffitto della navata gli calava sopra il capo sacrilegamente coperto, i banchi allineati somigliavano ai banchi di giudici per una condanna. Gelo, ombra ineffabile! Maria Liberatrice, elevata sul piedistallo, circondata di mistero; e, nascosto dalla tendina, il Crocifisso, che egli aveva tante volte ammirato con occhio d’artista e che adesso, quantunque non visibile, empiva di sé, formidabilmente, la silenziosità scura del luogo» (p.51).

bagnLa precisione con cui è descritta l’attuale chiesa di San Donato dimostra la frequentazione non occasionale dei luoghi da parte della scrittrice. Indubbiamente prevale l’abilità nella narrazione, la capacità di incrociare elementi veri con l’invenzione, ma in questo caso i luoghi sono autentici, mentre risultano opera di fantasia la storia narrata e i personaggi. Il contesto dimostra l’attitudine di Clarice Tartufari a sapere mescolare bene, in modo credibile, realtà e invenzione. Ma per farlo bene, come nel caso di Il mare e la vela, occorre conoscere perfettamente la realtà.

«Sentiva alla nuca il respiro ardente dell’uomo tradito, ne calcagni la punta dei piedi incalzanti e il ribrezzo gli agghiacciava le vene. Si fermò sull’orlo del precipizio, a braccia spalancate. Giacché la fine era inevitabile, la fine arrivasse subito.

– Cammina! – gl’impose all’orecchio una voce rauca. – Cammina!

Gastone chiuse gli occhi e si buttò in avanti.

Cammina! Cammina! Questo per lui e per la sua stirpe errante fino alla consumazione del tempo! Ma all’improvviso, prima che la mente intuisse, il sangue gli si ghiacciò, trasfondendogli calore e una gioia istintiva. C’era il morbido dell’erba sotto le sue piante e una frescura intorno alla sua fronte. Avevano toccato il piano, era salvo. Non cedé all’impeto di fuggire. Più che il suo orgoglio di uomo, lo vincolava il senso di una giustizia astiosa, ma profonda. Era del colore della cenere, i denti gli battevano, eppure attendeva il destino con coraggio passivo.

– Vattene! – gli disse Giuseppe, e allungò la mano per respingerlo; poi

la ritrasse per la ripugnanza di toccarlo. – Il Dio dei cristiani è stato sopra di me e non ti ho ucciso. Vattene tu!» (pag. 53).

20170427_121550_resizedScacciato da Civita, Gastone Budrio torna a Roma nel suo ambiente d’origine, ugualmente descritto con grande precisione e cura nei dettagli. La scrittrice deve per forza di cose avere frequentato gli ambienti della comunità ebraica romana, perché in alcuni casi ricorre alle formule di rito dell’ortodossia rabbinica. Gli anni trascorrono e la figura del giovane sacerdote Giulio Serventi, docente nella locale Università lateranense, assume un rilievo di primo piano sullo sfondo della discussione in atto nella Chiesa, tra posizioni tradizionaliste e quelle moderniste. Egli si cimenta inconsapevolmente nel dedalo delle speculazioni legate alla lotta al gallicanismo, ma resta travolto dal suo stesso successo e dal compiacimento che ne deriva. La crisi è inevitabile, ma don Giulio non sa esattamente come venirne fuori e alla fine è costretto a subire il processo dottrinario, cui segue la sospensione a divinis e la scomunica semplice. Anche per Gastone, convertitosi al cristianesimo, è un brutto colpo. Così, dopo dieci anni circa, la vicenda si sposta da Roma nuovamente a Bagnoregio, coinvolgendo Giovannina e il giovane tenente Bonaventura Igelli, promessi sposi. Don Oscar, il prete di Civita, è sempre al suo posto e svolge le sue funzioni con umanità. Il suo attaccamento alla parrocchia locale è fortissimo. Il richiamo con don Oscar Righi è immediato, anche se il sacerdote civitonico nella realtà inizia il suo mandato proprio nei primi anni Venti. Gli seguirà don Francesco Cori che resterà per moltissimo tempo a capo della parrocchia locale ed ha tramandato immagini bellissime di Civita, essendo un bravissimo fotografo.

«Civita! Quante volte se l’era richiamata al pensiero con tenerezza! Quante volte aveva sospirato la casona immensa, dove ogni notte i sorci facevano festa, e il bell’orto che gli dava legna per l’inverno, uva e fichi d’autunno, per le saporose merende! E aveva ripensato le femmine pei vicoli, ciarliere e pacifiche; ed i bimbi – quanti Signore Iddio ̶ turbolenti, coi visi sudici di broda e gli occhi chiari, splendenti, come stelle di un cielo estivo. Li pigliava a scapaccioni quei piccoli cristiani; insegnando loro il catechismo, li chiamava pagani, figli di pagani, ma, trovandoseli fra i piedi, allorché percorreva a gambate da montanaro le viuzze del castello, gli pareva di camminare fra nidiate di uccelletti e benediva in cuor suo la fecondità delle tonde parrocchiane! Quante volte, esercitando al fronte l’ufficio di cappellano militare, aveva ripensato con amore al suo castello, alla sua chiesa, all’immagine di Maria Liberatrice, al Cristo prezioso e miracoloso, mentre si aggirava pei camminamenti, fra uomini ammassati» (pag. 166).

20170706_121627_resizedEd ecco irrompere nelle vicende la figura di Bonaventura Igelli. Si tratta di un calco dei tanti giovani di buona famiglia, ancora ricchi per possedimenti di terreni e poderi condotti in prevalenza a mezzadria. E’ appena uscito da una lunga convalescenza per una ferita al fronte e si reca a Civita per confidare proprio a don Oscar il suo amore per Giovannina Oliver.

«Il vento scendeva furioso dalla roccia a investirlo per respingerlo; Bonaventura curvava la schiena per resistergli e farsi largo. Il berretto gli ruzzolò tra vortici di polvere ed egli, dopo una rincorsa a zig zag, arrivò a ghermirlo e se lo lo piantò in testa, tirandolo per la visiera. Avanti, avanti! Avanti, perché? verso dove? Avanti per camminare ed esercitare il vigore riconquistato! Avanti verso la vita che lo richiamava con impazienza!

In una mattina riarsa era caduto supino, precedendo i suoi soldati, e il globo del sole si era schiantato in globi rossi, poi gialli.

̶ I fuochi! I mortaretti! ̶ egli aveva pensato, e un suono di campane gli era corso dentro il cervello a portargli via le idee. Le vene gli si vuotavano, i ricordi dileguavano; sapeva di stare immoto e sapeva anche di sprofondare interminabilmente nelle acque di uno stagno. E, tornato in sé in una piccola stanza bianca, adagiato, bendato, gli era rimasta l’impressione di calare interminabilmente.

Provava una fatica enorme nel non poter sostare eppure non avrebbe voluto fermarsi. Immaginava che, toccato il fondo, sarebbe rimasto supino e si sarebbe quietata la voce che gli piangeva nella cavità del petto. Chi gli piangeva dentro? Forse sua madre, morta da anni, da anni? Piangeva per l’angoscia di riaverlo così presto?

Guarito, mandato in licenza, gli perdurava il senso di ondeggiare in una massa liquida e, parlando, ascoltando parlare, udiva, a tratti, sorgere dalle cavità del petto la eco affievolita di un pianto» (pgg. 167-168).

