CONTE 2, UN GOVERNO IDEALE PER CONVENIENZA

Coraggiosa, sincera e graffiante cronaca e analisi della formazione del governo giallo-rosso, la cui origine e il cui percorso formativo hanno spiazzato buona parte del “popolo”, degli osservatori politici e dei commentatori. L’autore dell’articolo pone al centro della sua ricostruzione i fatti in tutta la loro crudezza e obiettività

 di Ettore Ianì                                                                          

Prologo

Matteo Salvini, leader della Lega, partito in ascesa e ministro degli Interni, sotto la canicola del solleone stacca la spina al governo da una spiaggia affollata. Compie una scelta politica autolesionista. Lo fa un po’ per calcolo politico; un po’ per “ i troppi no” ricevuti dal Movimento 5 Stelle; un po’ perché il segretario del Pd Nicola Zingaretti gli avrebbe garantito il ritorno al voto; un po’ perché il governo giallo-verde era atteso da una manovra finanziaria lacrime e sangue; un po’ perché i margini dell’autonomia regionale e l’attuazione della flat-tax si erano ridotti al lumicino. Aveva capitalizzato il capitalizzabile e la sua narrazione sovranista perdeva smalto, i fatti sbandierati vanitosamente si svelavano in tutta la loro inconsistenza e contraddittorietà. Con pretese chimeriche fantasticava di andare alle elezioni anticipate e stravincerli da solo per governare senza lacci e laccioli. Spingeva la sa arroganza politica fino a chiedere con aria da minaccioso gradasso addirittura “i pieni poteri”. Sognava di diventare il capo assoluto di una nuova Italia per costruire una nuova Europa a fianco della Russia di Putin. Quando scopre la centralità del Parlamento e si accorge che la nostra democrazia rappresentativa ha delle regole costituzionali da rispettare, che nel Parlamento c’era una maggioranza possibile, che i 5 Stelle e il presidente Conte non sono poi così ricattabili, era ormai già troppo tardi. Una crisi che ricorda da vicino lo spettacolo di varietà con tutti i suoi classici colpi di scena, compreso l’annuncio trionfante della nascita della Terza Repubblica e con essa del nuovo umanesimo promesso dal presidente Giuseppe Conte. L’unico presidente del Consiglio che è riuscito a guidare due maggioranze di segno contrario, con buona pace di tutti quelli che avevano riposto nel sistema elettorale maggioritario le speranze di una maggiore trasparenza.

La politica come arte acrobatica?

