MAKSIM GOR’KIJ E IL ROMANZO “I TRE” PER RACCONTARE LA RUSSIA

di Agostino Bagnato

 

Землясердце мира, искусство – сердце земли.[1]

Makсим Горький

La terra è il cuore dell’universo, l’arte è il cuore della terra.

Maksim Gor’kij

 

Il’ja, Pavel e Jakov incrociano il loro destino fin dalla più tenera età, nella città di Kerženec, in questo romanzo giovanile di Maksim Gor’kij. I tre[2] (Troe) costituisce la prova più convincente del percorso narrativo del giovane scrittore di Nižnij Novgorod, apparsa sulla rivista “Žizn’” nel 1900. Accolto favorevolmente dalla critica e dai lettori, il romanzo è stato rielaborato l’anno successivo, nel tentativo parzialmente riuscito di eliminare lungaggini e ripetizioni. Giunto alla sua opera più impegnativa, dopo gli stupefacenti racconti dell’esordio narrativo Makar Čudra, Čelkas, Varen’ka Olešova, Ma’va, Konovalov, Ex uomini, Nella steppa e I coniugi Orlov, Gor’kij fornisce la dimensione più convincente delle sue qualità di scrittore realista, ponendo al centro figure caratteristiche e indimenticabili della provincia russa. Subito dopo faranno la loro apparizione ambienti e personaggi indimenticabili sulla scena teatrale, con le pièce Meščane (Piccoli borghesi) e Na dne (Al fondo, tradotto come Bassifondi). Quasi in contemporanea era apparso, pubblicato clandestinamente, il breve racconto Melodie primaverili, seguito dal celeberrimo Pesnja o burevestnike (Canto della procellaria), considerato l’inno anticipatore della Rivoluzione del 1905 e di quella del 1917.

Le vicende si snodano nell’antica città di Kerženec sulle rive dell’Oka, nei pressi di Nižnij Novgorod che Gor’kij conosce bene e prendono il via dalla decisione del ricco possidente Antip Lunev di ritirarsi nei boschi e di condurre vita da asceta. La famiglia va a rotoli e il nipote Il’ja Jakovlevič vive con il gobbo zio Terentij di stenti e di espedienti. Ospiti del locandiere Petrucha Filimonov, conoscono tanti disperati come loro. Il’ja fa amicizia con il figlio del locandiere Jakov Filimonov e con Pavel Savelič Gračev, trascorrendo insieme gran parte della giornata. Attorno ai due ragazzi che crescono nell’atmosfera misera della steppa lungo il fiume Volga, ruotano personaggi indimenticabili della società russa del tempo, quasi subito dopo l’abolizione della servitù della gleba nel 1861. Tra questi il cambiavalute Vasilij Poluektov, avido e vizioso vecchio che mantiene Olimpiada Šlikova e che viene ucciso senza motivo logico da Il’ja sol perché a sua volta è innamorato della donna, peraltro ricambiato. In città presta servizio il brigadiere Kirik Avtonomov, presso la cui abitazione trova alloggio Il’ja diventato intanto commesso in un negozio; Tat’jana Vasilievna, la bella moglie di Kirik, è la tipica donna borghese di costumi frivoli e leggeri, intrigante, affarista e priva di principi morali. Convince Il’ja ad aprire un negozio insieme, ma è lei che detiene le redini della gestione, arrivando anche a imbrogliare il ragazzo. Il comportamento di questi alla scoperta degli intrighi di Tat’jana, provoca uno scandalo con la denuncia del comportamento immorale della donna proprio durante la festa di compleanno nella sua casa dove si è riunita la buona società borghese. Il’ja, sempre più in preda al parossismo, accusa Tat’jana di essere il suo amante e di altri presenti alla festa e si proclama colpevole del delitto di Poluektov. Lto è chiaramente quello di essere arrestato, ma viene scacciato dall’abitazione del brigadiere e inseguito dai presenti per la strada. In preda alla disperazione, Il’ja si scaglia contro un muro correndo in modo concitato nella notte buia di Kerženec e si rompe mortalmente la testa.

Ma non sono soltanto le disgrazie del giovane ad avvincere il lettore, perché gli altri due amici sono coinvolti in vicende che sono lo specchio della Russia profonda del tempo. Pavel Savelič Gračev s’innamora di Vera Kapitanova, una ragazza che sarà accusata di furto e sarà condannata dal tribunale locale; Pavel la sposa con l’intento di condurla sulla strada della salvezza, non tanto per ragioni religiose, arrivando a dubitare dell’esistenza di Dio dopo intense disordinate letture poco digerite, ma per ragioni pratiche. A sua volta Jakov Filimonov s’innamora di Sofija Nikonovna Medvedeva, Sonja, lasciando ogni altro interesse pratico. Una figura indimenticabile è quella di Maša, figlia di Perfiska, che cresce con i tre giovani e viene venduta dal padre ancora bambina ad un bottegaio rimasto vedovo che la picchia e arriva a farla morire, nonostante i tentativi di Il’ja e di Pavel di salvarla, affidandola alle cure di una famiglia amica.