Si tratta di pagine toccanti per sincerità e umanità, dove la qualità letteraria conserva interamente la sua validità nella rievocazione della caduta di fronte al fuoco austriaco uscendo dalle trincee per lanciarsi all’attacco, alla testa dei propri soldati. La guerra era passata da poco e la scrittrice avrà ascoltato centinaia di volte i racconti dei reduci. Eppure in poche righe Clarice Tartufari è riuscita a raccontare non l’episodio nel suo svolgersi, ma le sensazioni provate dal giovane ufficiale ferito gravemente. Molto suggestiva l’immagine dello stagno e poi quel richiamo alla madre defunta che «piangeva per l’angoscia di riaverlo così presto», degne di Stendhal, di Victor Hugo, di Lev Tolstoj.

«Ed ecco che quella mattina, mentre spalancava la finestra, il vento lo aveva scosso ed egli aveva tenute ferme le persiane con la sola forza delle braccia, diritto nel vano tutto si muoveva! Le foglie sui rami e, quelle staccate, tra la polvere; le nuvole sul turchino; tra gli alberi i raggi a matasse, che, coi fili di luce sottili, tessevano intorno ai tronchi una veste leggera, a ricami argentati. Il manto dei coli s’increspava, si spostava la linea dell’orizzonte, tutto era moto, e Bonaventura, battendo il piede, aveva sentito la stabilità. Dentro la cavità del petto il pianto taceva; una voce cantava, fresca come uno zampillo, il ritornello della speranza» (pag. 168).

La descrizione della città di Bagnoregio, a dieci anni di distanza dall’inizio degli accadimenti, risulta complessivamente sommaria, bozzettistica, ma ha il dono della brevità. Tuttavia, i caratteri salienti sono precisi e dimostrano ancora una volta la conoscenza dei luoghi.

«Apparentemente Bagnorea non era cambiata in dieci anni. Dieci primavere, al solito, erano passate sui giardini e sugli orti a ornare le aiuole di umidi colori e le siepi del lieve biancospino; poi dieci estati, avide e peccaminose, erano sopraggiunte a ubbriacarsi di sole, satollarsi di frutta; e gli autunni, stracchi, sornioni, si erano presentati vestiti di nebbia, finché gl’inverni, che a Bagnorea si trovano in famiglia, erano arrivati per le loro visite interminabili. Così dai tempi dei tempi, così in quegli ultimi dieci anni. Nulla era dunque cambiato apparentemente, ma, in sostanza, erano avvenuti cambiamenti radicali. I ragazzetti di dieci anni avanti ne avevano venti e facevano all’amore; quelli che dieci anni prima, stavano aspettando chissà dove il loro turno di venire al mondo, erano venuti e facevano un chiasso d’inferno; intanto nei cervelli maturi il modo di pensare si era capovolto e ad ognuno pareva che l’umanità avesse cambiato rotta» (pag. 173).

Ed ecco una notazione di colore che risponde perfettamente alla verità storica: Villa Agosti è stato proprio l’asilo del tempo e successivamente con al nome Agosti è stato intitolato l’Istituto Tecnico Agrario, diventato noto in tutta la Tuscia.

«Il viale dell’ultimo incontro fra Leonora e Gastone somigliava, in quel pomeriggio mutevole, alla navata di una cattedrale, coi tronchi ai due lati, dalla scorza d’argento, simili a massicci candelabri, ed i rami, radi, spogli, di varia altezza, con lingue di luce in cima, simili a torce. In fondo il globo del sole fiammeggiante di raggi, splendeva come un ostensorio sopra un altare, e le orfanelle dell’ospizio di Villa Agosti, tornando dalla solita passeggiata, cantavano un devota canzoncina, che le suore sorveglianti intonavano, battendo le palme» (pag. 174).

Si giunge così ad un appuntamento importante nella vita di Civita e di Bagnoregio: la processione del Venerdì Santo. Si tratta di una data che nessuno può dimenticare, perché la sua nascita si perde nei lunghi secoli medievali e rappresenta il massimo della tradizione religiosa e della distintività tra Civita e Bagnoregio. Si tratta di un appuntamento al quale nessuno vuole e deve mancare. Così è per Giuseppe Oliver, gravemente ammalato.

«La malattia, che aveva serpeggiato per anni, lenta e subdola, si aggravò rapidamente durante la settimana santa e il venerdì, giorno della passione di Cristo, egli sentì che le sue ore erano contate, ma cercò di dissimulare il suo stato perché Giovanna potesse prendere parte alla processione tradizionale da secoli a Bagnorea.

Sebbene piovesse a scrosci dalla mattina, in tutte era la certezza che sull’imbrunire l pioggia sarebbe cessata. Non esisteva ricordo, a memoria d’uomo, che il tempo, per quanto malvagio, non si fosse rasserenato allorché il Crocifisso, portato a Civita non si sapeva da chi, né in quale anno, doveva alare dal castello per essere deposto sopra un cataletto e percorrere processionalmente la sottostante Bagnorea» (pag 184-185).

La processione de Venerdì Santo è entrata magistralmente nel cinema, all’inizio degli anni Cinquanta del XX secolo: Federico Fellini ha inserito la cerimonia nel film La strada, girato prevalentemente a Bagnoregio e utilizzando tanta parte della popolazione locale, compreso i bambini, come comparse.

« – Nessuna paura – diceva don Oscar, andando e venendo dalla cattedrale di Civita alla piazza. – Abbiate fede nel buon tempo e il buon tempo verrà al momento giusto. La fede fa muovere le montagne; immaginate se non fa muovere le nuvole.

Gli incappati, a braccia conserte, al riparo sotto gli androni dei foschi palazzi disabitati, aspettavano interminabilmente con la fede irata di chi vuol credere a ogni costo, non credendo; le ragazze, esaltate al pensiero di sfilare con le vesti bianche a ricami, tendevano l’orecchio alle finestrelle, schernendo la pioggia, con la fede gioiosa di chi desidera con tale ardore che il desiderio assume già forma di realtà.

Una clarissa in adorazione davanti al Cristo deposto sopra una coltre di velluto, sotto un velo cosparso di stelle, fu la prima a ricevere l’annuncio che il buon tempo arrivava. L’annunzio glielo portò, dal finestrone della chiesa, il grido isolato di una rondine.

L’adorante, prona, non si sollevò dalla polvere, ma implorò ad alta voce:

  • Gesù, per la gloria della vostra passione, fermate la pioggia.

La rondine ripassò con uno strido più acuto ed il suono fu come una lama, tagliò le nuvole e la pioggia si rifugiò nella pianura, lasciandosi dietro qualche goccia rara» (pgg 185-186).

La scrittrice tratteggia con abilità il comportamento dei fedeli e riesce a mettere in rilievo il sentimento di certezza nel miracolo della pioggia che cessa, annunciato dal volo della rondine. Un topos della narrativa, ma qui reso con partecipazione sentita.

«A Bagnorea porte e finestre si spalancarono, s’illuminarono, e lungo la strada fiorì in un attimo la doppia siepe dei cuori devoti e degli occhi ansiosi di mirare e ammirare.

Giovanna, che si era appartata nella sua stanza per assorbirsi nella rievocazione del sacrificio, scese in giardino e uscì dal cancello, raccolta in sé, schiva di preoccupazioni esteriori. Non aveva dubitato del sereno, mentre più imperversava la pioggia, non si meravigliava che le nubi, blocchi di pece mezz’ora prima, si screziassero di tenuti colori. Anch’ella era vestita di bianco, velata di nero, cinta la fronte di cipresso; l’accompagnava Isolina, drappeggiata di uno scialle a ricca frangia e, in pugno, una torcia di buon peso» (pag. 186).