Il trasformismo sgravandolo dai giudizi di tipo moralistico, fa parte integrante della politica, come del resto l’acrobazia, l’equilibrismo, il virtuosismo, la fantasia e l’ingegnosità: bon grè, mal grè. Il perimetro stretto e asfittico della coerenza lascia il posto alla sfera della possibilità, della necessità e dell’immaginazione. In politica così non esistono il bene e il male assoluti, tutto è bene o male a seconda di dove va a parare. Ieri ciò era denunciato come un cancro della politica, oggi tutto ciò è accettato senza colpo ferire, anzi i più cinici e spregiudicati sovente sono considerati politici abili, astuti e capaci di capire come vanno le cose prima degli altri. Al netto del machiavellismo becero, senza virtù e senza scopo, non è in questo paradigma politico che rientra a pieno titolo la “svolta” di Salerno voluta da Palmiro Togliatti nel 1944 o il governo Dini nel 1995 ribaltando Berlusconi o l’alleanza D’Alema con Francesco Cossiga nel 1998 o il governo tecnico del 2011 presieduto da Mario Monti? Giusto per fare qualche esempio. La forzatura della personalizzazione della politica ha portato all’aberrazione dei “cerchi magici” o dei “gigli magici”, all’interno dei quali germoglia il raffinato meccanismo dei passaggi di campo come quello, solo per fare un esempio, di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (Ala), il cui leader è Denis Verdini. Il preterintenzionale e legittimo governo Conte 2 fa parte dello stato di necessità. Naturalmente dietro la libertà di scelta, compiuta nel perimetro del rispetto costituzionale, si nasconde anche un pizzico di cinismo, spregiudicatezza, spensieratezza, nonché la “democrazia” della propria convenienza e il tradimento delle promesse elettorali. Nell’era della post-ideologia tutto diventa più facile, tutti si possono allearsi con tutti e tutti possono cambiare casacca: un confortevole pressapochismo che certamente aiuta a non rendere conto a nessuno, tantomeno a se stessi. Non servono più alibi quando si sostiene che “non c’è la destra e la sinistra”, quando gli schemi ideologici del Novecento sono considerati palafittiani, quando si sostiene che “esistono soltanto le soluzioni”, come ha ripetuto Di Maio in occasione delle consultazioni al Quirinale. Più o meno quello che aveva sostenuto Matteo Renzi, qualche giorno prima al Senato. Il tratto distintivo di questo nuovo modo di fare politico ci pone di fronte a un cinismo sofisticato che emula con ridicola rozzezza il modello tipo neodemocristiano: quel contenitore che conteneva tutto e il contrario e capace di digerite tutto senza prendere neanche l’alka-seltzer. La democrazia parlamentare e la Costituzione diventano il parafulmine delle contraddizioni indigeste di accordi senza fili logici di coerenza. Carlo Calenda, invece, immagina la politica con il pregio della linearità e della coerenza, come una scienza esatta: 2 più 2 fa 4 e la mela dall’albero cade sempre, per la legge della gravità, perpendicolare al terreno. In coerenza fra pensiero e azione si dimette dal Pd solo dopo 15 mesi dell’iscrizione. Un’adesione che probabilmente poggiava sull’aver frainteso la vera identità del Pd, percepito come un partito univocamente liberal-democratico, sottovalutando così la sua vera natura che trae linfa nella doppiezza togliattiana intrisa di coraggiosa radicalità, pragmatismo e realismo. Basti pensare alla nascita dell’Ulivo, esperienza politico-culturale di tre tradizioni (liberale, cattolico-popolare e socialista) e alla stessa nascita del governo Conte 2. Calenda, eurodeputato ed ex ministro dello Sviluppo Economico, ha conosciuto il Pd solo nell’era renziana, caratterizzata dalla discutibile rottamazione e dal giro di boa rispetto alla sua ricca e originaria identità: un profondo malinteso che scoppia con tutta evidenza nella sua candidatura alle europee. Iscritto al Pd si presenta con un suo cartello “Siamo Europei” e con la pretesa di negoziare perfino le candidature e il simbolo, come se fosse un soggetto esterno e non un iscritto. Per non parlare della sua titubante iscrizione al gruppo dei socialisti e democratici al parlamento europeo. Per dirla con Eugenio Scalfari Carlo Calenda “ filosoficamente è un uomo di prim’ordine ma la sua filosofia va messa in cantina e dalla stessa cantina ha tirato fuori anche lui il populismo politico” (la Repubblica, 31 agosto 2019).