Ovviamente, fa da sfondo lo squallore della città di Kerženec, l’assenza di valori profondi capaci di scalfire e di ostacolare le superstizioni e le antiche credenze, l’economia asfittica che non riesce a decollare dopo l’abolizione della servitù della gleba e si dibatte tra speculazione e corruzione, arroganza, prepotenza, ignoranza. Maksim Gor’kij ancora una volta sceglie queste figure di disperati, di emarginati, quasi di byvšie ljudi, (ex uomini), come i protagonisti del suo celebre racconto di qualche anno prima. Il linguaggio è ricco di espressioni popolari, di modi di dire al limite del sopportabile per il lettore del tempo e ancora oggi la crudezza di molte espressioni fanno restare interdetti. Ma questa è la forza dello scrittore che fa della realtà in tutti i suoi aspetti il campo di battaglia della sua narrativa. Tuttavia, il romanzo I tre non segna ancora il vertice della forza creatrice dello scrittore, che tra sei anni darà alle stampe il suo capolavoro Mat’ (La madre), cui seguiranno altri grandi affreschi della Russia di fine secolo con Delo Artomonovych (L’affare degli Artomonov) e Žizn’ Klima Samgina (La vita di Klim Samgin) che affronta il tema della rivoluzione e della formazione dell’uomo nuovo necessario per la costruzione della società socialista sovietica. Tema quest’ultimo che aveva costituito l’obiettivo, condotto prepotentemente da Anton Semenovič Makarenko nel romanzo Pedagogičeskaja poema (Poema pedagogico) quasi in contemporanea e proprio sotto l’influsso riconosciuto e dichiarato del maestro Gor’kij, a cui è dedicato il romanzo stesso. Si può sostenere che i personaggi di Gor’kij, se non fosse per la diversità del contesto, potrebbero essere classificati caratterialmente e antropologicamente come besprizornye, per i quali il processo educativo e formativo diventa la ragione della stessa narrazione.

La critica letterario ha colto interamente l’importante del romanzo. In Italia se ne è occupato Ettore Lo Gatto che, nel vasto saggio La letteratura russo-sovietica, scrive a proposito: «Anche nel romanzo I tre l’ambiente potrebbe essere detto dei bassifondi, ma più nel senso esteriore che in quello interiore del dramma. Ed ecco che, come nel triste sotterraneo dei fornai è penetrato un raggio di sole con l’amore suscitato nei cuori di ventisei uomini induriti e abbrutiti dalla comparsa di una belle giovinetta, così nell’ambiente cui cercano di strapparsi tre ragazzi che, quasi miracolosamente, sentono che potrebbero sfuggire all’abbrutimento in mezzo al quale sono nati e cresciuti, è la comparsa di una ragazza. Sonja, che nel momento più tragico riporta se non a loro, alla vita, la luce della speranza. I tre ragazzi, tutte e tre orfani di madre e i cui padri sono dei criminali, hanno concezioni diverse di quel che potranno fare nella vita, se riusciranno a sfuggire al loro ambiente: uno di essi, Il’ja, progetta di crearsi una vita onesta, di lavoro, il secondo Pavel sogna la poesia e l’amore, l’ultimo Jakov fantastica di soddisfare la sua sete di fede con un pellegrinaggio ai Luoghi Santi. Ma tutti e tre falliscono nelle loro aspirazioni; Il’ja uccide per gelosia un vecchio usuraio e poi fa pubblica confessione del proprio delitto e per sfuggire alla giustizia degli uomini, si spacca la testa contro un muro. Paška incontra la donna che ha sognato poeticamente, ma è una prostituta; Jakov, più debole di tutti, si piega alla volontà del padre che lo costringe ad una vita d’infamia. Gor’kij stesso amò questa sua fatica che più tardi chiamò “un buon libro, nonostante le lungaggini, le ripetizioni e altri difetti”»[3].

Per comprendere e apprezzare pienamente il valore delle opere narrative di questo lungo periodo, abbracciando anche il felice soggiorno a Capri dal 1906 al 1913, bisogna conoscere il teatro di Gor’kij. Ma su questo argomento è opportuno tornare con maggiore cognizione di causa.

Così come sarà necessario esaminare le altre opere narrative dello scrittore, autentici monumenti della narrativa del Novecento. Purtroppo, negli ultimi decenni, per sciagurati pregiudizi politico-ideologici, su Maksim Gor’kij è calata una colpevole coltre di oblio e di silenzio. Non è questa una buona ragione perché qualcuno se ne occupi, magari con il risultato di aprire una discussione sulla narrativa russa contemporanea?

Agostino Bagnato

Roma, 21 luglio 2018

 

[1] Maksim Gor’kij, Regole e massime in Opere complete, a cura di Ignazio Ambrogio, vol. V, Editori Riuniti, Roma, 1964

[2] Maksim Gor’kij, I tre, in Opere complete, a cura di Ignazio Ambrogio, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1964

[3] Ettore Lo Gatto, Le letteratura russo-sovietica, Sansoni, Firenze 1968, pp. 77-78