Ed ecco la processione, descritta a larghe pennellate ma precisa nel suo svolgersi, secondo un modulo immutabile nel tempo. Mote altre Sacre rappresentazioni sono ancora oggi in vigore in molte città e numerosi borghi rurali, ma quella di Bagnoregio presenta una sua fascinazione legata al trasporto del Crocifisso che, al termine della cerimonia, deve essere riportato a Civita e ricollocato nella nicchia storica. Il Crocifisso è una pregevole scultura in legno, probabilmente di scuola fiorentina. Qualche studioso locale sostiene che si tratti di opera della bottega di Donatello, ma qualche altro sostiene la provenienza fiamminga per i tratti massimamente realistici del volto e del corpo di Gesù. In ogni caso, si tratta di una scultura che merita la massima attenzione da parte degli storici dell’arte, in quanto è perfettamente conservata.

«Preceduta dal tamburo, che faceva echeggiare colpi funerei, la processione iniziò la sua sfilata con lentezza solenne. A intervalli, il tamburo sospendeva i suoi colpi e allora il concerto intonava melodie piene di gemiti. Gli ottoni mandavano gridi di strazio, la grancassa rombi sotterranei, i piatti stridevano ed i flauti esalavano lamenti; era la natura stessa che plorava, le stesse viscere della terra che si commuovevano, le cose minute e umili che doloravano per la morte di Gesù.

La folla, inginocchiata, si batteva il petto, qualche donna singhiozzava e i cuori, con le parole o in silenzio, si rivolgevano al Redentore, che, per la sua corona di spine, per gli sputi e le battiture, si movesse a pietà del mondo travagliato» (pag. 186).

Giuseppe Oliver assiste dalla balconata del proprio palazzo alla processione e avverte prepotentemente dentro di sé l’errore di non avere saputo perdonare Gastone Budrio per l’amore portato alla moglie Leonora e soprattutto per avere maledetto la sua povera donne.

«Ecco la bara, circondata dal vescovo e dal Capitolo e, dietro, giovinette in vesti bianche e veli neri, cinte le fronti di cipresso e rievocanti in nenie dolorose, lo strazio di Maria Addolorata […]

Gesù crocifisso, giacente sul cataletto passò, tra l’oscillante luminoso delle torce e le onde canore delle preci.

Allora Giuseppe pianse di dolcezza, mirandogli dall’alto, sul viso riverso, lo stanco abbandono della morte, misto al guizzare della imminente vita, quando le membra si sarebbero svincolate dalla immobilità e dalle bende e Cristo risorto sarebbe salito alla destra del Padre, nella gloria dei cieli» (pag. 188).

La narrazione di Clarice Tartufari ha il pregio di intrecciare un evento religioso memorabile con il privato dei personaggi del racconto. Ma è in particolare con uno dei protagonisti che ha un impatto che si rivelerà fatale: infatti, come si è visto, Giuseppe Oliver resta profondamente commosso dallo spettacolo, ricevendone un effetto catartico. Consapevole ormai del grave torto per il mancato perdono della moglie, l’uomo si lascia andare inesorabilmente verso la morte che sopraggiunge qualche giorno dopo.

La figlia Giovanna accetta con rassegnata umiltà la nuova condizione e decide di prendere i voti, entrando nell’ordine belga dei Congressi eucaristici, fondato da una tale Tamisier, la cui attività il padre aveva sostenuto con i suoi studi di teologia. Rinuncia così all’amore per Bonaventura Igelli e glielo comunica in un drammatico incontro.

«Uscì dal paese e volse a destra, per il viale tortuoso. Le acacie agitavano appena il volume disciolto delle chiome adorne e, in pioggia lenta, i petali scendevano sui margini erbosi. A coppia, in fila, a schiera girevole, le farfalle si dilettavano della loro vita fuggevole. Un palpito delle ali screziate, il gaudio di un attimo e poi disperdersi, polvere d’oro, nella cetra d’oro dei raggi.

Giovanna, sotto la pioggia dei petali e tra il volteggiare delle farfalle, ristette con sensi di gioia per la bellezza delle cose e di sgomento per la loro caducità.

Frattanto Bonaventura l’aveva riconosciuta di tra gli alberi. Seduto sopra un muricciolo, presso una fontanella, la vedeva scomparire, nascosta da una svolta della strada a pendio, poscia ricomparire nel sole, in una radura e avanzarsi leggera, svelta, quasi alata» (pag. 192-193).

Sono frasi certamente ad effetto, ma contengono un messaggio di poesia innegabile, come quel richiamo alla cetra le cui corde sono rappresentate dai raggi del sole tra i rami delle acacie. La fontanella è sicuramente quella che si trova sulla strada per Orvieto, conosciuta come “Fontana del Pidocchio”.

Si avvicina così l’epilogo per i personaggi bagnoresi e civitonici contenuti nel romanzo. L’epilogo è tragico, perché la maestra Ida Jéni muore precipitando in un burrone durante una bufera di neve. Smarrita la strada che avrebbe dovuta condurla al casale degli sposi, suoi alunni adulti, per prendere parte alla festa nuziale, viene aggredita da Remigio, il rozzo e violento monco che la importunava da tempo. Nello sforzo di divincolarsi, nonostante i colpi alla testa inferti dall’uomo, riesce a respingerlo, ma Remigio mette un piede in fallo e precipita trascinando con sé la maestra.

«Dal castello di Civita, avvolto di tenebre. Guizzarono due lumi e la campana della cattedrale mandò la sua voce solenne, che Isolina accolse come una promessa di speranza, mentre Giovanna, in preghiera nella propria stanza, ci udì la conferma del messaggio. S’inginocchiò, implorò pace per l’anima della fida compagna e, lucidamente, pregò pace anche per un’anima greve, affaticata, in quel punto, a divellersi dal corpo mutilato e sanguinolento» (pag. 205).

QUALE GIUDIZIO?

migliettaIl romanzo oggi si presenta del tutto datato, nei contenuti certamente e nello stile. Ma il suo intreccio narrativo contiene suggestioni utili per riflettere sul clima culturale del periodo in cui è stato scritto e che avvia alla stagione del fascismo, della chiusura culturale, nel nome del Novecentismo prima e poi dell’autarchia del regime.

Romanzo sulla colpa e l’espiazione, secondo un filone molto in voga alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Per quanto riguarda i richiami più immediati sul piano ideale e religioso viene in mente Antonio Fogazzaro, mentre sul terreno più generalmente sociale il rimando non può che essere alla prosa di Matilde Serao, Ada Negri, Grazie Deledda. L’autrice si concentra sul filone della colpa da espiare: colpa per il tradimento della fiducia e dell’amore che colpisce Leonora; colpa per il mancato perdono e della maledizione della vittima che investe Giuseppe; colpa per avere mutato fede religiosa, anche se in questo caso la punizione del dio di Israele si abbatte sull’innocente figlio dello spergiuro Gastone Budrio; colpa per il delirio di superbia e di compiacimento dei successi nel trattare materie che appartengono alla speculazione filosofica piuttosto che alla predicazione ed all’insegnamento evangelici, riguardanti don Giulio Serventi, su cui si abbatte la riprovazione delle autorità religiose superiori. E poi le vittime innocenti, come la maestra Ida Jéni, colpevole del suo rigore d’insegnante e di donna responsabile, morta per sfuggire al suo persecutore. E anche Giovanna, la giovane che decide di prendere i voti, è vittima delle colpe degli altri, e a sua volta, rifiutando l’amore di Bonaventura Igelli, si rende responsabile dell’enorme strazio che procura al giovane.