Il diniego alle elezioni

Faccio molta fatica a condividere l’entusiasmo per la svolta spettacolare del governo Conte 2. E’ vero che la destra populista è stata messa all’opposizione, che le lezioni anticipate avrebbero rafforzato l’autoritarismo, il cesarismo e il razzismo di Salvini e assicurato, con un esecutivo monocolore verde e legittimato da un voto popolare, di presiedere le principali istituzioni del Paese come il Csm, la Corte costituzionale e il quirinale. Le lezioni anticipate chieste da Salvini ruotano sulle parole d’ordine “Chiedo agli italiani, se ne hanno voglia, di darmi pieni poteri per fare quello che abbiamo promesso di fare fino in fondo senza rallentamenti e senza palle al piede. Chi sceglie Salvini sa cosa sceglie”. Una richiesta che collide con qualsiasi modello di democrazia moderna, un’idea del tutto antitetica al principio di separazione dei poteri, un modo per aprire un argine per concentrare tutto il potere in capo ad un unico organo. La reiterata richiesta di Salvini, non certo ascrivibile all’aforisma di Pietro Metastasio “voce dal sen fuggita”, pare semmai ostentare una concezione organica nel rapporto tra potere e popolo, dove il popolo è uno e uno è il capo, in perfetta identificazione e osmosi. Forse Salvini dal Papeete sognava, sempre a dorso nudo, a mietere il grano. La democrazia pluralista, esercitata con pesi e contrappesi, è percepita come un fastidioso orpello, dove la libera informazione, le opposizioni sono antipopolari a prescindere e gli organi di garanzia e la magistratura, per esercitare il loro compito, “debbono farsi eleggere”. La stessa richiesta non può che riportarci alla memoria il “decreto dei pieni poteri” adottato dal parlamento tedesco nel 1933 che diede avvio alla dittatura nazista. Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo il capogruppo della Camera, il leghista Riccardo Molinari. In occasione del dibattito sulla fiducia ha accusato Conte e i 5 Stelle di aver tradito “il primo governo sovranista d’Europa che aveva la forza rivoluzionaria, propulsiva e dirompente di cambiare gli equilibri europei”. Michele Serra ne la Repubblica dell’undici settembre 2019, nella rubrica L’amaca, di fronte a queste considerazioni, si chiede (giustamente, aggiungiamo noi) perché la promotrice e leader di +Europa Emma Bonino vota contro il governo Conte 2? La voglia del Pd di tornare al potere e il similare desiderio del M5S di uscire da una fase di debolezza, ha rafforzato la ragione per far nascere il nuovo esecutivo.

L’Europa e le finanze disastrate

L’Italia rientra in Europa dopo un esilio durato 14 mesi e ci torna alla grande, mandando a Bruxelles un ex primo ministro, Paolo Gentiloni nella veste di commissario europeo agli Affari economici con il delicato compito di sorvegliare le politiche di bilancio dei paesi dell’eurozona. Con questa candidatura si rafforza una linea di credito da parte dei mercati, di fiducia nell’Italia post-Salvini e di affidabilità verso il Pd per politiche di bilancio responsabili. L’ annuncio del nuovo governo mette le ali ai titoli di stato, con lo spread in caduta libera e il costo del debito ai minimi storici. Tonica anche la Borsa e l’agenzia Standard & Poor’s scommette sugli aggiustamenti alla legge di Bilancio 2020. Uno scenario più tranquillante di quello che aveva lasciato il governo populista a trazione leghista e anti europeo. Sarebbe un errore marchiano immaginare che l’Europa, con la fuori uscita di Salvini dal governo, stenda il tappeto rosso. Ci sono stati segnali di grande fiducia da parte di Bruxelles, Berlino e Parigi verso il governo Conte 2, ma ciò significa che l’Italia dovrà anzitutto mettere in ordine le finanze disastrate. Qualche ulteriore margine di manovra, per ottenere un minimo di flessibilità sui nostri conti pubblici, non è cosa scontata. La fiducia europea nei confronti del nuovo esecutivo, che non è un assegno in bianco per allargare i cordoni della borsa o per fare assistenzialismo, nasce proprio dalla convinzione che finalmente il governo italiano è chiamato a risanare il pesante debito pubblico e la scarsa competitività del sistema Paese che frenano la crescita economica. Ciò detto è anche vero che ci sono tutte le precondizioni che il nuovo governo possa deludere le attese. Mettere in moto la Politica, fuori dai personalismi (vedi Di Battista nei 5 Stelle e Renzi nel Pd) richiede che la stagione dell’anti-politica esaurisca il suo ciclo vitale, il che richiede tempo e scelte coraggiose. Un governo che non deve essere figlio delle circostanze, della causalità, né tantomeno può affidarsi ai vizi e limiti altrui o nel timore del voto anticipato. Da non sottovalutare, inoltre, l’imprevedibilità di un Movimento-Partito con impulsi istintivi e irriflessivi e l’ostilità radicata tra i due partiti che fino a ieri se ne sono dette di tutti i colori. Né i M5S né il Pd sono granitici, tutt’altro: sono una sorta di federazioni di correnti e di ambizioni personali. Il Pd con Matteo Renzi ha la sua spada di Damocle. Con i “suoi” 65 deputati e i 40 senatori e i di venti di scissione che l’ex segretario non smentisce potrebbe far nascere un nuovo gruppo parlamentare. Una sorte di goldon share, un segretario ombra o meglio in groppa a Zingaretti.