Questo intreccio di temi è trattato con linguaggio appropriato e agevole per il lettore, non scade quasi mai nella banalità, anche quando aspetti complessi vengono affrontati con pochi tratti di penna. Il paesaggio di Civita e di Bagnoregio, gli usi e i costumi degli abitanti sono descritti con tinte veritiere, come si è visto dalle citazioni riportate, testimonianza ancora una volta delle qualità narrative della scrittrice. Non si assiste a sdolcinate narrazioni di albe e tramonti, a sentimentalismi frustri, ma gli accenti sono in generale sinceri e denotano l’amore per il territorio e la gente che lo affolla. Questa constatazione vale anche per le descrizioni riferite a Roma: si veda al riguardo la descrizione del dedalo di strade e sentieri attorno alla via Nomentana subito dopo Porta Pia, oppure la trattazione di via Nazionale con i suoi palazzoni da poco edificati, le botteghe e i negozi, fino alla presentazione minuziosa dell’interno delle abitazioni con figure di secondo piano ben delineate.

Si può parlare di un romanzo che meriterebbe una rilettura a quasi un secolo della sua pubblicazione. Ma questo è argomento che dovrebbe essere affrontato nel contesto dell’intera produzione letteraria e teatrale di Clarice Tartufari e quindi oggetto di uno studio ben più approfondito e motivato.

Questo studio sarebbe auspicabile per tentare di individuare le figure autentiche su cui sono modellati alcuni protagonisti. La prima constatazione riguarda don Giulio Serventi. Non credo che all’autrice fosse sconosciuto il nome di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), sacerdote e teologo, storico del cristianesimo, protagonista di appassionate battaglie culturali e di numerose iniziative all’interno della Chiesa cattolica per favorirne il mutamento e l’adeguamento della dottrina rispetto ai rapidi cambiamenti della società del tempo. Proprio nell’immediato dopoguerra si accentua il contrasto tra le gerarchie vaticane e il brillante sacerdote, docente con largo seguito di giovani seminaristi. L’epilogo della vicenda umana e religiosa di Ernesto Buonaiuti sarà la scomunica e il rifiuto della ritrattazione sul letto di morte nel 1946, a Roma. Al contrario, don Giulio Serventi accetta la ritrattazione, su sollecitazione anche della madre, per tornare nel seno della madre Chiesa. Dapprima rifiuta di rinnegare le proprie tesi sulla chiesa gallicana, ma viene tagliato fuori dalla comunità dei fedeli, è sfuggito da amici che aveva creduto sicuri, si accorge di essere circuito da nuovi amici. Si trova in uno stato di grave disagio e confusione. La visita di don Oscar lo turba profondamente, soprattutto di fronte alla fermezza del rude parroco che guida la comunità locale con fermezza di fede e di carattere, così come l’incontro con un benedettino sulla gradinata di S. Francesca Romana lo fa cadere in uno stato di profonda prostrazione. Ma è la madre Emilia che invoca il suo pentimento a convincerlo a tornare indietro. Il dolore provocato nella donna, a cui il sacerdote è molto legato, per la riprovazione apostolica, lo spinge a rivedere la propria originaria e motivata intransigenza.

«– Povera donna – pensò don Giulio con senso involontario di compatimento e, raccogliendosi per prepararsi a redigere la lettera di ritrattazione, non sospettava che, in parte, era stato il silenzio di sua madre, grido incessante, ad avere ragione sopra la pertinacia dell’orgoglio» (pag. 276).

Sono pagine molto intense e dense di riflessioni psicologiche sulla natura dei personaggi. Il travaglio di don Giulio è identico a quello che vive contemporaneamente Ernesto Buonaiuti, ma la conclusione è opposta, perché lo storico e il teologo romano, pur restando profondamente legato alla madre che invoca moderazione e prudenza nel suo insegnamento e nelle sue pubblicazioni, rifiuta la ritrattazione poco prima di morire.   Allontanato dall’insegnamento universitario perché si rifiuta di aderire formalmente al fascismo, continuamente osteggiato da padre Agostino Gemelli, Buonaiuti vive l’amarezza dell’isolamento e il cuore non regge. Sarà proprio il cuore a tradirlo e a condurlo alla morte.

L’altro richiamo riguarda lo scrittore Bonaventura Tecchi (1896-1968), nel 1924 ancora alle prime armi come narratore. A Milano pubblica la prima raccolta di racconti con il titolo Il nome sulla sabbia. Il giovane appartiene a una ricca famiglia di possidenti bagnorese, giovane ufficiale ferito durante la disfatta di Caporetto, curato in un ospedale tedesco e poi tornato a casa al termine del conflitto. La sua vicenda è stata oggetto di una drammatica testimonianza narrativa, dal titolo Baracca 15C, pubblicata nel 1961. Si dedica all’insegnamento e si reca in Germania e in Moravia dove resterà diversi anni. La Tartufari potrebbe averlo conosciuto in qualche circostanza e frequentato dopo la guerra, magari ospite del giovane proprio a Bagnorea, come si chiamava a quel tempo la cittadina della Tuscia. Una cartolina, probabilmente coeva del libro, riproduce Civita e ricorda che la foto è stata ripresa proprio «per la presentazione del romanzo Il Mare e la Vela». Ma si tratta di supposizioni. In ogni caso, bisogna ricordare che dopo qualche mese vide la luce Il miracolo, un altro romanzo di Clarice Tartufari, ambientato a Orvieto, non lontano da Bagnoregio. Questa è l’ulteriore conferma dell’assidua frequentazione del luogo da parte della scrittrice.

Come si vede, dalla lettura del romanzo si ricavano molti spunti per una ricerca più approfondita che vada oltre gli aspetti e gli interessi bagnoresi e civitonici, affrontando il contesto culturale e letterario in cui si manifesta il talento di Clarice Tartufari e si rivela quello ben più corposo di Bonaventura Tecchi.

Agostino Bagnato

Roma, 2 agosto 2017

Galleria di foto realizzate da L’Albatros  2017: 1234567

DI SAN BONAVENTURA, BAGNOREGIO E MOLTO ALTRO NEL LIBRO DI GIANCARLO BACIARELLO

SanBonaventuraA Bagnoregio tutto parla di Giovanni Fidanza, padre della Chiesa con il nome di san Bonaventura (1217-1274). A dire il vero, parlare di san Bonaventura significa parlare di Civita. Perché nell’antichissimo borgo etrusco è nato dal medico Giovanni di Fidanza e da Maria di Ritella, conosciuta con il nome di donna Ritella. A causa di una infermità, la madre invoca sul piccolo, puerulus come dicono le carte, la protezione di Francesco d’Assisi da poco proclamato santo.
E’ la svolta della giovanissima vita del futuro padre della Chiesa: entra come puer oblatus nel convento dei Minori, ma la famiglia lo manda a Parigi per proseguire gli studi in quella celebre università. Nel 1243 consegue il titolo di Magister Artium ed entra nell’Ordine francescano, cambiando il nome in quello di frate Bonaventura da Bagnoregio. Con questo nome diventa famoso e Dante lo ricorderà nel Paradiso attraverso le parole di san Tommaso. Inizia gli studi di teologia con Alessandro di Ales e nel 1248 ottiene il titolo di baccelliere, iniziando l’insegnamento nello studio francescano di Parigi, conseguendo la Licentia docendi in Teologia nel 1253. Il Capitolo dei Minori lo elegge Ministro generale nel 1257 nel convento dell’Ara Coeli in Roma, presente il pontefice Alessandro IV.
Da quella data la vita di frate Bonaventura si snoda tra Roma, Assisi, Narbona, Orvieto, Pisa, Inghilterra, Parigi e di nuovo in Italia tra Roma, Viterbo e Firenze. Gli anni Settanta del XIII secolo sono cruciali nella vita del futuro santo tra prediche, sermoni e lezioni magistrali, guida dell’Ordine francescano, partecipazione a concistori e conclavi, fino alla presenza nel concilio di Lione aperto il 7 maggio 1274. Lo scopo del concilio è quello di risolvere le controversie tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, separate dopo il concilio di Firenze del 1054. Un ruolo fondamentale spetta proprio a frate Bonaventura, la cui dottrina è apprezzata da tutti. Ma il 15 luglio dello stesso anno muore dopo una breve malattia e il corpo è sepolto nella piccola cappella dei Minori. Nel 1450 è traslato nella nuova chiesa dei Francescani. Nel 1476 Sisto IV ne decreta la canonizzazione. Nel 1491 il re di Francia Carlo VIII invia a Bagnoregio la reliquia detta del Sacro Braccio, custodita nel duomo della città, dove si trova tuttora.
Di tutto questo e di moltissimi altri accadimenti riferiti al Santo nel suo rapporto con la città natale e soprattutto con l’eredità lasciata e custodita a Civita e nella Tuscia, dà conto lo studioso Giancarlo Baciarello nel corposo saggio San Bonaventura a Bagnoregio, pubblicato da Annulli editore nel luglio 2017. L’autore, impegnato da lunghi anni in ricerche storiche sul territorio della Tuscia e sulla cultura e le tradizioni locali, autore di numerose pubblicazioni e di sostanziosi saggi su riviste storiche, ha concepito il presente studio come una dotta guida alla riproposizione e più ancora alla scoperta dei legami tra san Bonaventura, Civita, Mercatello e Rota, quando ancora Bagnoregio era una espressione geografica che riuniva queste realtà urbane. Il linguaggio discorsivo e informativo, senza rinunciare al rigore e alla scientificità, aiuta il lettore a penetrare nei meandri della cronaca che si fa storia attraverso i secoli. E quando fattori esterni s’intrecciano marginalmente con le vicende del Santo e con Bagnoregio, Baciarello ricorre al riquadro che s’incastona nel testo, proprio per non appesantire la lettura.
IMG_1174Ogni capitolo è dotato della bibliografia essenziale, a dimostrazione che l’autore è uno storico e non un affabulatore. Sicché a sommare le indicazioni librarie e archivistiche viene fuori una rubrica degna di un tomo universitario. L’editore ha cercato di assecondare l’empito informativo di Giancarlo Baciarello, scegliendo la struttura più appropriata per rendere agevole la materia, a cominciare dalla ricchissima iconografia stampata a colori, ricavata da frequentazioni di musei, cattedrali, episcopi, conventi, chiese, archivi pubblici e privati, abitazioni civili, oltre che dalla consultazione di antichi codici, come la Bibbia di san Bonaventura, riccamente miniata, conosciuta anche come Bibbia di Bagnoregio.

IMG_1155Ma c’è di più. Baciarello ricostruisce con meticolosità la cronaca dei terremoti, delle frane e dei crolli che hanno profondamente cambiato il paesaggio urbano di Civita e dei borghi limitrofi, partendo sempre dalle conseguenze sulle pertinenze afferenti la famiglia Fidanza nel tempo e poi le stesse sedi conventuali o dedicate al culto. Tutto ciò dimostra e rafforza il profondo legame che esiste tra il Santo, Bagnoregio e il territorio circostante, dove ogni cosa rimanda alla storia, tenendo aperto un orizzonte luminoso sul futuro.
Dalla lettura del volume si esce senza fiato, per quante informazioni e notizie si ricavano che annichiliscono chi pensa di sapere qualcosa su san Bonaventura e su Bagnoregio e si ritrova coinvolto in una selva di notizie e rimandi che lo costringono, se animato da socratica passione, a riprendere gli studi di storia, filosofia e teologia.

Agostino Bagnato

Roma, 10 luglio 2017

IMG_1170Un pomeriggio interessante quello del 13 luglio 2017 per la presentazione del libro di Giancarlo Baciarello San Bonaventura a Bagnoregio, un ricco e prezioso volume che documenta la presenza di Giovanni Fidanza a Bagnoregio, la sua città natale, a ottocento anni dalla nascita. Il libro di Baciarello infatti ricostruisce la storia personale di Bonaventura in tutti gli aspetti, fisici e psicologici, sociali e culturali a partire dalla nascita, alla frequenza del convento di san Francesco quale oblato, sino all’emigrazione in Francia per seguire gli studi alla Sorbona di Parigi, prima presso la facoltà delle Arti e successivamente presso la facoltà di Teologia.

IMG_1184Il libro è stato presentato da mons. Luigi Fabbri, vicario generale della Diocesi di Viterbo e dal prof. Raimondo Gagiano de Azevedo che ha pure fatto da “regista” impeccabile della manifestazione. Sono intervenuti il sindaco dr. Francesco Bigiotti che ha ricordato l’importanza del Santo nella cultura religiosa di Bagnoregio, Carlo Cipriani che si è complimentato con l’autore per aver dedicato il libro al parroco della cattedrale, don Enrico Righi, morto di recente, premuroso custode della reliquia del Santo braccio e ricercatore attento di documenti iconografici sulla figura e il culto di san Bonaventura nel mondo, mons. Fortunato Frezza che ha sottolineato la portata europea del pensiero e dell’azione di san Bonaventura, in qualità di settimo Ministro generale dell’Ordine francescano, Giuseppe Annulli in rappresentanza della casa editrice Annulli Editori che ha pubblicato il libro. Un libro, quello di Giancarlo Baciarello, che ha avuto un’accoglienza positiva da parte dei bagnoresi, presenti numerosi alla presentazione. Lo stesso autore ha chiuso la manifestazione con un ringraziamento particolare a tutti coloro che lo hanno seguito nel suo lavoro di produzione e scrittura del testo, da ultimo a Ernesto Gambacorta per aver consentito la riproduzione fotografica di un importante documento riportato alla pag, 59 del testo.

STORIA NATURA E ARTE UNISCONO DUE PITTORI NATI LONTANO

image010Le campagne e le colline della Tuscia, i campi le acque e le foreste della Moscovia s’incontrano idealmente e rivivono nei borghi medievali dei Monti Cimini, un tempo abitati da etruschi, romani, goti, longobardi, franchi e normanni fino alle signorie rinascimentali nello Stato pontificio, attraverso due pittori diventati amici.

image011Ercole Ercoli vive e lavora come pittore a Vallerano dov’è nato; Sergey Dronov vive e dipinge a Vignanello, dove si è traferito da Mosca: pochi chilometri di distanza tra uliveti, vigneti, castagneti, noccioleti e alberi di noce che portano nei tronchi i secoli di vita e la ricchezza offerta alle popolazioni locali, separano i rispettivi studi. Si sono incontrati in questo paesaggio miracoloso, non lontano da Roma e vicino Viterbo, paesaggio unico per bellezza, conservazione ambientale, monumenti storici e architettonici, giardini e palazzi patrizi. Entrambi gli artisti amano la natura che li circonda, la campagna ricca di vegetazione, le acque, i laghi e i fiumi di cui è ricco il territorio abitato da una popolazione laboriosa e fiera.

L’Associazione Culturale “l’albatros” li ha fatti incontrare nel lontano 2010 ed ha proposto le loro opere in mostre importanti come quelle su Lev Tolstoy, l’Europa unita, la Grande Guerra; nella illustrazione di libri a partire da Natura e Poesia nella Divina Commedia e Generosità della terra e nelle mostre romane alla Biblioteca Vallicelliana e al Centro Russo di Scienze e Cultura.

image007Entrambi affrontano i temi della rappresentazione della realtà con sentimento e poesia, rispettando il sostrato culturale di ciascuno, evitando contaminazioni superflue. La consapevolezza delle proprie qualità si estrinseca nella valorizzazione del linguaggio pittorico e dei contenuti. Se Ercoli s’immerge nelle forme vegetali, nelle nature morte, nei paesaggi della sua terra trattati con afflato neo impressionista, Dronov recupera il rapporto con la sua formazione accademica moscovita e il sentimento della propria terra natale attraverso epifanie classiche che si distendono in una modernità post surrealista. Tra i due artisti si è instaurato un dialogo creativo che non è competizione ma stimolo intellettuale e artistico a superarsi vicendevolmente per fare sempre meglio. E i risultati si vedono.

image009Oggi questi due pittori nati in contesti e culture così lontani sono diventati amici e pretendono di essere conosciuti e apprezzati da un pubblico più vasto, in Europa e nel resto del mondo. L’Associazione Culturale “l’albatros” è impegnata ad accompagnarli e sostenerli in questo percorso di crescita e di ulteriore qualificazione, a cominciare dalla sfida americana.