Il governo Grillo

Il primo a lanciare l’idea dell’abbraccio con il M5S, sebbene con scarso successo, è stato Dario Franceschini del Pd con una intervista al Corriere della Sera, sostenendo che i pentastellati sono diversi dalla Lega e che “insieme possiamo difendere certi valori”. Franceschini intuisce che il M5S è in difficoltà e apre al dialogo per sganciarli dalla Lega, ma nessuno lo sta a sentire, neanche il segretario del suo partito. All’inizio Zingaretti è per le elezioni anticipate, per la Costituente delle Idee, per la discontinuità e per ridisegnare una pattuglia parlamentare più fedele all’attuale segreteria e non a quella precedente. Sotto le sollecitazioni dei padri nobili del Pd (Prodi, Veltroni, Letta) alla fine accetta la scommessa piuttosto rischiosa. A rilanciare la proposta è stato il senatore di Scandicci, Matteo Renzi. Con un improvviso e spettacolare triplo salto mortale carpiato con avvitamento all’indietro cambia opinione è dichiara che c’era la necessità di fermare Salvini per mettere i conti pubblici a posto, ma probabilmente anche per guadagnare tempo a partorire il suo partito. Scaltro nel fare l’agile e spettacolare giravolta è stato anche Peppe Grillo che benedice Conte definendolo un “elevato”, dando così il disco verde per la nascita del nuovo governo diventando così il vero padre del Conte 2, forse sarebbe meglio chiamarlo il governo di Grillo. Il governo Conte 2 nasce in Parlamento, per scelta politica e per coesione dell’élite, non per volontà del popolo. Secondo il sondaggio di Nando Pagnoncelli, pubblicato su Corriere della Sera del 7 settembre 2019, solo il 36% esprime una valutazione positiva, contro il 52% di giudizi negativi. Al contrario del precedente esecutivo giallo-verde che nasceva con il consenso del 60%. È percepito come ribaltone delle alleanze, come un governo abusivo, nato con stile della Prima Repubblica. Quanto ai pronostici sulla durata dell’esecutivo, sempre sul sondaggio di Pagnoncelli, il 45% pensa che durerà al massimo un anno, mentre il 20% immagina che arrivi a 2 anni e il 18% è convinto che resterà in carica tutta la legislatura. Di sicuro è che entrambi i partiti hanno lavorato per una certa discontinuità, come con insistenza chiedeva il segretario del Pd Zingaretti, e per durare il più possibile. I Cinquestelle sostituiscono cinque ministri dal Conte 1, il Pd conferma solo un ministro dei governi Renzi e Gentiloni, Dario Franceschini, non rimette piede a Palazzo Chigi e sceglie due ministri di vaglia: Roberto Gualtieri all’Economia, professore di Storia contemporanea dell’università la Sapienza e presidente della commissione Economia e Finanza (Ecofin) di Strasburgo. Una scelta che appresenta una vera discontinuità tanto che da trenta anni, da Guido Carlo in poi, ad eccezione di Giulio Tremonti, il ministero della Economia è stato affidato a un tecnico; Vincenzo Amendola agli Affari Europei, già sottosegretario agli Esteri con Alfano e Gentiloni. La prima prova politica è tra meno di due mesi dove si vota alle regionali in Umbria, dove Cinquestelle e Pd perderanno se non si metteranno insieme. Subito dopo tocca all’Emila. Si vedrà se l’esecutivo appena nato è solo una coalizione governativa o invece un’alleanza politica capace di ripristinare un bipolarismo, una democrazia competitiva lungo il sentiero di destra-sinistra, con una nuova legge elettorale a vocazione proporzionale. Nel sistema elettorale nel Pd non c’è omogeneità di pensiero, Romano Prodi e Walter Veltroni si schierano a favore del maggioritario, in contrasto Gualtieri con l’idea della nuova maggioranza giallo-rossa che sogna un proporzionale puro.