Agostino Bagnato

Presidente dell’Associazione Culturale “l’albatros”

Roma, 24 aprile 2017

image004История, природа и искусство объединила двух художников, рожденных в дали друг от друга.

Холмистая сельская местность Тушии  одного художника и поля, леса и полноводные реки Подмосковья другого идеально соединились в двух средневековых городках чиминских гор, некогда населенных этруссками, римлянами, готами, лонгобардами, франками и норманнами.  Эрколе Эрколи живет и работает в Валлерано, где он собственно и родился. Сергей Дронов живет и работает в Виньянелло, куда он переехал из Москвы.  Всего лишь несколько километров живописных угодий разделяют один от другого.  Как радуют глаз оливковые рощи, виноградники, каштановые и ореховые деревья, которые несут в себе жизненные соки и богатство этого неповторимого края. 

quo_vadisОба противостоят  друг другу  темами изображаемой  реальности, чувствами и поэзией ,однако  уважая культурный субстрат каждого ,не заражая друг  друга своим творческим влиянием. Осознание собственного качества этого  субстрата выражается  в повышенной  оценке живописного  языка и изобразительного содержания. 

6e0c0538d400Если  Э. Эрколи погружается в своей работе  в растительные  формы ,как в натюрмортах ,так и в пейзажах своей Родной  Земли , получивших вдохновение  от стиля неоимпрессионизма, то С.Дронов выстраивает отношения  между своим академическим формированием  в Москве ,чувством  собственной  Родины и  классическими  прозрениями  растворенными  в современном  постсюрреализме .

Между  этими двумя художниками  возник некий творческий диалог, который  не является  конкуренцией,  а своеобразным  стимулом в желании  сделать  нечто  лучшее  в  рамках  их содружества. И результаты очевидны.

Сегодня  эти два  художника  , родившиеся в контекстах  и  в культурах , столь отдаленных  друг  от друга, претендуют быть известными  и  оцененными  более  широкой публикой  не только  в Европе, но и во всём  мире . Культурная ассоциация “Л’Албатрос ” стремится  сопровождать и  поддерживать этих художников на пути  их творческого  роста  и  оказывать  им  всяческое  содействие  в  подготовке  к проведению  их  персональных  выставок в том  числе  и    на территории  Соединенных  Штатов Америки .

270623576-monasterio-de-las-nuevas-virgenes-nubes-moviendose-moscu-cupulaКоллеги-живописцы встретились в этой замечательной провинции, между Римом и Витербо, уникальный ландшафт которой, подчеркивает красоту и строгость  исторических и архитектурных памятников, дворцов и садов.  Обо художника любят природу окружающую их: перелески, рощи, леса, озёра, родники и реки этой щедрой земли, населённой гордыми и трудолюбивыми жителями. Благодаря культурной ассоциации  “Л’ Альбатрос” знакомство двух художников начялось с участия в таких важных выставках, как “Лев Толстой”, “Объединение Европы”, “Под небом Италии”, “Божественная Комедия Данте”, а также в других римских выставках, прошедших в библиотеке в Валлечелеано и Российском центре науки и культуры.  

 

Altre foto della Russia: 12345678 – 910

L’EUROPA SI VSTE DI FESTA… MA L’ABITO E’ SDRUCITO

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9 maggio 2017, Festa dell’Europa. Ma perché attendere tanto tempo per proclamare una giornata da dedicare all’Europa? In ogni caso, ben venga questa celebrazione che idealmente esorta a percorrere la distanza che separa dalla speranza di salvezza o dal baratro della dissoluzione.

Infatti, il problema è capire quale Europa festeggiare. Quella della burocrazia, delle istituzioni elefantiache impenetrabili e costosissime, delle procedure complesse e indecifrabili, degli egoismi e dei muri contro i migranti e i dannati della Terra; oppure l’Europa che rafforzi il processo unitario, qualifichi il funzionamento delle Istituzioni, sviluppi politiche di solidarietà e responsabilità comuni, porti alla crescita economica e occupazionale, tuteli il patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico, monumentale e naturalistico, diventando la casa di tutti.

Si tratta di formule retoriche, è vero, ma è su questo che si gioca il destino del popolo europeo. In sessanta anni dal Trattato i Roma è stato fatto un lungo cammino. Sembrava che la linea retta non dovesse mai interrompersi, nonostante gli avvertimenti della storia di vichiana memoria. La capacità d’agire dell’uomo europeo sembrava illimitata e le tragedie dell’umanità lontane dal baricentro mediterraneo. Poi tutto è cambiato, da quel tragico 11 settembre 2001 per un attacco terroristico verificatosi lontano dalla terra d’Europa, la figlia di re di Tiro, celebrata da poeti e pittori.

Quel cambiamento ha snaturato il mondo perché non nessuno ha saputo reagire in misura ragionata all’interesse generale. Ha prevalso così l’egoismo regionale, lasciando ai più intraprendenti ardimentosi e spietati soldati di ventura e masnadieri nel nome di divinità rivelate di sconquassare il Pianeta.

Ciascuno ha fatto quello che ha potuto, per alimentare la speranza e per contrastare la disgregazione. L’Associazione Culturale “l’albatros” ha celebrato le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo con iniziative pubbliche, coinvolgendo artisti italiani e stranieri e intellettuali di diversa estrazione e nazionalità.

Nel 2004 è stata promossa la mostra di arte contemporanea dal titolo Europa nel segno che si è tenuta a Tarquinia, Genazzano, Monteromano; nel 2009 è stato promosso vasto dibattito dal titolo L’Europa che vogliamo sulla rivista omonima al quale hanno preso parte storici, sociologi, scrittori, giornalisti, artisti; nel 2004 è stata costruita l’esposizione Europa. Arte e cultura. Significativo l’intervento di Franco Ferrarotti a Tarquinia nel corso dell’incontro per discutere sul futuro dell’Europa, di fronte a opere d’arte di Ennio Calabria, Alessandro Kokocinski, Salvatore Provino, Massimo Luccioli, Werner Stadler, Mikhail Koulakov e molti altri. In quella occasione il celebre sociologo esortava a leggere la realtà con occhio critico, mentre il poeta Vincenzo Loriga indagava il carattere eterogeneo della storia europea che ne condiziona l’evoluzione.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è un vulnus grave che non sarà facile sanare. Oggi l’obiettivo prioritario è sconfiggere il populismo, la semplificazione e la volgarizzazione delle politiche nazionalistiche che respingono l’Europa indietro di cento anni. La vittoria in Francia di Emmanuel Macron è un segnale positivo al dilagante sovranismo isolazionista e protezionistico e semi autarchico che viene dalle viscere dell’Europa, dalle pianure del Middle West e delle città industriali americane. Ma non è certo sufficiente per dichiarare che la strada verso il futuro dell’Europa unita è spianata.

Infatti non sarà facile risalire la china, restituire slancio e fiducia ai popoli europei falcidiati da una crisi devastante e minacciati dal terrorismo, assegnare un ruolo ai giovani e alle nuove generazioni azzannate dalla disoccupazione.

Ma qual è l’alternativa?

Ben venga la Festa dell’Europa, dunque! “l’albatros” la celebra con l’impegno ideale e culturale di sempre.

Agostino Bagnato

Roma, 9 maggio 2017

LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE PARLA NELLA PITTURA DI SALVATORE PROVINO

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Salvatore Provino: Echi dall’Ottobre…, 2017, olio su tela, 100×100

«Echi dall’Ottobre…» racconta Salvatore Provino, di fronte al dipinto che ha realizzato tra l’autunno del 2016 e la primavera successiva. «L’ho dedicato alla Rivoluzione d’Ottobre, in occasione del centenario di quell’avvenimento che ha sconvolto la storia della Russia ed ha avuto conseguenze per tutto il Novecento in tutto il mondo». Si ferma un attimo a riflettere, seguendo le forme sulla grande tela. «In ciascuno di noi, in ogni parte del mondo, ha lasciato ricordi, segni, tracce». Si gira verso i suoi interlocutori per leggere sul loro volto cenni di assenso o di diniego. Come si fa a non essere d’accordo con il maestro, che prosegue precisando il suo ragionamento. «Il titolo è appropriato, perché di quel grande evento storico e delle sue conseguenze restano frammenti nella memoria, lampi di ricordi, emozioni e speranze della giovinezza…».

DSC_0111Eccolo, il dipinto. Olio su tela, 100×100. Concepito come un mosaico per campiture incrociate al cui crocevia emergono le lettere “ottobre”, è necessario entrare lentamente nel reticolo di segni, punti, linee, tracce. Ogni particolare sembra rievocare un episodio della Rivoluzione, in termini poetici, allusivi, insinuanti. Non c’è un filo conduttore nel racconto di Provino, né l’artista vuole che si parli di narrazione segnica e simbolica, ritenendo che di quel tempo eroico e tragico allo stesso tempo, restino soltanto gli «echi», come suggestioni, illusioni, sogni.

Delusioni, soprattutto. Ogni cosa è destrutturata, frammentata, atomizzata e la ricostruzione degli eventi si sostanzia nel pensiero attraverso l’impiego dei colori e della materia, il loro dispiegarsi sulle campiture della tela, sul sapiente dosaggio delle sfumature e dei segni. Questi ultimi assumono quasi il valore di cicatrici della storia, oppure di strali nel destino dell’umanità. I neri corruschi e foschi, i grigi puntinati d’incertezza e immobilità, i cangianti marroni sfumati per il passare del tempo, il giallo acceso di sole e di mistero, i rossi infiammati di slanci e di passioni, le varieganti tinte intermedie a fare da tessere del mosaico di un secolo in cui quegli echi sono stati presenti in ogni aspetto e oggi sono un ricordo, una rimembranza di un tempo andato per sempre. Ciò che resta è archeologia di sé che restituisce il meglio di una giovinezza che non tornerà, di una enciclopedia di sentimenti che si è sdrucita e strappata. Ma non è del tutto estinta. E da quegli «echi» sembra emergere prima fioco e vacuo e poi impellente e audace un grido di speranza per l’umanità, per questa società stanca e avvilita, immiserita dalla crisi planetaria, dal terrorismo e dalle guerre locali.

Un dipinto dal carattere corale, si potrebbe definire. Non pittura di storia, ma neanche astrazione della storia. Un tentativo riuscito di raccontare la storia per come l’ha vissuta un artista vero e sincero come Salvatore Provino nella sua esperienza di uomo del secondo Novecento, dove quegli echi erano ancora forti e chiari.

Salvatore Provino lancia una provocazione, perché si scavi tra le rovine del secolo scorso per comprendere oggi le ragioni dei «Dieci giorni che sconvolsero il mondo», secondo l’espressione del giornalista americano John Reed, l’eredità ancora esigibile sul piano ideale, culturale e politico e la prospettiva di una nuova stagione di cambiamenti strutturali e persino antropologici. Lo fa consapevolmente, nell’anno del centenario di quel memorabile Ottobre che portò al crollo definitivo dello zarismo, alla nascita del governo dei Soviet e infine alla fondazione dell’Unione Sovietica.

DSC_0114Il dipinto è un atto di fede nella capacità dell’arte di parlare al cuore della gente, alla generazione contemporanea, al sentire dispersivo odierno di fronte alla comunicazione della realtà in presa diretta senza lasciare traccia. Riflettere sulla storia è un dovere per chi pretende di vivere il proprio presente consapevolmente, avendo l’aspirazione a governare il proprio destino.

Può nascere qualche suggestione dalla osservazione e dall’ascolto di Echi dall’Ottobre…, da quell’Ottobre leninista finito nella tragedia dello stalinismo? Salvatore Provino sembra rispondere ponendo interrogativi. In primo luogo, non si possono creare ancora miti. Il tempo dell’utopia è finito. In secondo luogo, sognare nuovi orizzonti è possibile, ma quali è tutto da vedersi, perché il passato non può tornare. Bisogna sapere ascoltare questi «echi» per non per smarrirsi nel groviglio delle illusioni perdute.

L’uomo contemporaneo vuole essere protagonista del proprio esistere nel divenire senza delegare a nessuno la propria vita e l’anima che la sorregge, senza restare solo. Il messaggio che si decritta di tali echi è proprio questo: si può ricominciare un percorso per riannodare i fili del divenire, senza sapere quale sarà la trama che tesserà il telaio della storia prossima ventura. Non abdicare al proprio ruolo di cittadini, ma sapendo che il diritto di cittadinanza si conquista con le idee e con l’esempio.

La storia non è più una sola.

Agostino Bagnato

Roma, 30 aprile 2017

Commenti a: Echi dall’Ottobre…

Che bello !

Poter leggere, discutere parlare e scrivere di qualcosa della quale nel quotidiano dibattito sembra prevalere la paura a farlo: la rivoluzione d’Ottobre.

Si la paura, paura da parte di chi osteggiando (ora ci vuole) ideologicamente quell’evento avrebbe preferito non si fosse mai dato; paura da parte di chi mettendo in gioco la propria vita si è sentito tradito dalle enormi aspettative che quei fatti incoraggiarono; paura da parte di chi subendo le odiose conseguenze che ci propone l’attuale modernità, nella difficoltà a trovare bandiere cui affidare le proprie aspirazioni di riscatto; paura da parte di coloro che in questa stessa modernità, nel difendere i propri privilegi, vedono a volte riecheggiare nei fatti le premesse di quell’incredibile pagina della storia che la rivoluzione russa rappresentò.
Si “riecheggiare”, mi piace il titolo dell’opera proposta dal Maestro Provino “Echi dalla Rivoluzione” e c’è una motivazione in questo apprezzamento: della Rivoluzione d’Ottobre si sentono ancora “echi”, come chi transitando in una valle desolata sentendo l’eco, quasi ne riceve incoraggiamento.

Lette queste poche righe mi sembra già di sentire i commenti relativi alla nostalgia: a scanso di equivoci, non è di questo che si tratta. I fatti della storia si sono dati e basta, la nostalgia appartiene a chi si è arreso. Ogni uomo nel suo vivere aspira a migliorare, a migliorarsi e non v’è dubbio che in quell’ottobre coloro che si scagliarono contro il potere volevano migliorare la propria e l’altrui condizione. Ecco la magia dei fermenti rivoluzionari, ci si muove perché costretti dal “non poter più vivere come prima” e nel farlo si da un piccolo contributo a coloro che vivono nella stessa condizione; per quelli che se ne sono accorti e per coloro che attardati ancora se ne dovevano accorgere.

Oggi, nel mondo, le motivazioni di insofferenza e ribellione non sembrano proprio essersi sopite, anzi, se possibile queste di sono incrementate a dismisura. La stessa classe operaia se paragonata numericamente a quella dei primi del novecento è di gran lunga enormemente cresciuta. Anche qui già si ode l’obbiezione: “si…ma…incredibilmente trasformata con aspirazioni che hanno poco a che vedere con quelle degli operai del secolo scorso” ! Una obbiezione questa figlia di una idea del socialismo che poco ha a che vedere con i padri di questa teoria dell’evoluzione dell’economia e della società. Siamo stati figli di una idea quasi cattolica del socialismo, una sorta di schieramento dalla parte dei poveri condito dall’anticlericalismo dettato dalle connivenze tra potere e chiesa. Ma la classe deputata a cambiare il mondo non lo era per le simpatie “francescane” che questa ispirava, ma semmai per la posizione, il ruolo che questa classe occupava nella società: oggi, ancora oggi, provate a farne a meno!

Gli operai, allora come ora, è nel difendere la propria posizione nella società, oserei dire “egoisticamente”, che prefigurano una organizzazione sociale ed economica alternativa.

Il punto sono le bandiere: oggi questa sterminata massa di deputati a cambiare il mondo è come orfana dispersa in mille rivoli: da quelli nelle società più ricche che vogliono convincerla che oramai “si è imborghesita” a quelli nel sud del mondo che la vogliono sotto le bandiere di questa o quella confessione religiosa. Bruciate le illusioni, bruciate quelle bandiere, non mancherà di affacciarsi ancora sul proscenio della storia e, quella paura di cui sopra, abbandonerà alcuni ed assalirà gli altri: quell’ “eco”, c’è da giuraci, tornerà buono!

Volodja Grado


ECHI DALL’OTTOBRE GIUNTI FINO A NOI

sinfonia_del_verdeLa Rivoluzione d’Ottobre ha avuto conseguenze immediate in Russia. Le misure adottate dal Governo dei Soviet all’indomani della conquista del potere sono state Dekret o zemle (Decreto sulla terra) e Dekret o mire (Decreto sulla pace). Il primo porterà alla generale riforma agraria attraverso l’esproprio dei grandi patrimoni fondiari della nobiltà, dei monasteri e dei kulaki (contadini ricchi) e la successiva ripartizione tra i contadini; il secondo consentirà di avviare trattative con l’Austria e la Germania per giungere ad un armistizio e alla successiva pace di Brest-Litovsk.

In tutto il mondo quelle due prime misure del governo rivoluzionario ebbero una eco vastissima e condizionarono le lotte politiche in moltissimi paesi europei, a cominciare dall’Italia. Ma anche negli altri continenti quell’eco ha creato una potentissima esplosione di entusiasmo, fiducia, speranza nell’avvenire. Una grande prospettiva si apriva per i popoli oppressi dal colonialismo in Asia e Africa. Tutto entrò in ebollizione. Tutto sembrava possibile.

Quegli echi sono durati molto tempo e ancora oggi, nonostante siano trascorsi cento anni dall’assalto al Palazzo d’Inverno, non si sono affievoliti e spenti del tutto. Non ci sono più l’empito della prima ora, il fragore della rivoluzione che abbatte le vecchie strutture di potere, lo slancio rinnovatore e creativo che spalanca le porte ai nuovi gruppi sociali, ma a ripercorrere le tappe del Novecento quegli echi si ritrovano nei momenti più esaltanti della storia dei popoli del Pianeta. La lotta contro il fascismo e il nazismo, l’impegno per il disarmo e la pace dopo il fungo atomico di Hiroshima, l’entusiasmo delle nuove generazioni nella trasformazione e ricostruzione del mondo che origina dal Maggio francese e dai Campus universitari statunitensi, l’impetuosa avanzata delle classi lavoratrici verso nuovi diritti ritrovano le note di musiche canti danze, di forme parole e colori che hanno magnificato la cultura e l’arte del secondo Novecento.

Di fronte alle catastrofi odierne delle guerre locali, del terrorismo, della crisi economico-sociale che artigliano il mondo, come ritrovare l’eco di quella stagione memorabile, nel bene e nel male? Eppure l’eco si ascolta se l’orecchio è ben teso nel marasma della contemporaneità armata di atroci brutture. E l’occhio umano riesce a distinguere le tracce di quella speranza che ha infuocato l’orizzonte delle passate generazioni.

Lo dimostra il nuovo dipinto di Salvatore Provino che fa seguito a quel monumento alla rievocazione rivoluzionaria che è appunto Echi dall’Ottobre… Questa ultima piccola tela che l’artista di Bagheria ha voluto intitolare con molta modestia Sinfonia del verde la si può leggere come l’altare delle speranze suscitate da quegli Echi. Più giustamente si potrebbe parlare di un “silenzio verde” che si stende sulla storia. Un silenzio inteso come pausa di attesa, in cui i rumori del passato si ascoltano in un magico lontano sottofondo e in cui i bagliori degli incendi e delle tragedie, i crolli e i detriti s’intravvedono sotto la coltre del verde che ha preso il sopravvento, come una nuova foresta cresciuta sul reticolo di radici antiche, sul pascolo per le menti non dome nella ricerca del futuro ad ogni costo, nonostante quasi tutto stride e soffia controvento.

Ma ci sono anche suggestioni letterarie che nascono osservando questo quadro che s’illumina di luce propria da quel verde squillante e screziato dal terreno e dalla luce, come in una ripresa cinematografica impegnata a cogliere i particolari per esaltare l’insieme, quasi volesse realizzare plasticamente la filosofica verità che si ritrova nell’unità del diverso. «Un erbal fiume silente», esclama Gabriele D’Annunzio alla vista dei tratturi su cui s’incamminano pastori e greggi nella stagione della transumanza, per scendere «verso l’Adriatico selvaggio / che verde è come i pascoli dei monti». In questi versi c’è la maestosità della natura e del comportamento dell’uomo e degli animali ripetuto da millenni. «E vanno pel tratturo antico al piano / quasi per un erbal fiume silente, / su le vestigia degli antichi padri». Un fiume d’erba verde che freme alla luce e si mescola con l’azzurro del cielo, il grigio e il bianco delle nuvole e quel magico cangiante cilestrino della marina che tremola ai raggi del sole.

Ma non è soltanto la sacralità della stagione che si ripete immutabile ancora oggi, pur se i tratturi sono stati sostituiti da devastanti strade asfaltate che feriscono mortalmente le montagne. Torna subito dopo alla mente, «ampio e quieto / il divino del pian silenzio verde» della Maremma toscana che Giosue Carducci fa riflettere nel «grave occhio glauco» del bove al lavoro paziente sui campi fecondi. Il poeta toscano non evoca incantamenti naturalistici, quanto piuttosto l’esaltazione del paziente servizio del mansueto e solenne bove che sottostà contento al giogo per rispondere «all’agil opra dell’uomo», quindi più un riflesso di quel realismo che sarebbe diventato verismo da lì a qualche anno in seguito alle vastissime agitazioni sociali in tutto il Vecchio Continente.

Le atmosfere bucoliche e georgiche non si adattano alla pittura di Salvatore Provino, tutta protesa al combattimento delle forme e alla tensione dei colori, senza temperie ideologiche o metapolitiche. Ma in questo Sinfonia del verde o nel Silenzio verde che sia, il maestro ha trasmesso la sua poesia del ricordo, dell’ascolto di quegli echi che nascono dalla storia non completamente sommersa dal tempo. E quindi della speranza nella capacità dell’uomo di rinascere e di tornare a costruire il futuro.

Di un umanesimo contemporaneo, si potrebbe parlare a proposito della pittura ultima di Salvatore Provino, in cui l’ascolto della storia si fonde con la fantasia che s’invera in colori di verità.

 

Agostino Bagnato

 

Roma, 23 maggio 2017